“Se parlate solo dell’Isis fate il loro gioco”

IMOLA
Integralismi e femminismo, religione e Stato, laicità e immigrazione. Temi intrecciati ben più di quel che si pensi. E ragionarne con chi li vive sulla propria pelle è un’opportunità non da poco. Soprattutto quando dicono cose che non ti aspetti, come «in Europa non possiamo creare enclave di immigrati, comunità che applicano addirittura altre leggi rispetto allo Stato in cui vivono, come in Inghilterra, e tutto in nome della tolleranza, perché è più facile. Invece dobbiamo ampliare i diritti di cittadinanza». O ci ricordano che: «Se i giornali raccontano solo ciò che fanno l’Isis e gli integralisti, fanno il loro gioco e scompaiono le lotte dei movimenti progressisti e laici che ci sono in tutti i paesi del mondo arabo, persone che ci mettono la faccia e rischiano».

Come rischiano Nadia El Fani regista e attivista tunisina, atea dichiarata, fuggita anni fa in Francia per il regime di Ben Ali, poi minacciata per aver girato il film «Ni Allah ni maitre», Marieme Helie Lucas, algerina e sociologa, che ha fondato la rete Women living under muslim laws per sostenere e aiutare le donne che vivono dove vengono applicate leggi o tradizioni che dicono derivate dall’Islam, infine Inna Shevchenko la leader del controverso movimento femminista ucraino Femen. Tutte e tre erano a Imola la scorsa settimana, invitate dal Pd e dalla Conferenza donne democratiche dell’Emilia Romagna, insieme a Monica Lanfranco, femminista e giornalista, portavoce del Coordinamento nazionale delle consulte per la laicità nelle istituzioni.

Niente ricette facili ma un punto fermo. «Occorre far capire che laicità dello Stato significa separazione tra Stato e religione e non l’imposizione dell’ateismo o del marxismo» sintetizza El Fani. E se pensiamo che solo i paesi musulmani debbano ancora interiorizzare questo principio, Shevchenko ricorda che «in Spagna hanno discusso di eliminare l’aborto ed anche in Italia se ne parla molto. Non siamo islamofobiche o cristianofobiche ma non vogliamo che vengano imposti su base morale, cioè religiosa, dei comportamenti o lesi dei diritti». Se qualcuno pensava di vederla a seno nudo, marchio di fabbrica delle manifestazioni delle Femen, è rimasto deluso. Bastano le sue parole a colpire: «Quando abbiamo capito che venivamo sempre prima guardate poi ascoltate ne abbiamo fatto uno strumento politico, capovolgendo l’idea del corpo femminile e seduttivo: per questo a seno nudo non siamo mai sorridenti ma ci poniamo in modo aggressivo e urliamo slogan». C’è anche la ricerca di un «femminismo pop», capace di coinvolgere le ragazze di oggi. «A 19 anni pensavo che essere femministe fosse “qualcosa di vecchio”, che significasse odiare gli uomini, i giovani pensano di avere già tutti i diritti, aborto, divorzio, ma non è così».

La sintesi la fa Helie Lucas: «Bisogna stare attenti quando si usa la religione come ispirazione per le leggi dello Stato perché si può usare lo stesso versetto per arrivare conclusioni opposte vedi la poligamia che in Algeria è legale e in Tunisia no. Tante leggi possono essere musulmane, ma che siano anche islamiche, proprio non lo credo».

Foto Isolapress

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