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Cronaca 15 ottobre 2018

A piedi per un mese sulle Ande: l'esperienza di Enrico Dolla che ha sfidato in Perù i disagi dell'altitudine

Un mese di escursione in Perù, tra le montagne e i piccoli paesini che profumano di tradizione antica. Questo è quello che ha vissuto Enrico Dolla, 46enne imolese che lavora come responsabile della sicurezza presso il Consorzio Solco, ma nel cui sangue scorre la passione per l’avventura, i viaggi e la natura. «Faccio arrampicate da quando avevo 15 anni e trekking sia in solitaria che in gruppo da quando ne avevo 20. La prima meta è stata la Lapponia, da cui sono rimasto affascinato – racconta Dolla -. Sono di origini piemontesi, dunque ho una passione per la montagna. Mi piace viaggiare in qualsiasi parte del mondo, perché in questo modo ci si mette in discussione e si può riflettere sulle diversità tra le culture, traendone insegnamenti che aiutano a crescere».

L’imolese ha trascorso una vacanza alternativa, partendo con l’organizzazione «Avventure nel Mondo», la quale propone viaggi legati all’escursionismo, ma anche comode vacanze per famiglie alle Maldive, ad esempio. L’avventura è iniziata il 4 agosto all’aeroporto di Milano, dove un gruppo di 10 persone che non si conoscevano è partito alla volta della Cordigliera delle Ande, per tornare a fine mese con un pieno di esperienza e ricchezza culturale. «La cordigliera è denominata nera dal lato del Pacifico e bianca dal lato dell’entroterra – spiega Dolla -. Da una parte cime bianchissime, dall’altra massicci neri come la pece. Siamo atterrati a Lima, facendo prima scalo a Houston e New York, arrivando infine in bus a Huaraz, dal lato della cordigliera Nera. Il paese è situato a 3.000 metri di altitudine e ci siamo fermati lì un giorno per l’acclimatamento, ovvero abituarsi all’aria rarefatta, prima di procedere con il trekking sulla cordigliera».

Durante la notte il fisico subisce di più l’influenza dell’altitudine, la quale può causare anche insonnia. In Perù inoltre in quel periodo è inverno, dunque nelle ore buie la temperatura può scendere anche sotto lo zero. Mercoledì 8 agosto è iniziata poi l’avventura vera e propria, che prevedeva un percorso ad anello della durata di 14 giorni intorno alle montagne peruviane più importanti, trascorrendo le notti in tenda, dal momento che in quella zona non ci sono paesi. «Ci siamo attrezzati con uno zaino da 15 kg ciascuno che conteneva vestiti e un sacco a pelo. Poi le guide con i loro muli hanno portato quotidianamente per noi le tende e il cibo, visto che anche solo camminare a 4.000 metri d’altezza causa le stesse sensazioni della febbre, in quanto c’è poco ossigeno disponibile. Questa è la difficoltà più grande da affrontare durante il trekking – spiega Dolla -. I primi tre giorni sono i più faticosi e un altro grande problema è che ad alta quota non si percepisce la sete, ma è fondamentale bere almeno 3 litri di acqua al giorno».

Il gruppo ha percorso un totale di 120 km a piedi ad un’altitudine compresa tra i 4.000 e i 5.000 metri. Gli escursionisti hanno camminato sull’Alpamayo, considerata la montagna più bella del mondo, e sul Huascarán, quella più alta del Perù, che si eleva per 6.768 metri. Il terzultimo giorno di trekking un membro ha preso una forte distorsione e in quest’occasione si è visto lo spirito di gruppo. «Ci siamo fermati e l’abbiamo portato a turno in spalla – racconta Dolla -. In seguito, mentre scendevamo verso valle, abbiamo intercettato un peruviano in automobile e il nostro sfortunato collega è stato portato all’ospedale». (se.zu.)

L”intervista completa è su «sabato sera» dell”11 ottobre

Nella foto Enrico Dolla durante il viaggio in Perù

A piedi per un mese sulle Ande: l'esperienza di Enrico Dolla che ha sfidato in Perù i disagi dell'altitudine
Sport 13 ottobre 2018

L'ex portiere di Torino e Lazio Luca Marchegiani e… l’Imolese: «Mio figlio para nel Gubbio ma non facciamo paragoni»

Imola. Luca Marchegiani, Pasquale Bruno, Roberto Mussi… Martin Vazquez, Scifo, Lentini… Ah no, scusate, quella era la formazione del Toro nella finale di Coppa Uefa del 1992. Luca Marchegiani, Giuseppe Pancaro, Alessandro Nesta… Stankovic, Mancini, Nedved, Salas, Vieri. Ah no, scusate ancora, quella era la Lazio che vinse la Coppa delle Coppe nel 1999. Marchegiani, Schiaroli, Espeche… Ecco, stavolta ci siamo. Sarà questa la formazione che Rino Galeotti, lo speaker del Romeo Galli, leggerà domani, 14 ottobre, (alle ore 14.30, udite, udite), quando dovrà presentare lo schieramento del Gubbio contro l’Imolese.

