Venti di guerra, Martina Zavagli e l’Avsi in Sud Sudan

IMOLA-SUD -SUDAN
«Era già previsto che rientrassi domani, il problema è che dovevo far scalo a Istanbul… Ora spero di cambiare il volo, passando per l’Etiopia». Per Martina Zavagli, responsabile dell’Avsi in Sud Sudan, dovevano essere due settimane di ferie per stare con la famiglia e gli amici, oltre che per coordinare alcune iniziative di raccolta fondi per le attività che l’organizzazione non governativa promuove. Invece il colpo di stato di questa notte in Turchia sta complicando ulteriormente la gestione del rientro nel paese centroafricano che venerdì 8 ha assistito allo scoppio di una nuova guerra interna: Juba, la capitale, è stata bombardata dall’artiglieria pesante, così Martina si è trovata a organizzare da Imola l’evacuazione del personale italiano dal Sud Sudan verso l’Uganda.

«Su Whatsapp ho avuto la notizia praticamente cinque minuti dopo che erano iniziate le sparatorie da uno dei colleghi» racconta. A quel punto è scattato lo stato di emergenza. «Ho cercato di contattare tutti i ragazzi presenti nella capitale, che sono stati “ibernati” in casa, come prevede il protocollo di sicurezza».

Vi aspettavate che scoppiasse questo conflitto? «Nel dicembre 2013 c’è stato un tentativo di colpo di stato con cui il vicepresidente ha tentato di insediarsi ed il conflitto è andato avanti fino all’agosto 2015. Poi c’è stata una mediazione e si è insediato un governo di unità nazionale, un accordo molto fragile, che ha innescato una crisi economica terribile con 4 milioni di persone a rischio carestia, 2 milioni di sfollati interni e 200.000 fuggiti nei paesi limitrofi. Negli ultimi tempi c’erano state varie scaramucce, bastava un pretesto per far riesplodere il conflitto».

Lunedì 11 è stato dichiarato il cessate il fuoco e la situazione è di pseudo-normalità. “Grazie ad un aereo messo a disposizione dalla Farnesina, i colleghi nella capitale sono partiti per l’Uganda, Paese in cui si sono rifugiati anche quelli che erano nelle zone di confine, muovendosi via terra. C’è solo una ragazza rimasta in una zona molto isolata, tranquilla, sarebbe più rischioso farla muovere». Ora la preoccupazione è per lo staff locale: i circa 90 sudanesi che lavorano nei progetti Avsi per educazione, sanità ed agricoltura. “Con diversi di loro sono riuscita a mettermi in contatto via Internet: alcuni sono chiusi in casa, altri sono scappati nei loro villaggi, ma dicono che è impossibile tornare nella capitale perchè le strade non sono sicure. Dall’Uganda cercheremo di capire come continuare a seguire i progetti e se rientrare, cercando nello stesso tempo di tutelare al massimo il nostro staff locale».

Rientrerà nonostante tutto? «Non ho paura, anche se non era bello sentire al telefono i colleghi che, mentre parlavamo, si buttavano per terra quando i mortai cominciavano a sparare. I miei sono preoccupati, ma sanno anche che lavoro per un’Ong strutturata, che tutela la nostra sicurezza».

Martina Zavagli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *