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Sport 29 novembre 2018

I primi bilanci del direttore dell'autodromo Roberto Marazzi: «Sopravvivenza a rischio se riduciamo le giornate»

Non è ancora trascorso un semestre dall’insediamento di Roberto Marazzi a direttore dell’autodromo Enzo e Dino Ferrari, ma è come fosse passato, considerando che da ora fino a marzo la pista andrà in letargo. Quindi è già tempo di bilanci sull’attività del più importante impianto sportivo imolese. Cominciamo da quelli personali del nuovo direttore. «Qui a Imola mi sono trovato subito a mio agio – ha detto Marazzi -. Ho legato bene sia col personale dell’autodromo che con le istituzioni. Con queste ultime ho instaurato buoni rapporti interpersonali, mirati a costruire qualcosa di importante».

Nessun problema dunque?

«L’unico è sorto con la nuova Amministrazione comunale, ed è relativo al numero di giornate rumorose che è stato ridotto da 60 a 57. Questo inciderà negativamente sulla nostra attività. Su quelle non rumorose il problema è legato al nuovo sistema di rilevazione fonometrica, più severo di quello applicato fino a luglio, che ci costringerà a limitare il numero di mezzi presenti contemporaneamente in pista».

Gira e rigira il problema maggiore resta sempre il rumore.

«Ovvio, considerando l’ubicazione della pista. Comprendo le lamentele delle persone che abitano in zona, infastidite dal sentire per ore macchine e moto che corrono. Ma d’altra parte è praticamente impossibile trovare una formula che consenta di mantenere in attività costante l’autodromo e nello stesso tempo preservare i residenti dal rumore. D’altra parte ridurre le 150 giornate di media all’anno, inferiori a quelle di Misano e Mugello, avrebbe ricadute pesanti sull’economia locale, e metterebbe in discussione la sopravvivenza stessa dell’autodromo. Noi comunque ci stiamo impegnando per migliorare la situazione. Ci siamo attivati alla ricerca di silenziatori che garantiscano la riduzione dei decibel e stiamo dialogando con le case automobilistiche che vengono a provare con macchine stradali che superano i livelli massimi di rumore, per vedere di contenerlo entro i nuovi limiti imposti».

Una valutazione sul bilancio generale.

«Sono arrivato il 4 giugno e i mesi estivi li ho dedicati soprattutto all’organizzazione del Mondiale di motocross, che stava procedendo un po’ a rilento. All’inizio non ho potuto concentrarmi come avrei voluto sulla programmazione per la prossima stagione. Che però a questo punto è impostata in maniera definitiva e attende solo l’avallo da parte dell’Amministrazione. Sono soddisfatto delle manifestazioni svolte finora. In particolare voglio sottolineare il successo del Mondiale di motocross, che ha avuto grande risonanza mediatica sia in Italia che all’estero. Anche la Superbike è andata molto bene, e stiamo già lavorando per la prossima edizione in programma l’11 e 12 maggio 2019. La vendita dei biglietti inizierà a breve. E in tal senso cercheremo di migliorare gli aspetti relativi al modo di acquistarli. In generale posso dire che l’attività dell’autodromo nel 2018 è stata positiva nel suo complesso. Ma lavoriamo per fare meglio il prossimo anno».

Nel 2019 Superbike e motocross confermati. Dobbiamo aspettarci delle novità?

«Per l’automobilismo stiamo trattando una importante competizione internazionale targata Fia da disputarsi in ottobre. Poi c’è il vintage, che avrà spazi importanti col Minardi Day ampliato rispetto alle precedenti edizioni, che durerà tre giorni dal 26 al 28 aprile; e con la rievocazione della 200 Miglia e della Coppa d’Oro in programma dal 3 al 5 maggio. Senza dimenticare che mercoledì 1 maggio ci sarà la commemorazione dei 25 anni dalla morte di Ayton Senna. Sarà una giornata corredata da manifestazioni di grande interesse storico. Gireranno anche due sue F.1, una delle quali sarà guidata da Emanuele Pirro». (Angelo Dal Pozzo)

L”articolo completo su «sabato sera del 29 novembre.

Nella foto (Isolapress): Roberto Marazzi, direttore dell”autodromo Enzo e Dino Ferrari

I primi bilanci del direttore dell'autodromo Roberto Marazzi: «Sopravvivenza a rischio se riduciamo le giornate»
Cronaca 27 novembre 2018

Alessandro Garramone si racconta, dagli inizi nelle redazioni locali all'attuale carriera di autore televisivo

Talento e «garra». Cioè capacità indiscusse e, usando la parola tanto cara agli argentini, ma giocando anche sul cognome del nostro protagonista, quell’«artiglio» che ti permette di graffiare e aggrapparti ai sogni. Insomma, la voglia di farcela. Stiamo parlando di Alessandro Garramone, 46enne imolese che da circa 16 anni è partito per Roma, dove si è costruito una carriera invidiabile in ambito televisivo.

