Economia

Economia 27 febbraio 2018

Agricoltura, fissato il prezzo delle patate. I commenti dei produttori: «Troppo basso e non copre i costi»

Ventun centesimi al chilo. E’ questo il prezzo fissato a metà gennaio dalla Borsa patate di Bologna per ripagare i produttori. Un prezzo che li costringerà non solo a non guadagnare nulla da un’annata già pessima dal punto di vista climatico, ma addirittura a non riuscire a coprire i costi, che lo scorso anno sono stati più alti del solito a causa soprattutto della siccità. 

In Italia si consumano ogni anno circa 2 milioni di tonnellate di patate, a fronte di una produzione che nel 2017 è stata di circa 1,3 milioni di tonnellate. Da qui la necessità di importare prodotti, in prevalenza da Francia e Germania. «Il raccolto 2017 – commenta Michele Filippini, presidente della nuova organizzazione di produttori Agripat – ha sofferto le avversità climatiche. Lo sforzo in fase di raccolta non è stato premiato dal mercato e il prezzo fissato è un risultato a due facce: discreto se consideriamo l’annata, pessimo se consideriamo la redditività del settore agricolo. Non siamo contenti del prezzo fissato dalla borsa, ma ci rendiamo conto che si sia garantito agli agricoltori associati un’annata non così disastrosa come era apparsa nella stagione estiva. Si segnala, comunque, una flessione degli acquisti domestici di patate in Italia a causa di vari fattori. Dobbiamo invertire la tendenza, scegliendo varietà gradite al consumatore e che possano essere destinate ai principali utilizzi in cucina». 

Passando ai produttori, la famiglia Montroni-Brini conduce un’azienda agricola che si estende nei comuni di Castel San Pietro, Imola e Dozza, con una ventina di ettari destinati anche alla produzione delle famose patate al selenio. «Chi produce questo tipo di patate – ci spiega Luisa Brini, che conduce l’azienda assieme al marito Roberto e alle due figlie Flavia e Chiara Montroni – può sperare in qualcosa in più dei 21 centesimi al chilo stabiliti dalla Borsa patate di Bologna, ma non è comunque sufficiente a garantire il rinnovamento delle attrezzature e delle tecnologie. Inoltre, il fattore di produzione che incide maggiormente sulla coltivazione delle patate è l’irrigazione e la scorsa stagione abbiamo speso molto di più rispetto agli altri anni. Noi utilizziamo una decina di pozzi di nostra proprietà, ma alla fine il costo dell’energia elettrica e del gasolio utilizzati è molto superiore al canone che pagheremmo se fossimo allacciati alla rete consortile. Rispetto agli altri Stati europei il problema principale è la scarsa competitività delle imprese italiane, dal momento che il costo del lavoro è troppo alto, quelli energetici e logistici sono sproporzionati e la burocrazia è esagerata».

Il trentenne imolese Fabrizio Pirazzoli, invece, coltiva terreni a Imola, Mordano, San Prospero, Castel Guelfo e Dozza. Produce solo varietà Primura certificata Patata di Bologna Dop e possiede una sessantina di ettari di proprietà, oltre ad una trentina in affitto, a rotazione. «In questi ultimi anni – spiega – tanti agricoltori si sono avvicinati a questo tipo di coltura e in tanti sono già scappati. Oggi, arrivando a incassare soltanto in primavera, non facciamo altro che anticipare i costi di produzione, facendo da “istituti di credito” per cooperative e consorzi. L’anno scorso sono stati più alti di circa il 7-8 per cento, mentre i quantitativi prodotti non sono stati elevati, senza contare le spese legate alle certificazioni che ci chiede il mercato. Il paradosso è che oggi la patata Dop viene venduta a un prezzo più basso di qualsiasi altra patata comune prodotta in Italia, Francia o Tunisia».

lo.mi.

L”articolo completo su “sabato sera” del 22 febbraio.

Nella foto: Fabrizio Pirazzoli

Agricoltura, fissato il prezzo delle patate. I commenti dei produttori: «Troppo basso e non copre i costi»
Economia 20 febbraio 2018

Boom birre artigianali, cresce il made in Italy e calano le importazioni straniere

Il 2017 è stato l”anno del boom delle birre artigianali italiane: secondo l”analisi dei dati Istat presentata da Coldiretti all”interno dell”appuntamento di settore Beer Attraction di Rimini, la produzione attualmente stimata delle birre artigianali italiane è di 50 milioni di litri. Una crescita esponenziale dovuta anche all”aumento, negli ultimi dieci anni, del numero di microbirrifici artigianali, passati da 113 a 718.

