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Economia 8 Aprile 2019

Operazione salvataggio e rilancio per la Wegaplast, cosa è stato fatto per rimettere l'azienda in sicurezza

«Il nostro scopo è ristrutturare e rilanciare Wegaplast, salvaguardando nella misura maggiore possibile le maestranze». Paolo Finatti ha le idee molto chiare. Da inizio anno, dopo il suo ingresso nel rinnovato consiglio di amministrazione guidato però sempre dal presidente Alberto Ponzellini, ha di fatto preso le redini dell’azienda per far fronte a una situazione che lui stesso non ha esitato a definire «drammatica». Un punto quasi di non ritorno per l’azienda dozzese del settore della plastica, specializzata nella progettazione e produzione di stampi su misura, così come nello stampaggio di componentistica destinata per il 72% al mondo dell’automotive e in percentuale minore per gli elettrodomestici. In totale, circa 1.500 diversi articoli, spesso difficili da realizzare sia dal punto di vista tecnico sia estetico, per marchi come Lamborghini, Fiat, Maserati, Magneti Marelli, Bmw, Jaguar.

«Il primo problema che si è evidenziato – riassume Finatti, che in passsato ha ricoperto incarichi presso realtà importanti come Barilla, Coca Cola e Lar- è legato ai mercati e agli scenari esterni, che negli ultimi anni sono cambiati molto. Wegaplast non ha messo in campo tutti gli strumenti necessari per rispondere a questo cambiamento e si è ritrovata impreparata ad affrontare una situazione sempre più calante per quanto riguarda la marginalità. L’obiettivo del 2019 è riportare l’azienda in pareggio e con il contributo dei lavoratori sarà fattibile. In questi primi tre mesi di lavoro – va al sodo il manager – abbiamo messo a punto un piano industriale che ha convinto tre banche ad aprire nuove linee di credito, diverse dalle precedenti. Abbiamo chiuso accordi con tutti i fornitori per piani di rientro, siamo riusciti coinvolgere i clienti e a dimostrare loro che Wegaplast sta cambiando velocemente pelle ed è pronta per essere di nuovo un partner affidabile».

Ancora più incisivo l’intervento sulla riorganizzazione interna. Ad oggi Wegaplast conta 129 addetti, 7 dei quali nello stabilimento di Budrio. «Non parliamo di esuberi, ma di ricollocazione – precisa Finatti – per un bilanciamento corretto tra lavoratori diretti, impegnati cioè alle macchine, e indiretti, di supporto alla produzione. Colloquiamo in modo costante con i sindacati e stiamo cercando la condivisione nelle soluzioni gestionali. Per alcune funzioni è stata aperta una procedura per l’uscita di una ventina di persone su base volontaria. La cassa integrazione è già aperta, ma non la stiamo utilizzando». 

Riguardo al futuro prossimo dell’azienda, Pinatti spiega: «Nei prossimi anni Htplastic è interessata a entrare nella compagine azionaria di Wegaplast. Nell’ottica delle sinergie, Wegaplast è tra le aziende con un passato molto importante, una “tecnicità” forte e una validità certificata, ma a bassa produttività. Abbiamo già avviato inoltre una collabroazione con l’azienda modenese Lar, impegnata anch’essa nel settore della plastica, ma con tipi di produzioni diversi rispetto a Wegaplast». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 4 aprile

Nella foto: il reparto produttivo alla «Wegaplast» di Toscanella (isolapress)

Operazione salvataggio e rilancio per la Wegaplast, cosa è stato fatto per rimettere l'azienda in sicurezza
Economia 7 Aprile 2019

Il software “So-Fair' dell'azienda Sofos di Imola utilizzato dal Vinitaly che apre il 7 aprile a Verona

Il Vinitaly, la famosa fiera dedicata al vino, aprirà i battenti oggi, 7 aprile,  a Verona. Un’edizione 2019 che promette di superare i quasi 4.500 stand e le 128 mila presenze dell’anno scorso. Una macchina complessa che richiede tempi rapidi e massima sicurezza, dietro questa organizzazione c’è un pezzetto di made in Imola che si chiama So-Fair. Si tratta di un software realizzato da Sofos, software house nata nel 1986, che utilizza principalmente tecnologie Microsoft e Autodesk. Fornisce consulenza e sviluppo di software a medie e grandi aziende, private e pubbliche, e da oltre vent’anni realizza applicazioni modulari per l’industria fieristica ora riunite sotto il brand So-Fair.

