Economia

Economia 4 luglio 2018

Alla Cefla premio di risultato anche per gli interinali nel rinnovo del contratto aziendale

Dopo oltre un anno di trattative, lo scorso 28 giugno la direzione aziendale di Cefla, Rsu e sindacati territoriali sono giunti al rinnovo del contratto integrativo aziendale, che riguarda oltre mille lavoratori nel territorio imolese. L’importante risultato ha raccolto il 91,6% dei consensi dei diretti interessati.

«L’accordo, che avrà una durata triennale – informano Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil territoriali – prevede per la parte economica la conferma di un premio di risultato variabile allargato a tre parametri (redditività, produttività ed efficienza), che può raggiungere un valore di 2.900 euro, a cui si aggiunge, dopo quasi trent’anni, l’aumento dei superminimi collettivi aziendali non assorbibili, pari a 600 euro a partire da luglio 2018».

Inoltre, in via sperimentale, viene introdotto un «premio di assiduità», che incentiva chi fa poche assenze, dal valore complessivo, a regime, di ulteriori 600 euro aggiuntivi, erogati semestralmente.Novità assoluta per Cefla, il premio di risultato verrà garantito anche a tutti i lavoratori forniti dalle agenzie interinali, con un anticipo mensile di 50 euro, che produrrà già a partire dal mese di luglio un aumento, per questi lavoratori precari, di oltre 80 euro.

Per Fim, Fiom e Uilm «questo è un obiettivo che risponde all’esigenza di unificare un mondo del lavoro sempre più disgregato e frammentato dove inoltre, con l’estensione della polizia sanitaria integrativa Cefla, dal valore di 346 euro a partire dal 1° gennaio 2019, prima era prevista solo per i lavoratori con una anzianità superiore a 4 anni, permette di allargare diritti a tutti i lavoratori presenti in azienda». (r.e.)

Nella foto un reparto della coop. Cefla

Alla Cefla premio di risultato anche per gli interinali nel rinnovo del contratto aziendale
Economia 4 luglio 2018

Alla Coop. Ceramica orario ridotto per 300 per evitare 90 esuberi, ipotesi di accordo innovativa

Si prospetta una novità per la Cooperativa Ceramica d’Imola. Lunedì scorso, in tarda serata e dopo 14 ore di trattativa, sindacati e vertici aziendali sono arrivati ad un’ipotesi di accordo che consentirà di evitare circa 90 licenziamenti. Un documento, siglato da Femca-Cisl, Filctem-Cgil e Uiltec-Uil di Imola e Faenza, che ora deve essere sottoposto al voto dei lavoratori per diventare operativo.

In sintesi prevede la riduzione di orario di lavoro per 300 dipendenti; a tutti loro, però, la cooperativa integrerà in busta paga una parte del reddito (da un minimo di 125 a un massimo di 240 euro al mese) e coprirà totalmente la contribuzione che verrebbe meno con la riduzione d’orario. L’importo verrà versato al Fondo di previdenza integrativo di settore, Foncer, o ai fondi pensionistici privati scelti dai lavoratori.

«Si tratta di un accordo innovativo a livello nazionale, oserei dire storico – sottolinea Tiziana Roncassaglia, della Filctem-Cgil di Imola -. La trattativa durava da mesi. Fin dal 2013 si sapeva che gli ammortizzatori sociali sarebbero arrivati al termine. Nell’ultimo quinquennio, infatti, Coop. ceramica ha usufruito dei 36 mesi di contratto di solidarietà, previsti dalla legge e in scadenza a fine luglio. Crediamo di aver ottenuto il miglior risultato possibile e va dato merito all’azienda, che stanzierà risorse per tutelare lavoratori che altrimenti sarebbero stati licenziati».

