Cronaca

La miglior maschera del Carnevale di Venezia 2018 è del castellano Simone Fracca

La miglior maschera del Carnevale di Venezia 2018 è del castellano Simone Fracca

La miglior maschera del Carnevale di Venezia 2018 è… il Bianconiglio in stile veneziano di Simone Fracca, parrucchiere quarantenne di Castel San Pietro che da ormai una decina di anni vive una grande passione per il Carnevale della città lagunare, e al quale ogni anno partecipa con sgargianti abiti in stile disegnati da lui stesso. Dopo il secondo posto guadagnato a sorpresa due anni fa (quando nemmeno si era iscritto al concorso, ma era stato pescato fra il pubblico per partecipare alla sfilata), quest’anno Fracca, accompagnato da due amiche-damigelle, ha partecipato regolarmente al concorso, vincendolo.

«Partecipare al Carnevale di Venezia è sempre una grande emozione e soddisfazione personale – commenta – ma quest’anno sono particolarmente lieto di aver vinto con una maschera di gruppo, disegnata per me e le mie amiche che ci tenevano a sfilare ad uno dei carnevali più famosi d’Italia e del mondo».

Simone Fracca e il Carnevale di Venezia. Oltre ad essere uno fra i più antichi e più noti, il Carnevale di Venezia è famoso per le maschere, manufatti dietro cui si poteva celare chiunque indipendentemente da ceto sociale, sesso o religione. Anche il castellanno Simone Fracca da ben undici anni partecipa alla festa in maschera nella laguna veneta. Quarant’anni, abita a Osteria Grande, di professione fa il parrucchiere e ha un salone a Ozzano Emilia. Nei giorni del Carnevale, però, lo si trova a Venezia, dietro ad una maschera sfarzosa sempre diversa, tanto che ormai è riconosciuto dagli addetti al lavori come una delle maschere tradizionali e perenni di Venezia.

Simone, come nasce questa tua passione per il Carnevale?

«In un certo senso nasce per caso. Nonostante avessi sempre detestato il carnevale per il chiasso e il caos dei carri, dei coriandoli, della schiuma e degli scherzi, sono stato convinto da amici ad andare al Carnevale di Venezia come spettatori ed è stato amore a prima vista. Quello di Venezia è un Carnevale di pura arte ricco di fascino e bellezze che camminano letteralmente per strada. Incontrare una maschera in una calle (così si chiamano le strette viuzze veneziane, ndr) è emozionante. Sono tornato a casa già convinto di voler partecipare come maschera l’anno successivo».

Undici anni di fila con 11 maschere diverse e tutte disegnate da te?

«Esatto. Disegno abiti, per hobby e per le amiche, da sempre. Per il mio primo Carnevale veneziano da maschera volevo affittare un bell’abito, ma i prezzi sono a dir poco alti, si parla di diverse centinaia di euro al giorno. Con una cifra simile avrei potuto ideare io stesso il mio abito e così ho fatto, disegnandolo e cercando le stoffe e le decorazioni che avevo in mente. Per la parte sartoriale ho potuto contare sulla presenza di una sarta in famiglia che tuttora mi segue anno per anno nella mia “impresa” di ideare un costume sempre diverso. Alle decorazioni e ai dettagli invece penso io direttamente. Dopo ogni Carnevale inizio a disegnare l’abito successivo, ispirato dall’aria di festa veneziana. Anche i tessuti spesso li cerco a Venezia, dove c’è un tessutaio che vende stoffe particolari e antiche. Molto tempo lo passo a cercare i complementi e le decorazioni. Alla fine, investo ogni anno un migliaio di euro in materiali, ma gli abiti restano a me. Essendo prodotti del mio ingegno ne sono geloso, li conservo ognuno nel suo baule. Forse un giorno, quando ne avrò di più, potrei pensare di farci una mostra o una sfilata, ne ho già organizzate».

Quali abiti ti hanno dato più emozione?

«Due anni fa con un abito tutto dorato che riprendeva un lampadario tipico veneziano, sulla mia testa in polistirolo, ed una giacca corta con lo strascico lungo a balze ho vinto il secondo premio del concorso di maschere più belle (il primo premio sono due biglietti per il celebre Ballo del Doge, mentre per gli altri non è previsto alcun premio, ndr). Senza che nemmeno mi fossi iscritto, sono stato scelto fra il pubblico ed ho avuto accesso diretto alla finale. E’ stato un onore. Ma uno degli abiti più impegnativi che ho ideato e indossato è senza dubbio quello argentato con un vero mosaico in specchio sulla schiena alquanto pesante ma di grande effetto sotto il sole. L’anno scorso invece ero un baronetto bianco e nero con un pavone in testa e il trucco d’arte direttamente sul viso. Mostrare il volto è stato strano, anche perché il fascino di celarsi dietro una maschera è imbattibile, così come l’essere muto e comunicare solo con gli occhi ha il sapore della fiaba. Ogni anno mi concentro su un colore diverso».

Come si riesce a muoversi nell’affollato Carnevale di Venezia con abiti così ingombranti?

«Quando una maschera sfila è come quando davanti a Mosè si aprono le acque: la folla si fa da parte per ammirarti e i fotografi si accalcano ai lati per immortalarti. E’ magico. Chiaramente una maschera impiega molto più tempo per raggiungere un posto e non solo per la presenza di tanta gente ma anche, e soprattutto, per le pause foto. Ad esempio, per attraversare piazza San Marco serve un’ora. Ma dar mostra di sé è parte del gioco ed è parte di quel che mi piace fare al Carnevale di Venezia. Da qualche anno partecipo per più giorni, dormendo in un hotel in centro, e dopo 4 o 5 ore di sfilata per le vie e le calle di Venezia vado in albergo a riprendere fiato, togliere i tacchi e ricaricarmi per continuare. Il Carnevale di Venezia è magico anche di sera e di notte, quando molti fotografi ti chiedono di posare per le loro foto. Anche per quest’anno ho già diversi appuntamenti per diversi scatti con fotografi che, nel corso degli anni, ho conosciuto. Da quando sono entrato “nel giro” ricevo anche inviti a sfilate private e feste esclusive, ma il vero Carnevale che mi ha fatto innamorare è quello per le strade e per le calle tipiche, in mezzo alla gente che da tutto il mondo sceglie Venezia per la magia di quella festa».

mi.mo

Nella foto: la miglior maschera del Carnevale di Venezia 2018, il Bianconiglio in stile veneziano di Simone Fracca

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