«Garra» fa l’autore, cioè scrive i contenuti dei programmi, ne rappresenta l’anima. «E dire che non ero mai stato nella capitale fino al 1999, non avevo mai visto il Colosseo…» racconta divertito. Per rendere l’idea, è un lavoro che nel corso degli anni è toccato a personaggi come Carlo Emilio Gadda, Andrea Camilleri, Umberto Eco e tanti altri che hanno rappresentato la vera spina dorsale della televisione italiana.

La scusa per fare una chiacchierata col nostro ex collega è una società di produzione nata da poco, che ha la sede legale proprio a Imola, tanto per tenere vivo il legame con la sua città. Si chiama «Screept», dalla fusione delle due parole inglesi screene script. Cioè «scrivere per lo schermo», tanto per essere letterali. Alessandro iniziò giovanissimo, che ancora andava al liceo classico, portandosi dietro un floppy-disk (qualcuno sa ancora cos’è?) con gli articoli sul rugby, ma già si intuiva che, nonostante fosse ancora minorenne, aveva qualcosa in più, qualcosa di diverso rispetto a tutti gli altri.

«Il mio primo articolo pubblicato fu nel 1989, sul Nuovo Diario Messaggero. Scrivevo di rugby e inizialmente non sapevo neppure esattamente le regole, ma visto che avevo a che fare con gente piuttosto grossa, dentro di me si era creato un grande senso della realtà, perché potevo prendere le botte. E secondo me alcuni giocatori avrebbero voluto picchiarmi sul serio, probabilmente a ragione».

Saper scrivere, voler scrivere, è comunque stato il grande combustibile.
«Fin da quando ero piccolissimo avevo la fissa. Conservo ancora un tema di quando avevo 10 anni in cui dichiaravo di voler fare il giornalista. Nulla è successo per caso. La televisione sì, invece, quella è stata una circostanza fortuita, grazie all’incontro con una persona che mi presentò Claudio Caprara, direttore di sabato sera a quei tempi. Alla fine mi sono trovato a fare un lavoro che non sapevo neanche che esistesse».

In quegli anni hai girovagato per le redazioni imolesi, tra «Carlino» e «sabato sera», assumendoti anche la responsabilità di dirigere per 6 anni il settimanale «sette sere», ideato dallo stesso Caprara.
«Non avevo ancora 25 anni, dunque ero molto giovane come direttore. E’ stata sicuramente una esperienza di grande crescita, una palestra che mi è servita quasi più da piccolo imprenditore che da giornalista. E mi è servita in seguito per fare carriera più velocemente, perché mi ero già abituato a gestire le persone, a prendere decisioni, a fare trattative».

Torniamo a parlare di scrittura.
«Farlo per la carta stampata o per la televisione è talmente diverso che non si possono fare paragoni. Anzi, a volte essere una penna particolarmente brillante può diventare un limite: bisogna ricordarsi che le cose si vedono, quindi è inutile arricchire troppo le frasi con dettagli che possono diventare ridicoli».

Quindi come si fa?
«Si impara a scrivere coi silenzi e con le immagini. Bisogna pensare a ciò che si sta facendo quasi visualizzando un disegno. Ogni parola sul video ha un peso specifico più alto».

Hai iniziato con «Sfide». Il programma sportivo ideato da Simona Ercolani e seguitissimo su Raitre.
«Doveva essere un anno sabbatico. Inizialmente partivo da Imola il lunedì mattina e tornavo al venerdì sera. Ho avuto la fortuna di entrare dalla porta principale e iniziare subito a fare l’autore, un incarico che di solito ci si conquista con anni di esperienza». (pa.za.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 22 novembre

Nella foto il giornalista e autore televisivo Alessandro Garramone

Alessandro Garramone si racconta, dagli inizi nelle redazioni locali all'attuale carriera di autore televisivo
Cultura e Spettacoli 14 novembre 2018

Gianluca Afflitti e la passione per i viaggi che l'ha portato in tutti i continenti: «Sono curioso del mondo»

In un”intervista Jovanotti, parlando dei suoi giri per il mondo, disse che per viaggiare non sono tanto indispensabili i soldi quanto avere il tempo per farlo. Gianluca Afflitti, classe 1967, viaggiatore da sempre, è la dimostrazione che si può partire pur dovendo fare i conti con un lavoro impegnativo come quello del lattoniere.

