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Cronaca 20 gennaio 2018

Un progetto del Gruppo Hera fornirà energia pulita all'azienda bolognese Bio-on

E” nata una nuova collaborazione sul territorio del circondario tra due aziende leader nei rispettivi settori. Parliamo della bolognese Bio-on, numero uno nelle tecnologie per la chimica eco-sostenibile e del Gruppo Hera che, insieme, hanno stipulato un accordo per la fornitura di energia pulita grazie alla realizzazione e alla gestione di un nuovo polo tecnologico-energetico che conterrà un innovativo impianto di trigenerazione.

L”impianto avrà una potenza pari ad 1 MW elettrico, due caldaie a vapore, due gruppo frigo industriali ad alta efficienza ed un moderno impianto di trattamento dell’acqua. Il risparmio energetico generato è di oltre 800 tep all’anno, equivalente ad una riduzione di CO2 pari all’assorbimento annuale di un bosco di 320 ettari oppure pari all’eliminazione di 810 auto a gasolio dalle strade delle nostre città. «Per una società come la nostra, che fa di innovazione e sostenibilità due degli assi portanti – ha spiegato Giorgio Golinelli, Amministratore Delegato di Hera Servizi Energia – la collaborazione con Bio-on è la rappresentazione di una naturale comunione di intenti e di una convergenza di vedute. Con questo accordo possiamo fornire un’ulteriore impronta green a un progetto che mira a cambiare il mondo delle eco-plastiche. Settore nel quale, peraltro, Hera è da tempo in prima linea per favorire la transizione verso un modello di economia circolare, che estenda la vita di materie prime e risorse attraverso il riciclo, il riuso e una maggiore durata dei prodotti».

L’intesa pluriennale comprende un investimento complessivo da parte di Hera Servizi Energia pari a 2,4 milioni di euro ed interesserà il nuovo impianto per la produzione di biopolimeri innovativi che Bio-on sta costruendo a Castel San Pietro. Lo stabilimento, per cui è servito un investimento di 15 milioni, verrà inaugurato entro metà 2018 e permetterà di dare lavoro a circa 40 persone. Sorgerà su un’area di 30.000 mq, di cui 3.700 coperti e 6.000 edificabili, e avrà una capacità produttiva di 1.000 tonnellate all’anno espandibile a 2.000. L”accordo permetterà alla nuova fabbrica d”avere a disposizione energia elettrica prodotta ed autoconsumata, energia termica sotto forma di vapore ed energia frigorifera. «Siamo estremamente soddisfatti di questo accordo – spiega Marco Astorri, Presidente Ceo di Bio-on S.p.A. – perché ci consente di aumentare e completare la sostenibilità industriale del nostro nuovo impianto produttivo. Abbiamo scelto di non sottrarre terreno all’agricoltura rigenerando uno stabilimento in disuso e con Hera aggiungiamo una forte impronta Green nell’utilizzo dell’energia per produrre un bio polimero come Minerv Phas sostenibile e completamente biodegradabile in natura».

Nella foto: l”azienda Bio-on

Un progetto del Gruppo Hera fornirà energia pulita all'azienda bolognese Bio-on
Cronaca 20 gennaio 2018

Dopo 35 anni il negozio di biancheria per la casa Landi cambia gestione

Per Gabriella e Alberto Landi il 31 dicembre non si è chiuso solo l’anno, ma anche il lungo capitolo della loro vita lavorativa, fianco a fianco dietro il bancone del negozio che porta il loro cognome. Dopo 35 anni di attività, Landi a Imola vuol dire ormai biancheria per la casa. E, va precisato, così sarà anche in futuro, dato che nei prossimi mesi subentrerà una nuova gestione che continuerà a vendere gli stessi articoli sotto la stessa insegna.

Poco prima di Natale, abbiamo incontrato i coniugi nel loro negozio e fra una richiesta e l’altra di chi era in cerca degli ultimi regali, ci hanno raccontato la loro storia di commercianti, attraverso i mille cambiamenti che in questi decenni hanno rivoluzionato il modo di vendere. Ma non il loro. Fedeli alla tradizione, hanno sempre mantenuto il rapporto diretto con i clienti, ascoltandone le richieste e cercando di soddisfarle al meglio. Al momento del conto, la signora Gabriella si appoggia sul bancone per fare ancora, come ormai più nessuno fa, la somma a mano senza l’ausilio di calcolatrici. Un’immagine quasi d’altri tempi. «La decisione è stata presa non per mancanza di clienti, ma per raggiunti limiti di età» precisa lei, con tono al tempo stesso compassato e ironico.

In realtà, i limiti sono stati anche oltrepassati, dato che il marito Alberto ha già (pur non dimostrandoli) 85 anni e ancora dà una mano alla moglie a servire la clientela. «Abbiamo cominciato a vendere biancheria per la casa prima a domicilio – spiega lei -. Mio marito era rappresentante della Zucchi e Bassetti, io gli davo una mano. Abbiamo aperto il nostro primo negozio specializzato nella vendita al dettaglio di biancheria nel 1982, nei locali davanti alla rocca oggi occupati dalla banca Bcc. Nel 2001 ci siamo trasferiti qui».