«L’industria fieristica ha esigenze particolari, l’organizzazione richiede molto tempo, mentre l’allestimento deve avvenire rapidamente, l’evento si svolge tutto in pochi giorni e a seguire c’è il disallestimento anch’esso altrettanto veloce – racconta Ambra Bedetti responsabile del progetto So-Fair per Sofos -. Non ci possono essere ritardi. Tutto deve funzionare alla perfezione. Anche il software deve rispettare queste esigenze». La trasformazione digitale è un passaggio obbligato anche per il mondo delle fiere e So-Fair fornisce soluzioni che aiutano i vari attori coinvolti, organizzatori, espositori e allestitori. Le applicazioni software di So-Fair sono state adottate oltre che da Veronafiere anche da Bolognafiere, Italian Exhibition Group (che segue Fiera Rimini e Fiera di Vicenza), Riva del Garda Fiere e Congressi e da varie segreterie organizzative come Conference Service ed allestitori come GiPlanet. Inoltre vengono utilizzate nell’organizzazione di eventi nazionali ed internazionali, anche all’estero come il Miami Funer, Interior Mabel a Kiev, AquaTherm a Mosca, Kiev e Almaty.

So-Fair è utilizzabile anche per eventi espositivi di vario genere, a Imola, ad esempio, il Club romagnolo auto e moto d’epoca si affida ai suoi software per organizzare il Crame, la mostra scambio che ogni anno porta in autodromo per tre giorni migliaia e migliaia di visitatori e centinaia di espositori. «So-Fair è stato realizzato con l’obiettivo di fornire una piattaforma completa per la gestione di una manifestazione fieristica – spiega Bedetti -, questo non toglie che, se occorre, si possa connettere con i sistemi Erp e Crm in uso (ad esempio SalesForce)». Il Vinitaly ha adottato So-Fair oramai da nove anni, lo utilizza per gestire rapidamente e in tutta sicurezza le attività di «vendita» degli spazi e dei servizi fieristici alle migliaia di espositori. (r.cr.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 4 aprile

Il software “So-Fair' dell'azienda Sofos di Imola utilizzato dal Vinitaly che apre il 7 aprile a Verona
Economia 2 Aprile 2019

La Cefla realizzerà la nuova sede Teapak in via Gambellara come “general contractor', ovvero referente generale del progetto

La nuova sede dell’azienda imolese TeaPak, di prossima costruzione in via Gambellara, sarà realizzata da Cefla. La cooperativa si è aggiudicata la commessa nel ruolo di “general contractor”, ovvero referente generale per la realizzazione dell’intero progetto, anche dal punto di vista edile. Un ruolo che esula dall’ambito tradizionale di attività rappresentato dalla sua divisione engineering, specializzata in impiantistica civile e industriale e nei sistemi di recupero e produzione di energia e impianti di cogenerazione.

In questo caso, Cefla sale un ulteriore gradino, che la porterà a gestire l’intera commessa, dalla posa della prima pietra alla consegna dello stabilimento ultimato. «In realtà – precisa il presidente, Gianmaria Balducci – Cefla non è al suo debutto come general contractor. Stiamo già svolgendo delle attività in questa veste. Per esempio, la riqualificazione della centrale di cogenerazione del quartiere Tor di valle di Roma, per conto di Acea e in partnership con General Electrics, appalto complessivo di circa 28 milioni e mezzo di euro». Un’opera ultimata alla fine del 2017, che oggi fornisce energia termica ai circa 40 mila residenti del quartiere della capitale, mentre l’energia elettrica prodotta è utilizzata nell’impianto di depurazione delle acque reflue o ceduta alla rete di distribuzione.

«A livello internazionale, invece – elenca il presidente – stiamo seguendo la realizzazione di un hotel in Algeria; in questo caso una commessa da circa 10 milioni. Se ci riferiamo però al territorio imolese, in questo senso il nostro può considerarsi un debutto». Per portare a termine lo stabilimento progettato dallo studio bolognese Open Project e consegnarlo chiavi in mano al committente entro febbraio 2020, questa la scadenza stabilita, Cefla si avvarrà della collaborazione di altre cooperative del territorio. «La volontà – conferma Balducci – è di unire le competenze del territorio. Cefla in ambito impiantistico, Cims e Cti in ambito civile. Abbiamo partecipato alla gara con una squadra che in termini di expertise e know how fosse completa e in grado di soddisfare tutte le esigenze richieste. Era importante la presenza di Cefla come general contractor per la solidità finanziaria e tecnica e per riuscire a garantire il livello qualitativo richiesto dall’investitore». Nello specifico parliamo del gruppo americano Yogi Tea, che nel 1999 ha acquisito l’imolese TeaPak e che per la nuova sede della sua filiale italiana investirà in totale oltre 25 milioni di euro. (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 28 marzo

Nella foto la centrale di cogenerazione del quartiere Tor di Valle a Roma, realizzata da Cefla

La Cefla realizzerà la nuova sede Teapak in via Gambellara come “general contractor', ovvero referente generale del progetto
Economia 26 Marzo 2019