Dall’inizio del 2012, da Coop. ceramica sono usciti circa 750 addetti, in base a piani industriali mirati all’efficientamento e al miglioramento del processo produttivo. L’uscita è stata accompagnata da incentivi economici. A questo fine, negli ultimi anni l’azienda ha destinato oltre 25 milioni di euro. Coop. ceramica è stata una delle prime aziende che già nel 2008 ha condiviso con il sindacato l’utilizzo del contratto di solidarietà sull’intera platea dei dipendenti (all’epoca 2.200), con l’obiettivo di evitare licenziamenti e salvaguardare il patrimonio industriale del territorio.La riforma degli ammortizzatori di tre anni fa, riducendo la durata e il livello di copertura della cassa integrazione e del contratto di solidarietà, ha lasciato imprese e sindacati pochi strumenti per gestire crisi e riorganizzazioni complesse.

«Servono strumenti che aiutino queste esperienze e sperimentazioni – sottolinea dal canto suo Giordano Giovannini, segretario generale Filctem-Cgil Emilia Romagna -; servono misure che aiutino e sostengano forme di riduzione degli orari e di re-distribuzione del lavoro. Governo e Parlamento aiutino chi fa politiche di responsabilità sociale e di difesa e sviluppo dell’occupazione, anziché continuare a defiscalizzare e decontribuire a pioggia le imprese, anche quando licenziano o promuovono finto welfare aziendale. L’accordo sulla riduzione d’orario in Cooperativa ceramica dimostra questo» conclude. (lo.mi.)

Altri dettagli su “sabato sera” in edicola dal 5 luglio.

Nella foto la sede della Coop. Ceramica d”Imola

Alla Coop. Ceramica orario ridotto per 300 per evitare 90 esuberi, ipotesi di accordo innovativa
Economia 3 luglio 2018

Florim, a Mordano un secondo forno per i formati oversize tra gli investimenti del 2018

La Florim ha dato alle stampe il bilancio di sostenibilità 2017, il report annuale che offre una sintesi dei risultati ottenuti dall’azienda in ambito economico, sociale e ambientale. «Siamo giunti alla decima edizione del nostro bilancio di sostenibilità, traguardo che segna un periodo di enormi cambiamenti all’interno del gruppo che ebbero inizio proprio quando la crisi epocale, che ha investito l’economia mondiale, iniziava a mietere vittime e a terrorizzare i mercati», sottolinea il presidente Claudio Lucchese.

Dieci anni, peraltro, di crescita ininterrotta per il gruppo modenese, che conta tre stabilimenti produttivi (a Fiorano, Mordano e a Clarksville, negli Stati Uniti) e diversi negozi, magazzini e uffici in giro per il mondo, occupando oltre 1.400 dipendenti. Come conferma anche l’esercizio 2017, chiuso con ricavi netti per 424,8 milioni di euro (+4,5% rispetto al 2016), margine operativo lordo di 123,1 milioni (+14,9%), investimenti totali per oltre 103 milioni e un utile netto di 57,8 milioni (contro i 49,4 di un anno prima). E nonostante il record assoluto di investimenti, anche la posizione finanziaria netta è migliorata, passando nel giro di un anno da 12,5 milioni di rosso a un’eccedenza di liquidità pari ad 20 milioni di euro. «Non posso che esprimere grande soddisfazione nel leggere i numeri economici e finanziari che, da quel nebuloso 2008 fino ad oggi, hanno disegnato una curva in continuo miglioramento in tutte le variabili fondamentali», commenta Lucchese.

La produzione di grandi lastre in gres porcellanato, leitmotiv dei recenti investimenti, è diventata il motore della crescita in volumi e di redditività registrati dal gruppo. Degli oltre 103 milioni di investimenti spesi nel 2017, oltre 70 milioni sono serviti per realizzare in comune di Mordano una nuova fabbrica 4.0. Oltre ai traguardi raggiunti, il bilancio di sostenibilità elenca poi i traguardi da raggiungere. «Senza dubbio – spiega ancora Lucchese – la sfida continua ad essere molto impegnativa per il costante mutamento negli equilibri di mercato e impone altissima concentrazione per raggiungere gli obiettivi che ci prefiggiamo».

