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Cronaca 12 Novembre 2019

Capriolo investito a Budrio. I Vigili del fuoco lo affidano al centro recupero di Monte Adone

Disavventura a lieto fine per un capriolo. Ieri sera, alle ore 19:30, la sala operativa 115 ha ricevuto una chiamata di soccorso per il recupero di un capriolo che sembra sia stato investito da una vettura in via San Vitale, all”incrocio con via Zenzalino, nel comune di Budrio.
I Vigili del fuoco sono intervenuti con una squadra dal distaccamento di Budrio mettendo al sicuro l”animale che sembra che abbia riportato ferite nella collisione con il veicolo. I vigili del fuoco hanno poi allertato l”associazione per il recupero della fauna selvatica di Monte Adone a cui verrà affidato l”animale.
Il fatto ha anche provocato la congestione del traffico su via di San Vitale a causa dei numerosi cittadini che volevano dare una mano. (r.cr.)

Fotografia dei Vigili del fuoco

Capriolo investito a Budrio. I Vigili del fuoco lo affidano al centro recupero di Monte Adone
Cronaca 4 Novembre 2019

La pesca Buco incavato cerca il meritato rilancio

In dialetto Bus incavé, Buco incavato. E’ una varietà di pesca a polpa bianca profumatissima, aromatica, dolce ma con un perfetto equilibrio tra zuccheri ed acidità, con leggero sentore di mandorla che la caratterizza. Prende il nome curioso da una profonda spaccatura che presenta lungo la sutura.

Un frutto autoctono che non solo è buono ma rappresenta anche il simbolo di una rivoluzione agricola che ha fatto di Massa Lombarda la capitale della frutticoltura nella prima metà del ’900. Poi, nel dopoguerra, la sostituzione con le nuove varietà americane, più funzionali ai lunghi viaggi e alle esportazioni.

I contadini, però, ne conservarono ancora qualche esemplare per il consumo domestico. E dai ritrovamenti di questi esemplari è nato nel 2011 un progetto di salvaguardia e di valorizzazione di un pezzo di storia della frutticoltura nazionale che vede la collaborazione tra il Comune di Massa Lombarda, il Centro ricerche produzioni vegetali e alcuni agricoltori. Cosicché diversi agricoltori e collezionisti hanno accettato di reimpiantare questa varietà per far ripartire la produzione, diventando così i custodi del Buco incavato.

Una pesca, comunque, destinata al consumo locale, che può essere assaggiata solo a Massa Lombarda, in particolare durante la festa a lei dedicata nel mese di agosto. E proprio lo scorso 30 agosto, durante la festa, il sindaco Daniele Bassi, i rappresentanti della Condotta di Slow food, del Centro ricerche produzioni vegetali di Cesena e alcuni produttori, per il momento quattro, hanno sottoscritto il disciplinare di produzione di questa varietà di pesca. (ale. gio.)

Ulteriori particolari nel numero del Sabato sera del 31 ottobre

La pesca Buco incavato cerca il meritato rilancio
Cronaca 14 Ottobre 2019

Prorogato il termine per le domande di servizio civile, ancora possibile iscriversi al progetto Linkontro

C”è ancora qualche giorno di tempo per i ragazzi dai 18 ai 28 anni compiuti che intendono presentare domanda per il Servizio civile universale. E” stata infatti prorogata alle 14 di venerdì 17 ottobre 2019 la scadenza del bando nazionale per la selezione dei volontari per il Servizio, che sarebbe altrimenti scaduta il 10 ottobre. Tale proroga è stata richiesta da vari enti e Regioni al fine di agevolare i giovani interessati che quest”anno si sono trovati ad affrontare una procedura completamente nuova rispetto al passato.

Venendo al nostro territorio, è dunque ancora possibile candidarsi a partecipare al progetto “Linkontro” del Servizio civile universale 2019-20, proposto da cinque Comuni del circondario e rivolto a ragazze e ragazzi nella fascia d”età sopra indicata, interessati a svolgere un”esperienza in servizi educativi, scuole, biblioteche e uffici di relazione con il pubblico di Medicina (4 posti), Castel Guelfo (4 posti), Castel S. Pietro Terme (6 posti), Dozza (5 posti), Mordano (4 posti). Il servizio durerà un anno e si articola in 25 ore settimanali, cinque giorni alla settimana. Il contributo forfettario previsto è di 439,50 euro mensili.