Sacmi è partner del Mit, la più importante realtà universitaria del mondo nella ricerca applicata all'industria

Si chiama Massachusetts Institute of Technology, più semplicemente Mit ed è la principale realtà universitaria del mondo nel campo della ricerca applicata all”industria. Dal 1° marzo Sacmi ne è ufficialmente partner, essendo diventata membro dell”Industrial Liason Program del Mit. Tale collaborazione consentirà alla cooperativa imolese di relazionarsi con le avanguardie tecnologiche sviluppate da scienziati e ricercatori di fama internazionale, con l”obiettivo di «individuare nuove soluzioni di grande impatto per il business e l”opportunità – si legge in una nota dell”azienda – di sviluppare una vera e propria osmosi di competenze tra personale Sacmi e ricercatori del Mit».

L”accordo è stato firmato dal presidente di Sacmi Imola, Paolo Mongardi e dall”executive director Mit corporate relations, Karl F. Koster proprio nell”anno in cui la grande coop imolese festeggia i suoi primi cento anni di storia. «È grazie all’innovazione continua se l’azienda è cresciuta sui mercati internazionali sino a guadagnarsi un ruolo da protagonista tra i player globali dell’impiantistica industriale – sottolinea il presidente Mongardi -. Incrementare ancora la nostra capacità di generare innovazione è l’obiettivo della collaborazione con il Mit, un accordo che il Consiglio di Amministrazione Sacmi ha voluto e perseguito con grande determinazione».

La collaborazione darà modo a Sacmi di accedere alle attività e ai servizi dell”istituto nel campo della ricerca applicata ai diversi settori industriali di interesse, consentendo inoltre al personale imolese di partecipare al regolare programma di conferenze e workshop di ricerca della struttura. Al Mit sarà poi organizzato, una volta all”anno, un incontro mirato alla pianificazione strategica delle attività e, a seguire, una delegazione del Mit guidata dal “program director” e dai membri delle facoltà interessate a sviluppare collaborazioni con Sacmi farà visita all’azienda.

Ma non è finita qui. Il gruppo imolese avrà anche l’opportunità di entrare in contatto con la “startup community” dell’Istituto, vale a dire con oltre 1.600 imprese emergenti e potrà coinvolgere personale dell”istituto americano (studenti e ricercatori) nello sviluppo non solo delle attività di ricerca all’estero, ma anche nella realizzazione di progetti mirati attraverso un periodo di soggiorno e lavoro in Sacmi.  E la formazione permanente del personale, che a Sacmi sta particolarmente a cuore dal momento che vi investe oltre 23mila ore l’anno, potrà completarsi accedendo ai diversi programmi di formazione continua proposti dal Mit. (r.cr.)

Sacmi è partner del Mit, la più importante realtà universitaria del mondo nella ricerca applicata all'industria
Economia 12 Marzo 2019

Calano a Imola le imprese agricole femminili. Il racconto di alcune imprenditrici del settore

Al 31 dicembre 2018 a Imola le imprese attive femminili nel settore Agricoltura, Silvicoltura e Pesca erano 172, tre in meno rispetto alla fine del 2017. Una leggera flessione che riflette il panorama del circondario, della provincia di Bologna e della regione Emilia Romagna. Nel circondario, infatti, sempre nel-lo stesso settore, a dicembre si contavano 395 imprese in rosa (nel 2017 erano 414), in provincia 2.015 (nel 2017 erano 2.094), in regione erano 85.006, 102 unità in meno rispetto alla fine del 2017. Dati forniti dal Registro delle imprese delle Camere di commercio elaborati da Unioncamere Emilia Romagna che, pur riflettendo un segno meno, raccontano di donne che hanno fatto del lavoro nell’agricoltura un’opportunità, una scelta in un settore difficile che ha conosciuto crisi profonde e che rappresenta una sfida continua.

Per alcune il «fare agricoltura» è stato naturale, perché figlie di genitori agricoltori, per altre la scelta è stata dettata dall’amore o dalla necessità. Altre ancora hanno avuto l’opportunità di svolgere altre attività, ma poi il richiamo della terra le ha riportate ad occuparsi di piante e animali. C’è la storia di Luana Tampieri, 32 anni, imolese, un diploma di tecnico nella gestione aziendale, una laurea in economia e un lavoro presso due studi contabili di Imola e presso un’azienda controllata del gruppo Hera. «Poi ho capito – racconta lei stessa – che quella non poteva essere la mia vita “chiusa in un ufficio”, ho quindi scelto di rimanere nel settore agricolo investendo tempo e denaro nell’azienda di famiglia». Dall’anno scorso Luana è presidente di “Donne in campo Emilia Romagna”, l’associazione della Cia, Confederazione italiana agricoltori, che si occupa delle politiche femminili.