Ecco perché, restando in tema oversize, a fine anno è partito un grande cantiere nella sede principale di Fiorano per la realizzazione di una costruzione di 48.000 metri quadri destinata alla lavorazione di grandi formati e alla logistica, altro esempio di industria 4.0. Per quanto riguarda la sede mordanese nel corso del 2018 verrà avviata invece la riqualificazione della storica palazzina uffici e delle spedizioni, verrà installato un secondo forno all’interno del nuovo capannone 4.0, verrà modernizzato il reparto macinazione smalti con impianti a basso consumo energetico governati da un software innovativo, verrà installato un impianto per il recupero ed il riutilizzo dei fanghi industriali e realizzata una vasca interrata per l’accumulo di acqua piovana da utilizzare nel processo produttivo. 

r.e.

L”articolo completo su «sabato sera» del 28 giugno.

Nella foto: il forno per grandi lastre lungo oltre 170 metri

Florim, a Mordano un secondo forno per i formati oversize tra gli investimenti del 2018
Economia 28 giugno 2018

Connessione ultraveloce in fibra ottica, Open Fiber utilizzerà le reti Hera per la posa. Meno disagi per gli scavi

Open Fiber e Gruppo Hera hanno firmato i contratti per lo sviluppo dell’infrastruttura in fibra ottica che consenta velocità di connessione fino a 1 Gbps (1000 Megabit al secondo) nei comuni di Imola e Modena. In concreto Open Fiber, la società costituita nel 2016 da Enel e Cassa depositi e prestiti per sviluppare la banda ultralarga in tutto il territorio nazionale, potrà contare sulla capillarità di 300 chilometri di infrastrutture di rete gestite da Hera, metà a Imola e altrettanti a Modena, per le attività di posa. 

A Imola il piano di sviluppo di Open Fiber prevede un investimento di circa 8,5 milioni di euro per la copertura della città. I primi cantieri sono stati aperti lo scorso autunno e l’obiettivo è completare il tutto entro 18 mesi dall’avvio dei lavori. In totale saranno cablate quasi 25.000 unità immobiliari.

La convenzione siglata a suo tempo con il Comune stabilisce le modalità di scavo e ripristino, come previsto dal decreto ministeriale del 2013. Ora, grazie alla collaborazione con il Gruppo Hera, gestore dei servizi a rete sul territorio, Open Fiber potrà utilizzare cavidotti e infrastrutture sotterranee già esistenti per limitare il più possibile scavi ed eventuali disagi per la viabilità e cittadini. L’obiettivo è ottimizzare modalità e tempi di lavoro, oltre a autorizzazioni e piano dei lavori.

L’accordo prevede una concessione per l’utilizzo delle infrastrutture di rete della durata di vent’anni, prorogabile eventualmente per altri venti, oltre al contributo tecnico da parte delle professionalità di Hera per la realizzazione del progetto. 

Il cablaggio di Imola rientra in un più ampio piano di investimenti per l’Emilia Romagna, che comprende anche Bologna, Ravenna, Cesena, Piacenza, Forlì, Ferrara, Rimini, Reggio Emilia, Modena e Parma oltre a numerosi comuni dell’hinterland bolognese. 

La fibra ottica di Open Fiber consentirà una velocità di connessione fino a 1000 Megabit al secondo, sia in download che in upload. L’intervento di predisposizione è a totale carico di Open Fiber e non comporta costi per i cittadini.

Nel momento in cui questi ultimi vorranno attivare la connessione nel proprio appartamento dovranno rivolgersi ad un gestore telefonico, che dovrà garantire l’allacciamento, questa volta a carico del cliente. Open Fiber infatti non vende servizi in fibra ottica direttamente al cliente finale, ma è attivo solo nel mercato all’ingrosso, offrendo l’accesso a tutti gli operatori di mercato interessati.