La forma curiosa dello stabile ci spinge a saperne di più e qui prende la parola il signor Alberto: «Questo una volta era uno stallatico, dove venivano “parcheggiate” le bestie quando si veniva in città. Prima era di proprietà della Cti». All’esterno, accanto alla porta di ingresso, mostra l’ultimo anello rimasto, a cui si legavano le briglie. «L’ho tenuto – dice con una battuta – perché può far comodo: qualche asino in giro c’è ancora…». Con l’indice punta le grandi arcate al primo piano. «Lì c’era il fienile» aggiunge. Nella campata centrale per anni c’è stato un cavallino a dondolo. «Era quello di mia figlia Tiziana – spiega – l’avevo poggiato lì e stava bene, in tanti si fermavano a guardarlo». Oggi, invece, tra le confezioni di lenzuola e asciugamani ci sono i giocattoli della nipotina Beatrice, di due anni. «E’ sempre qui con noi – dice la nonna -. Anche lei è cresciuta in bottega come le nostre due figlie, Raffaella e Tiziana, che hanno preso strade diverse e quindi non proseguiranno l’attività».

Per la famiglia Landi la bottega è stata un po’ una casa, anche se quella vera si trova a pochi metri di distanza, ma anche una passione alimentata dal quotidiano contatto con il pubblico. «I miei cugini di primo grado erano i proprietari del cinema Centrale – racconta Alberto, la cui famiglia, originaria di Ponticelli, si è trasferita a Imola dopo la guerra -. Da ragazzino li aiutavo a pulire la sala, poi con i miei familiari ho cominciato a produrre in proprio varichina e soda Solvay, grazie a un brevetto nostro». Dopo una parentesi di un paio d’anni all’Eni, Alberto è tornato al commercio, questa volta di bevande, assieme alla moglie Gabriella. «Siamo andati avanti per una decina d’anni – continua – proprio in questi locali dove ci troviamo oggi. Era un lavoro più pesante rispetto a questo, dato che dovevo sempre caricare e scaricare cassoni di acqua minerale. In quel periodo abbiamo avuto fino a 11 dipendenti. Poi abbiamo ceduto l’attività, che nel tempo è diventata Imola bevande».

Il passaggio dalle bottiglie alle tovaglie è stato casuale. «Su un giornale abbiamo visto un’inserzione: Zucchi e Bassetti stavano cercando un rappresentante e così mi sono presentato» conclude Alberto. Una scelta risultata vincente, come testimoniano i 35 anni di lavoro appena conclusi. La foto che ritrae marito e moglie dietro il bancone nell’ultimo giorno di lavoro sembra quasi parlare per loro. E tradisce la trattenuta commozione di quell’istante.

Nella foto: i coniugi Alberto e Gabriella Landi, nel 2001, mentre riordinano il negozio prima del trasferimento nella nuova sede

Dopo 35 anni il negozio di biancheria per la casa Landi cambia gestione
Economia 20 gennaio 2018

La Sacmi ha conquistato il mercato brasiliano della ceramica. Intervista al direttore generale Gaddoni

La Sacmi è presente nel Paese sudamericano dal 1969, arrivando ad occupare il 90% di questo immenso mercato (il Brasile è il secondo produttore mondiale di piastrelle). La persona più indicata per parlarci della situazione d”oltreoceano è senza dubbio Ermes Gaddoni, classe 1951, bubanese di nascita, perito industriale, ed entrato nel gruppo Sacmi nel 1972. Dal 1994 è direttore generale di Sacmi do Brasil. e in questi 23 anni ha trascorso la maggior parte del suo tempo in Brasile.

Come vede oggi la situazione del Paese?

«Il Brasile sta vivendo un momento di grave crisi a livello istituzionale e politico. La corruzione del Paese è endemica e capillare. Lula, socialista e terzultimo Presidente, è sotto processo per corruzione mentre per lo stesso motivo la Presidente Dilma Roussef, che lo aveva sostituito al termine dei suoi due mandati, è stata destituita. Ma anche l’opposizione non è da meno: lo sfidante della Roussef, nelle
ultime elezioni presidenziali, Aecio Neves, che era stato sconfitto di
strettissima misura, è anch’esso accusato di una impressionante serie di
malefatte. Per non parlare di Temer (Partito del movimento democratico
brasiliano), l’attuale Presidente che ha sostituito la Roussef, su cui
circolano voci assai imbarazzanti. Insomma, nessuno si salva. La
magistratura opera con determinazione e arresta corrotti ogni giorno, ma
è come cercare di vuotare il mare con un secchiello».

E la situazione economica com’è?

«Quattordici anni a conduzione “socialista” (8 di Lula e 6 della Roussef) hanno migliorato, specie i Governi guidati da Lula, le condizioni di vita degli strati più poveri della popolazione con provvedimenti di aiuto alle famiglie, di contrasto alla povertà, di miglioramento dei servizi alle persone e sostenuto le imprese facilitando crediti e finanziamenti a tassi super agevolati, generando milioni di nuovi posti lavoro e riducendo la disoccupazione ai minimi storici del Brasile. Ciò ha creato una certa “euforia della spesa”, da sempre compressa nelle classi più deboli che, unitamente ad una troppo facile concessione del credito, ha fatto volare i prezzi e l’inflazione, dando luogo ad una bolla speculativa del tipo di quella dei subprime che nel 2007-2008 diede il via negli Stati Uniti a quella crisi dalla quale noi italiani non siamo ancora usciti. Tanto per fare un esempio, l’edilizia è quasi totalmente bloccata e vi sono molte centinaia di migliaia di case e di appartamenti invenduti che mettono in crisi banche e imprese. L’occupazione è calata del 15 per cento e le attività informali, che si erano ridotte, sono riesplose».