Flavia Montroni ha un anno in più e quando l’abbiamo raggiunta telefonicamente stava guidando il trattore nel terreno di famiglia a Castel San Pietro. Noi donne riusciamo a fare tante cose insieme. «E’ vero – ci ha detto -, ma la terra non aspetta. Adesso, ad esempio, dietro al trattore, che ho dovuto imparare a guidare, ho altri collaboratori che attendono il mio passaggio per continuare il lavoro. Mi sono laureata nella progettazione delle aree verdi, ma quando è stato il momento di scegliere se andare a Torino per proseguire la specialistica ho pensato agli sforzi dei miei genitori e per non perdere ciò che avevano conquistato con la fatica ho deciso di rimanere e di dedicarmi all’agricoltura. Ho scelto la praticità. Avevo bisogno di muovermi».

E poi le storie di Giulia Serrao e Alice Padula, associate alla Coldiretti di Imola. «Sono nativa di Roma – racconta Giulia Serrao, 44 anni titolare del Podere Colombara a Ponticelli – ma sono arrivata a Imola partendo da Siena per amore. Mio marito abitava a Imola ed è stato naturale seguirlo. L’avvio nel mondo dell’agricoltura lo abbiamo deciso tardi, insieme». Laureata in Biologia e finito il dottorato non aveva prospettive, ma una cosa era certa. «Amo tantissimo gli animali e la natura e andando in giro in mountain bike un giorno abbiamo visto un posto bellissimo, ce ne siamo innamorati e abbiamo dato avvio alla produzione e vendita di albicocche». Lavoro, però, troppo impegnativo e poco remunerativo. «E allora ci siamo inventati una nuova attività, abbiamo avviato un laboratorio per l’essicazione di frutta biologica. Abbiamo dovuto imparare tante cose, e ancora stiamo imparando». Da un’intuizione, un’attività condivisa che, giorno dopo giorno, aumenta la sua produzione.

La storia di Alice Padula, 32 anni, è ancora più originale. «Io sono estetista, ma da tre anni sono diventata coltivatrice diretta per esigenza. Già nel tempo libero aiutavo mio marito nell’allevamento di galline, conigli a Borgo Tossignano e andavo con lui nelle fiere e mercati di animali vivi. Praticamente da part-time questo lavoro è diventato il mio. Ho dovuto adattarmi tantissimo. Quando prima andavo a lavorare entravo in un bel salone profumato, oggi gli odori che sento sono sicuramente diversi. Il contatto con la natura, però, è irrinunciabile». Queste, e tante altre, sono storie che rimangono troppo spesso nascoste. «Di donne che lavorano in agricoltura – sottolinea Luana – se ne parla troppo poco. La capacità imprenditoriale femminile nel settore agricolo è ancora poco apprezzata». (al.gi)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 7 marzo

Nella foto da sinistra Flavia Montroni, Luana Tampieri e Giulia Serrao

Calano a Imola le imprese agricole femminili. Il racconto di alcune imprenditrici del settore
Cronaca 8 Marzo 2019

Ad Alessandra Lucaroni il premio per la “camionista dell'anno', messo in palio dal Roberto Nuti Group di Castel Guelfo

Viene da Monterotondo, in provincia di Roma, la vincitrice della decima edizione del premio Sabo Rosa, dedicato nella ricorrenza dell”8 marzo alle donne che lavorano in un campo di solito ritenuto appannaggio degli uomini, vale a dire la filiera del trasporto pesante: guida, logistica, officine e ricambi. Alessandra Lucaroni è stata votata come “camionista dell”anno” dalla giuria composta dalle dipendenti del main sponsor, il Roberto Nuti Group, che ha la sua sede centrale a Castel Guelfo e che da oltre mezzo secolo è leader nel settore dei veicoli industriali con i ricambi a marchio Sabo. La votazione del Sabo Rosa, che è attribuito una volta all”anno, è avvenuta online, sulla base delle candidature pervenute via web.

La vincitrice gestisce a Fiano Romano l”officina di famiglia “Ormia”, specializzata nei mezzi Scania e nota nell”ambiente come “L”Officina delle Donne”. Il premio vinto lo ha dedicato a suo padre, fondatore dell”officina di cui oggi la figlia è titolare e che le ha trasmesso l’amore per la meccanica. «Fin da bambina – racconta Alessandra Lucaroni -. sono stata il ”maschiaccio” di casa e sono cresciuta accanto a mio padre che riparava mezzi dell’esercito, e da li è sbocciato l’amore. Mi ricordo ancora l”emozione fortissima che provavo quando mi faceva salire sui carri armati»”.