Da notare che Open Fiber sta lavorando per portare la rete veloce anche in 1268 unità immobiliari pubbliche e private di Castel del Rio, comprese quelle isolate, entro il 2018. Una nuova infrastruttura in fibra ottica di quasi 60 chilometri per un investimento da un milione e 660 mila euro, reso possibile grazie alla convenzione firmata tra il ministero per lo Sviluppo economico, la Regione, il Comune alidosiano e Infratel Italia, società in house del Ministero. Open Fiber infatti si è aggiudicata la prima gara per la realizzazione e la gestione di una rete a banda ultra larga nelle cosiddette “aree bianche”, di cui Castel del Rio fa parte insieme ad altri 3043 comuni di Emilia Romagna, Abruzzo, Lombardia, Molise, Toscana e Veneto iscritti al bando di gara. Open Fiber realizzerà anche in questo caso la rete pubblica e ne avrà la concessione per 20 anni, curandone anche la manutenzione. (l.a)

Connessione ultraveloce in fibra ottica, Open Fiber utilizzerà le reti Hera per la posa. Meno disagi per gli scavi
Economia 26 giugno 2018

Brutta sorpresa dai diamanti da investimento. Una ventina di risparmiatori si è rivolta a Federconsumatori

La volatilità dei mercati e i rendimenti bancari sempre più esigui hanno fatto sì che in questi ultimi anni i diamanti siano diventati anche un bene rifugio, così come lo era il mattone prima della crisi del settore immobiliare. Per alcuni risparmiatori, anche imolesi, l’acquisto delle preziose pietre si è tramutato in una brutta sorpresa quando si è scoperto non solo che i diamanti venivano venduti a prezzi superiori rispetto al reale valore di mercato, ma anche che non era poi così facile rientrare in possesso del capitale investito, senza contare le alte commissioni di uscita.

In pratica, l’acquisto veniva presentato come un investimento sicuro e redditizio a lungo termine (10-20 anni). Le curve di rendimento mostrate dagli intermediari non erano però basate su listini internazionali di riferimento, come ad esempio Rapaport e Idex, ma sulle quotazioni che le stesse società pubblicavano periodicamente all’interno di spazi pubblicitari sul Sole24ore e Milano finanza. E se nel frattempo il risparmiatore decideva di rientrare in possesso del capitale investito, occorreva sperare che gli stessi intermediari trovassero altri compratori. Secondo l’Autorità, il fatto che l’investimento fosse proposto attraverso gli istituti di credito dava credibilità alle informazioni contenute nel materiale promozionale delle due società, inducendo i consumatori all’acquisto senza effettuare ulteriori accertamenti, sulla base della fiducia riposta nella banca e nei suoi funzionari. In totale la sanzione è stata di oltre 15 milioni di euro: 2 milioni per Idb, 4 milioni per Unicredit, 3,35 milioni per Banco Bpm, 1 milione per Dpi, 3 milioni per Intesa San Paolo, 2 milioni per Mps.

Dopo le multe, è scattato il ricorso al Tar, che dovrà pronunciarsi in merito. Tra i risparmiatori coinvolti ci sono anche degli imolesi, che dalla fine dello scorso anno hanno cominciato a rivolgersi alla sede locale di Federconsumatori. «All’inizio si trattava di richieste sporadiche – spiega la referente, Lavinia Lo Scalzo – poi, a seguito di trasmissioni tv che segnalavano la problematica, si è intensificato il flusso di persone che si rivolge al nostro sportello, in media un paio alla settimana. Le pratiche avviate, ad oggi, sono una ventina, ma la sensazione è che la vicenda riguardi molte più persone».

lo.mi.

L”articolo completo su «sabato sera» del 21 giugno.

Brutta sorpresa dai diamanti da investimento. Una ventina di risparmiatori si è rivolta a Federconsumatori
Economia 26 giugno 2018

L'azienda guelfese Ecobologna si amplia e asfalta le strade. Nuove assunzioni in vista

Quadruplicare la quantità di inerti conferiti e, parallelamente, impegnarsi ad asfaltare le strade adiacenti l’impianto. E’ questo il succo della richiesta (e relative prescrizioni) della conferenza dei servizi che si è chiusa positivamente e che consentirà di ampliare l’attività alla Ecobologna Srl, azienda al civico 8 di via Chiusa, al confine tra Castel Guelfo e Castel San Pietro. Ora, come ultimo passo formale, si attende la delibera di Giunta regionale che approverà l’ampliamento del quantitativo dei materiali che è possibile recuperare.