Più “bionde” italiane, meno straniere. Oltre ad essere cresciuti i boccali made in Italy, l”anno scorso sono anche crollati del 79 per cento i consumi di birre inglesi nel Belpaese e del 31 per cento le importazioni tedesche.

Ma quanto bevono gli italiani? Con la differenziazione del mercato, sempre più caratterizzato da produzioni artigianali ed agricole, gli italiani bevono più birra. Secondo l”Istat piace a quasi un italiano su due, con un consumo medio pro capite di oltre 31 litri all”anno. Fra birre artigianali ed industriali si tratta di una filiera che vale circa 6 miliardi di euro.

“Negli ultimi anni – spiega Coldiretti – la produzione artigianale made in Italy si è molto diversificata con numerosi esempi di innovazione, dalla birra aromatizzata alla canapa a quella pugliese al carciofo di colore giallo paglierino ma c’è anche quella alle visciole, al radicchio rosso tardivo Igp o al riso”.

Birra buona non solo per il palato. Oltre a contribuire alle economie locali e nazionale, la birra artigianale rappresenta anche una forte spinta all”occupazione soprattutto tra gli under 35. Fantasia, innovazione ma anche certificazione dei prodotti e chilometro zero sono le parole chiave di un settore che con la sua crescita sostiene la ripartenza dell”agricoltura. 

“Stanno nascendo anche nuove figure professionali – continua Coldiretti – come il sommelier delle birra, capace di riconoscere i caratteri principali di stile, gusto, composizione, colore, corpo, sentori a naso e palato e suggerire gli abbinamenti ideali delle diverse tipologie di birra con primi piatti, carne o pesce e perfino con i dolci”.

Nel circondario imolese vi sono diversi esempi di birrifici e birre artigianali.

mi.mo

Foto: Ansa

Boom birre artigianali, cresce il made in Italy e calano le importazioni straniere
Economia 19 febbraio 2018

Area Blu ridà al Comune funzioni e lavoratori dell'ex Benicomuni. Presentato il progetto ai sindacati

La breve, e tormentata, storia di Benicomuni non si è ancora esaurita del tutto, nonostante che la società interamente detenuta dal Comune di Imola ad aprile 2017 sia stata incorporata da Area Blu, società partecipata da enti pubblici e che ha nel Comune di Imola l’azionista di riferimento. Quest’ultimo lunedì, infatti, si è svolto in municipio un incontro tra Comune e sindacati, ai quali è stato presentato ufficialmente il progetto di reinternalizzazione di alcune funzioni che facevano capo, prima, a Benicomuni e, oggi, ad Area Blu.

Benicomuni era nata nel 2013, dopo mesi di dibattito politico e di complicata trattativa sindacale, a seguito dello scorporo dei servizi manutentivi del Comune di Imola. Una Srl totalmente detenuta dal Comune, che si sarebbe dovuta occupare della gestione e del mantenimento del patrimonio immobiliare, della progettazione di opere pubbliche, della riqualificazione del verde comunale, degli interventi sulle strade e dei servizi cimiteriali. Scopo dell’operazione: il miglioramento della capacità di risposta dei servizi oggetto di esternalizzazione in un quadro di efficientamento complessivo dei servizi pubblici. La successiva modifica del quadro normativo nazionale di riferimento ha portato all’incorporazione di Benicomuni in Area Blu.

L’accordo siglato allora coi sindacati permetteva più opzioni contrattuali per il personale trasferito. Dentro Benicomuni per diverso tempo, i lavoratori hanno beneficiato di trattamenti differenziati e la situazione si è sanata soltanto con l’incorporazione in Area Blu ed il conseguente avvio di una lunga e complessa trattativa che ha portato alla stesura ex novo di un contratto aziendale. Contratto che ha armonizzato, uniformandole, le parti normative pregresse e definito le modalità di erogazione di salario accessorio, di cui hanno beneficiato anche i dipendenti rimasti legati al contratto degli enti locali.

E si è arrivati oggi con la progettata reinternalizzazione di alcune funzioni. Motivo? La troppo complicata gestione di iter che prevedono, per legge, l’approvazione da parte degli organismi pubblici. «Stiamo tenendo monitorata la situazione – informa Elisabetta Brazzoli, funzionaria della Fp-Cgil – partecipando sia ai tavoli di concertazione con l’amministrazione pubblica, sia incontrando l’azienda. La nostra preoccupazione è di tenere in equilibrio il sistema senza creare disegualianze tra lavoratori all’interno della compagine comunale».

Alcuni aspetti sono già stati chiariti, ma è presumibile che si rivelerà più o meno complicata a seconda di alcune variabili personali, quali il contratto nazionale di appartenenza, l”inquadramento, il salario accessorio e la continuita previdenziale.