La camionista dell”anno 2019 si è dunque ritagliata, con molta determinazione, uno spazio riconosciuto e apprezzato in un ambiente solitamente considerato per soli uomini. «Si deve partire con l”idea che non esistono lavori da uomini o da donne – sottolinea – e che nel lavoro contano solo la passione, l’impegno e il cuore che uno mette in ciò che fa. È chiaro che all”inizio è complicato farsi rispettare, e occorre metterci un carattere forte e magari fare il doppio della fatica per essere accettate. Una volta abbattuti i muri, però, e si riesce a mostrare quanto si vale, lo scetticismo finisce e ci si trova in un mondo appassionato di meccanica in cui è facile farsi ascoltare perché si conosce la materia e si sa quello che si dice. Oggi i camionisti ci chiamano e dicono ”pensaci tu, mi fido di te”. È il miglior complimento possibile».

Nella sua azienda lo scorso anno è stato assunto un meccanico donna e in squadra ci sono anche due magazziniere che masticano meccanica ogni giorno. E con una piena e impegnativa carriera lavorativa Alessandra concilia anche una famiglia. «Sono mamma di tre figli maschi di 27,18 e 16 anni – scherza -, quindi sono circondata da uomini ovunque, che però tengo a bada senza troppi problemi. Per conciliare famiglia e lavoro occorrono tanto amore e tanta pazienza, e soprattutto correre sempre, perché la casa e l”officina richiedono tempo e attenzioni. I miei figli hanno accettato di buon grado il mio ruolo e spero di vedere almeno uno di loro in officina accanto a me, per poter passare le consegne alla terza generazione, perché vorrei che il sogno di mio padre possa proseguire ancora nel tempo».

Il premio Sabo Rosa è stato consegnato da Elisabetta Nuti, direttore finanziario del Roberto Nuti Group e presidente della giuria, che commenta: «Per la decima edizione la giuria ha deciso di premiare la tenacia e l”imprenditorialità di Alessandra Lucaroni, capace di raccogliere il testimone dell”azienda di famiglia dalle mani del padre e di portare la propria officina a un traguardo impensabile anche solo dieci anni fa. E” bello immaginare la soddisfazione del papà di Alessandra, nel saperla realizzata in ciò che sempre ha amato, senza dimenticare il valore della famiglia e degli affetti». (r.cr.)

Ad Alessandra Lucaroni il premio per la “camionista dell'anno', messo in palio dal Roberto Nuti Group di Castel Guelfo
Economia 6 Marzo 2019

Enertronica ingloba l'Elettronica Santerno, la fusione per incorporazione sarà effettiva entro giugno

Elettronica Santerno diventa Enertronica Santerno. Una differenza di due sole lettere che però condensano al loro interno l’importante cambiamento in atto per l’azienda di via della Concia, produttrice di inverter applicati al settore fotovoltaico, così come all’automazione civile e industriale. Nata nel 1970 nella vallata del Santerno (da qui il riferimento rimasto nel suo nome, anche se nel tempo la sede si è spostata prima a Imola e poi a Castel Guelfo), Elettronica Santerno era entrata nel gruppo padovano Carraro nel 2006, diventando rapidamente leader di mercato nel settore fotovoltaico e passando nel giro di pochi anni da un fatturato di 11 milioni a oltre 140 milioni di euro. Fino a quando la bolla del settore non è scoppiata, anche per effetto della scomparsa degli incentivi pubblici. Dal 2010 al 2016 si è quindi verificata una forte contrazione dei volumi, del fatturato e del numero di dipendenti (da 250 a 125), quest’ultimo ottenuto attraverso una serie di drastiche ristrutturazioni.

Alla fine del 2016 la proprietà dell’azienda (51%) è passata dal gruppo Carraro ad Enertronica, società quotata in borsa sul mercato Aim Italia, dedicato alle piccole e medie imprese in cerca di capitali per finanziare la propria crescita. La società, nata nel 2005 a Frosinone da uno spin off universitario, progetta, installa e gestisce impianti fotovoltaici di piccola taglia, fornendo un prodotto «chiavi in mano», pronto per la messa in servizio. Dopo il passaggio di proprietà, Elettronica Santerno ha assorbito tutte le attività industriali del gruppo laziale.