Il progetto Linkontro consente ai ragazzi e alle ragazze partecipanti di partecipare a percorsi di sensibilizzazione e promozione della cultura dell”accoglienza e dello scambio culturale ed affettivo fra le generazioni, poiché si prefigge di promuovere l”incontro (o meglio Linkontro) tra giovani e anziani, nella convinzione che grazie allo scambio intergenerazionale gli anziani possono trasmettere saperi, storia e tradizioni, oltre al bagaglio delle competenze ed esperienze accumulato negli anni. Gli anziani hanno così l”opportunità di partecipare alla vita della comunità attivamente, mentre i ragazzi conosceranno, attraverso testimonianze dirette, aspetti delle proprie radici culturali o di altre culture, creando al contempo relazioni significative con persone di età differenti. Inoltre, i giovani potranno a loro volta trasmettere alle persone più anziane consigli e conoscenze nel campo delle nuove tecnologie, come l”uso del pc, del tablet e dello smartphone.

Per quanto riguarda le domande, da quest”anno devono essere presentate esclusivamente online sulla piattaforma DOL raggiungibile con pc, tablet e smartphone, utilizzando le credenziali Spid. (Info su come richiedere le credenziali Spid e per presentare domanda on line: https://domandaonline.serviziocivile.it – https://www.serviziocivile.gov.it/main/area-volontari-hp/faq/03-domande-di-partecipazione.aspx#domanda1). (r.cr.)

Nella foto un”immagine della campagna ufficiale governativa per il Servizio civile universale

Prorogato il termine per le domande di servizio civile, ancora possibile iscriversi al progetto Linkontro
Economia 13 Settembre 2019

La Regione Emilia-Romagna stanzia 560 mila euro per rilanciare l'apicoltura di qualità

Acquisto di interi sciami e famiglie con api regine per favorire il ripopolamento degli alveari minacciati dagli effetti negativi dei cambiamenti climatici e dell’uso scorretto dei prodotti chimici per la difesa delle colture; sostegno alle analisi di laboratorio finalizzate al miglioramento della qualità del miele; ammodernamento delle attrezzature per la conduzione degli apiari, i laboratori di smielatura e per praticare il nomadismo (cioè lo spostamento delle arnie sul territorio) seguendo le fioriture stagionali; nuovi metodi di lotta contro le malattie delle api; potenziamento dell’assistenza tecnica; partecipazione a corsi di aggiornamento professionale. Sono alcuni degli interventi finanziati dal bando varato ad inizio agosto dalla Giunta regionale, che ha messo a disposizione quasi 560 mila euro per dare attuazione al piano 2019-2020 di aiuti al settore dell’apicoltura. Primo step del Programma regionale triennale 2020-2022 approvato dall’Assemblea legislativa, che ha stimato un fabbisogno complessivo che sfiora i 3 milioni di euro nel prossimo triennio.

Metà delle risorse sono di provenienza comunitaria, l’altra metà è resa disponibile dal Governo italiano. Il budget per il 2019 è stato calcolato in base al numero di alveari presenti in Emilia Romagna a fine 2018 (113 mila quelli censiti dall’Anagrafe apistica nazionale). «L’apicoltura – sottolinea l’assessore regionale all’Agricoltura, Simona Caselli – è un settore di crescente importanza economica in Emilia Romagna, anche se quest’anno sta vivendo un’annata sfavorevole a causa delle cattive condizioni meteo della stagione primaverile, con piogge insistenti nel mese di maggio che hanno provocato un drastico calo della produzione di miele. Grazie al programma triennale di aiuti e alla nuova legge approvata nel marzo scorso dall’Assemblea legislativa, che ha rafforzato le misure di tutela delle api come sentinelle dell’ambiente, poniamo le basi per il rilancio del settore nel segno della qualità e della tipicità della produzione».