L”articolo completo su “sabato sera” del 15 febbraio.

r.e.

Nella foto: un dipendente di Benicomuni

Area Blu ridà al Comune funzioni e lavoratori dell'ex Benicomuni. Presentato il progetto ai sindacati
Economia 16 febbraio 2018

Bitcoin, il parere dell'economista Alberto Forchielli: «Fenomeno destinato a passare»

Per capire meglio il fenomeno dei bitcoin, tutto legato al web, abbiamo interpellato l’economista di origini imolesi Alberto Forchielli, che da Bangkok, dove risiede, ha risposto al nostro appello con la consueta disponibilità. «Innanzitutto – ci spiega – il bitcoin non è una valuta; considerarlo tale è un tragico equivoco. Non può essere paragonato all’euro o al dollaro perché non è emesso da una Banca centrale, dietro non c’è la garanzia di un Governo, né una politica monetaria, non ha un tasso di interesse. Non c’è nemmeno trasparenza. Chi c’è dietro? Perché lo fa? Cosa vende? Di solito, le monete digitali sono emesse da società concorrenti per finanziare lo sviluppo delle proprie tecnologie blockchain, sistemi che permettono di immagazzinare e trasmettere dati sul web in modo sicuro e non modificabile. E’ come se una start-up per finanziarsi, anziché cedere quote societarie – esemplifica – si mettesse a vendere i soldi del Monopoli».

Forchielli aveva già affrontato l’argomento bitcoin lo scorso 18 dicembre, in una delle sue numerose video-chat con l’economista Michele Boldrin, docente di Economia alla Washington University di Saint Louis, nel Missouri. La chiacchierata, visibile sul canale Youtube di Forchielli, ha un sottotitolo che la dice lunga: Dove il mito e la bolla si mescolano allegramente. Nel video, i due economisti innanzitutto concordano sulla necessità di tenere separato l’aspetto monetario dalla tecnologia blockchain, su cui si basa l’uso delle monete digitali. La tecnologia, affermano, è effettivamente interessante perché consente di trasmettere dati o effettuare transazioni in sicurezza. Questo grazie al fatto che una blockchain (in italiano catena di blocchi) costruisce su migliaia di computer una lunga sequenza crittografica di dati. Per alterare una parte della catena, occorre alterare tutte le componenti andando a ritroso, cosa piuttosto complessa anche per gli hacker più esperti. Non a caso, grandi banche e istituzioni come il gruppo borsistico statunitense Nasdaq stanno già lavorando sullo sviluppo di questo tipo di tecnologia. «Resta da vedere – dicono – se una di queste blockchain si imporrà sulle altre e se le Banche centrali decideranno di adottarla come standard, cominciando anche a fissare delle regole e a renderla trasparente».

Diverso invece è, per loro, il discorso bitcoin. «L’effetto bolla è pazzesco» constatavano quando il suo valore era ancora al massimo. Coincidenza o lungimiranza, sta di fatto che da quel momento in poi il valore del bitcoin ha cominciato a cadere in picchiata. «I bitcoin non sono una valuta, ma un deposito di valore – hanno motivato -. Si reggono sulle aspettative ottimistiche del mercato e valgono fintanto che ci sono persone che ne riconoscono il valore. Un po’ come succede con i francobolli da collezione. Se si comincia a vendere, si rischia l’effetto valanga. Ogni bitcoin corrisponde a un numero primo; il consumo di energia computazionale e il tempo necessario per calcolarne di nuovi cresce in modo esponenziale, con un impatto impressionante in termini di emissioni di anidride carbonica. Dall’altra parte le monete digitali danno la possibilità di effettuare transazioni su una determinata blockchain, con il vantaggio di non dover passare da un intermediario tradizionale, come una banca».

Al telefono, Forchielli sintetizza il concetto con un altro esempio. «La criptovaluta è la declinazione finanziaria dei grillini – afferma -. Tutti quelli che dicono che è una bella cosa, sono contro le banche. I delusi dal mondo finanziario e dai poteri forti hanno creato un mondo parallelo, inventandosi queste criptovalute. Che, tra l’altro, sono ideali per le transazioni che non devono lasciare traccia, come quelle più turpi che avvengono sul dark web, l’“internet nascosto”, utilizzato ad esempio dai trafficanti di armi, organi o droga. Il successo del bitcoin è figlio anche dell’eccesso di liquidità sui mercati. Chi non sapeva dove mettere i soldi, ha investito nelle tecnologie blockchain e così sono entrati miliardi». Gli atteggiamenti dei vari Governi mondiali sono contrastanti. «Il Giappone sta cavalcando il fenomeno – aggiunge – in Cina e Corea le criptovalute sono proibite. Negli Stati Uniti c’è scetticismo».