Afflitti, titolare dell’azienda omonima con il fratello Massimiliano, riesce ad organizzare almeno quattro viaggi all’anno, scegliendo sempre mete particolari, alla ricerca di emozioni e sensazioni nuove, che immortala in fotografie, che gli hanno valso numerosi riconoscimenti. «Sono curioso del mondo, cerco colori, situazioni strane», ci racconta seduto davanti al computer con il quale studia gli itinerari e dove ha già preparato il programma dei viaggi fino al 2021. Noi l’abbiamo incontrato alla vigilia della partenza per l’Australia, l’obiettivo è vedere la migrazione dei granchi rossi a Christmas Island.

Quando hai capito che il viaggio sarebbe stata una costante della tua vita?
«A 16 anni. Nel 1983 in sella ad una Honda Xl 125 sono partito alla volta della Spagna con un gruppo di amici, ho girato tutta la penisola fino ad Alicante. Dormivamo negli allora parador, cercando di vedere gli angoli più particolari del Paese. Fino ai 26 anni la moto è stato il mezzo privilegiato per i miei viaggi, anche se chiaramente la cilindrata è andata aumentando, passando al 250 fino al 750. Dopo gli amici dei primi viaggi, la presenza fissa è sempre stata Elena, la mia compagna, che ha condiviso con me questa passione. Oggi ho una Kawasaki 1500 custom. Ma oggi le mete che mi attirano ora necessitano di un volo aereo…».

Quali mete ricordi più volentieri dei viaggi in sella alla moto?
«Ho girato tanto, tutta Europa tranne la Russia, poi sono andato fino in Kurdistan e sono arrivato a Capo Nord. In Scandinavia ci sono tornato un’altra volta in inverno, senza moto, appositamente per dormire nell’hotel di ghiaccio, una struttura che viene costruita ogni anno, con stanze, sculture, spazi ricavati completamente nel ghiaccio, a Kiruna, la città più settentrionale e fredda della Svezia. Anche il Messico l’ho girato in moto; era il 1999, allora era ancora possibile noleggiare una moto e attraversare tutto il Paese, oggi non sarebbe possibile perché ad ogni passaggio di regione viene chiesto di cambiare il mezzo. In Messico abbiamo anche avuto una piccola avventura mentre eravamo su una strada in mezzo al nulla: la moto mi è andata in riserva e poi si è fermata. Dopo una lunga attesa è passata un’auto, però non erano in grado di aiutarci, così sono salito con loro lasciando Elena da sola a badare alla moto. Arrivati al primo paese, dopo un viaggio di un’ora, non c’era nessun meccanico. Però noto un camioncino scassato e tre uomini seduti attorno al tavolo del bar pieno di birre. A quel punto decido di offrirgli dei soldi per farmi accompagnare con il camion a recuperare la moto. Devo aver dato loro molto di più di quanto fossero abituati, perché ci hanno accompagnato per un bel pezzo, sistemata la moto, per vedere che tutto andasse bene. Più che altro, sono stato fortunato perché Elena c’era ancora… e non mi ha mandato a quel paese. Ripensandoci, forse siamo stati un po’ incoscienti» (r ide).

L’impressione è che in questa passione per il viaggio sia più importante il «muoversi», «l’andare» della destinazione.
«Sicuramente ogni viaggio deve essere itinerante. In passato non prenotavo nulla, l’unica cosa che non cambiava era la meta, poi il percorso poteva variare, se c’erano stimoli interessanti. In Turchia, verso metà degli anni ’90, due romani incontrati per caso mi segnalarono una località che mi incuriosì. Così mi ritrovai con la moto in mezzo agli ovili finché arrivammo ad una caletta sulla Costa Turchese. Un paesino di una decina di case. Quando ho chiesto di cosa vivessero mi spiegarono che ormai erano per lo più allevatori: il pescatore più anziano non usciva ormai più in mare, ma gli sarebbe piaciuto usare ancora la barca. Così mi sono offerto di accompagnarlo e siamo partiti su una specie di chiatta. Al rientro i paesani avevano allestito una tavola in piazza, io ed Elena siamo stati messi ai posti d’onore di quella che è diventata una festa. Questo è il bello del viaggiare, incontrare persone e situazioni insolite, un modo di estraniarsi dalla vita normale».

Quando hai deciso che era ora di cambiare mezzo per viaggiare?
«Quando ho scoperto la subacquea e la fotografia. A quel punto le mete da raggiungere sono diventate tali che era necessario salire su un aereo».