Le domande potranno essere presentate fino al 19 novembre 2019 attraverso la piattaforma informatica di Agrea (Sop). Gli aiuti sono in prevalenza riservati ad apicoltori singoli o aderenti a cooperative, associazioni apistiche, organizzazioni di produttori e, in parte, anche a enti ed istituti di ricerca. I contributi si riferiscono a spese sostenute nel periodo 1 agosto 2019-31 luglio 2020 e le percentuali di aiuto variano dal 50% al 100% a seconda della tipologia dell’intervento. (r.cr.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 12 settembre

La Regione Emilia-Romagna stanzia 560 mila euro per rilanciare l'apicoltura di qualità
Cronaca 2 Settembre 2019

Monsignor Zuppi cardinale, le congratulazioni del Comune di Castel San Pietro e del vescovo di Imola

La notizia l”ha data direttamente papa Francesco durante l”Angelus domenicale in piazza San Pietro: tra i 13 nuovi cardinali che saranno nominati in occasione del Concistoro del 5 ottobre prossimo, l”unico italiano è l”arcivescovo di Bologna, monsignor Matteo Maria Zuppi. Una novità che interessa direttamente il nostro territorio, poiché dell”arcidiocesi di Bologna fanno parte anche i comuni di Castel San Pietro Terme, Medicina, Castel Guelfo e Ozzano, oltre alla parrocchia di San Martino in Pedriolo, nell”omonima frazione, che si trova nella valle del Sillaro e appartiene al comune di Casalfiumanese.

E tra le prime reazioni alla nomina di monsignor Zuppi c”è dunque quella del sindaco di Castel San Pietro Terme, Fausto Tinti: «Un altro grandissimo dono di papa Francesco alla Chiesa bolognese e alle comunità civili. Dalla sua Cattedra, che fu quella di grandissimi uomini di Dio come il cardinale Lercaro, ci insegnerà sempre più anche a livello civile e sociale di stare dalla parte dei più deboli e dei più poveri. Evviva!».

Il vescovo di Imola, Giovanni Mosciatti, ha espresso il suo pensiero, invece, in una nota pubblicata sul sito della Diocesi. «Il neo cardinale Zuppi mi ha ordinato vescovo in San Cassiano il 13 luglio scorso – ricorda monsignor Mosciatti -. Alla costante gratitudine per la sua paternità nel mio ministero episcopale e la sua preziosa guida pastorale unisco di vero cuore le mie felicitazioni per questo riconoscimento, prestigioso, ma non inferiore ai suoi meriti». Il vescovo prosegue affermando che «tramite lui si rinsalda ancora di più anche il legame mio e della Diocesi di Imola con papa Francesco. Il cardinalato non è in primo luogo un titolo onorifico, ma una promessa solenne di fedeltà alla Chiesa e al papa fino all’effusione del sangue, simboleggiato dal rosso della veste. L’effusione del sangue può essere cruenta, ma anche avvenire con la quotidiana, incessante dedizione sponsale alla Chiesa, con le gioie e i dolori che quotidianamente riserva. E posso testimoniare – dice ancora monsignor Mosciatti – che il nostro metropolita ci educa davvero a questo con la sua dedizione pastorale».

Matteo Maria Zuppi, nato a Roma l”11 ottobre 1955, è arcivescovo di Bologna dal 2015. Ha frequentato l”università Lateranense, dove ha conseguito il baccellierato in Teologia e si è laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Roma. Dal 2000 al 2012 è stato assistente ecclesiastico generale della Comunità di Sant’Egidio. La consacrazione episcopale risale al 2012, quando è stato nominato vescovo titolare di Villanova e ausiliare di Roma. Con la nomina a Bologna del 2015, è diventato arcivescovo metropolita della provincia ecclesiastica di cui fanno parte le diocesi di Imola, Faenza-Modigliana e Ferrara-Comacchio. (r.cr.)

Nella foto, monsignor Zuppi (a sinistra) in occasione dell”ordinazione episcopale del vescovo di Imola, monsignor Giovanni Mosciatti, il 13 luglio scorso. A destra, il vescovo emerito di Imola, monsignor Tommaso Ghirelli

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Monsignor Zuppi cardinale, le congratulazioni del Comune di Castel San Pietro e del vescovo di Imola
Cronaca 30 Maggio 2019

Boom di iscritti a Medicina per i nidi ad agosto, a Imola si prevedono richieste in linea con il 2018

Quando entrambi i genitori lavorano, la chiusura dell’intero mese di agosto dei nidi comunali può rappresentare un bel problema. La conferma arriva dalle tante richieste arrivate ai Comuni che hanno esteso le aperture. A Medicina, ad esempio, oltre al mese di luglio, già l’anno scorso erano state aggiunte due settimane di agosto in via sperimentale. Quest’anno si va da lunedì 29 luglio a venerdì 9 agosto, esclusi il sabato e la domenica. «L’anno scorso erano state raccolte 43 adesioni per le due settimane aggiuntive. Quest’anno le richieste sono salite a 78 – ha affermato l’assessore uscente Dilva Fava -. Il mondo del lavoro si sta evolvendo e le settimane di ferie non sempre sono le quattro canoniche d’agosto».