A due anni esatti di distanza, lo scorso dicembre, Enertronica ha ottenuto il controllo anche delle restanti quote societarie di Elettronica Santerno, raggiungendo un accordo con il gruppo Carraro che ha ceduto il 49% procedendo a un aumento di capitale per 4,1 milioni di euro. Il contratto prevedeva anche l’impegno, da parte di Enertronica, di procedere alla fusione per incorporazione. La società Elettronica Santerno sarà quindi estinta. «L’impegno alla fusione – ci spiega l’amministratore delegato di Enertronica e di Elettronica Santerno, Vito Nardi – è per sancire la centralità del progetto Santerno all’interno del gruppo Enetronica, che con la fusione prenderà il nome di Enetronica Santerno. Per lo stesso motivo, la sede legale sarà trasferita da Milano a Castel Guelfo. La fusione è un passaggio formale che serve anche a ottimizzare la gestione delle risorse, eliminando duplicazioni e sovrapposizioni societarie e amministrative. Oggi, ad esempio, abbiamo due distinti Consigli di amministrazione. Il marchio verrà conservato. Elettronica Santerno è un brand importante dal punto di vista commerciale, apprezzato e noto nel mondo».

La fusione diventerà effettiva entro giugno. Al 31 ottobre scorso Enertronica aveva un fatturato di 4 milioni e 167 mila euro, con ricavi in diminuzione del 73%, contrazione dovuta, si legge nel progetto di fusione, «ai volumi significativi registrati nell’anno precedente». Sempre alla fine di ottobre il fatturato di Elettronica Santerno era di circa 14 milioni e 400 mila euro, in flessione dell’8% rispetto allo stesso periodo del 2017, «principalmente per effetto di slittamento/ritardo di alcune commesse nel settore fotovoltaico». A fine anno l’azienda di Poggio Piccolo contava 97 dipendenti. «I dati definitivi del 2018 li avremo a inizio maggio – anticipa l’amministratore delegato -. Nel 2016 abbiamo chiuso a meno 10 milioni di euro, nel 2017 siamo andati vicino al pareggio, la variazione del risultato netto è evoluta in termini di miglioramento».

Nardi è comunque fiducioso. «Il 2019 – prosegue – si prospetta un anno con numeri molto interessanti e ordini acquisiti per un valore tra i 40 e i 50 milioni di euro. Si tratta al 90 per cento di commesse all’estero, come la fornitura per il più grande impianto fotovoltaico dell’America Latina, in Brasile, del valore di 20 milioni di dollari, e altri importanti lavori in Sudafrica, Spagna, Vietnam. Stiamo anche lavorando intensamente per aumentare il livello di produzione interna. Ciò non significa che ridurremo il ricorso a terzisti, ma a fronte dei volumi in aumento l’azienda sta cercando di darsi una struttura più stabile. Già ora stiamo assumendo personale al ritmo di 2 o 3 addetti al mese: ingegneri elettronici ed elettrotecnici, ma anche operai». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 28 febbraio

Nella foto la sede di Elettronica Santerno a Castel Guelfo

Enertronica ingloba l'Elettronica Santerno, la fusione per incorporazione sarà effettiva entro giugno
Economia 4 Marzo 2019

Un finanziamento di 400.000 euro dal programma Horizon 2020 per il montascale Sirena della Tgr di Ozzano Emilia

Si chiama Sirena ed è un montascale a ruote che consente di trasportare anche le sedie a rotelle. E’ il progetto con cui l’azienda ozzanese Tgr ha partecipato al programma Horizon 2020, ottenendo un finanziamento a fondo perduto di circa 400 mila euro, che consentirà di coprire circa il 70% dei costi di sviluppo e realizzazione.

Nel 2018 Tgr ha festeggiato i suoi primi 40 anni di attività. L’azienda di via Lombardia, che oggi ha 15 dipendenti, era nata per lanciare sul mercato un ciclomotore elettrico. Il successo sulla stampa non è stato seguito dal successo nelle vendite e la produzione si è poi concentrata sui montascale per il trasporto merci. Le richieste dei clienti hanno in seguito indotto la famiglia Toselli a sviluppare anche prodotti per il trasporto di persone e a specializzarsi negli ausili che permettono ad anziani e disabili di superare le barriere architettoniche. Un business, quest’ultimo, che è arrivato a coprire il 90% del fatturato complessivo, di circa 2 milioni di euro.

«Di solito – ci spiega la titolare Patrizia Toselli, figlia del fondatore – i montascale a ruote hanno la poltrona incorporata. In commercio esistono già prodotti che permettono di trasportare anche una persona sulla propria carrozzina, ma sono difficili da guidare. Il nostro obiettivo era quindi mettere a punto un montascale facile da guidare, più stabile sulle scale, smontabile in modo da poter essere caricato facilmente in auto». Anche per Tgr l’apporto dei fondi europei è stato determinante. «Senza contributi non avremmo potuto affrontare un progetto di questo tipo – sottolinea -. Dieci anni fa, quando c’era più marginalità, potevamo investire molto in ricerca e sviluppo. Ora non più». Fondamentale è stato anche il supporto di una società esterna specializzata in bandi europei. «Abbiamo avviato il percorso nel 2017, superando il primo step al primo tentativo, cosa che ha stupito anche Confindustria Emilia – racconta -. Senza la consulenza di una società specializzata non saremmo riusciti a compilare in maniera corretta i documenti secondo tutti i criteri richiesti dalla Commissione europea. E già così è stato molto complicato» ammette.