Pensi anche tu che per viaggiare non sia necessario investire una fortuna?
«Se ci si organizza per tempo oggi con Internet si trovano voli a costi accettabili, anche per mete lontane. Ad esempio ad agosto sono stato nella Papua indonesiana passando da Bali. I biglietti li ho acquistati a gennaio per 530 euro. Devo dire che negli ultimi dieci anni, fra viaggi vinti grazie a concorsi fotografici ed altri ai quali partecipo come fotografo esperto, il costo del viaggio è ammortizzato… Certo nei periodi in cui rimango a casa risparmio perché non amo molto andare al cinema e ancora meno al bar. Poi, come dicevo, anche progettare i viaggi per me è un divertimento».

Puoi dire di aver viaggiato in tutto il mondo?
«Sicuramente in tutti i continenti più di una volta, anche se non ancora in tutti i Paesi». (fa.vi.)

L”intervista completa è su «sabato sera» dell”8 novembre

Nelle foto momenti di viaggio di Gianluca Afflitti e della compagna Elena

Gianluca Afflitti e la passione per i viaggi che l'ha portato in tutti i continenti: «Sono curioso del mondo»
Cronaca 5 novembre 2018

Il virologo Roberto Burioni a Imola l'8 novembre per CooperAttivaMente: «Anche io mi vaccino contro l'influenza»

«Ho fatto fare tutti i vaccini a mia figlia e io stesso mi vaccino ogni anno contro l’influenza». Ad affermarlo senza incertezze è Roberto Burioni, professore di Microbiologia e Virologia all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, specialista di immunologia, diventato famoso per la sua battaglia a sostegno della scienza e della verità in campo medico, a partire dai vaccini. La sua pagina Facebook è seguita da oltre 432 mila persone e i suoi post hanno centinaia di condivisioni. 

Per questo ha ricevuto offese e minacce dal movimento no vax, pesanti attacchi online diretti anche contro la sua famiglia, come l’estate scorsa, quando si era riaccesa la polemica sull’obbligo delle vaccinazioni per poter frequentare le scuole. Nonostante ciò, Burioni non demorde.

Accanto all’impegno sulla rete ha aggiunto l’attività divulgativa con i libri, il terzo, dal titolo «Balle mortali. Meglio vivere con la scienza che morire coi ciarlatani» (Rizzoli editore), lo presenterà a Imola giovedì 8 novembre alle ore 20.30 alla Sala delle Stagioni (via Emilia 25) all’interno del ciclo di iniziative organizzate da CooperAttivaMente, cioè consiglio di Zona soci del circondario imolese di Coop Alleanza 3.0 e Cooperativa Bacchilega con Librerie.coop.

Nei libri si ritrova la stessa capacità di sintesi, semplicità e precisione dei post sui social. In «Balle mortali» Burioni mette in fila alcuni esempi, tra quelli italiani c’è la donna che soccombe ad un linfoma perché si affida alla Nuova Medicina Germanica, la ragazzina che non si risveglia da un coma diabetico perché i genitori ascoltano chi consiglia di somministrarle vitamine anziché insulina, ovviamente le pagine buie di Stamina e del metodo Di Bella preceduti dal siero «anticancro» di Liborio Bonifacio, ricavato da escrementi di capra.

L’assunto è che gli uomini credono a quello che desiderano, non in ciò che è vero. E quando sono ammalati sono disposti a credere a qualunque bugia, a chiunque gli dica che guariranno, per questo le «balle» sono così pericolose.

Tra le pagine di «Balle Mortali» mette in fila una decina di sciocchezze scientifiche o supposte cure per malattie come il cancro o l’Aids, qual è la «balla» che l’ha colpita di più di tutte?
«Le ritengo tutte terribili, specialmente quelle dove lo Stato ha traballato tra la scienza e i ciarlatani (come il caso della cura Di Bella o l’intruglio Stamina di Davide Vannoni, ndr). Ma ad avermi colpito di più è il caso del bambino di sette anni morto per un’otite esattamente come accadde a mia nonna materna Maria nel 1933. Allora non c’erano gli antibiotici, ma è intollerabile che si possa morire nello stesso modo oggi, quando gli antibiotici avrebbero risolto il problema».

Come mai ci sono tanti medici e scienziati nelle fila dei «ciarlatani»? Non crede occorra una presa di posizione chiara dell’Ordine dei medici in tal senso?
«Ritengo che l’Ordine dei medici debba essere molto severo nei confronti dei propri iscritti quando propinano bugie pericolose abusando della fiducia dei loro pazienti. Molti medici sono protagonisti in senso negativo e noi dovremmo cacciarli dal nostro Ordine per la difesa della professione e dei pazienti stessi».

