Cronaca

Storie della Liberazione, le vite spezzate dei coniugi Livio Poletti e Livia Venturini

Storie della Liberazione, le vite spezzate dei coniugi Livio Poletti e Livia Venturini

Livia Venturini e Livio Poletti erano due ragazzi contadini che vivevano nella Bassa imolese fra il fiume Sillaro ed il canale Ladello, più vicini a Balia che a Sesto Imolese. Assieme alle loro numerose famiglie conducevano a mezzadria due poderi, entrambi di proprietà della Amministrazione degli ospedali, confinanti e quasi identici: la «Matiossa vecchia» quello dei Poletti, la «Matiossa nuova» quella dei Venturini. Livio era nato nel 1908, Livia nel 1913. Si conoscevano fin da bambini e nel 1930 si fidanzarono: lei aveva 17 anni, lui 22.

Gli anni trenta nella Bassa imolese furono anni di forti e coraggiose lotte antifasciste. Livio e Livia aderirono entrambi alla rete clandestina antifascista diretta dal Partito comunista. Nella notte del 7 novembre 1930 i giovani della rete vollero dimostrare ai fascisti la loro presenza celebrando il 13° anniversario della rivoluzione russa: a Sesto issarono una bandiera rossa sul balcone della Casa del Fascio; a Osteriola un’altra bandiera rossa su di un albero all’incrocio fra la Selice e la San Vitale. Livio prese parte a quest’ultima azione. Nel mese successivo si scatenò la reazione dei fascisti. In totale furono arrestate 52 persone: fra di essi quattro della famiglia Poletti (Livio, due suoi fratelli ed un cugino) e due della famiglia Venturini (i fratelli di Livia, Amilcare e Gino). A Livio furono inflitti tre anni e tre mesi di carcere, da scontare nel carcere piemontese di Saluzzo, mentre uno dei fratelli di Livia, Amilcare, fu condannato a cinque anni di confino da scontare in uno sperduto paesino della Calabria.

Scontarono però solo una parte della pena loro inflitta perché nel 1932 beneficiarono di una amnistia concessa dal regime in occasione del decennale della marcia su Roma. I Poletti, però, furono costretti a cercare un nuovo podere e lo trovarono a Castel Bolognese, mentre i Venturini cessarono di essere contadini trasformandosi in braccianti agricoli e andando a vivere a Mordano. Qui, nell’aprile del 1933, Livia e Livio si sposarono e qui, sempre in quell’anno, nacque la loro figlia Wanda. Livio lavorò prima come bracciante, poi entrò nel Gruppo facchini di Imola, mentre Livia si occupò come domestica a ore. Nel 1938 lasciarono Sasso Morelli e si trasferirono a Imola in un piccolo appartamento davanti alla cosiddetta piazza dei Servi. Dopo l’8 settembre 1943 entrambi entrarono a far parte della resistenza armata: Livia quale staffetta di collegamento, Livio nei Gap in città. Fu lui, il 6 novembre 1943, a giustiziare in via Luigi Sassi il console della milizia imolese Barani. Fu sospettato e arrestato, ma nessuna prova emerse a suo carico. Prudentemente, però, dovette darsi alla latitanza e si nascose sulle colline di Castel Bolognese in un podere di contadini amici.

In quel periodo accadde il tragico episodio della uccisione di Livia in piazza a Imola, il 29 aprile 1944, durante una manifestazione di donne contro il caro-vita e la mancanza di generi alimentari. Livia fu colpita alla schiena da una pallottola che le spezzò la spina dorsale. Ospitata nella casa dei parenti, a Bubano, fu assistita dalla mamma e dalla sorella. La sua straziante agonia durò oltre un mese. E c’era anche Wanda, che allora aveva 11 anni. «In quei tristissimi 40 giorni di agonia – raccontò poi – mio padre veniva spesso a trovarci, sempre di notte, per sfuggire all’agguato dei fascisti che erano di sorveglianza nei dintorni. Io lo sapevo e senza dire niente a nessuno stavo spesso anche più di un’ora ad aspettarlo dopo il tramonto, seduta sul ponte dove la strada proveniente da Mordano incontra quella di Bubano dove allora stavo con mamma ferita. Erano le uniche volte in cui, ormai, potevo vederlo: i fascisti lo cercavano e dove si nascondesse non lo seppi mai. Era giugno: il tredici di quel mese mamma morì mentre io mi trovavo a Castel Bolognese ospite dei nonni paterni».

Dopo la morte della moglie, Livio chiese di lasciare il nascondiglio di Castel Bolognese per potersi unire in montagna ai combattenti della 36ª Brigata Garibaldi. «Dopo quel giorno di giugno – racconta ancora Wanda – rividi mio padre pochissime volte in brevi incontri sempre in luoghi diversi. Ero certamente felice di stare ogni volta con lui, ma mi sentivo intimorita da quei suoi occhi chiari che erano diventati freddi come di ghiaccio. Poi, una mattina partì per la Brigata. Lo accompagnai per un tratto di strada come una formica che segue un leone». Livio cadde l’11 ottobre 1944 nella sfortunata battaglia di Purocielo, nelle colline fra le valli del Senio e del Lamone, quando due battaglioni della 36ª Brigata Garibaldi tentarono di sfondare il fronte alle spalle dei tedeschi sui crinali prospicienti la valle del Lamone per ricongiungersi con le truppe alleate.

be.be.

La storia completa su «sabato sera» in edicola dal 25 aprile. 

Nella foto: Livia con il marito

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