Quale è la presenza della Sacmi sul mercato brasiliano?

«Siamo presenti nel Paese fin dal 1969, prima con una modesta struttura, poi via via in modo più consistente. Nei primi mesi del 2001 è stato acquisito nella città di Mogi Mirim, a 160 chilometri da San Paolo, un terreno di 47.000 metri quadri sul quale è stato costruito lo stabilimento industriale di Sacmi do Brasil, con 9.500 metri quadri di capannoni e 1.200 metri quadri fra uffici e magazzini. Qui produciamo forni ed essiccatoi per l’industria ceramica locale e forniamo ricambi e assistenza tecnica: un forno, largo da 2,6 a 3,25 metri, può arrivare fino a 260 metri di lunghezza; quando il mercato tira ne possiamo produrre fino a 6 linee all’anno. Il fatturato, quando il mercato è in espansione, può raggiungere per Sacmi do Brasil un controvalore di circa 30 milioni di euro, più circa 60 milioni fatturati da Sacmi Imola. I dipendenti vanno dai 120-125 nei momenti buoni ai 42 di oggi, momento di stasi».

Quale è la dimensione del settore ceramico? E quale è la vostra «presa» su questo mercato?

«In Brasile vi sono circa 60 gruppi di ceramiche per la produzione di piastrelle che, come numero, sembrano pochi ma che sono di dimensioni molto grandi: le unità più produttive del nuovo secolo raggiungono i 70 milioni di mq/anno ciascuna. I lay-out sono sviluppati “in linea”, all’interno di capannoni aventi lunghezza da 800 a 1.100 metri. La maggiore, in cui Sacmi ha istallato 5 mulini modulari Mmc, 4 atomizzatori Atm, 24 presse Ph, 12 essiccatoi, 12 movimentazioni e 12 forni, occupa un’area coperta di 280.000 metri quadri. La “potenza installata” del Brasile, cioè la capacità produttiva piena, è stimata in un miliardo e 150 milioni di mq/anno, seconda solo alla Cina e doppia della produzione italiana degli anni d’oro. Il gruppo Sacmi, nel suo complesso e con tutti i suoi prodotti, è arrivato ad occupare il 90 per cento di questo mercato. Per la maggior parte, circa 700 milioni di metri quadri, si tratta però di un prodotto povero e di basso prezzo (monocottura, impasto rosso macinato a secco). Questo settore è stato molto colpito dalla crisi edilizia ed è arrivato a fermare fino al 50 per cento della capacità produttiva. Oggi, con qualche segnale di ripresa, si lavora a circa il 70 per cento, mentre un 30 per cento è fermo. Il parco macchine per il settore ceramico installato da Sacmi in operatività sul mercato brasiliano conta ad oggi 25 mulini modulari continui, 34 atomizzatori, 415 presse, una continua plus (l’innovatova tecnologia Sacmi per produrre grandi lastre fino a 3,20 per 1,6 metri e spessore da 6 a 20 millimetri), 153 essiccatoi (verticali e orizzontali) e 132 forni».

Come vede il futuro del Brasile?

«Molto complesso, ma anche con grandi potenzialità. I Governi di Lula e
Roussef avevano suscitato molte aspettative e qualcosa di buono per le
classi più basse hanno fatto, ma sono miglioramenti che rischiano di
“evaporare” rapidamente. Infatti i “fondamentali” negativi del Paese
(corruzione, criminalità, sanità, istruzione, pensioni) sono cambiati
ben poco. Il denaro preso a prestito costa oggi almeno il 20 per cento
annuo, il ché significa che in questa cifra è incluso un 14-15 per cento
di “rischio Paese”. Rischio che il mercato finanziario internazionale
giudica evidentemente molto elevato. Nel 2018 si terranno nuove elezioni che potrebbero ribaltare qualsiasi
pronostico, anche se la maggior parte del popolo oggi pensa che per il
Partito dei lavoratori sarà difficile tornare al potere perché Lula non
potrà candidarsi. Ci sarà allora nella pubblica amministrazione un
“adeguamento” del personale direttivo: via quelli di oggi, che sono
quasi tutti del Pmdb (il partito dell’attuale presidente) che hanno
sostituito quelli del Pt, e dentro quelli di chi vince. Uno tsunami che
non farà per niente bene al Paese, come successe già quando avvenne in
senso inverso, perché spesso i nuovi non sono adeguatamente preparati. Con tutto ciò, il Brasile resta uno splendido Paese pieno di ricchezze e
di bellezze naturali, abitato in gran parte da gente allegra e cortese,
molti discendenti da italiani. Avrebbe solo bisogno di essere meglio
governato, ma i problemi da risolvere appaiono
estremamente complessi».