Differenze, tante. Cose in comune, una sola: un Marchegiani in porta, quel Gabriele figlio d’arte che sta cercando di ripercorrere le tracce del padre famoso, uno che, partito dalla Jesina, è arrivato fino ai microfoni di Sky, passando per uno scudetto e una finale mondiale, quella persa a Pasadena contro il Brasile nel 1994, con una signorilità assai rara nel mondo del pallone. «Non amo particolarmente parlare di mio figlio. Siccome lo precede sempre la mia fama, preferisco stare un passo indietro».

Come ci ha detto Giuseppe Giovinco su queste colonne alcune settimane fa, il cognome famoso può anche essere un peso.

«E’ vero, perché si possono creare paragoni e aspettative, si è sempre sotto osservazione. Mio figlio Gabriele finora è stato bravo, perché ha seguito il suo percorso indipendentemente da me. Ha trascorso gli anni nelle giovanili della Roma con grande serietà e serenità. Attualmente è un ragazzo di 22 anni che sta cercando di trovare la sua dimensione».

Dopo il giallorosso di Trigoria, sono arrivate le esperienze tra Pistoiese (serie C), Spal (serie B e A) e, adesso, Gubbio.

«Non si possono fare paragoni con quello che è stato il mio percorso. Erano tempi molto diversi e devo dire che una volta era molto più facile arrivare a certi traguardi. Ai portieri venivano chieste meno cose e non c’erano tutti gli stranieri che si vedono oggi nel calcio, soprattutto tra i pali. Una volta si era etichettati. Se arrivavi in serie A eri un giocatore di serie A, e potevi stare tranquillo, proseguendo nella tua crescita tecnica. Adesso invece il calcio naviga sulle montagne russe. Un anno giochi in B, la stagione dopo non trovi la squadra e sei quasi sempre un precario: tutto è legato all’occasione che ti può capitare e che devi sfruttare a tutti i costi. Ogni treno può essere l’ultimo».

Sei ancora andato a vederlo giocare nel Gubbio?

«Ovviamente seguo i risultati, ma non sono mai andato allo stadio, perché alla domenica sono impegnato su Sky con i miei commenti. Penso che il Gubbio sia una squadra che si sta modellando, anche se non sono in grado di dire a che traguardi potrà ambire. Credo che la serie C attuale sia il classico campionato dove la forza del gruppo sia vincente rispetto ai valori tecnici».

Tornando a noi, ci sono pochi legami tra Imola e Marchegiani. Oppure no?

«Non ci ho mai giocato contro, per ovvi motivi, però conosco la città, visto che sono stato diverse volte a trovare Stefano Garbuglia, grazie all’amicizia che ci lega fin da quando eravamo compagni di squadra ai tempi della Jesina, a metà degli anni Ottanta. Con Marocchi ci siamo conosciuti in campo e ci siamo tenuti in contatto quando Giancarlo era dirigente del Bologna e io già facevo il commentatore televisivo. Siamo più che colleghi, siamo compagni di viaggio su Sky, quasi sempre insieme. Con lui mi trovo molto bene: oltre che un conoscitore di calcio è anche un ottimo comunicatore. Con Mannini, infine, siamo stati anche compagni in Nazionale, per un breve periodo. Con Arrigo Sacchi, soprattutto nelle prime partite, Mannini faceva parte del gruppo e ricordo una tournée negli Stati Uniti nel 1992, due anni prima del Mondiale americano».

p.z.

L”articolo completo su «sabato sera» dell”11 ottobre.

Nella foto: Luca Marchegiani (a destra) col figlio Gabriele quando era alla Spal

L'ex portiere di Torino e Lazio Luca Marchegiani e… l’Imolese: «Mio figlio para nel Gubbio ma non facciamo paragoni»
Sport 3 ottobre 2018

I complimenti di Moreno Mannini all'Imolese: «Ripagati gli sforzi, la città deve starle vicino affinché il sogno resti vivo»

L’Imolese in serie C fa tornare alla mente le grandi gesta del passato (non solo perché mancava dagli anni ’70) e di un calcio che ormai non esiste più, quando giovani di belle speranze partivano dai campi di provincia per provare a coronare il loro sogno di giocare in serie A. Anche Imola ha avuto i suoi «eroi», nati calcisticamente sulle rive del Santerno e finiti poi nell’Olimpo del calcio. Sotto l’orologio, quando si parla di loro, uno dei nomi che viene in mente è quello di Moreno Mannini (senza dimenticare Davide Bombardini e Giancarlo Marocchi, «Foffo» Beltrandi, Alfonso Bertozzi, Luca Capecchi e Roberto Mirri). 

L”ex difensore della Sampdoria ha provato addirittura l’emozione di giocare una finale di Coppa dei Campioni. Purtroppo alla fine arrivò una sconfitta, ma nel cielo di Wembley, quel 20 maggio del 1992, simbolicamente c’era tutta Imola insieme a lui. Quella stessa città che gli ha permesso, nel 2000, di giocare l’ultimo match di una carriera fatta di coppe e di vittorie. «Il ritorno dei rossoblù in serie C è qualcosa di molto positivo – ha ammesso Mannini – e ripaga presidente e staff di tutti gli investimenti fatti finora».