L’impianto è di proprietà dei fratelli Fabio e Simone Castori e si occupa del recupero dei rifiuti non pericolosi derivati da demolizioni, inerti e terre da scavo. «Recuperiamo materiale sia grossolano che fino – spiega Fabio Castori -. Gli inerti così lavorati possono essere usati come stabilizzato da posare prima dell’asfalto oppure come sabbiella fine a protezione dei tubi, mentre la terra, opportunamente vagliata, può servire nei giardini e, più grossolana, come rilevato nelle costruzioni stradali o ferroviarie». La quantità di materiale trattato, però, può essere ben di più nell’area da 57 mila metri quadrati di via Chiusa. «Finora potevamo recuperare 20 mila tonnellate all’anno – spiega Fabio Castori -. Due anni fa, però, abbiamo dovuto chiudere l’attività a luglio perché avevamo già esaurito il quantitativo autorizzato, mentre nel 2017 dilazionando di più siamo arrivati a settembre». Da qui l’esigenza di chiedere un aumento. «Dal 2019 potremo arrivare a 90 mila tonnellate annue – prosegue Castori -. Per il 2018, invece, avremo un aumento graduale legato ad alcuni interventi decisi in conferenza dei servizi».

In sostanza, fino a fine settembre Ecobologna Srl potrà trattare altre 20 mila tonnellate, ma «in questo lasso di tempo dovremo aver fatto i lavori di ampliamento da 12 mila metri quadri del piazzale che fungerà da stoccaggio degli inerti lavorati e da magazzino delle nostre attrezzature, nonché aver realizzato vasca di laminazione, nuova fognatura e recinzione. Per noi si tratta di un investimento da 300 mila euro. Solo ultimate queste opere, ci verranno concesse altre 20 mila tonnellate». Nel frattempo, come definito in accordo con il Comune, la società ha già fatto i primi e più urgenti rappezzi in via Brina e in via Chiusa, ma, come stabilito in conferenza dei servizi, si impegnerà anche in futuro. «Dovremo occuparci delle asfaltature periodiche nel percorso che seguono i camion per venire in azienda, ossia via Chiusa (dal civico 8 fino all’incrocio con via Brina), via Brina e via Poggio, a garanzia delle quali verseremo al Comune di Castel Guelfo una fideiussione da 140 mila euro – aggiunge il titolare -. Invece per gli Stradelli Guelfi dovremo contribuire in una percentuale da definire rispetto alle manutenzioni che deciderà di effettuare annualmente la Città metropolitana (proprietaria della strada, ndr) nel tratto dall’incrocio con via Poggio fino alla rotonda all’altezza della via San Carlo. In via Brina allargheremo la strada di circa un metro in corrispondenza dei due punti più stretti e, se necessario, faremo alcune piazzole di interscambio».

Tutte queste attività renderanno necessario anche un aumento di personale. «Oggi abbiamo quattro dipendenti, ma con l’ampliamento servirà sicuramente un operaio in più già da fine anno e poi altri 1 o 2 nel 2019» conclude Castori.

gi.gi.

L”articolo completo su «sabato sera» del 21 giugno.

Nella foto: Fabio e Simone Castori

L'azienda guelfese Ecobologna si amplia e asfalta le strade. Nuove assunzioni in vista
Economia 22 giugno 2018

Bio-On inaugura lo stabilimento di Gaiana per produrre le bioplastiche che non inquinano

Bio-on, società bolognese che sviluppa bioplastiche di derivazione naturale ha inaugurato ufficialmente l’impianto produttivo a Gaiana di Castel San Pietro. La posa della prima pietra è avvenuta a marzo 2017, l’avvio a regime è previsto entro l’anno o poco più. «Dalla posa della prima pietra ad oggi abbiamo rispettato il programma dei lavori e mantenuto le promesse che abbiamo fatto al mercato» ha sottolineato soddisfatto Marco Astorri, presidente e ceo di Bio-on.

Fino ad ora Bio-on, che è nata nel 2007, è quotata all’Aim su Borsa Italiana e ha sedi e laboratori tra San Giorgio di Piano, Minerbio, Bentivoglio, si è limitata a sviluppare e concedere in licenza nuove materie plastiche, derivate da scarti agricoli. Ora, con un investimento di 20 milioni di euro, ha un polo produttivo sviluppato su un”area di 30mila metri quadrati con un”estensione di 3.700 metri coperti e 6 mila edificabili.