Nella foto: l”esterno della Sacmi a Mogi Mirim, comune a 160 km da San Paolo in Brasile

La Sacmi ha conquistato il mercato brasiliano della ceramica. Intervista al direttore generale Gaddoni
Cronaca 20 gennaio 2018

Pronti 263 mila euro per la manutenzione straordinaria della Rsa «Fiorella Baroncini»

Nei giorni scorsi il Comune di Imola ha stanziato 263 mila euro per mettere in atto una serie di interventi sulla residenza sanitaria assistenziale (Rsa) «Fiorella Baroncini» di Imola, una struttura che ospita 70 anziano non autosufficienti. I lavori previsti riguarderanno la manutenzione straordinaria di parte del tetto e l’adeguamento normativo per l’ottenimento del certificato prevenzione incendi per un locale ad uso magazzino.

Nello specifico il primo intervento (progettato da Area Blu e dal costo di circa 218 mila euro) consisterà nel rifacimento di una porzione del manto di copertura, per evitare e ridurre infiltrazioni ultimamente causate dalla forte nevicata del novembre scorso, ma se ne aggiungerà uno più complessivo, che riguarda in totale una superficie minore del 30% del suo complesso. Nello stesso momento sarà anche l’occasione per migliorare l”isolamento termico, adeguandolo alle normative vigenti attraverso la posa di un nuovo pannello termoisolante, di una guaina impermeabilizzante di colore chiaro e di installare un’adeguata linea vita, oggi assente. Il secondo intervento (anch”esso progettato dal Area Blu e dal costo di circa 45 mila euro), invece, interesserà alcune modifiche nello spazio ad uso magazzino, posto al piano terra vicino alla portineria. Verrà smantellato e rifatto l’impianto elettrico, oltre all’impianto rilevazione incendi all’interno del locale stesso.

«Abbiamo ritenuto di investire per la Rsa “Fiorella Baroncini” una cifra importante  – ha sottolineato l”assessore ai Lavori pubblici e alla Sanità  Roberto Visani – con l”obiettivo di migliorare le condizioni strutturali e di sicurezza di questa struttura. La Rsa offre un servizio molto apprezzato dalle famiglie imolesi che trovano in questa casa un luogo qualificato di assistenza per le persone non autosufficienti. Il nostro sistema distrettuale di Case Residenze per Anziani, che offre oltre 500 posti accreditati, rappresenta un patrimonio prezioso, se consideriamo l”impatto sociale generato oggi dall”invecchiamento della popolazione e dall”aumento delle malattie cronico-degenerative. Con i suoi 70 posti letto, la struttura di via Montericco rappresenta un punto di eccellenza della rete dei servizi socio-sanitari. Il nostro compito di amministratori è quello di promuovere lo sviluppo di una rete di servizi residenziali, semiresidenziali e domiciliari in grado di sostenere le famiglie nell”assistenza delle persone più fragili come gli anziani e i disabili».

Nella foto: la residenza sanitaria assistenziale «Fiorella Baroncini»

Pronti 263 mila euro per la manutenzione straordinaria della Rsa «Fiorella Baroncini»
Economia 20 gennaio 2018

Il kiwi del futuro sarà giallo. La parola agli esperti

Meglio verde o giallo? In fatto di kiwi, non è solo una questione cromatica. Per chi li produce la differenza c’è eccome. Il primo, ad esempio, è molto più diffuso nelle campagne del circondario, mentre il secondo qui in zona è ancora una rarità. Ma coltivare il kiwi giallo conviene? Quali sono i pro e i contro? Proprio di questo si è parlato nel convegno dal titolo «Kiwi giallo: opportunità per il territorio imolese?, tenutosi lo scorso 14 dicembre a palazzo Sersanti su iniziativa delle quattro associazioni di categoria Coldiretti Bologna, Cia Imola, Ugc Imola e Confagricoltura Bologna, in collaborazione con il Centro sviluppo economico territorio imolese interno alla Fondazione Cassa di risparmio di Imola. «Nel territorio imolese c’è prudenza – spiega Carlo Pirazzoli, docente del dipartimento di Scienze agrarie dell’Università di Bologna -. In Italia si producono circa 400 mila tonnellate di kiwi all’anno e la varietà gialla con le sue 35 mila tonnellate, rappresenta meno del 10 per cento. Rispetto a cinque anni fa, però, gli ettari coltivati sono saliti da 1400 a 3700. Lo spazio di sviluppo c’è e oggi il kiwi giallo sta dando risultati economici interessanti».

La strada più semplice per un agricoltore che intende avviare questo tipo di coltura è appoggiarsi a un consorzio, in grado di seguirlo in ogni fase della produzione, fin dalle analisi pre-impianto e dalla fornitura delle piante da mettere a dimora. «L’obiettivo è mantenere una qualità elevata» motiva Cristina Fabbroni, responsabile tecnico del consorzio cesenate Jingold, che comprende più di 400 aziende produttrici e ha all’attivo 1500 ettari coltivati in Italia e in Cile per coprire tutto l’arco dell’anno. «Forniamo assistenza tecnica specializzata – prosegue – con visite periodiche da parte del nostro staff, invio di bollettini mensili, monitoraggio per l’autorizzazione alla raccolta. Agli agricoltori chiediamo di rispettare le linee tecniche di coltivazione e alcune regole, tra cui l’obbligo di copertura con reti antigrandine entro il terzo anno dalla messa a dimora».