La sede prescelta, tra le tre medicinesi, è il nido «Girasoli», più spazioso. Tra l’altro, grazie ad alcuni finanziamenti dello Stato, ripartiti alle regioni e ai territori, il costo delle rette a Medicina dall’anno scorso è diminuito del 25 per cento. «Ogni bambino ha la sua retta personalizzata, che non cambierà nel periodo estivo aggiuntivo» precisa Fava. L’anno scorso erano state due le sezioni istituite nella prima settimana di agosto e una nella seconda. Per quest’anno saranno necessarie più sezioni. «Cercheremo di creare omogeneità, per quanto possibile, ma si tratta di classi con bambini di età diverse. Cercheremo anche di fare in modo che ci sia una certa continuità per quanto riguarda il personale».

Anche a Imola c’è l’opportunità di fare settimane aggiuntive: i giorni di apertura estiva dei nidi comunali vanno dall’1 luglio al 2 agosto, poi dal 26 al 30 agosto, per un totale di sei settimane. «I bambini restano nella loro sede ad eccezione dei piccoli del Campanella, che quest’anno verranno spostati nell’adiacente sede della scuola d’infanzia a causa di lavori di ristrutturazione. Inoltre durante l’ultima settimana è possibile che le sedi vengano ridotte, dal momento che solitamente si verifica un calo di iscritti» dettaglia Daniele Chitti, responsabile dei Servizi d’infanzia del Comune di Imola.

La retta, così come a Medicina, è la medesima applicata nel resto dell’anno e fino alla terza settimana le sezioni sono gestite dallo staff usuale. «Dalla quarta in poi dalle cooperative Solco e Seacoop, il cui personale viene già utilizzato per le supplenze. Questo permette di mantenere la continuità, per quanto possibile». L’anno scorso nel periodo estivo ci sono stati 330 iscritti, con un picco di 207 bambini la prima settimana e solo 70 nell’ultima. «Prevediamo che i numeri rimangano più o meno gli stessi» conclude Chitti. (se.zu.)

Nella foto l”esterno dell”asilo nido “I Girasoli” di Medicina

Boom di iscritti a Medicina per i nidi ad agosto, a Imola si prevedono richieste in linea con il 2018
Economia 8 Maggio 2019

I segreti del Carciofo Moretto di Brisighella, prodotto di stagione che cresce bene tra i calanchi esposti al sole

«Il 2019 potrebbe essere l’anno del rilancio del Carciofo Moretto di Brisighella». Questo, l’augurio di Franco Spada, agronomo e presidente del Consorzio di tutela e valorizzazione dell’olio di Brisighella Dop. La produzione è buona e si avverte ottimismo tra gli agricoltori. «Il progetto comprensoriale per il recupero storico di questo prodotto – continua Spada – si è interrotto circa due anni fa, ma occorre riprendere in mano il materiale che è stato preparato. Il Comitato promotore deve fare valutazioni sul disciplinare e reimpostare lo studio per la richiesta della Dop. Sarà difficile perché la zona di riferimento è veramente una micro area, ma sarebbe importante definirne i confini».

Una varietà rustica della più conosciuta pianta importata dai romani dalla Spagna e dall’Africa e arrivata sulle nostre tavole solo nel 1446. Varietà unica ed antica, che nel corso dei secoli non è mai stata oggetto di interventi di miglioramento genetico, così da conservare ancora oggi le peculiarità conferitegli dalle particolari condizioni della zona di produzione, circoscritta al solo territorio del comune della provincia di Ravenna. Diverse famiglie di agricoltori del brisighellese e del faentino coltivavano questa pianta, oggi prodotto di nicchia, già a metà del Novecento, come certificato da testimonianze orali raccolte dalla Provincia di Ravenna. In passato lo si coltivava prettamente nelle scarpate vicino alle case di campagna, dove la massaia buttava la cenere di camini e stufe a legna, ostacolando la presenza di roditori, ghiotti della sua radice.