Tra l’altro si tratta di un’operazione di riqualificazione industriale in quanto l’azienda ha recuperato a nuova vita l’ex stabilimento della Granarolo, chiuso da tempo. Un’operazione che, sin dall’inizio, ha trovato l’appoggio nell’Amministrazione castellana del sindaco Fausto Tinti.

«Siamo estremamente orgogliosi – ha aggiunto Astorri – perché questa fabbrica rappresenta un’eccellenza del Made in Italy e l’inizio di una nuova era per la chimica verde mondiale. Da oggi molte aziende, grazie alla nostra bioplastica, avranno la possibilità di salvaguardare l’ambiente e dare una svolta ecologica ai loro prodotti, rispettando le nuove normative sempre più severe sui limiti di utilizzo delle plastiche tradizionali».

L”impianto, dotato delle più moderne tecnologie e dei più avanzati laboratori di ricerca e sviluppo, da ottobre produrrà mille tonnellate all”anno di Minerv Bio Cosmetics, microperline in bioplastica per l”industria cosmetica; sostituirà le tradizionali particelle di plastica  (microbeads) derivate dal petrolio e usate come addensanti in vari prodotti come smalti, creme, shampoo o dentifrici, che una volta immesse nell”ambiente entrano nella catena alimentare senza essere smaltite producendo un inquinamento e danni talmente gravi da essere state vietate in molti Paesi del mondo a partire dagli Stati Uniti. Le micro particelle Minerv Bio Cosmetics sono naturalmente biodegradabili. Non solo, il biopolimero sviluppato nei laboratori di Bio-on costituisce, in fase di decomposizione, un nutriente per alcuni microrganismi e vegetali presenti in natura.

In futuro, con un raddoppio della capacità, fornirà altri prodotti per il bio medicale e di bioremediation, ovvero il Minerv Biorecovery che ripulisce i mari dagli idrocarburi.

Nell”area del nuovo impianto, infatti, hanno sede tre business unit: Bio-on Plants che gestisce il sito produttivo; i lavoratori della divisione Cosmetic, Nanomedicine & Smart Materials, dotati delle più moderne tecnologie per sperimentare nuovi tipi di bioplastica e la divisione Recovery e Fermentation che studia nuove materie prime naturali da trasformare in bioplastica.Tutte le bioplastiche sviluppate da Bio-on, sono ottenute da fonti vegetali rinnovabili senza alcuna competizione con le filiere alimentari.

Nelle foto il nuovo impianto Bio-On, sul palco da sinistra Marco Astorri e il sindaco di Castello Fausto Tinti

Bio-On inaugura lo stabilimento di Gaiana per produrre le bioplastiche che non inquinano
Economia 20 giugno 2018

Massimiliano Mascia del San Domenico cucina per beneficenza con Gordon Ramsay e Carlo Cracco

Lo chef Massimiliano Mascia del San Domenico di Imola tra gli chef stellati protagonisti della serata “Gordon Ramsay & Friends” al Forte Village in Sardegna. Un evento giunto alla seconda edizione che ha lo scopo di raccogliere fondi per la Fondazione del celebre cuoco inglese e della moglie. Insieme a Mascia (2 stelle Michelin) e Ramsey (7 stelle Michelin complessive per 4 dei suoi 23 ristoranti) anche Giuseppe Mancino (2 stelle Michelin) e Carlo Cracco (1 stella Michelin), anche quest”ultimo ben noto volto dei format di cucina televisivi.

Un quartetto stellato per la prima volta in cucina insieme nel prestigioso resort per la Gordon & Tana Ramsay Foundation che sostiene la Great Ormond Street Hospital Children”s Charity.

Il “nostro” chef ha proposto per l’occasione un primo piatto: riso mantecato all’olio extra vergine di oliva con crema di piselli, spugnole e sugo di arrosto. Tra l”altro, Mascia a luglio e agosto si occuperà della Terrazza San Domenico proprio nel cuore del Forte Village. Affiancato da parte dello staff proveniente dalla cucina di Imola, proporrà agli ospiti alcuni grandi classici del San Domenico, come l’Uovo in Raviolo San Domenico con burro di malga Parmigiano dolce e tartufo di stagione. Senza dimenticare la classica piadina romagnola per portare un po” della passione e vitalità dell’Emilia Romagna in Sardegna.