L’investimento di partenza è consistente, ma il gioco può valere la candela. Un impianto da un ettaro, con mille piante, può costare circa 40 mila euro, ma può anche arrivare a produrre (a partire dal quinto anno) fino a 30 tonnellate di kiwi, con un ritorno medio di 1 euro e 20 centesimi al chilo. Il conto è presto fatto. Questi almeno i dati di massima presentati al convegno. Va anche detto che, rispetto alla varietà verde, il kiwi giallo è più sensibile al cancro batterico Psa. «Rispetto a qualche anno fa – rassicura Fabbroni – sono stati fatti molti passi avanti a livello vivaistico. Oggi ci sono anche regolamenti per una gestione agronomica più attenta. Gli agricoltori che si attengono alle indicazioni fornite producono tranquillamente e riescono a convivere con questo problema».

Quest’anno l’andamento stagionale secco ha impedito lo sviluppo della malattia. Sul fronte della prevenzione, l’entomologo Aldo Pollini consiglia: «Messa a dimora di piante indenni, ridotto apporto di azoto, impollinazione con polline sano, potatura in giornate asciutte, trattamenti dopo la raccolta e a fine febbraio». Tanta attenzione, quindi, che richiede anche lavoro in più rispetto ad altre colture. Il mercato però ripaga, soprattutto quello estero, che assorbe gran parte della produzione italiana. «La Germania – spiega Gabriele Ferri, direttore generale di Naturitalia, che distribuisce i prodotti ortofrutticoli freschi in tutti il mondo – è il primo mercato per la varietà Jingold. A inizio 2017, un chilo di kiwi verdi veniva venduto a 1 euro e 70 centesimi, mentre mezzo chilo di kiwi gialli costava ai consumatori tedeschi 1 euro e 99. Le superfici coltivate a kiwi giallo stanno crescendo lentamente, mentre quelle del verde stanno scendendo. Zespri (tra i principali produttori mondiali, Ndr) prevede addirittura che nel 2026 la produzione di kiwi giallo – conclude – supererà quella del verde». Il futuro del kiwi, dunque, sarà decisamente giallo.

Approfondimenti, ricetta e il parere dei produttori su “sabato sera” dell”11 gennaio.

Nella foto: il kiwi giallo

Il kiwi del futuro sarà giallo. La parola agli esperti
Cronaca 20 gennaio 2018

L'«italiano dell'anno» Mattia Strocchi e il suo progetto di esoscheletro riabilatitivo ospiti a Montecatone

La ricerca è un tema che sta, o dovrebbe stare, a cuore un pò a tutti ed è ancora più bello quando un giovane si prodiga in tal senso. E” il caso di Mattia Strocchi, dicannovenne ravennate iscritto all”Università di Bologna, che, dopo essere stato nominato «italiano dell’anno» da un sondaggio di www.italiani.coop, realizzato da Coop, Nomisma e Ansa per aver progettato un esoscheletro riabilitativo, è stato invitato a passare una mattinata all”Ospedale di Montecatone.

A fare gli onori di casa il Presidente della Fondazione Montecatone Onlus Marco Gasparri, il Primario dell’Unità Spinale Dott. Jacopo Bonavita, il Direttore Sanitario Dott. Roberto Pederzini, la responsabile dell”Infrastruttura per la Ricerca e l”Innovazione Dott.ssa Tiziana Giovannini. «Da sempre – ha commentato Marco Gasparri – siamo aperti a tutti i soggetti che si occupano di ricerca. Personalmente sono convinto che occorra fare tutto il possibile per aiutare i giovani che come Mattia dimostrano volontà di capire e capacità progettuale. Come Montecatone perseguiamo da sempre attività di ricerca sulla riabilitazione a seguito di una lesione midollare, senza sensazionalismi ma con costanza e pratica quotidiana. Sono certo che aprirsi, coltivare e far crescere collaborazioni interessanti e utili anche con il mondo dell’Università, dando possibilità pratiche a giovani capaci come Strocchi, sia una scelta vincente anche per Montecatone».

Il prototipo da lui stesso creato ha già ricevuto premi anche a livello internazionale e la visita a Montecatone gli è servita per vedere da vicino il tema della lesione midollare e i campi di ricerca e sperimentazione della struttura. «E’ stata una giornata interessante – ha spiegato il giovane ricercatore – perché mi ha permesso di capire come un centro di caratura nazionale come quello di Montecatone mette in campo soluzioni pratiche per il percorso riabilitativo. Sono molto felice di questo invito e mi auguro che possa presto scaturire una collaborazione per sviluppare assieme un progetto utile e innovativo rispetto al tema dell’esoscheletro e del suo utilizzo pratico. Sarei felice di instaurare una collaborazione fattiva con Montecatone, anche in vista di una prossima start up che ho intenzione di fondare per dare attuazione pratica alla seconda fase del mio progetto».

Nella foto: a destra, il ricercatore Mattia Strocchi e il Presidente della Fondazione Montecatone Onlus Marco Gasparri

L'«italiano dell'anno» Mattia Strocchi e il suo progetto di esoscheletro riabilatitivo ospiti a Montecatone
Cronaca 20 gennaio 2018

Continuano le aperture straordinarie dei pediatri per evitare file al pronto soccorso

Continuano le aperture straordinarie dei pediatri di famiglia di Imola per venire incontro alle esigenze dei piccoli pazienti e delle famiglie in questo periodo di massimo picco dei malanni stagionali.