«La pianta – come ricorda il Crpv, il Centro ricerche produzioni vegetali di Cesena – si presenta come un cespuglio che può raggiungere un’altezza di 150 centimetri, il fusto è eretto con getti vegetativi basali, i carducci, che sono usati per la riproduzione». Colore violaceo con riflessi dorati, spine giallo nere ben formate e rigide, sapore leggermente amaro ma fresco e appetitoso. «Dal punto di vista agronomico – spiega ancora il Crpv – predilige i terreni siliceo-argillosi tipici dei calanchi romagnoli, ben esposti al sole». L’ortaggio sarebbe stato involontariamente «battezzato» Moretto dalla madre del ristoratore Nerio Raccagni. «Mia madre – racconta – diceva sempre che, così selvatico e difficile da pulire perché ti forava le mani, era brutto, spinoso e cattivo proprio come me. Siccome il mio soprannome era Moretto, lo diventò anche il carciofo».Oggigiorno questa varietà è coltivata da una trentina di produttori, cinque dei quali custodi del Carciofo Moretto, per un totale di circa 10 ettari.

«In realtà nel 2016 i custodi erano dieci – specifica ancora Spada – ma gli ultimi due anni sono stati particolarmente difficili per l’attacco indiscriminato dei topi sulle piante e per ridimensionamenti che hanno interessato alcuni produttori». Stefano Nannini è uno di loro, coltiva circa 4 mila piante in 5 mila metri quadrati in località Marzeno di Brisighella: «E’ un prodotto molto interessante – racconta -, tipico del luogo. Il Moretto è stato sempre legato a questi suoli che gli conferiscono profumi e sapori inconfondibili».

Ma è tempo di pensare al raccolto. «In due giorni – dice Silvano Neri dell’azienda “I frutti di stagione” di Brisighella, che in tre ettari di terreno coltiva 40 mila piante che danno 60 mila carciofi – è caduta l’acqua che serviva, è andata benissimo e a metà settimana cominciamo a raccogliere. Anzi, comincio a raccogliere perché faccio tutto da solo: la mattina presto o di notte, con la lampadina in testa come quelli che vanno a correre. Quando c’è buio e fresco si raccoglie meglio perché – spiega – il gambo si spezza e non si deve tagliare con le forbici e ci si può vestire più pesante. Le spine acute sono molto pungenti e occorre proteggersi bene».

E dal 2005 a Brisighella viene organizzata la Sagra del Carciofo Moretto, proprio per promuovere e valorizzare questa varietà rustica di carciofo. L”edizione di quest”anno è partita il 5 maggio e il prossimo appuntamento per gustare i piatti a base di questo ingrediente è domenica 12 maggio (al.gi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 2 maggio

I segreti del Carciofo Moretto di Brisighella, prodotto di stagione che cresce bene tra i calanchi esposti al sole
Cronaca 25 Marzo 2019

Siccità e caldo record dell'inverno 2019, come il Consorzio di bonifica fa fronte all'emergenza agricola

La siccità non è un problema legato soltanto ai mesi estivi. La quasi totale mancanza di precipitazioni e le temperature superiori alla media che hanno caratterizzato l”inverno 2019 e che si protraggono da diversi mesi stanno infatti creando parecchi problemi al settore agricolo. Ecco qualche dato sulla piovosità per capire: la media della pioggia tra il 1993 e il 2019 è stata di 47 millimetri, mentre quella del febbraio 2019 misurata dal pluviografo della sede del Consorzio di bonifica della Romagna Occidentale a Lugo è di appena 7,8 millimetri, inferiore dunque dell’83%. Più contenuto, ma sempre preoccupante, il calo della piovosità se il confronto è fatto sul periodo dicembre-febbraio: -58%. A questo si aggiunge il generale aumento delle temperature: dai dati dell’osservatorio dell’Arpae risulta infatti che la temperatura media rilevata nella regione Emilia Romagna tra il 1991 e il 2018 è cresciuta di 1,1 gradi rispetto al trentennio precedente.