Lei è oggetto di pesanti attacchi da parte dei cosiddetti no vax, cosa l’ha spinta alla battaglia per una corretta informazione su medicina e scienza?
«E’ cominciato tutto due anni fa, quando mi trovavo negli Stati Uniti per lavoro, con la famiglia, leggevo le bugie che giravano sulle vaccinazioni e decisi di scrivere qualcosa nella mia pagina Facebook per contrastarle. Da lì sono cominciati gli attacchi, ed è incredibile perché è come attaccare chi dice che 2 più 2 fa 4 o che la terra è rotonda, io esprimo solo quanto dice la scienza. Hanno minacciato pure la mia famiglia, mia figlia, ma per me 2 più 2 continua a fare 4». (l.a.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 1° novembre

Il virologo Roberto Burioni a Imola l'8 novembre per CooperAttivaMente: «Anche io mi vaccino contro l'influenza»
Cronaca 15 ottobre 2018

A piedi per un mese sulle Ande: l'esperienza di Enrico Dolla che ha sfidato in Perù i disagi dell'altitudine

Un mese di escursione in Perù, tra le montagne e i piccoli paesini che profumano di tradizione antica. Questo è quello che ha vissuto Enrico Dolla, 46enne imolese che lavora come responsabile della sicurezza presso il Consorzio Solco, ma nel cui sangue scorre la passione per l’avventura, i viaggi e la natura. «Faccio arrampicate da quando avevo 15 anni e trekking sia in solitaria che in gruppo da quando ne avevo 20. La prima meta è stata la Lapponia, da cui sono rimasto affascinato – racconta Dolla -. Sono di origini piemontesi, dunque ho una passione per la montagna. Mi piace viaggiare in qualsiasi parte del mondo, perché in questo modo ci si mette in discussione e si può riflettere sulle diversità tra le culture, traendone insegnamenti che aiutano a crescere».

L’imolese ha trascorso una vacanza alternativa, partendo con l’organizzazione «Avventure nel Mondo», la quale propone viaggi legati all’escursionismo, ma anche comode vacanze per famiglie alle Maldive, ad esempio. L’avventura è iniziata il 4 agosto all’aeroporto di Milano, dove un gruppo di 10 persone che non si conoscevano è partito alla volta della Cordigliera delle Ande, per tornare a fine mese con un pieno di esperienza e ricchezza culturale. «La cordigliera è denominata nera dal lato del Pacifico e bianca dal lato dell’entroterra – spiega Dolla -. Da una parte cime bianchissime, dall’altra massicci neri come la pece. Siamo atterrati a Lima, facendo prima scalo a Houston e New York, arrivando infine in bus a Huaraz, dal lato della cordigliera Nera. Il paese è situato a 3.000 metri di altitudine e ci siamo fermati lì un giorno per l’acclimatamento, ovvero abituarsi all’aria rarefatta, prima di procedere con il trekking sulla cordigliera».

Durante la notte il fisico subisce di più l’influenza dell’altitudine, la quale può causare anche insonnia. In Perù inoltre in quel periodo è inverno, dunque nelle ore buie la temperatura può scendere anche sotto lo zero. Mercoledì 8 agosto è iniziata poi l’avventura vera e propria, che prevedeva un percorso ad anello della durata di 14 giorni intorno alle montagne peruviane più importanti, trascorrendo le notti in tenda, dal momento che in quella zona non ci sono paesi. «Ci siamo attrezzati con uno zaino da 15 kg ciascuno che conteneva vestiti e un sacco a pelo. Poi le guide con i loro muli hanno portato quotidianamente per noi le tende e il cibo, visto che anche solo camminare a 4.000 metri d’altezza causa le stesse sensazioni della febbre, in quanto c’è poco ossigeno disponibile. Questa è la difficoltà più grande da affrontare durante il trekking – spiega Dolla -. I primi tre giorni sono i più faticosi e un altro grande problema è che ad alta quota non si percepisce la sete, ma è fondamentale bere almeno 3 litri di acqua al giorno».

Il gruppo ha percorso un totale di 120 km a piedi ad un’altitudine compresa tra i 4.000 e i 5.000 metri. Gli escursionisti hanno camminato sull’Alpamayo, considerata la montagna più bella del mondo, e sul Huascarán, quella più alta del Perù, che si eleva per 6.768 metri. Il terzultimo giorno di trekking un membro ha preso una forte distorsione e in quest’occasione si è visto lo spirito di gruppo. «Ci siamo fermati e l’abbiamo portato a turno in spalla – racconta Dolla -. In seguito, mentre scendevamo verso valle, abbiamo intercettato un peruviano in automobile e il nostro sfortunato collega è stato portato all’ospedale». (se.zu.)