In presenza di sintomi di influenza, febbre alta e mal di testa, raffreddore, tosse, mal di gola, dolori muscolari sarà possibile recarsi presso i pediatri che si sono resi disponibili liberamente e gratuitamente, per chiedere un consiglio o far visitare il bambino, anziché utilizzare il Pronto soccorso, che potrà così essere utilizzato solo per le situazioni più gravi e di emergenza.

In pratica è possibile recarsi presso questi pediatri a prescindere dal luogo di residenza, purché all”interno del territorio dell”Azienda usl di Imola, e dal medico di riferimento.

Queste le prossime disponibilità:
domenica 21 gennaio dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18 presso la Pediatria di Gruppo Imola centro ospedale vecchio in viale Amendola 8
domenica 28 gennaio dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18 presso la Pediatria di Gruppo di via Serraglio 18
domenica 4 febbraio dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18 presso la Pediatria di Gruppo della Pedagna di via Turibio Baruzzi 5/f

Nella foto: il reparto di Pediatria di Imola (immagine d”archivio)

Continuano le aperture straordinarie dei pediatri per evitare file al pronto soccorso
Cronaca 20 gennaio 2018

Il pensionamento di Roberta Giacometti, volto dell’Urp imolese

Per Roberta Giacometti l’ultimo giorno di lavoro è stato sabato 16 dicembre, quando colleghe ed ex colleghe l’hanno salutata con una piccola festa. Venerdì 22 dicembre l’Amministrazione le ha consegnato una pergamena ricordo, come avviene per i dipendenti che sono andati in pensione nel corso dell’anno. Dal 1 gennaio è ufficialmente in pensione, dopo 26 anni passati come responsabile dell’unità organizzativa Urp, un servizio che lei ha fatto nascere e che in questi anni ha contribuito a rinnovare.

Sguardo sorridente e voce squillante, come si confà a chi per lavoro è abituata ad avere a che fare con il pubblico, le abbiamo chiesto di raccontarci un po’ di lei e di come è cambiato nel corso degli anni l’Urp imolese. Giacometti, 62 anni compiuti l’11 gennaio (auguri!) è nata e cresciuta a Castel San Pietro, dove tuttora vive con il marito e il figlio di 20 anni, si è laureata al Dams di Bologna, poi ha insegnato alla scuola materna di Sant’Antonio di Medicina. Il 5 ottobre del 1981, dopo aver vinto un concorso pubblico, è stata assunta dal Comune di Imola come operatrice socio-culturale. “Per dieci anni ho lavorato nei quartieri, in particolare Cappuccini e Pedagna, dove mi sono occupata dell’organizzazione di tante attività”.

Poi nel 1991 è diventata la responsabile del nascente servizio dell’Informacittadino.

“Per l’Amministrazione comunale c’era l’esigenza molto forte di essere sempre più vicina ai cittadini e si decise di partire dal nulla, quando ancora non esisteva una legge. E’ stato necessario un lavoro di preparazione di un anno per creare una banca dati, tutti i moduli e materiali su argomenti che potevano essere utili ai cittadini. Nei primi quattro o cinque anni avevamo a disposizione come strumento indispensabile il telefono, il fax arrivò solo nel 1996 e poco dopo i primi computer. Inizialmente lavoravamo soprattutto con fotocopie di ciò che ci poteva servire”.

In effetti la particolarità di questo ufficio è quella di dover dare risposte relative ad ambiti molto diversi fra loro.

“I cittadini hanno incominciato a entrare all’Informacittadino da subito e a fare domande, come se l’ufficio ci fosse sempre stato o ce ne fosse veramente bisogno. L’obiettivo principale era informare le persone, facilitarle e orientarle. Sicuramente la posizione lungo via Mazzini, a piano terra e su una strada di passaggio, ha agevolato”.

Immagino non saranno mancate richieste particolari.

“Assolutamente – risponde sorridendo -. Già il primo giorno di apertura una signora ci chiese come fare per far rientrare la salma di suo padre dalla Russia. Un’altra volta, invece, ci chiesero dove si potevano acquistare le scarpette da ballo. Tutte domande che esulavano dai compiti della pubblica amministrazione, ma le persone avevano fiducia in noi. C’era anche chi si confidava, ci raccontava la propria situazione, magari di difficoltà economica. Noi non abbiamo mai mandato via nessuno, abbiamo sempre ascoltato tutti, anche se non erano temi di nostra competenza, cercando di dare comunque suggerimenti utili. Ovviamente, non è mai mancato neppure chi viene per lamentarsi di alcuni disservizi e dall’Urp le segnalazioni vengono inoltrate agli uffici di competenza”.

Come è cambiato negli anni l’Urp?

“Nel tempo ha assunto sempre più competenze. Da sportello informativo, di ascolto e orientamento, è diventato anche uno sportello di servizi, responsabile di molti procedimenti, quali protocollo, anagrafe canina, registro testamento biologico, autentica sistema Federa, raccolta firme (per referendum, proposte di legge e attività elettorale) e, infine, è competente anche per il rilascio della idoneità alloggio, dell’autorizzazione per banchetti e dei tesserini per caccia, pesca e funghi di pianura”.