Hai continuato a seguire l’Imolese in questi anni?

«Sono il suo primo tifoso e, anche se non vado spesso allo stadio, ogni domenica sera m’informo sul risultato».

Secondo la tua esperienza, in serie C potrà essere una bella realtà o una meteora?

«Ha lottato molto per arrivarci e sono sicuro che respirare l’aria del professionismo le farà bene per il futuro».

Come detto, la società ha fatto molto finora. Pensi che ora tocchi anche ad altri stargli vicino?

«Certo e mi riferisco al pubblico e al Comune che devono, in ogni modo, far sì che questo sogno rimanga sempre vivo».

d.b.

L”articolo completo su «sabato sera» all”interno dello speciale dedicato all”Imolese.

Nella foto: Moreno Mannini, a sinistra, in uno scontro di gioco contro Giancarlo Marocchi

I complimenti di Moreno Mannini all'Imolese: «Ripagati gli sforzi, la città deve starle vicino affinché il sogno resti vivo»
Cronaca 2 ottobre 2018

Intervista a Francesco Cioria, il sommelier e manager che gestisce i vini del San Domenico

A trent’anni Francesco Cioria ha già alle spalle una carriera di successo. Originario di Vallata (Avellino), paese irpino di nemmeno 3 mila abitanti, dopo il diploma all’Istituto alberghiero di Vieste ha inanellato esperienze in Italia e all’estero. Tra il 2011 e il 2012 è per la prima volta al San Domenico. «Avevo sempre sentito parlare del San Domenico – spiega – e decisi di mandare il curriculum. Sono stato io a propormi. Ho fatto un tirocinio e poi sono stato assunto come cameriere». Nello stesso periodo completa il percorso per diventare sommelier Ais. «Fino a 16 anni non bevevo vino – così racconta come è nata la sua passione -. La passione è nata dopo, durante gli anni all’Istituto alberghiero. Mi sono reso conto che esisteva anche del vino buono. Con i soldi guadagnati lavorando in pizzeria nei weekend ho cominciato a comprare bottiglie da 20-30 euro, a leggere riviste di settore, ad assaggiare, a parlare con i produttori. E’ stato un susseguirsi».

Da appassionato, il primo impatto con la cantina del San Domenico se lo ricorda bene. «Mi misi le mani nei capelli – dice sorridendo -. Davanti a tanta maestosità sono rimasto shoccato per una ventina di minuti, non avevo mai visto niente del genere…». Alla fine del 2012 riparte per l’Australia. «E” un paese bellissimo. Ma per la ristorazione è ancora un po’ “primitivo” rispetto ad altri Paesi. Anche nei ristoranti importanti, in menu non manca l’hamburger…». Alla fine del 2014, ritorna al San Domenico. Questa volta da cliente. «Ero a cena per salutare gli ex colleghi. Tra una chiacchiera e l’altra, è arrivata la proposta di occuparmi della gestione della cantina. Non me lo aspettavo. La mattina dopo ero lì per firmare il contratto». Per Cioria comincia una nuova avventura, in un ruolo mai ricoperto prima. «Ho impiegato mesi per prendere conoscenza di tutto il patrimonio enologico. Ho catalogato bottiglia per bottiglia. E nel tempo sono arrivato ad assaggiare il 90 per cento di quello che abbiamo».

E i riconoscimenti non tardano ad arrivare. Nel 2016 viene nominato «Miglior sommelier d’Italia» nell’ambito del Best Italian wine awards, mentre quest’anno si è aggiudicato il premio speciale Dire fare sognare, promosso da Partesa (gruppo Heineken Italia). Il 5 ottobre invece riceverà a Parma il titolo di «Ambasciatore dello champagne», assegnato dal Comité Champagne allo scopo di mettere in luce le professionalità in grado di meglio far conoscere e apprezzare questo tipo di vini. Sotto al San Domenico c’è un tempio consacrato al dio Bacco. Antiche stanze in mattoni a vista e volte a botte, che custodiscono un patrimonio enologico unico nel suo genere, esclusivo tanto quanto il famoso ristorante stellato a cui appartiene. Da quattro anni il «custode del tempio» è il giovane sommelier Francesco Cioria. E’ lui a raccontarci l’importanza di questo luogo.

Quali sono le peculiarità della cantina che gestisce?

«Il San Domenico esiste dal 1970. Ha quindi alle spalle quasi 50 anni di storie, collezioni e acquisti. Abbiamo un totale di circa 12 mila bottiglie e 1.800 etichette. Contando anche i distillati, il numero sale a più di 2 mila etichette. In Emilia Romagna non credo ci siano altre cantine come questa e in Italia ce ne sono poche. Oggi solo i ristoranti storici possono permettersi di averne una simile. Per i ristoranti più recenti immobilizzare un certo capitale da destinare al vino è più complicato».