Nella foto Massimiliano Mascia, Gordon Ramsay, Giuseppe Mancino e Carlo Cracco

Massimiliano Mascia del San Domenico cucina per beneficenza con Gordon Ramsay e Carlo Cracco
Economia 19 giugno 2018

L'innovativa montatura di telescopi dell'azienda imolese Npc in grado di «inseguire» i detriti spaziali

Quando lo scorso aprile tutto il mondo era con il fiato sospeso per la caduta della stazione spaziale cinese Tiangong, l”azienda imolese Npc è riuscita a intercettare e seguire per 6 minuti consecutivi il modulo in transito a circa 220 chilometri dalla terra. Questo grazie a uno dei prodotti sviluppati dalla sua divisione Spacemind, un sistema di puntamento dinamico, collocato per l’occasione nel piazzale dell’azienda in via Malatesta, che consente ai telescopi di inseguire oggetti molto veloci come i detriti spaziali. 

La Npc (New production concept) è nata nel 2002 ed è specializzata nella progettazione e fornitura, come terzista, di macchine complete per il packaging e beverage per importanti clienti come Tetra Pak e Sacmi. Sei anni or sono, però, Npc ha iniziato a muovere i primi passi anche nel settore aerospaziale, avviando una collaborazione con due giovani ingegneri, l’imolese Niccolò Bellini e il pesarese Davide Rastelli, nel momento in cui erano in procinto di avviare la loro start-up Spacemind. Ma prima ancora di vedere la luce, questa è stata inglobata all’interno di Npc come vera e propria divisione aziendale. L’ambito di ricerca sono i nanosatelliti, piccoli cubi modulari, che vanno da 1 a 10 chili di peso. La struttura di base ha lati di appena 10 centimetri. «Quello in cui ci stiamo muovendo – spiega il presidente di Npc, Nabore Benini – è un settore di nicchia, una sorta di privé all’interno di un club ristretto. Noi ci abbiamo messo piede e ci stiamo facendo conoscere a livello internazionale, con la presenza ai principali simposi, fiere e convegni del settore».

La scelta di concentrarsi sui nanosatelliti è tutt’altro che casuale. Le stime infatti prevedono una crescita esponenziale del loro utilizzo nello spazio, perché richiedono costi e tempi di sviluppo inferiori rispetto ai satelliti tradizionali e sono meno impattanti sull’ambiente, dato che per le loro ridotte dimensioni, una volta ultimato il ciclo di vita, si disintegrano entrando a contatto con l’atmosfera. Nel 2017 ne sono stati lanciati circa 200, ma si prevede che nei prossimi cinque anni il loro numero salirà a oltre 2 mila. Un’opportunità di business allettante e che non è sfuggita ai soci di Npc, le aziende Curti Costruzioni meccaniche di Castel Bolognese (40%), Ecor di Schio (40%) e Benini stesso (20%). «Quando all’estero raccontiamo la nostra storia – dicono i trentenni Bellini e Rastelli, già compagni di studi all’università di Forlì e oggi colleghi – colpisce la scelta fatta da Npc di puntare su un settore così costoso come quello aerospaziale, senza ricorrere, per il momento, a finanziamenti o bandi, investendo in proprio e creando addirittura una divisione interna. Per far questo servono lungimiranza, coraggio e concretezza. Neanche le nostre collaborazioni con le università di Bologna e La Sapienza di Roma sono supportate da fondi pubblici». 