Un’evoluzione che ha influito anche nel rapporto con i cittadini.

“Ovviamente. L’essere a piano terra, soprattutto nei primi anni, ha favorito la nascita del rapporto di fiducia. Ora chi entra lo fa soprattutto per necessità specifiche, molte informazioni si trovano velocemente anche su internet. Nella nuova sede in sala Miceti, tra l’altro, è diventato operativo l’accorpamento con i servizi demografici (una trentina di dipendenti in tutto, ndr), quindi l’Urp continua a occuparsi dei procedimenti assegnati, ma funge anche da front office degli sportelli Anagrafe, Elettorale e Stato civile”.

Quali sono le richieste che vi vengono fatte più spesso?

“Sicuramente molto richieste sono le informazioni su cambio di residenza, bandi per le case popolari e contributo per l’affitto, ma anche le segnalazioni per la manutenzione di strade e aree verdi. In caso ad esempio di neve, c’è poi chi ci chiama per segnalare la presenza di ghiaccio o rami caduti. Da quando è stata introdotta la nuova raccolta differenziata, sono aumentate anche le segnalazioni di rifiuti lasciati al di fuori degli appositi contenitori”.

Ora che è in pensione cosa farà?

“Con le festività mi sono sentita in vacanza e non mi sono ancora resa conto davvero del pensionamento. Sicuramente avrò più tempo per leggere e viaggiare, ma vorrei dedicare anche parte del mio tempo libero al volontariato all’interno di un’associazione castellana. Di sicuro ricorderò di cuore tutti questi anni di lavoro a Imola e sono grata a tutte le persone con cui ho lavorato, in particolare alle colleghe che hanno condiviso con me lo spirito di tale ufficio e la massima attenzione ai nostri utenti”.

Il pensionamento di Roberta Giacometti, volto dell’Urp imolese
Economia 20 gennaio 2018

La cooperativa Cefla di Imola lancia Red Retail Design

La cooperativa Cefla di Imola lancia Red Retail Design, il nuovo marchio operante come studio di progettazione focalizzato sul settore del retail e hospitality, in ambito food e non-food.

Red opera in modo autonomo dalle Business Unit di Cefla e mette a disposizione del cliente un team esperto, con alle spalle una lunga attività nel settore. Professionisti che interpretano e anticipano le tendenze e che concepiscono soluzioni in armonia con le strategie di crescita adottate dalle aziende della Grande Distribuzione. Cefla, con il nuovo brand Red Retail Design, intende ribadire la propria leadership in ambito retail, conquistata nei decenni dalla Business Unit Shopfitting.

“Ci proponiamo al mercato come società indipendente che si rapporta direttamente con il retailer – spiega Paolo Rustignoli, direttore di Red Retail Design – a cui offriamo un rapporto consulenziale diretto. Il nostro servizio va dall’ideazione del concept alla progettazione, e supervisione a 360 gradi di tutte le fasi del progetto e della sua realizzazione, al fine di assicurare la coerenza tra l’idea iniziale e il risultato finale”.

La cooperativa Cefla di Imola lancia Red Retail Design
Cronaca 20 gennaio 2018

A Medicina l’allevamento del baco da seta, fra hobby e tradizione

Fra gli antichi mestieri proposti dall’omonima associazione di Medicina ve n’è uno che mantiene viva una tradizione italiana un tempo ricchissima ed oggi quasi del tutto scomparsa. Si tratta della bachicoltura, ossia l’allevamento del baco da seta per la produzione del pregiato tessuto. Ad occuparsene è Giorgio Sandri, settantenne in pensione che ha riscoperto una passione che da bambino aveva solo potuto assaporare prima della scomparsa della produzione per via della concorrenza con il mercato estero. “Quando ero bambino avevo potuto interessarmi alla coltura del baco da seta grazie all’allora agricoltore e vicino di casa Ettore Martelli – ricorda Sandri -. A quei tempi la bachicoltura era un’attività familiare complementare all’agricoltura ed anche ben redditizia”.

Più di mezzo secolo dopo, oggi Sandri è a tutti gli effetti un bachicoltore, anche se la sua produzione non è finalizzata alla vendita bensì al mantenimento in vita di una tradizione un tempo importante in Italia, così come negli obiettivi dell’associazione Antichi Mestieri di Medicina di cui fa parte e grazie alla quale ha intrapreso la “carriera” di bachicoltore durante le rievocazioni storiche a cui prende parte con gli altri componenti del gruppo.

La seta è il filamento di cui è composto il bozzolo della crisalide della Bombyx Mori, specie di farfalla la cui larva, nota appunto come baco da seta, produce da apposite ghiandole poste sopra la bocca quando è pronta per la propria metamorfosi in farfalla. Esistono oltre cento razze diverse di bachi da seta, ma le più note ed utilizzate sono quattro e fanno bozzoli di colore diverso: bianco, giallo oro, verde chiaro e rosa pesca. Per il suo allevamento amatoriale Sandri alleva le uova di queste quattro razze, che porta da un ciclo naturale all’altro, ma si rifornisce anche dalla “Sede specializzata per la bachicoltura” di Padova, istituto che si occupa della ricerca, promozione e diffusione del baco da seta (e del gelso, quale alimento principale delle larve) dal 1871, anno della fondazione per decreto di re Vittorio Emanuele II.