La situazione ha già reso necessario l”intervento del Consorzio di bonifica per far fronte alle richieste d”acqua del settore agricolo. «Anche nel nostro comprensorio, come in tutta la regione e in gran parte d’Italia, ci sono molte preoccupazioni per il protrarsi del periodo di siccità – afferma il presidente del Consorzio di bonifica, Alberto Asioli – Senza acqua per irrigazione non si avrebbero raccolti, quindi, oltre alla mancanza dei prodotti verrebbe meno anche l”occupazione in campagna e in tutto il settore dell”indotto. Anche per questo motivo il Consorzio si è da subito impegnato e siamo riusciti a soddisfare tutte le richieste irrigue che ci sono pervenute, svolgendo un lavoro attento e oculato su tutta la nostra rete idrica di pianura».

Nei mesi di febbraio e marzo l”area della “bassa Romagna” è stata quella che ha reso necessario l”intervento irriguo più impegnativo, destinato a 1.500 ettari coltivati a bietolotto, altre piante orticole da seme e cipolle, vale a dire colture che in questa fase di semina e di trapianto necessitano di acqua Il lavoro del Consorzio di bonifica della Romagna Occidentale è stato complicato perché è stato svolto in condizioni critiche al di fuori dell’ordinaria stagione irrigua, di norma compresa tra metà marzo e fine ottobre e determinata dalla funzionalità del Canale Emiliano Romagnolo (Cer), la quasi esclusiva fonte d”acqua per l”irrigazione di questo territorio. L”acqua del Cer è infatti praticamente inutilizzabile dai primi di novembre a inizio marzo, innanzitutto per la presenza di cantieri di manutenzione ordinaria e straordinaria che rendono necessario interrompere l’alimentazione idrica del canale, poi per l’esigenza di riservare, nel periodo di interruzione dell’esercizio, un minimo di portata per l’uso prioritario civile. A inizio febbraio, infine, si è registrata l”esondazione del fiume Reno, che ha “costretto” il Cer a invasare parte delle acque fuoriuscite, raccolte in prima battuta dai canali di bonifica (quindi acque “sporche” e non utilizzabili comunque ai fini dell’irrigazione), al fine di evitare che venissero inondati diversi paesi della pianura bolognese.

Per tutte queste circostanze il Consorzio di bonifica della Romagna Occidentale ha gestito la crisi idrica senza poter attingere acqua dal Cer, ma affidandosi a fonti alternative: minimi prelievi dal Senio-Canale dei Mulini e uso dell’acqua di scolo presente nei canali di bonifica, il tutto attraverso un intervento coordinato e in tempo reale di azionamento delle varie paratoie e sostegni irrigui presenti nella rete di bonifica per far arrivare senza sprechi l’acqua là dove serviva. Per questo intervento di soccorso, secondo le stime, è stato impiegato un volume di circa mezzo milione di metri cubi di acqua, con un lavoro dedicato di quasi 5.000 ore, che ha salvaguardato coltivazioni della massima importanza per il sostegno al reddito delle imprese agricole, ma al contempo anche le opere di scolo e con esse il territorio nel suo insieme.

E dai primi di marzo, con il Cer che ha ripreso la sua normale funzione, l’acqua è tornata ad arrivare anche al territorio romagnolo, riportando a regime tutte le attività d’irrigazione che attualmente si stanno svolgendo secondo i canoni ordinari, anche se in anticipo di 15 giorni rispetto al normale inizio della stagione irrigua. Restano comunque preoccupazioni per i prossimi mesi, considerando che per tutto il mese di marzo non sono previste precipitazioni significative in grado di portare benefici all’agricoltura e all’approvvigionamento idrico che per il nostro territorio dipende dal fiume Po, dal quale il Cer attinge. Il livello delle acque  del fiume potrebbe infatti presto andare in sofferenza, considerando che nel territorio regionale l’aumento della temperatura massima è ancora più accentuato rispetto alla temperatura media: tale aumento infatti è risultato, nel confronto tra i periodi ’91-2018 e ’61-’90, pari addirittura a 1,4 gradi. E proprio nel territorio della Romagna Occidentale si è registrata, nell’estate del 2017, la temperatura record di 42,5 gradi a Brisighella. (c.cr.)