La prima tranche di finanziamenti è arrivata lo scorso aprile. La fase di messa a punto del prototipo di Sirena è tuttora in corso. «Al momento – ci aggiorna – stiamo effettuando i test sull’autonomia del montascale. Stiamo anche cercando di migliorare il suo movimento sui pianerottoli. Entro aprile 2020 dovremo essere pronti per il mercato». Mercato che però sta diventando sempre più complesso. «Oggi gli acquisti nel settore sanitario avvengono attraverso gare – spiega Toselli – e purtroppo il risultato dipende solo dal prezzo. Per aziende come la nostra, che realizzano prodotti di qualità ma più cari rispetto ad altri, è penalizzante. Nelle gare, infatti, non viene attribuito alcun punteggio, ad esempio, al grado di sicurezza del prodotto. Questo si traduce per noi in un calo del mercato, che ci porta a puntare di nuovo sui montacarichi per il trasporto merci e ad espandere i rapporti con l’estero». (lo.mi.)

Nella foto Patrizia Toselli, titolare della Tgr, con il montascale Sirena

Un finanziamento di 400.000 euro dal programma Horizon 2020 per il montascale Sirena della Tgr di Ozzano Emilia
Economia 26 Febbraio 2019

Cogne macchine tessili punta sull'innovativo filatoio Fibrespin grazie ai contributi del programma europeo Horizon 2020

Un’idea rimasta nel cassetto per quasi trent’anni. E nuove tecnologie che oggi rendono meno complicato realizzare un progetto in grado di rivoluzionare il mercato. Si tratta di Fibrespin, l’innovativo filatoio che produce bobine di lana o acrilico a una velocità superiore del 52% rispetto alle macchine tradizionali e con un ingombro inferiore del 57%. L’idea in questione è nata all’interno dell’imolese Cogne macchine tessili, la società che nel 2014 ha rilevato il ramo d’azienda della storica Cognetex e che oggi conta una trentina di addetti. Un progetto dal budget di oltre 2 milioni di euro, che senza i contributi del programma europeo di ricerca e innovazione Horizon 2020, pari a oltre 1 milione e 620 mila euro a fondo perduto, non sarebbe stato possibile realizzare.

L’azienda, infatti, è una delle sei aziende aderenti a Confindustria Emilia che hanno superato la seconda fase del cosiddetto Horizon 2020 Sme Instrument, dedicato alle piccole e medie imprese. «Per una azienda piccola come la nostra – ammette con sincerità il presidente, Manlio Nobili – sviluppare un progetto di questo tipo vorrebbe dire andare a fondo». L’iter, che ha già portato all’assegnazione della prima metà dell’importo, è stato lungo e complesso. «Nel 2014 – riassume Nobili – abbiamo partecipato alla prima fase di scrematura. La nostra idea è stata premiata con 50 mila euro. In questo modo abbiamo potuto accedere alla fase seguente, che è stata estremamente selettiva. La percentuale italiana di riuscita è solo del 6-7 per cento». E mostra il corposo plico contenente tutta la documentazione presentata alla Commissione europea. «In questi casi – suggerisce – è consigliabile la consulenza di una agenzia esterna, specializzata proprio nei bandi europei. La somma ottenuta al primo step è stata investita per questo. Nel nostro caso, ad esempio, ci hanno spiegato cosa era necessario migliorare. Ci hanno consigliato, ad esempio, di avviare una partnership con altre aziende e noi abbiamo scelto la faentina Elettronica Gf, che segue la parte elettronica collegata allo sviluppo di Fibrespin. Nell’arco di circa 8 mesi abbiamo ripresentato la domanda 5 volte, così come consentito dal bando, rispondendo a tutte le osservazioni della Commissione europea. E alla fine, nel settembre 2017, la domanda è stata accolta. Per noi è stato un grosso successo. La Commissione europea è molto pignola, ma anche molto seria e corretta. Ci hanno sempre inviato delle risposte molto circostanziate».