E mette in guardia. «Il fenomeno è destinato a passare, un po’ come successo nel ’600 in Olanda, con la bolla speculativa sui prezzi dei bulbi di tulipani». Nell’ultimo mese il bitcoin ha perso il 52% del suo valore, ma intanto sul web si moltiplicano i trader che propongono guadagni stratosferici. Un far west digitale, in cui è difficile e rischioso orientarsi. «Definirlo far west è un complimento» conclude Forchielli. Anche perché se i soldi sono digitali, le truffe non sono da meno. Come accaduto a Coincheck, una delle più importanti piattaforme online giapponesi utilizzate per lo scambio di criptovalute: in seguito a un presunto attacco hacker, si è vista sottrarre un portafoglio digitale con l’equivalente di oltre 400 milioni di dollari.

lo.mi.

Nella foto: l”economista Alberto Forchielli

Bitcoin, il parere dell'economista Alberto Forchielli: «Fenomeno destinato a passare»
Economia 16 febbraio 2018

Bitcoin, alla Cantina Assirelli di Dozza si può pagare con la moneta digitale

«Posso pagare in bitcoin?». In futuro questa domanda potrebbe diventare frequente. Da quando è stata inventata nel 2009, la più famosa moneta digitale ha toccato il suo valore massimo lo scorso dicembre quando, per comprarne una, servivano poco più di 19 mila dollari, mentre la quota investita a livello globale si aggirava sui 330 miliardi di dollari. In attesa di vedere se prenderà piede anche in Italia, c’è già chi si attrezza per non farsi trovare impreparato. Dal 10 febbraio scorso all’Azienda agricola Assirelli Cantina da Vittorio si possono fare acquisti anche con il proprio portafoglio digitale. «Abbiamo lanciato questa novità in occasione dell’apertura della mescita del vino nuovo – anticipa il ventiseienne Matteo Assirelli, che dal 2010 affianca il padre Vittorio nella gestione dell’azienda di famiglia in via Monte del Re -. Unire tradizione e innovazione è quello di cui hanno bisogno le piccole e medie aziende italiane. Abbiamo quindi deciso di dare un servizio in più alla nostra clientela, un po’ come è avvenuto anni or sono con l’introduzione del Pos. Accetteremo quindi pagamenti in bitcoin, ethereum o litecoin». Ovvero tre delle oltre mille criptovalute attualmente in circolazione sul web. La novità incuriosisce. «Ci siamo iscritti su due piattaforme, Coinbase e Bitpay, che consentono di effettuare transazioni in criptovalute – prosegue Assirelli -. L’accreditamento è stato veloce e abbiamo avuto conferma in un paio di giorni. Alle piattaforme faremo riferimento anche per le quotazioni. Proprio per garantire al cliente quella migliore, abbiamo optato per due piattaforme diverse».

Il convertitore istantaneo è indispensabile, anche perché il valore fluttua in maniera vertiginosa. Impossibile quindi fissare a priori il prezzo digitale di una bottiglia di buon Sangiovese. Al momento nessuno ha ancora chiesto di pagare in bitcoin, ma Assirelli non ha dubbi sui vantaggi legati a queste nuove modalità di pagamento. «Le transazioni in bitcoin – elenca – sono in genere molto più veloci rispetto a quelle tradizionali, possono essere istantanee o richiedere al massimo pochi minuti di attesa. Le spese di transazione sono minime, in alcuni casi persino gratuite. I pagamenti sono molto semplici, basta inserire il codice alfanumerico del destinatario e spedire il pagamento. Non occorre fornire informazioni personali e segrete (come ad esempio il codice Cvv delle carte di credito classiche), ma si usano due chiavi: una pubblica e una privata. Chiunque può vedere la chiave pubblica, che in realtà è il proprio indirizzo bitcoin, ma la chiave privata è segreta. Quando si invia un pagamento in criptovaluta, si “firma” l’operazione unendo la chiave pubblica e quella privata insieme, applicando così tra loro una funzione matematica. Questa operazione genera un certificato che conferma la transazione. Finché non fai vedere a nessuno la tua chiave privata, sei assolutamente al sicuro. Infine, è utile per ricevere pagamenti dall’estero: sono immediati in ogni parte del mondo e questo ci facilita sicuramente il lavoro».