A proposito di capitale, è possibile quantificarne il valore?

«E’ difficile fare una stima effettiva. Spesso sono bottiglie acquistate diversi decenni fa, a un prezzo che ad oggi non è più lo stesso. Il 35 per cento della nostra collezione è costituita da pezzi che hanno più di vent’anni». 

lo.mi.

L”articolo completo su «sabato sera» del 27 settembre.

Nella foto; Francesco Cioria, sommelier e responsabile della cantina del «Ssan Domenico».

Intervista a Francesco Cioria, il sommelier e manager che gestisce i vini del San Domenico
Sport 30 settembre 2018

Un «proiettile» su Imola, intervista al neo campione del mondo Mxgp Jeffrey Herlings

Antonio Cairoli non ha vinto il decimo mondiale, ma ha lasciato il titolo Mxgp, combattendo come un leone, ad un altro pilota (e che pilota…) che sicuramente lascerà un segno indelebile nel motocross: Jeffrey Herlings. Il suo soprannome, «the bullet», ovvero il proiettile, la dice lunga sulle caratteristiche di questo olandese che a 24 anni compiuti ha vinto 4 mondiali (tre della Mx2 ed appunto la Mxgp) incarnando il pilota davvero «vecchia maniera», ovvero che ci dà il gas anche quando dorme. Quest’anno il ruolino di marcia del numero 84 è stato davvero spaventoso, se pensiamo che su 19 gare fino ad ora disputate, Herlings ne ha vinte 16 (!) lasciandone due proprio al nostro «Tony nazionale», una al belga Clement Desalle ed infilando nel bel mezzo della stagione la frattura ad una clavicola che gli ha impedito la partecipazione alla gara di Ottobiano. Intanto Herlings è stato il più veloce di tutti nella gara di qualifica e sarà il grande favorito per gara-1 e gara-2 che si correrà oggi a Imola nell”ultima tappa del mondiale.

Innanzitutto congratulazioni Jeffrey, davvero una stagione magica, non trovi?

«Certamente, è stata una bella stagione per me ed anche per tutto il mio team, abbiamo lavorato molto bene».

Avremmo preferito l’ultima battaglia a Imola, ma nella precedente gara ti sei laureato campione del mondo ad Assen, davanti al pubblico di casa.

«E’ stata una esperienza unica, davvero eccezionale. E’ difficile trovare le parole per spiegare le specialissime sensazioni che ho provato, ancora non riesco a descriverlo».

Che tracciato ti aspetti di vedere  in riva al Santerno?

«Non l’ho vista e non so molto della pista, ma sono davvero gasato di poterci correre al più presto».

Allora, non ci resta che darti il benvenuto in città.

«Ciao a tutti, spero di vedervi in tanti durante le gare»

m.r.

L”articolo completo su «sabato sera» del 27 settembre.

Nella foto: a destra Herlings insieme al nostro Cairoli affiancati ad Assen (dal sito ufficiale Mxgp)

Un «proiettile» su Imola, intervista al neo campione del mondo Mxgp Jeffrey Herlings
Sport 9 settembre 2018

Il medicinese Stefano Romualdi racconta la sua avventura americana in mountain bike al «Great Divide»

A due passi dal cimitero c’è la carrozzeria di Stefano Romualdi, ma la cosa più curiosa è il nome della strada. Via della Resistenza. Sì, lo sappiamo che si riferisce a cose ben più serie, ma un ragazzo che ogni giorno lavora sotto una simile esortazione, forse si è fatto sedurre, anche inconsciamente. La «resistenza», quella con la «erre» minuscola, è una parte fondante della sua vita da 38enne in gran forma e lo ha dimostrato in giugno, quando è stato l’unico italiano a partecipare e a concludere «The great divide», 2.800 miglia (cioè 4.500 chilometri) in mountain bike, fermandosi solo il tempo necessario per rifocillarsi e dormicchiare.

Ha impiegato 18 giorni, 15 ore e 2 minuti per segare in due il nord America da nord a sud, partendo venerdì 8 giugno da Banff, in Canada e arrivando mercoledì 27 giugno ad Antelope Wells, nel New Mexico. Passando dal ghiaccio fino al sole più cocente in meno di tre settimane, tra l’altro piazzandosi al 9º posto, nonostante fosse la sua prima esperienza in un percorso che, tanto per rendersene conto, è di oltre 1.000 chilometri più lungo del Tour de France o del Giro d’Italia. «Vorrei che qualche ragazzo giovane iniziasse ad appassionarsi a questa disciplina così affascinante – ha detto Romualdi -. Bicicletta, zaino e via: non c’è mica bisogno di andare negli Stati Uniti per fare queste cose».

Come ci si prepara per una sfacchinata di 4.500 chilometri?

«Soprattutto a livello articolare. Corsa, palestra e, ovviamente, bicicletta. Il vero obiettivo non era quello di andare forte, bensì di arrivare alla fine. Dalla primavera in poi ho fatto qualche pedalata notturna perché, insieme al mio preparatore, avevamo deciso di scombussolare un po’ il metabolismo. Una volta, ad esempio, sono andato fino a Torino per vedere giocare mio figlio…».