La foto è tratta dal sito della Regione Emilia-Romagna

Siccità e caldo record dell'inverno 2019, come il Consorzio di bonifica fa fronte all'emergenza agricola
Cronaca 17 Febbraio 2019

Il “Villaggio della Salute Più' promuove i mesi della salute, ciclo annuale di appuntamenti di prevenzione e cure

Da febbraio e fino al prossimo dicembre il “Villaggio della Salute Più” propone “I mesi della salute”, ovvero come prendersi cura delle proprie forma fisica e salute attraverso prevenzione e cure dedicate a undici diverse tematiche attinenti alla funzionalità dell’organismo, ad iniziare (dal mese in corso) da gambe stanche, dolenti e gonfie. «Intendiamo trattare problematiche che riguardano la salute delle persone e che, a volte, vengono dimenticate, sottovalutate o messe in secondo piano per via della vita frenetica di tutti i giorni», ha spiegato il professor Antonio Monti, patron del gruppo di cui fa parte anche la struttura posta nella valle del Sillaro, tra Castel San Pietro e Monterenzio, presentando l’iniziativa presso la sede della delegazione imolese di Confindustria.

E’ dal 1970 che il “Gruppo Monti Salute Più” effettua studi e ricerche per garantire salute, benessere e longevità (secondo la filosofia Più anni alla vita, più vita agli anni) a chi si affida alle sue cure. «Dolori e disfunzioni possono nascondere diverse patologie di interesse clinico – ha aggiunto il professor Monti -, per questo è importante stabilirne le cause e prendersene cura. Una prevenzione ben effettuata può risolvere i problemi evitando soluzioni chirurgiche future». Da qui l’idea di proporre un percorso lungo quasi un anno per focalizzare l’attenzione via via sulla salute delle varie parti del corpo, a partire appunto (in febbraio) dalle gambe. Altri temi che verranno trattati nel corso del 2019 saranno poi il cervello e la memoria, il sistema muscolo-scheletrico, l’apparato osteo-articolare, la longevità, l’invecchiamento.

«Onde permettere a tutti un più facile accesso a prevenzione e cure – ha dettagliato Monti – abbiamo previsto visite mediche gratuite e una tariffa agevolata per le terapie successive, incluse quelle con applicazione dell’esclusivo metodo Rcr delle reazioni a catena recettoriali, terapia all’avanguardia per la stimolazione delle capsule recettoriali, del midollo osseo, del midollo spinale, dei neuroni e dei neurotrasmettitori attraverso mobilizzazioni articolari che noi, per lo più, eseguiamo in balneoterapia termale (di fatto una ginnastica globale assistita da un operatore ed effettuata in acqua termale calda) per un risultato ancora maggiore. E’ infatti la nostra capacità di offrire cure, benessere e fitness che ci differenzia da chi punta soltanto sulla medicina ter-male tradizionale, che comunque portiamo avanti anche noi». (mi.mo.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 14 febbraio

Nella foto il professor Antonio Monti e Graziano Prantoni, rispettivamente direttore scientifico e direttore generale del “Gruppo Monti Salute Più”

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Il “Villaggio della Salute Più' promuove i mesi della salute, ciclo annuale di appuntamenti di prevenzione e cure
Cultura e Spettacoli 6 Febbraio 2019

La Badia di Moscheta, storia e leggende di un antico insediamento monastico nella val d'Inferno

Moscheta è una località storica e leggendaria in comune di Firenzuola, nella valle del torrente Veccione, dove il rio per millenni ha scavato la montagna dando origine a quella caratteristica e suggestiva gola chiamata val d’Inferno. Moscheta è raggiungibile scendendo dal Passo del Giogo, sulla strada Flaminia Militare dei romani, che è stata anche la Via Postale Bolognese, oppure da Firenzuola seguendo il torrente Violla.

La storia di Moscheta si identifica con la storia della sua abbazia vallombrosana fondata nel 1034 per ordine di San Giovanni Gualberto che, convertitosi nel 1003, abbandonò Firenze in odio alle grandi simonie che vi si commettevano e salì verso la montagna in cerca di qualche luogo deserto dove poter fondare un nuovo monastero improntato alla più severa disciplina. A quei tempi i monti erano praticamente senza vie, coperti di selve e boschi impenetrabili dove risuonavano le grida selvagge dei lupi e per i fossati strisciavano grosse serpi e i pochi varchi dell’Appennino erano infestati dai banditi che assaltavo i viandanti.