L”intervista completa è su «sabato sera» dell”11 ottobre

Nella foto Enrico Dolla durante il viaggio in Perù

A piedi per un mese sulle Ande: l'esperienza di Enrico Dolla che ha sfidato in Perù i disagi dell'altitudine
Sport 13 ottobre 2018

L'ex portiere di Torino e Lazio Luca Marchegiani e… l’Imolese: «Mio figlio para nel Gubbio ma non facciamo paragoni»

Imola. Luca Marchegiani, Pasquale Bruno, Roberto Mussi… Martin Vazquez, Scifo, Lentini… Ah no, scusate, quella era la formazione del Toro nella finale di Coppa Uefa del 1992. Luca Marchegiani, Giuseppe Pancaro, Alessandro Nesta… Stankovic, Mancini, Nedved, Salas, Vieri. Ah no, scusate ancora, quella era la Lazio che vinse la Coppa delle Coppe nel 1999. Marchegiani, Schiaroli, Espeche… Ecco, stavolta ci siamo. Sarà questa la formazione che Rino Galeotti, lo speaker del Romeo Galli, leggerà domani, 14 ottobre, (alle ore 14.30, udite, udite), quando dovrà presentare lo schieramento del Gubbio contro l’Imolese.

Differenze, tante. Cose in comune, una sola: un Marchegiani in porta, quel Gabriele figlio d’arte che sta cercando di ripercorrere le tracce del padre famoso, uno che, partito dalla Jesina, è arrivato fino ai microfoni di Sky, passando per uno scudetto e una finale mondiale, quella persa a Pasadena contro il Brasile nel 1994, con una signorilità assai rara nel mondo del pallone. «Non amo particolarmente parlare di mio figlio. Siccome lo precede sempre la mia fama, preferisco stare un passo indietro».

Come ci ha detto Giuseppe Giovinco su queste colonne alcune settimane fa, il cognome famoso può anche essere un peso.

«E’ vero, perché si possono creare paragoni e aspettative, si è sempre sotto osservazione. Mio figlio Gabriele finora è stato bravo, perché ha seguito il suo percorso indipendentemente da me. Ha trascorso gli anni nelle giovanili della Roma con grande serietà e serenità. Attualmente è un ragazzo di 22 anni che sta cercando di trovare la sua dimensione».

Dopo il giallorosso di Trigoria, sono arrivate le esperienze tra Pistoiese (serie C), Spal (serie B e A) e, adesso, Gubbio.

«Non si possono fare paragoni con quello che è stato il mio percorso. Erano tempi molto diversi e devo dire che una volta era molto più facile arrivare a certi traguardi. Ai portieri venivano chieste meno cose e non c’erano tutti gli stranieri che si vedono oggi nel calcio, soprattutto tra i pali. Una volta si era etichettati. Se arrivavi in serie A eri un giocatore di serie A, e potevi stare tranquillo, proseguendo nella tua crescita tecnica. Adesso invece il calcio naviga sulle montagne russe. Un anno giochi in B, la stagione dopo non trovi la squadra e sei quasi sempre un precario: tutto è legato all’occasione che ti può capitare e che devi sfruttare a tutti i costi. Ogni treno può essere l’ultimo».

Sei ancora andato a vederlo giocare nel Gubbio?

«Ovviamente seguo i risultati, ma non sono mai andato allo stadio, perché alla domenica sono impegnato su Sky con i miei commenti. Penso che il Gubbio sia una squadra che si sta modellando, anche se non sono in grado di dire a che traguardi potrà ambire. Credo che la serie C attuale sia il classico campionato dove la forza del gruppo sia vincente rispetto ai valori tecnici».

Tornando a noi, ci sono pochi legami tra Imola e Marchegiani. Oppure no?

«Non ci ho mai giocato contro, per ovvi motivi, però conosco la città, visto che sono stato diverse volte a trovare Stefano Garbuglia, grazie all’amicizia che ci lega fin da quando eravamo compagni di squadra ai tempi della Jesina, a metà degli anni Ottanta. Con Marocchi ci siamo conosciuti in campo e ci siamo tenuti in contatto quando Giancarlo era dirigente del Bologna e io già facevo il commentatore televisivo. Siamo più che colleghi, siamo compagni di viaggio su Sky, quasi sempre insieme. Con lui mi trovo molto bene: oltre che un conoscitore di calcio è anche un ottimo comunicatore. Con Mannini, infine, siamo stati anche compagni in Nazionale, per un breve periodo. Con Arrigo Sacchi, soprattutto nelle prime partite, Mannini faceva parte del gruppo e ricordo una tournée negli Stati Uniti nel 1992, due anni prima del Mondiale americano».

p.z.

L”articolo completo su «sabato sera» dell”11 ottobre.