Il bagaglio ridotto al minimo è un obbligo, per chi se lo deve trascinare lungo la strada.

«Abbiamo imballato la bicicletta con le borse da telaio, mentre i vestiti del viaggio li ho buttati via dopo l’atterraggio. Bisogna limitarsi all’essenziale, come il sacco a pelo, il materassino, il bivy bag e lo spazzolino da denti. Come abbigliamento avevo una tenuta estiva da ciclismo, due divise antiacqua, una maglia termica a maniche lunghe, guanti e scarpette».

Non c’è una partenza vera e propria, giusto?

«L’appuntamento era alle 8 di mattina di venerdì 8 giugno, circa 140 atleti, ma in realtà ognuno inizia a pedalare quando vuole, un po’ come nel Cammino di Santiago. Alla fine siamo arrivati in una sessantina».

C’è un metronomo interno che scandisce le tappe?

«A parte la stanchezza, le due variabili fondamentali sono l’acqua e il cibo. Bisogna essere attrezzati a percorrere 300 chilometri nel nulla e appena si trova un luogo di ristoro non si può ignorare. Alcune volte mi sono addormentato alle 7 di sera e sono ripartito 3 ore dopo. Non sapendo l’inglese, in alcuni casi mi sono fatto sfuggire dei punti di rifornimento gestiti da guardie forestali, oppure dei pozzi nel deserto. Insomma, ho pagato l’ingenuità del principiante».

Come ti alimentavi?

«Coi burritos surgelati: fagioli e patate, oppure carne e patate. Infilavo il sacchetto nella schiena e dopo un po’ di microonde corporeo erano pronti da mangiare. Cercavo di evitare con cura tutte quelle salse che gli americani cospargono ovunque».

Dal gelo canadese ai 40 gradi del deserto. In mezzo, qualche colpo di sfortuna non poteva mancare.

«La prima foratura l’ho avuta circa a metà percorso. Mi sentivo bene, stavo proseguendo assieme ad un ragazzo belga, ma ci siamo dovuti dividere. Ho atteso l’apertura di un negozio specializzato, ho rimesso a posto la bici ma due giorni dopo ho tagliato nuovamente il copertone, di notte, su un terreno ghiaiato. Nonostante il faro, che fa luce come un’automobile, non mi sono reso conto di come sia successo».

Entrare tra i primi 10 all’esordio è stata l’impresa dentro l’impresa.

«Come ho detto, siamo partiti in 140, quindi non è male. Quelli che sono arrivati davanti a me? Di sicuro vanno mediamente più forte, ma conta tanto anche l’organizzazione. Se io impiegavo 2 ore per trovare un motel, ho visto gente col panino in una mano, il Gps nell’altra e il telefono davanti per le previsioni meteo. Tutto tempo risparmiato».

Hai già pensato di riprovarci?

«La tentazione di riprovarci ovviamente c’è, però occorre tempo, minimo 25 giorni, e una organizzazione capillare. Ma ci sono anche altre sfide da raccogliere. Mi piacerebbe andare a fare un trail in Scozia e mi sono informato pure per il Marocco, anche se non mi convince l’organizzazione».

p.z.

L”intervista completa e tante belle immagini su «sabato sera» del 6 settembre.

Nella foto: Stefano Romualdi sul percorso

Il medicinese Stefano Romualdi racconta la sua avventura americana in mountain bike al «Great Divide»
Sport 2 settembre 2018

Calcio serie C, parla l'ex rossoblù Selleri: «L’Imolese farà bene e durerà a lungo, sono professionisti»

Il suo sogno era quello di riportare l’Imolese tra i professionisti, ma è successo l’opposto. Poco più di un anno fa, con la maglia giallorossa del Ravenna, condannò i rossoblù ad un’altra stagione nel purgatorio dei Dilettanti. Adesso però, che l’Imolese è stata ripescata nella terza serie nazionale, l’ex Alfonso Selleri al «Galli» ci tornerà nuovamente da avversario, per una sfida che profuma già di nostalgia. «Personalmente sono molto contento per loro – ha ammesso il centrocampista di Mordano -. E’ il giusto premio per gli sforzi profusi dal presidente e dalla dirigenza e il risultato di un importante lavoro svolto in questi anni».

Questa categoria la conosci bene, visto che l’hai giocata in passato con il Pavia (si chiamava ancora C1) e con il Ravenna l’anno scorso, quando, da neopromossi, avete sfiorato i play-off.

«Nonostante il fallimento del Modena e i problemi del Vicenza ci saremmo salvati lo stesso. E’ stata una stagione dove abbiamo imparato tanto e faticato, soprattutto nei primi tre mesi. Questa non è una categoria semplice: ci sono squadre forti, dai budget importanti e con giocatori esperti. In campo non bisogna mai allentare la concentrazione, nemmeno per un minuto. Rispetto al passato è un po’ calato il livello tecnico e fisico e manca un po’ di qualità, ma è così un po’ in tutte le categorie. Ora per mandare avanti una squadra in serie C si cercano giovani dal campionato Primavera, anche per beneficiare dei premi di valorizzazione. Così c’è poca meritocrazia e va a discapito della crescita del movimento calcistico italiano».