Questa non è l’unica novità in chiave tecnologica che verrà a breve introdotta dall’azienda dozzese. «Il nostro obiettivo – aggiunge – è inserire un sistema di tracciamento dei nostri prodotti in bottiglia più pregiati tramite blockchain». E qui serve qualche delucidazione in più. Il termine blockchain, letteralmente «catena di blocchi», è la tecnologia informatica che permette, mediante l”uso della crittografia, di registrare le transazioni tra due parti in modo sicuro, verificabile e permanente. E’ sfruttando proprio questo tipo di tecnologia che negli ultimi nove anni si sono moltiplicate le monete digitali. Come si applica però la tecnologia blockchain al mondo del vino? «Realizzeremo un registro digitale – risponde Assirelli – che permetterà di tracciare e monitorare ogni passaggio che il nostro prodotto fa, dai vigneti alla lavorazione in cantina. Sarà un po’ il corrispettivo del registro di cantina e sarà caratterizzato dal fatto che non si potrà modificare. Abbiamo scelto di “tracciare” quattro tipi di vini in bottiglia, a cominciare dalla vendemmia 2018. Il registro sarà pubblicato sul nostro sito e tutti potranno consultarlo. Inoltre, ogni bottiglia sarà associata a un codice Qr, che verrà stampato sul retro dell’etichetta. Il cliente potrà verificare in tempo reale che il prodotto che andrà ad acquistare sarà realmente quello, senza nessun tipo di modifica. Questo permette di esaltare le caratteristiche del made in Italy».

L’innovazione, però, non è solo informatica. «Nel 2016 – continua – abbiamo iniziato a investire in modo consistente sulle attrezzature e i macchinari legati alla produzione del vino, rinnovando e migliorando la nostra filiera produttiva e spostandoci piano piano verso un miglioramento complessivo della nostra azienda, non legato all’aumento di produzione, ma al miglioramento qualitativo del nostro prodotto. Grazie a questo, riusciamo a seguire scrupolosamente la linea di produzione di ciascun vino nato in azienda. Abbiamo acquistato vasche in acciaio, vinificatori a temperatura controllata, frigo e impianto frigorifero con inverter per raffreddare e scaldare le vasche in base alla lavorazione, micro ossigenatore per affinamento. In questo modo possiamo adottare tecniche di lavorazione più precise, in grado di esaltare i profumi del vino. Da qui anche l’idea di dare la possibilità ai nostri clienti di seguire più da vicino il nostro lavoro, dato che ci sono sempre più appassionati – conclude – interessati a capire cosa succede in campo e in cantina».

lo.mi.

Nella foto: Matteo Assirelli e il padre Vittorio

Bitcoin, alla Cantina Assirelli di Dozza si può pagare con la moneta digitale
Economia 13 febbraio 2018

Privacy, stasera un incontro alla Cna sulla protezione dei dati informatici per le imprese

Da maggio ci saranno nuove regole sulla privacy sancite dal regolamento Ue sulla protezione dei dati (Gdpr) che entrerà in vigore dal 25 maggio con i relativi principi, diritti e oneri. Qual è l’impatto della nuova normativa? Cosa si deve fare, non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche e soprattutto dal punto di vista organizzativo e legale? Privacy, Cosa cambia? Saranno questi gli argomenti dell’incontro dal titolo Imprese e nuovo regolamento privacy: cosa cambia? L’iniziativa, con la collaborazione di Cna Ambiente sicurezza qualità, aiuterà gli imprenditori a capire meglio le nuove regole, in un incontro aperto a tutte le imprese e gratuito per gli associati Cna. Appuntamento questa sera, ore 18.30, sala riunioni della sede territoriale Cna Imola, via Pola 3.

r.e.

Privacy, stasera un incontro alla Cna sulla protezione dei dati informatici per le imprese
Economia 10 febbraio 2018

Cefla, grazie C-Led ecco la super serra dove coltivare pomodori in inverno

Stanchi di mangiare pomodori olandesi (che non ha proprio il clima della Puglia, ma tantissime serre) tutto inverno? Ora, grazie alla tecnologia dell”imolese C-Led, start-up della cooperativa Cefla di Imola, arrivano sulle tavole i primi pomodori italiani coltivati in inverno. Ciò è possibile grazie alle avanzate tecnologie sviluppate da C-Led e fornite alla Fri El Greenhouse, una delle serre più tecnologiche d’Italia, situata a Ostellato, in provincia di Ferrara. Qui sono installate 25 mila lampade Inter-Light (brevettate da C-Led) lunghe ciascuna 2,5 metri, per un totale di oltre 62 km di speciali corpi illuminanti Led. All’interno della serra il clima, in termini di temperatura e salubrità dell’aria, umidità, e luce, viene regolato da un un sofisticato sistema automatico che consente un monitoraggio molto preciso dei parametri climatici. L’impianto di irrigazione, ad alta efficienza, consente il risparmio di enormi quantità d’acqua e le piante crescono rigogliose e sane. La serra e tutta l’impiantistica sono alimentate da energia ottenuta mediante un impianto di cogenerazione a biomasse.