Nella foto: Luca Marchegiani (a destra) col figlio Gabriele quando era alla Spal

L'ex portiere di Torino e Lazio Luca Marchegiani e… l’Imolese: «Mio figlio para nel Gubbio ma non facciamo paragoni»
Sport 3 ottobre 2018

I complimenti di Moreno Mannini all'Imolese: «Ripagati gli sforzi, la città deve starle vicino affinché il sogno resti vivo»

L’Imolese in serie C fa tornare alla mente le grandi gesta del passato (non solo perché mancava dagli anni ’70) e di un calcio che ormai non esiste più, quando giovani di belle speranze partivano dai campi di provincia per provare a coronare il loro sogno di giocare in serie A. Anche Imola ha avuto i suoi «eroi», nati calcisticamente sulle rive del Santerno e finiti poi nell’Olimpo del calcio. Sotto l’orologio, quando si parla di loro, uno dei nomi che viene in mente è quello di Moreno Mannini (senza dimenticare Davide Bombardini e Giancarlo Marocchi, «Foffo» Beltrandi, Alfonso Bertozzi, Luca Capecchi e Roberto Mirri). 

L”ex difensore della Sampdoria ha provato addirittura l’emozione di giocare una finale di Coppa dei Campioni. Purtroppo alla fine arrivò una sconfitta, ma nel cielo di Wembley, quel 20 maggio del 1992, simbolicamente c’era tutta Imola insieme a lui. Quella stessa città che gli ha permesso, nel 2000, di giocare l’ultimo match di una carriera fatta di coppe e di vittorie. «Il ritorno dei rossoblù in serie C è qualcosa di molto positivo – ha ammesso Mannini – e ripaga presidente e staff di tutti gli investimenti fatti finora».

Hai continuato a seguire l’Imolese in questi anni?

«Sono il suo primo tifoso e, anche se non vado spesso allo stadio, ogni domenica sera m’informo sul risultato».

Secondo la tua esperienza, in serie C potrà essere una bella realtà o una meteora?

«Ha lottato molto per arrivarci e sono sicuro che respirare l’aria del professionismo le farà bene per il futuro».

Come detto, la società ha fatto molto finora. Pensi che ora tocchi anche ad altri stargli vicino?

«Certo e mi riferisco al pubblico e al Comune che devono, in ogni modo, far sì che questo sogno rimanga sempre vivo».

d.b.

L”articolo completo su «sabato sera» all”interno dello speciale dedicato all”Imolese.

Nella foto: Moreno Mannini, a sinistra, in uno scontro di gioco contro Giancarlo Marocchi

I complimenti di Moreno Mannini all'Imolese: «Ripagati gli sforzi, la città deve starle vicino affinché il sogno resti vivo»
Cronaca 2 ottobre 2018

Intervista a Francesco Cioria, il sommelier e manager che gestisce i vini del San Domenico

A trent’anni Francesco Cioria ha già alle spalle una carriera di successo. Originario di Vallata (Avellino), paese irpino di nemmeno 3 mila abitanti, dopo il diploma all’Istituto alberghiero di Vieste ha inanellato esperienze in Italia e all’estero. Tra il 2011 e il 2012 è per la prima volta al San Domenico. «Avevo sempre sentito parlare del San Domenico – spiega – e decisi di mandare il curriculum. Sono stato io a propormi. Ho fatto un tirocinio e poi sono stato assunto come cameriere». Nello stesso periodo completa il percorso per diventare sommelier Ais. «Fino a 16 anni non bevevo vino – così racconta come è nata la sua passione -. La passione è nata dopo, durante gli anni all’Istituto alberghiero. Mi sono reso conto che esisteva anche del vino buono. Con i soldi guadagnati lavorando in pizzeria nei weekend ho cominciato a comprare bottiglie da 20-30 euro, a leggere riviste di settore, ad assaggiare, a parlare con i produttori. E’ stato un susseguirsi».

Da appassionato, il primo impatto con la cantina del San Domenico se lo ricorda bene. «Mi misi le mani nei capelli – dice sorridendo -. Davanti a tanta maestosità sono rimasto shoccato per una ventina di minuti, non avevo mai visto niente del genere…». Alla fine del 2012 riparte per l’Australia. «E” un paese bellissimo. Ma per la ristorazione è ancora un po’ “primitivo” rispetto ad altri Paesi. Anche nei ristoranti importanti, in menu non manca l’hamburger…». Alla fine del 2014, ritorna al San Domenico. Questa volta da cliente. «Ero a cena per salutare gli ex colleghi. Tra una chiacchiera e l’altra, è arrivata la proposta di occuparmi della gestione della cantina. Non me lo aspettavo. La mattina dopo ero lì per firmare il contratto». Per Cioria comincia una nuova avventura, in un ruolo mai ricoperto prima. «Ho impiegato mesi per prendere conoscenza di tutto il patrimonio enologico. Ho catalogato bottiglia per bottiglia. E nel tempo sono arrivato ad assaggiare il 90 per cento di quello che abbiamo».