Due estati fa, però, senza il tuo addio «forzato» da Imola, probabilmente Ravenna non sarebbe mai arrivata.

«Andar via fu un grosso dispiacere, ma le scelte della società bisogna rispettarle e non nutro rancore verso nessuno. La mia partenza mi ha portato a vincere un campionato da un’altra parte quasi per caso e, forse anche per questo, è stato ancora più bello».

E’ vero che in questa sessione di mercato sei stato vicino a indossare di nuovo la maglia rossoblù?

«Sinceramente non ci sono mai state reali possibilità. Ho solo fatto quattro chiacchiere con Spagnoli e Ghinassi e ho visitato il Centro Sportivo Bacchilega che non era ancora stato completato quando me ne andai. Ci siamo lasciati dicendo che nella vita non si può mai sapere, ma se ci fossero state le basi concrete per un trasferimento non sarei mai tornato a Imola senza prima parlare con il Ravenna, che per me è una famiglia e una seconda casa».

Dove può arrivare secondo te l’Imolese ora?

«Come ho detto al presidente, questa squadra può fare meglio in serie C che in D, perché la società ha una mentalità più da professionisti che da dilettanti. Hanno costruito una buona squadra e possono togliersi molte soddisfazioni a patto che restino con i piedi per terra. Sono comunque convinto che l’Imolese rimarrà a lungo in questa categoria».

Tra poche ore si gioca Imolese – Ravenna. Che sapore avrà?

«Spero in una bella partita. L’Imolese ce l’ho nel cuore e, anche se ho giocato in campi prestigiosi, è sempre speciale tornare al Romeo Galli».

d.b.

L”articolo completo su «sabato sera» del 30 agosto.

Nella foto: Alfonso Selleri in maglia giallorossa del Ravenna

Calcio serie C, parla l'ex rossoblù Selleri: «L’Imolese farà bene e durerà a lungo, sono professionisti»
Sport 1 settembre 2018

Calcio serie C, un Giovinco è arrivato all'Imolese: «Cognome che pesa»

E’ una sorte comune a tutti coloro che hanno un famigliare più celebre quello di sentirsi nominare non per ciò che si è, ma per quello che si rappresenta. «Quello è il figlio di… il fratello di…» ecco le frasi alle quali deve abituarsi, spesso per un’intera esistenza, chi dal destino ha ereditato questo ruolo. E Giuseppe Giovinco, recente acquisto dell’Imolese, non sfugge a questa regola non scritta che si tramanda nel tempo. Sebastian, suo fratello di tre anni più grande, ed ex giocatore della Juventus, ora al Toronto, squadra che milita nella Major League Soccer americana, è un riferimento inevitabile per lui. Ovunque vada si vede presentato come il «fratello di Giovinco». E a 27 anni un po’ gli pesa. «Sono convinto che se fossi stato considerato come Giuseppe e basta, avrei ottenuto di più dalla mia carriera – ha detto Giovinco non appena ha messo piede al Centro Bacchilega -. Perché è normale che chiunque fosse paragonato a Sebastian ci perderebbe, considerando che in questo momento non esiste un giocatore italiano che si possa paragonare a lui per caratteristiche tecniche».

Anche tu, come lui, calcisticamente sei cresciuto nella Juventus.

«Sono rimasto bianconero per 13 anni. Ho fatto tutta la trafila delle giovanili, vincendo due volte il Torneo di Viareggio quando giocavo nella Primavera con Immobile, Iago Falque, Marrone, Rossi e con Maddaloni e Bruni allenatori. Con mio fratello invece ho fatto solo degli allenamenti ai tempi di in cui sulla panchina della Juve sedeva Ciro Ferrara».

Fisicamente vi somigliate parecchio. Tu però sei un attaccante puro.

«Che ama muoversi a tutto campo. Ovviamente nell’ambito di una precisa organizzazione di gioco. Mi piace svariare, cercare la posizione, trovare soluzioni per provare a far gol».

La tua media finora non è stata elevata. Il picco l’hai toccato a Catanzaro due anni fa con 9 reti.

«Il numero dei gol dipende dal tipo di squadra nella quale ti trovi e dal momento che stai affrontando. Un conto è giocare per vincere il campionato, un conto per salvarti. La quantità di occasioni che ti possono capitare cambia. Poi nella media non si considerano mai i gol in Coppa Italia. Cinque anni fa, per esempio, all’Esperia Viareggio feci in totale 13 gol; 7 in campionato e 6 in Coppa, dove arrivammo alla finale, che perdemmo col Latina».

Quale è stato il tecnico dal quale hai appreso di più?