Cefla, grazie C-Led ecco la super serra dove coltivare pomodori in inverno
Economia 7 febbraio 2018

Curriculum e colloquio, i consigli dei direttori del personale di quattro grandi aziende

Per una sera i ruoli si sono invertiti e a dover rispondere alle domande sono stati proprio coloro che, per lavoro, ogni giorno fanno domande ai candidati in cerca di assunzione. I direttori del personale e Human resources delle aziende Crif, Curti, Hera e Sacmi sono stati «interrogati» lo scorso 25 gennaio, in occasione dell’iniziativa Jobsmart, giovani al lavoro, organizzata dal Comitato giovani soci della Bcc ravennate forlivese & imolese, seconda di tre puntate che aveva al centro il tema della ricerca del lavoro e per obiettivo dare consigli pratici su come affrontare curriculum vitae e colloquio. Tra il pubblico di una sala Bcc al completo c’erano anche molti studenti al quinto anno dell’Istituto Paolini. L’evento è stato inoltre promosso all’interno degli Istituti Alberghetti, Ghini, del liceo scientifico Valeriani e del Ciofs.

«Oggi non esiste più il cv, ma i cv – entra nel merito Federico Ulisse Giva, responsabile Personale, Mercato, Innovazione e Staff di controllo del gruppo Hera -. Quello cartaceo è solo uno degli strumenti a disposizione; può essere postato, ad esempio, su LinkedIn (il social network che connette i professionisti, Ndr), Facebook, sul sito Alma Laurea o sul portale dell’azienda prescelta. Il vantaggio è che il cv in questo modo può essere aggiornato velocemente e adattato alla realtà per cui ci si sta proponendo. Ma attenzione a non scrivere cose diverse. Tutte le versioni devono essere unite da un fil rouge. Lo stesso vale per le foto. Meglio se si vede la figura per intero e se sono professionali».

In altre parole, niente selfie in bagno, al parco o con gli occhiali da sole. Coerenza, semplicità, originalità e sintesi sono le caratteristiche che piacciono di più agli addetti ai lavori. «A video mi colpiscono molto i cv scritti in bianco su sfondo nero – prosegue il manager -. Di solito ho a disposizione 20 o 30 secondi per vedere se un cv va bene oppure no e una caratteristica che incuriosisce può giocare a favore. Fra poco si arriverà anche a meno di qualche secondo, grazie a un robot in grado di scannerizzare i cv in base ai nostri criteri di scelta e che li scremerà. Ogni anno facciamo circa 500 selezioni, il che significa vagliare circa 3 mila candidati».

Per chi ogni giorno deve scorrere decine e a volte centinaia di curricula, l’immediatezza fa la differenza. «La prima impressione è quella che conta – conferma Chiara Errigo, Human resources senior manager di Crif e responsabile della funzione Human resources del nascente campus aziendale a Varignana -. Un cv non deve essere ridondante. Mi piacciono quelli semplici, in formato classico, con blocchi ben separati e ben chiari, dove riesco a trovare subito le informazioni che cerco. E’ importante far arrivare subito a chi legge le informazioni rilevanti». Alessandro Vicentini, direttore Human resources di Curti, cita un esempio concreto: «La personalizzazione è fondamentale. Qualche giorno fa, ad esempio, mi è arrivato un cv scritto a mano, in bella calligrafia, non troppo lungo. Mi ha colpito anche perché era chiaro che la persona si era documentata ed era interessata al nostro gruppo. Un cv di una pagina e mezza al massimo, denota capacità di sintesi. Chi ha più esperienze, dopo una breve presentazione, può inserire cinque o sei righe per ognuna, cominciando da quella attuale e andando a ritroso». L’originalità sta anche nell’evitare le frasi fatte: la formula «capacità di team building» è ormai inflazionata. Meglio valutare qualcosa di più originale.

Occhio anche a quello che si pubblica sui propri profili social. Se si sta cercando un lavoro, l’esposizione sul web può giocare più o meno a favore. «Anche le aziende guardano i social per vedere quante “facce” hanno i candidati – svela Mauro Berantelli, direttore Human resources del gruppo Sacmi -. L’importante è essere sinceri. Non c’è niente di peggio che riscontrare caratteristiche diverse da quelle dichiarate. Io, ad esempio, guardo cosa fanno i giovani nel tempo libero, i loro hobby e la disponibilità a fare cose diverse durante l’iter scolastico come tirocini, esperienze all’estero, l’Erasmus, se si sono studiate le lingue anche per conto proprio. Ciò dimostra curiosità, voglia di crescere, conoscenza del diverso, che sono per noi presupposti fondamentali».