E i riconoscimenti non tardano ad arrivare. Nel 2016 viene nominato «Miglior sommelier d’Italia» nell’ambito del Best Italian wine awards, mentre quest’anno si è aggiudicato il premio speciale Dire fare sognare, promosso da Partesa (gruppo Heineken Italia). Il 5 ottobre invece riceverà a Parma il titolo di «Ambasciatore dello champagne», assegnato dal Comité Champagne allo scopo di mettere in luce le professionalità in grado di meglio far conoscere e apprezzare questo tipo di vini. Sotto al San Domenico c’è un tempio consacrato al dio Bacco. Antiche stanze in mattoni a vista e volte a botte, che custodiscono un patrimonio enologico unico nel suo genere, esclusivo tanto quanto il famoso ristorante stellato a cui appartiene. Da quattro anni il «custode del tempio» è il giovane sommelier Francesco Cioria. E’ lui a raccontarci l’importanza di questo luogo.

Quali sono le peculiarità della cantina che gestisce?

«Il San Domenico esiste dal 1970. Ha quindi alle spalle quasi 50 anni di storie, collezioni e acquisti. Abbiamo un totale di circa 12 mila bottiglie e 1.800 etichette. Contando anche i distillati, il numero sale a più di 2 mila etichette. In Emilia Romagna non credo ci siano altre cantine come questa e in Italia ce ne sono poche. Oggi solo i ristoranti storici possono permettersi di averne una simile. Per i ristoranti più recenti immobilizzare un certo capitale da destinare al vino è più complicato».

A proposito di capitale, è possibile quantificarne il valore?

«E’ difficile fare una stima effettiva. Spesso sono bottiglie acquistate diversi decenni fa, a un prezzo che ad oggi non è più lo stesso. Il 35 per cento della nostra collezione è costituita da pezzi che hanno più di vent’anni». 

lo.mi.

L”articolo completo su «sabato sera» del 27 settembre.

Nella foto; Francesco Cioria, sommelier e responsabile della cantina del «Ssan Domenico».

Intervista a Francesco Cioria, il sommelier e manager che gestisce i vini del San Domenico
Sport 30 settembre 2018

Un «proiettile» su Imola, intervista al neo campione del mondo Mxgp Jeffrey Herlings

Antonio Cairoli non ha vinto il decimo mondiale, ma ha lasciato il titolo Mxgp, combattendo come un leone, ad un altro pilota (e che pilota…) che sicuramente lascerà un segno indelebile nel motocross: Jeffrey Herlings. Il suo soprannome, «the bullet», ovvero il proiettile, la dice lunga sulle caratteristiche di questo olandese che a 24 anni compiuti ha vinto 4 mondiali (tre della Mx2 ed appunto la Mxgp) incarnando il pilota davvero «vecchia maniera», ovvero che ci dà il gas anche quando dorme. Quest’anno il ruolino di marcia del numero 84 è stato davvero spaventoso, se pensiamo che su 19 gare fino ad ora disputate, Herlings ne ha vinte 16 (!) lasciandone due proprio al nostro «Tony nazionale», una al belga Clement Desalle ed infilando nel bel mezzo della stagione la frattura ad una clavicola che gli ha impedito la partecipazione alla gara di Ottobiano. Intanto Herlings è stato il più veloce di tutti nella gara di qualifica e sarà il grande favorito per gara-1 e gara-2 che si correrà oggi a Imola nell”ultima tappa del mondiale.

Innanzitutto congratulazioni Jeffrey, davvero una stagione magica, non trovi?

«Certamente, è stata una bella stagione per me ed anche per tutto il mio team, abbiamo lavorato molto bene».

Avremmo preferito l’ultima battaglia a Imola, ma nella precedente gara ti sei laureato campione del mondo ad Assen, davanti al pubblico di casa.

«E’ stata una esperienza unica, davvero eccezionale. E’ difficile trovare le parole per spiegare le specialissime sensazioni che ho provato, ancora non riesco a descriverlo».

Che tracciato ti aspetti di vedere  in riva al Santerno?

«Non l’ho vista e non so molto della pista, ma sono davvero gasato di poterci correre al più presto».

Allora, non ci resta che darti il benvenuto in città.

«Ciao a tutti, spero di vedervi in tanti durante le gare»

m.r.

L”articolo completo su «sabato sera» del 27 settembre.

Nella foto: a destra Herlings insieme al nostro Cairoli affiancati ad Assen (dal sito ufficiale Mxgp)

Un «proiettile» su Imola, intervista al neo campione del mondo Mxgp Jeffrey Herlings

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