«Mario Somma, uno dei quattro avuti a Catanzaro, e soprattutto Stefano Cuoghi, che mi ha allenato a Viareggio. Diciamo che lui è stato l’unico che ha mostrato coerenza fra ciò che diceva e quello che faceva. Dalla maggioranza degli altri ho riscontrato solo belle parole, che puntualmente svanivano nei momenti di difficoltà».

Come è avvenuto l’approccio con l’Imolese?

«E’ stato molto veloce. Ho ricevuto la chiamata del mio procuratore D’Amico, che mi ha informato sull’interessamento dell’Imolese. Per accordarci non è stato nemmeno necessario che venissi qua prima. Mi è bastato sapere che avrei trovato entusiasmo per la C conquistata col ripescaggio, ambizioni e un bel centro sportivo, quindi la possibilità di allenarsi bene. E poi ci sono due amici come Belcastro e Bensaja che ho avuto come compagni rispettivamente alla Carrarese e a Catanzaro. Quando sono arrivato ho avuto conferma di quanto mi avevano detto. Una società del genere bisogna tenersela ben stretta, considerando quello che c’è in giro».

L’obiettivo dell’Imolese per ora è la salvezza. Cosa serve per non rischiare?

«Diverse cose. Non bisogna mai adagiarsi, nemmeno se per un periodo arrivano risultati superiori alle aspettative. Perché basta poco per ripiombare in basso. Poi non guardare troppo le avversarie, perché c’è poca differenza fra una squadra e l’altra in serie C. Saper mantenere sempre l’atteggiamento giusto durante la settimana. Infine subire meno gol possibili, perché qualcuno lo si fa sempre. E se non capita, lo 0-0 è comunque assicurato». 

a.d.p.

L”articolo completo su «sabato sera» del 30 agosto.

Nella foto: a sinistra i fratelli Giovinco, a destra Giuseppe in allenamento

Calcio serie C, un Giovinco è arrivato all'Imolese: «Cognome che pesa»
Sport 26 agosto 2018

Basket A2, il coach dell'Andrea Costa Di Paolantonio è soddisfatto: «Il miglior roster possibile, esperto e motivato»

Ai primi di giugno Emanuele Di Paolantonio diventò allenatore dell’Andrea Costa. Dopo essersela costruita e plasmata in una quarantina di giorni di mercato, adesso il tecnico abruzzese comincia ad allenare la sua creatura che poi, tra poco più di un mese, porterà sul campo per giocarsi la salvezza. Non è stato un lavoro facile e l’assemblaggio della nuova Andrea Costa (cambiata per otto decimi) è terminato con esiti che sulla carta sembrano più lusinghieri del previsto.

Meglio di così non si poteva fare?

«Siamo molto contenti del lavoro svolto, anche se questo vale fino ad un certo punto, in attesa delle risposte del campo. Questo è il miglior roster possibile per centrare i nostri obiettivi e, anche se sappiamo che sarà una stagione complicata e lunga, abbiamo le potenzialità per fare bene. Quando ho parlato ad ognuno dei giocatori firmati, in loro ho visto ambizione e grandi motivazioni e questo alla fine può fare la differenza».

L’età media elevata di questo gruppo è una virtù o un difetto?

«L’abbiamo costruito pensando che sia un pregio, perché dovendo affrontare una stagione così impegnativa, può ridurre i tempi di comprensione. La coppia «Usa» uno dei vostri punti di forza? Me lo auguro. Abbiamo scelto due giocatori di grandissimo spessore, che si conoscono e stimano e che hanno subito manifestato entusiasmo nel ritrovarsi, abbracciando il nostro progetto».

Sulla carta sembrano esserci squadre più deboli di voi.

«La salvezza è il nostro unico obiettivo e solo a fine aprile sapremo se l’avremo centrata. Oggi penso solamente al 7 ottobre con l’esordio in campionato. Sarà un torneo dove quattro o cinque squadre (Udine, Treviso, Bologna, Verona e forse anche Forlì o Ravenna) si giocheranno la promozione diretta e le prime piazze play-off. Poi vedo un gruppo molto livellato, dove tutti si sono attrezzati. Partire bene sarebbe importante, ma siamo consapevoli che all’inizio sarà dura, dovendo affrontare tre delle favorite nelle prime quattro giornate».

p.p.

L”articolo completo su «sabato sera» del 23 agosto.

Nella foto (Isolapress): la nuova Andrea Costa il giorno del raduno

Basket A2, il coach dell'Andrea Costa Di Paolantonio è soddisfatto: «Il miglior roster possibile,  esperto e motivato»
Sport 26 agosto 2018

Calcio, Lorenzo Spagnoli e la serie C tanto agognata: «Gioia immensa, come un bimbo a Mirabilandia»

«Per noi è stata una notizia bellissima, e anche se ce l’aspettavamo il ripescaggio in C, quando in sede è arrivato il fax di conferma, ed Elisa (Tassinari, la segretaria dell’Imolese, nda) mi ha chiamato al telefono per leggermelo, ho avuto una grandissima scarica di adrenalina». Così Lorenzo Spagnoli descrive ancora, a distanza di tempo, il momento magico vissuto venerdì 3 agosto mentre era a Mirabilandia coi figli. Un attimo indimenticabile, che gli resterà stampato per sempre nella memoria. «In un attimo ho rivissuto mentalmente i 6 anni nell’Imolese, nei quali la serie C è stata subito un obiettivo fortissimo – ha proseguito il presidente -. Se penso a come eravamo messi la prima stagione in Eccellenza, mi sembra incredibile essere arrivati fin qui. Ricordo che, quando partimmo, chiesi quale sarebbe stato l’anno del centenario, e appena sentii 2019 mi ripromisi di festeggiarlo in C. Ce l’abbiamo fatta. Essere nella terza categoria del calcio nazionale insieme a piazze importanti è fantastico».