Se non sono reali, evitare di inserire competenze magniloquenti. Meglio poche, ma vere. Durante il colloquio il selezionatore farà presto a capire dove sta la verità. Agli addetti ai lavori 30 secondi bastano per capire se un curriculum è da cestinare o meno. Lo stesso brevissimo lasso di tempo molte volte basta anche a decretare l’esito di un colloquio di lavoro, anche se per fortuna c’è ancora chi pensa, come Berantelli, che «se porti una persona a colloquio, merita attenzione. Il giudizio basato sulla prima impressione può essere rischioso». Nella lista degli errori da evitare al primo posto c’è il ritardo. «Mi infastidisce – dice perentorio Vicentini -. Se l’appuntamento è alle ore 14, non si può arrivare alle 14.05. Può capitare, ma allora in questi casi si può almeno avvisare». Anche arrivare troppo in anticipo, d’altra parte, non è un segnale positivo. Un altro passaggio cruciale è la stretta di mano. «Deve avere la giusta intensità – prosegue -, non fare male, ma nemmeno essere molle. Basta fare qualche prova prima». Tensione permettendo, presentarsi con un sorriso può essere già un buon biglietto da visita. «Non si può essere arrabbiati al primo colloquio – aggiunge -. In genere guardo anche a come il candidato risponde quando gli offro qualcosa da bere. Per me sono primi segnali».

Superato l’impatto iniziale, un elemento su cui i direttori concordano è il grado di interesse dimostrato verso l’azienda. «E’ importante essere informati – sottolinea Berantelli -, dimostrare di sapere cosa fa l’azienda in questione e con chi si ha a che fare. Sembra un’ovvietà, ma non lo è. Lo stesso vale per l’abbigliamento; deve essere adatto al contesto e a quello che si sta facendo». L’idea che un candidato debba solo rispondere alle domande è superata. Meglio essere curiosi, per non subire il colloquio in modo passivo. Ovvio che al primo incontro le domande non devono contemplare gli argomenti stipendio, tipo di contratto, ferie e straordinari. «La preparazione su ciò che fa l’azienda è fondamentale – esplicita Errigo con un esempio -. Sono bene accette tutte le domande che mi fanno capire che la persona vuole conoscere meglio cosa facciamo, le caratteristiche del ruolo, la formazione necessaria a supporto del percorso professionale. Di solito guardo se la persona è presente nel dialogo e cerco di capire se si troverebbe bene da noi. Una volta, dopo aver presentato l’azienda e il ruolo che cercavamo, ho chiesto alla candidata cosa ne pensasse, ottenendo per cinque o sei volte la stessa risposta poco esaltante: “Carino”…». Altre domande possono essere, ad esempio «qual è la collocazione all’interno dell’organizzazione, quali sono gli obiettivi della figura che si sta cercando, quanto tempo si ha a disposizione per svolgere l’attività richiesta» aggiunge Vicentini.

«Bisogna avere ben chiaro che cosa si vuole – dice Giva-. Se non si è davvero disposti a fare trasferte e si afferma il contrario, si percepisce». Può anche capitare di essere messi virtualmente alla prova. «Spesso uso la tecnica Star (situazione, compiti, azioni, risultati) – prosegue – che permette di capire quali comportamenti sono stati messi in atto in un determinato contesto e quali risultati sono stati ottenuti». E dopo il colloquio? «Se passa un mese – concordano i direttori – è legittimo richiamare per avere un riscontro». Se non è andato a buon fine, nulla vieta di riprovarci tempo dopo, inviando di nuovo il cv. «L’importante è non scoraggiarsi – conclude Giva – e può essere utile restare in contatto con il selezionatore su LinkedIn». Anche all’interno della stessa azienda, la situazione può cambiare nel giro di qualche mese…

lo.mi.

Nella foto: gli organizzatori e i relatori della serata del 25 gennaio scorso

 

Curriculum e colloquio, i consigli dei direttori del personale di quattro grandi aziende
Economia 2 febbraio 2018

Giovani in cerca di lavoro, le figure più ricercate da quattro grandi aziende

Quali sono le figure più ricercate dal mondo del lavoro? La domanda è stata girata ai direttori del personale e Human resources delle aziende Crif, Curti, Hera e Sacmi durante l’iniziativa “Jobsmart, giovani al lavoro”, organizzata dal Comitato giovani soci della Bcc ravennate forlivese & imolese, seconda di tre puntate che aveva al centro il tema della ricerca del lavoro e per obiettivo dare consigli pratici su come affrontare curriculum vitae e colloquio. Tra il pubblico molti studenti delle superiori di Imola.