Spacemind partecipa anche allo sviluppo di missioni satellitari, come quella di 1Kuns-Pf, il primo nanosatellite del Kenia, rilasciato l’11 maggio scorso dalla Stazione spaziale internazionale Iss. Una parte dell’assemblaggio è avvenuta proprio a Imola. Oggi Npc ha 33 dipendenti e un fatturato di circa 24 milioni di euro. «Abbiamo aspettative alte – conclude il presidente -. In cinque anni, grazie alla divisione Spacemind, contiamo di aumentare il fatturato di circa il 15-20 per cento. La visione, in prospettiva, è realizzare a Imola un centro di eccellenza per applicazioni aerospaziali e progettazione di nanosatelliti. Anche se in Europa l’Italia è il fanalino di coda nel settore aerospaziale, qui abbiamo teste e creatività. Non serve andare fuori. Dobbiamo riuscire a tenere i giovani in Italia per farli crescere qui».

lo.mi.

L”articolo completo su «sabato sera» del 14 giugno.

Nella foto: il presidente di «Npc» Nabore Benini (al centro), con a destra Niccolò Bellini e Davide Rastelli, accanto a «Moral» la montatura per telescopi

L'innovativa montatura di telescopi dell'azienda imolese Npc in grado di «inseguire» i detriti spaziali
Economia 18 giugno 2018

Addio diserbanti chimici, a Codrignano le erbacce le eliminano col vapore

Basta diserbanti chimici, largo al vapore. E’ la scelta originale di Andrea Landi, titolare assieme alla moglie Alessandra Gentilini dell’azienda agricola “Il sole nella frutta” di Codrignano di Borgo Tossignano. Da quest’anno, per eliminare le erbacce dai suoi campi utilizza solo acqua, portata a una temperatura di circa 160 gradi. «Per poter dare un prodotto sempre più salubre ai nostri clienti – spiega Landi – abbiamo deciso di abbandonare la pratica del diserbo chimico». Il tema si collega al discusso glifosato, il principio attivo più usato al mondo nei prodotti erbicidi e che alcuni studi sostengono sia nocivo alla salute. L’Unione europea ha più volte rinviato un pronunciamento in merito e anche in Italia il suo uso è a tutt’oggi consentito nelle quantità previste dai disciplinari.

«Prima usavamo un erbicida sistemico a base di glifosato – dettaglia l’agricoltore -. Il disciplinare ammette sei chili di prodotto per ettaro, ma noi lo usavamo con un dosaggio più basso, comunque efficace. E nonostante i dispositivi di protezione come maschera, tuta e guanti, alla fine di una giornata di lavoro lo sentivo addosso». Ora con il vapore è tutta un’altra cosa. «Se aggiungessi un po’ di eucalipto, potrei fare anche l’aerosol – scherza -. La scorsa primavera abbiamo acquistato una caldaia, che viene attaccata al trattore. Il vapore “lessa” le erbacce, facendo seccare gli steli. Più volte si passa e più il diserbo è efficace. Usiamo questo metodo nel frutteto. La macchina è dotata di una campana che ci permette di evitare i tronchi, mentre per zone più definite come l’orto usiamo una lancia manuale, simile a quella di una idropulitrice, con un getto più limitato. So che in Austria e in Germania questo sistema viene usato anche dalle amministrazioni comunali per la gestione del verde pubblico».

Acqua e gasolio sono la materia prima. «Servono dieci quintali d’acqua per ettaro e 4-5 litri di gasolio all’ora. Rispetto a un diserbante chimico occorre più tempo e più manodopera. Dal punto di vista economico è meno conveniente, ma si guadagna in salubrità».

L’investimento, di circa 20 mila euro, partecipa al bando per la copertura al 50% con fondi del Psr regionale. Per ora, a usare il vapore sono ancora in pochi. «L’azienda modenese, l’unica a produrre caldaie di questo tipo in Italia, ci ha detto che siamo gli unici clienti nel circondario imolese e tra i pochi in Italia».Per distinguersi, i titolari puntano non solo sul vapore, ma anche sul colore. «Oltre alle patate viola, gialle e rosse – conclude il titolare – da quest’anno produciamo fagiolini viola e bietole con steli gialli, fucsia e arancioni». In questo caso a lessarle, però, ci deve pensare il cliente. (lo.mi) 

Nella foto Andrea Landi impegnato nella “vaporizzazione” delle erbacce

Addio diserbanti chimici, a Codrignano le erbacce le eliminano col vapore

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