Il ciclo di allevamento del baco da seta, dalle uova alla seta stessa, è decisamente affascinante e Sandri lo racconta con vera passione e con la pazienza di chi è abituato a spiegarlo ai tanti curiosi che di volta in volta si avvicinano al banco del suo antico mestiere durante le molte manifestazioni cui l’associazione partecipa ogni anno, in tutta Italia.

“Il ciclo naturale del baco da seta inizia con le uova deposte prima dell’inverno, che sopravvivono durante la stagione fredda in ibernazione e con i primi caldi della primavera successiva si schiudono, dando alla luce larve grandi appena due millimetri. Durante tutta la loro vita, le larve si nutrono giorno e notte di foglie di gelso, il loro unico alimento. Bisogna prestare molta attenzione e grande cura all’alimentazione delle larve, perchè le foglie non devono essere inquinate da pesticidi, che sono letali per le larve, nè bagnate, e a seconda della grandezza della larva vanno sminuzzate a misura idonea”, racconta. Il ciclo di vita della larva dura fra i quaranta e i quarantacinque giorni, durante i quali subisce quattro mute (fenomeno biologico per il rinnovamento dell’esoscheletro) in corrispondenza di altrettante fasi dormienti, che sono gli unici momenti durante i quali non mangia. Giunto alla quinta età, il baco adulto misura 8 centimetri ed è in grado di produrre la seta.

“Quando il baco è pronto ad avvolgersi nel suo bozzolo di seta si dice che va al bosco, cioè si arrampica in alto su un ramo, o in cattività su una fascina di rami secchi appositamente messa a disposizione dall’allevatore, quindi si appende ad una ragna, un tipo ragnatela di seta non filabile, e inizia la secrezione di una sostanza biologica liquida che a contatto con l’aria solidifica rapidamente. E’ la seta“.

Ogni larva produce circa un chilometro e mezzo o due di seta in un’unica fibra, meticolosamente filata dal baco disegnando una specie di “otto” con la testa, e dunque facile da dipanare una volta “cotto” il bozzolo. Per evitare che la farfalla, dopo 8-10 giorni nel bozzolo, lo rompa per fuoriuscire, infatti, i bozzoli vanno “stufati” (dicesi appunto stufatura) nell’acqua o nell’aria calda e solo successivamente il filo può essere dipanato.

“Un tempo si faceva il mercato dei bozzoli, che venivano acquistati a once direttamente dalle filande che poi producevano i tessuti unendo più fili di seta insieme”. Un singolo filo, infatti, è pressochè invisibile ma molto resistente e ignifugo, oltre che leggero. Per questo durante le guerre mondiali i paracaduti erano fatti in seta. E sta proprio nel filo la differenza di pregio fra la seta orientale e quella italiana, migliore. In oriente, infatti, si lavoravano anche i bozzoli rotti, annodando i fili spezzati fra loro. In Italia, invece, i bachicoltori hanno sempre selezionato i bozzoli da seta da quelli per la produzione delle uova, che venivano lasciati al ciclo naturale (con la nascita di una farfalla tipo falena non in grado di volare, la fecondazione del maschio sulla femmina e la deposizione di circa cinquecento uova per esemplare, pronte a schiudersi l’anno successivo). Le crisalidi cotte venivano comunque recuperate ed utilizzate per la pesca, ma anche dall’industria farmaceutica per il loro potere antireumatico. “Un tempo le uova venivano conservate in piccoli sacchetti di tessuto che poi venivano legati all’interno degli abiti delle donne per mantenere il giusto calore per permettere di schiudersi”, racconta Sandri, confermato anche dagli aneddoti di Giorgio Zavaglia nel numero 15 di Pagine di vita e storia imolesi. Una pratica che oggi sembra così insolita, ma che un tempo era all’ordine del giorno per l’economia familiare.

Per Sandri l’allevamento dei bachi da seta nella stagione calda, da maggio a ottobre, è un impegno quotidiano. “Tenere le larve è come avere un animale domestico – commenta ridendo -. Mangiano tutti i giorni, bisogna fare attenzione a temperatura ed umidità anche quando sono uova e quando crescono fanno rumore, mangiando, come un forte ronzio. Per avere le varie fasi in mostra, faccio attenzione a non far schiudere le uova tutte insieme ma in maniera graduale. Solo così possiamo mostrare ai tanti curiosi, affascinati da una così lontana tradizione, le uova, le varie grandezze dei bachi, la produzione della seta da parte del baco adulto e le farfalle – elenca – oltre ai bozzoli cotti, la seta già filata ed un prototipo di filarino”. Materiale che Sandri conserva all’interno di una grande scatola di cartone che, figuratamente ma anche di fatto, contiene una tradizione che perdura da centinaia di anni, un tempo protetta dal segreto di stato cinese ed oggi, invece, relegata in cantina.

Nella foto: Giorgio Sandri durante una manifestazione degli Antichi mestieri

A Medicina l’allevamento del baco da seta, fra hobby e tradizione

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