Le risposte? Giovani con formazione tecnica e disposti a viaggiare, ingegneri, matematici, specialisti in materie prime, esperti in automazione, progettisti elettrici, elettronici e informatici sono i profili ricercati dalla Sacmi. Il candidato ideale deve conoscere l’informatica, l’inglese e avere motivazione, passione, curiosità, flessibilità e adattabilità al cambiamento, propensione all’apprendimento continuo, capacità di relazione, capacità di lavorare in gruppo, idee e propositività. Dal 1° febbraio è online la nuova versione aggiornata del sito www.careers.sacmi.com, dove consultare le posizioni aperte e inviare la propria candidatura.

Crif, che fornisce servizi di supporto a banche e aziende su rischio di credito e analisi dati, ha al momento 16 posizioni lavorative aperte, consultabili sul sito www.crif.it.

Il gruppo Curti, che progetta e produce macchine automatiche, cerca montatori meccanici trasfertisti che abbiano alta proattività, ottima capacità di comunicazione e conoscenza della lingua inglese. Attraverso il sito www.curti.it è possibile inviare la propria candidatura spontanea.

Hera Trading, la società del gruppo Hera che opera sui mercati all’ingrosso di gas ed energia elettrica, sta cercando giovani da inserire in organico. In forte espansione, Hera Comm, cerca area manager e agenti di commercio per la vendita diretta e indiretta. Inoltre, sono sempre più richiesti i data scientist, per l’analisi dati e gli esperti di sicurezza nella trasmissione dati. Ulteriori informazioni nella sezione «Lavora con noi» del sito www.gruppohera.it.

lo.mi.

Giovani in cerca di lavoro, le figure più ricercate da quattro grandi aziende
Economia 2 febbraio 2018

Un 2017 positivo per la Sacmi che cresce e investe nel distretto modenese

Sacmi archivia un altro anno più che positivo, con il mercato Italia che, per il solo Ceramics, il business più rilevante del gruppo, fa un balzo in avanti di oltre il 23% in termini di volumi. Questo grazie anche alle sinergie con il distretto modenese della ceramica. «La straordinaria crescita del mercato Italia nel biennio – spiega Giuseppe Miselli, responsabile commerciale Italia della divisione Ceramica di Sacmi – conferma e rafforza il ruolo di Sacmi come principale partner tecnologico del distretto. I costanti investimenti in nuovi progetti, in particolare legati alla tecno-digitalizzazione delle soluzioni in ottica 4.0, hanno rafforzato la fiducia dei nostri clienti e questo si riflette nella costante crescita dei dipendenti diretti delle società Sacmi, che hanno sede in questo territorio».

Nel 2017 le persone impiegate nelle dieci aziende del gruppo con sede tra Fiorano (Modena) e Casalgrande (Reggio Emilia) hanno superato le 700 unità. «In chiusura di un altro anno particolarmente felice per il gruppo Sacmi – conferma il presidente Paolo Mongardi – dobbiamo sottolineare il valore della storica sinergia con il distretto, che si è concretizzata di recente in nuovi e importanti investimenti in persone e unità produttive». E’ dello scorso 21 dicembre l’acquisizione del 100% delle quote della Cmc di Casalgrande, storico protagonista del distretto nell’ambito delle costruzioni meccaniche per ceramiche e automazioni industriali, fornitore di sistemi di trasporto per lastre-piastrelle per la linea Continua+,  cui dipendenti sono passati in un solo esercizio da 45 a 62 unità. A ciò si aggiunge una nuova struttura (nella foto), costata 6 milioni e 800 mila euro, presso cui l’azienda si trasferirà entro aprile prossimo.

Sacmi Forni investirà a Sassuolo 3 milioni e 200 mila euro per il recupero dell’area ex Continental, 14 mila metri quadri coperti, dove la produzione dei nuovi forni entrerà a regime entro il 2018. A Fiorano cresce il ruolo di Nuova Sima quale società di supporto al business Sacmi per tutte le attività legate al fine linea, e in particolare alla logistica delle grandi lastre, con 164 dipendenti e un buon numero di ulteriori assunzioni deliberate di recente. «Il 2017 – sottolinea Claudio Marani, direttore generale del gruppo Sacmi – ha rafforzato una direzione di sviluppo che Sacmi ha intrapreso da tempo, quella della ricerca di nuove soluzioni legate ai sistemi di controllo, alla sensoristica, all’automazione, alle nuove logiche di stoccaggio e gestione del magazzino. Tale rivoluzione è partita dal Ceramics, il nostro business più grande e importante, e si riflette in modo trasversale in tutte le attività del gruppo».

Nella foto: la nuova struttura della Sacmi

Un 2017 positivo per la Sacmi che cresce e investe nel distretto modenese

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