Valicato il passo del Giogo, San Giovanni Gualberto visitò molti romitaggi, fino a giungere a Camaldoli e poi a Vallombrosa, dove rimase per qualche tempo in grande solitudine. Tutta la zona era dominio degli Ubaldini, potente famiglia toscana, e quei luoghi erano residenza estiva del conte Gotizio. Il luogo scelto fu Moscheta, dove forse esisteva già un primitivo romitaggio, un piccolo monastero con pochi monaci, ma San Giovanni Gualberto, trovando che il luogo poteva consentire la presenza di una più grande famiglia, fece pervenire molto denaro e autorizzò le spese per l’ampliamento della prima costruzione.

A questo punto comincia la storia della Badia di Moscheta, ma cominciarono anche i primi guai, perché l’abate Rodolfo dei Galigai, cavaliere fiorentino, giovane di talento a cui furono affidati incarichi importanti, si mise all’opera senza badare a spese per realizzare un’opera enorme. La cosa però non piacque a San Giovanni Gualberto quando ritornò in visita. Non piacque la grandiosità, ma soprattutto non piacque il lusso e lo sfarzo con cui erano stati spesi i soldi dei poveri. Ne fu talmente addolorato che nemmeno volle entrare e, ripartendo sdegnato, si rivolse a quel rio che scorreva sotto quel fabbricato, il fosso Vacchile, e disse: «Se mi vendicherai, o rivolo, dell’ingiuria fattaci da questo abate con cotanto lusso di case, accrescerò le tue acque d’un otre del fiume di Sieve». Questa preghiera, la leggenda dice, fu purtroppo ascoltata e in breve il rio si gonfiò di acqua e pietre a tal punto che distrusse quasi tutta quella grandiosa costruzione.

Come poté verificarsi in realtà tale fenomeno? Mistero. Il monastero comunque dovette essere ricostruito. Alcuni anni dopo accadde che a Moscheta un uomo morente fece testamento a favore dell’abate Rodolfo. Gli eredi si lamentarono e San Giovanni Gualberto, saputo della cosa, si recò a Moscheta e, presa dalle mani dell’abate la carta di quella donazione, la strappò. Poi pregò San Pietro di liberare quei monaci da ogni pensiero dei beni terreni e di ricondurli a quella povertà per cui avevano scelto la loro missione e se ne partì. Ma mentre saliva il monte vide levarsi improvvisamente del fumo dal convento, che bruciò in gran parte e nessuno ne seppe mai le misteriose cause.Vi fu poi la riappacificazione tra il Santo e i suoi monaci, che furono esortati nuovamente alla fedeltà delle loro regole.

Furono stanziati altri soldi e fu rifatto il monastero. Questa terza riedificazione della Badia fu certamente quella che nelle linee generali è arrivata fino ai nostri giorni. La Badia di Moscheta, come tutte le badie Vallombrosane, si era fatta ricchissima, soprattutto in quanto ogni buon uomo, morendo, lasciava molti suoi averi al monastero per la salvezza dell’anima. E’ vero che la carità ricevuta veniva poi elargita ai poveri, che venivano aperti ospizi e ospedali lungo le strade, ma si sa, dove girano molti soldi, può succedere che anche la fede vacilli. Moscheta seguitò ad essere la provvidenza dei poveri, ma i tempi di fede andavano illanguidendo e le ricche badie vennero sempre più sfruttate dai laici; anche Mo-scheta passò in commenda e ciò decretò la sua fine.

Nel 1600 il nome di Moscheta fu estinto nella Congregazione Vallombrosana e il granduca Pietro Leopoldo ne decretò la soppressione nel suo intento di riformare la Chiesa in Toscana. I beni della badia furono messi all’asta e a Moscheta rimase solamente un parroco. Coi soldi ricavati, alla fine del 1700, furono ricostruite due chiese a Firenzuola e Rifredo, furono fondate le Scuole ecclesiastiche di Firenzuola e furono costruiti i due ponti, che rimangono ancora oggi a Camaggiore presso Coniale, sul Santerno e sul Diaterna. (ve.mo.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 31 gennaio

La Badia di Moscheta, storia e leggende di un antico insediamento monastico nella val d'Inferno

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