Sarebbe stato più esaltante conquistarla sul campo, ma anche così la soddisfazione è tanta.

«Per me è praticamente la stessa cosa. Perché se non avessimo vinto i play-off per il secondo anno consecutivo, la domanda di ripescaggio probabilmente non l’avremmo fatta. Ricordo pure che siamo arrivati per due volte secondi in campionato».

Dopo tanti sacrifici, economici e umani, finalmente avete coronato il sogno della serie C.

«Sacrificio non è il termine giusto, perché il calcio per me è soprattutto divertimento. Fa parte della mia vita e ci sto bene dentro. Diciamo che il traguardo raggiunto è stato il frutto di tanto lavoro e di tanta passione. E sappiamo che è la passione a muovere tutto. La fortuna principale è stata quella di avere a disposizione un gruppo di persone fuori categoria, come Elisa Tassinari, Laura Graziani, Gianluca Matera, Filippo Ghinassi, Marco Montanari, mia moglie Fiorella. Senza dimenticare i sempre presenti che lavorano per la società. Mi reputo un presidente fortunato, perché ho vicino gente al di sopra della media. E so che lo saranno anche in C».

Raggiunta con non poche difficoltà. Come per esempio il rischio e la conseguente paura di non riuscire ad adeguare in tempo il Romeo Galli alle normative.

«Più che paura, c’era il dispiacere di veder vanificato tutto quello che avevamo fatto in questi anni. C’è stata una crescita incredibile sotto tutti gli aspetti; dalle strutture, all’organizzazione, al marketing, alla comunicazione, all’amministrazione, al settore giovanile. Non riuscire ad andare in C per lo stadio sarebbe stato un duro colpo. Mi avrebbe bruciato parecchio, perché erano anni che si parlava nelle nostre intenzioni e quando ci siamo resi conto di non essere stati ascoltati, c’è stato come un blocco. Poi ha prevalso di nuovo la passione. Mia moglie ha preso la situazione in mano, portando avanti la questione nel migliore dei modi».

L’Imolese nella terza serie del calcio per la quarta volta in 99 anni, e a distanza di 46 dall’ultima.

«Non potete immaginare quanto mi inorgoglisca essere riuscito a riportarla a questo livello. Ma adesso è necessario stabilizzarsi in questa categoria. Solo consolidandoci fra i professionisti potremo permetterci di programmare il futuro più serenamente. Continuando a fare i passi giusti e attraverso un criterio di lavoro molto preciso, come abbiamo fatto negli ultimi anni. Io ho sempre l’ambizione di migliorare anno dopo anno».

Non sarà facile, considerando che siete in ritardo nell’allestire la squadra rispetto alle squadre concorrenti.

«Lo sappiamo che sarà un anno difficilissimo. Ma partiamo da una base forte e con gli ultimi acquisti la squadra mi sembra all’altezza. La strategia per conservare la serie C l’abbiamo messa in atto già da qualche mese. Il fatto di aver dato continuità ad un nutrito gruppo di giocatori, forti in campo ma anche fuori, perché sappiamo quanto valgono come uomini, è stato già un passo importante. Poi dovremo essere bravi ad inserire i nuovi calciatori. E in tal senso io credo molto nella qualità del lavoro quotidiano e nella mentalità, che dovrà essere quella giusta per la C. Chi entra al Centro Bacchilega deve sentire addosso la forza del marchio Imolese e sposarne in toto la filosofia. Società, staff tecnico e squadra devono essere un tutt’uno. Se creiamo un forte senso di appartenenza possiamo fare un buon campionato».

Condannati a lottare per sopravvivere? O sotto sotto c’è la speranza di ottenere qualcosa di meglio?

«Non so se possiamo puntare a un risultato migliore della salvezza. Di sicuro so che l’Imolese dovrà essere una squadra capace di mantenere la categoria conquistata. Se ce la faremo solo all’ultimo minuto dell’ultima partita non importa. Quello che conta è centrare l’obiettivo».

L”articolo su «sabato sera» del 23 agosto.

a.d.p.

Nella foto (Isolapress) Lorenzo Spagnoli con la moglie Fiorella Poggi in tribuna al «Bacchilega»

Calcio, Lorenzo Spagnoli e la serie C tanto agognata: «Gioia immensa, come un bimbo a Mirabilandia»

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