Entro l’autunno, così come pre-visto dal programma europeo, l’azienda dovrà presentare due prototipi di Fibrespin, da dare in prova ai propri clienti. Un primo modello, a 24 fusi, è però già stato sottoposto ai primi test nello stabilimento di via Selice. (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 21 febbraio

Cogne macchine tessili punta sull'innovativo filatoio Fibrespin grazie ai contributi del programma europeo Horizon 2020
Economia 25 Febbraio 2019

Il 2019 anno difficile per l'economia locale. Il parere dei presidenti delle tre maggiori cooperative imolesi

L’economia italiana è entrata in una fase di stallo e già si parla di recessione. A dirlo sono i dati Istat: nel quarto trimestre del 2018, il Pil ha segnato la seconda variazione congiunturale negativa consecutiva, determinata da una nuova flessione della domanda interna. Anche per la Commissione europea nel 2019 la prospettiva di crescita dell’Italia è quasi nulla, pari appena allo 0,2%. Il problema, però, non riguarda soltanto l’Italia, anche all’estero l’economia sta rallentando e questo pone un grosso problema alle imprese che vivono soprattutto di export. A dirlo, in questo caso, sono i tre presidenti delle principali cooperative imolesi Paolo Mongardi (Sacmi), Gianmaria Balducci (Cefla) e Stefano Bolognesi (Cooperativa Ceramica d’Imola), riuniti attorno allo stesso tavolo in occasione dell’iniziativa organizzata dal Lions Club Imola Host il 5 febbraio scorso al Molino Rosso. La serata aveva per tema “Il valore sociale, l’incidenza economica e le prospettive delle maggiori imprese cooperative del territorio”. I tre ospiti, introdotti dalle parole della presidente del club imolese, Wanessa Grandi, si sono rivolti a un pubblico in cui era rappresentata una larga fetta del mondo economico locale, cooperativo e non.

L’anno che è appena iniziato segna tre anniversari importanti per le imprese protagoniste dell’evento: i 145 anni di Coop. ceramica, i 100 di Sacmi e gli 85 di Cefla. Sono quindi tra le imprese imolesi più longeve e tra le più grandi, dato che sul territorio danno lavoro complessivamente a circa 3.700 persone, numero che sale a 6.400 se si considera l’ampiezza dei rispettivi gruppi nel mondo. Aziende i cui fatturati in totale superano abbondantemente i 2 miliardi di euro; aziende che investono anche sul territorio e che alimentano un indotto di piccole e medie imprese. L’andamento di questi tre big è in grado di influenzare l’intera economia imolese. Tutti e tre i presidenti sono concordi nel dire che il 2019 sarà un anno difficile.

«Nel 2018 – spiega il presidente di Sacmi, Paolo Mongardi – abbiamo chiuso un bilancio di gruppo di circa 1 miliardo e mezzo di euro, con 4.400 addetti. Negli ultimi 18 anni abbiamo triplicato il fatturato. Non è un vezzo, ma una necessità, perché oggi purtroppo se non si cresce con il mercato, si rischia di sparire perché si viene acquisiti da qualche altro gruppo. Oggi il nostro “core business” sono ancora le macchine per la ceramica (900 milioni di fatturato), seguono il beverage e le linee complete per l’imbottigliamento (350 milioni), le macchine per il packaging dei prodotti alimentari, in particolare cioccolato e bakery (120 milioni). Negli ultimi 5 anni abbiamo realizzato la mission di creare lavoro. Abbiamo assunto 250 persone, delle quali circa 150 diplomati (di cui 140 provenienti da istituto tecnico) e un centinaio di ingegneri. Il 2019 è iniziato con delle incertezze. Già a metà del 2018 si era visto un rallentamento di vari mercati. I mercati principali del settore ceramico, Italia e Spagna, dopo gli anni legati allo sviluppo dell’Industria 4.0, hanno cominciato a segnare il passo. E questo è normale, perché nel periodo del ministro Calenda ci sono stati molti stimoli per cambiare l’industria. Dopo 3 anni di crescita continua, adesso c’è una stasi. Riteniamo quindi che sarà un anno difficile, un po’ più complicato del precedente, ma che comunque ci consentirà di restare nei valori del 2018, che erano simili a quelli del 2017. Un anno in cui non parleremo di crescita. Il nostro anno del centenario forse corrisponderà a uno degli anni più critici della storia Sacmi».

«La nostra visione non è più ottimistica – conferma Gianmaria Balducci, presidente Cefla – . Nel 2013 partimmo con 350 milioni di fatturato. Nel 2018 abbiamo chiuso a un po’ più di 550 milioni di euro, anche se i numeri ufficiali usciranno più avanti. Dopo 6 anni di grande crescita e budget sfidanti, quest’anno abbiamo presentato un budget in leggera contrazione. Per certe unità di business siamo più legati all’economia interna, anche se alcune aree di business, come medicale e finishing, arrivano al 90 per cento di export. Questa dipendenza dall’Italia, che è uno dei fanalini di coda dell’Europa e ha una economia che di per sé non sta brillando, non può non condizionarci nelle ulteriori prospettive di crescita. Però in tutte le difficoltà ci sono anche grandi opportunità. Avere una azienda ben capitalizzata, con un indebitamento quasi nullo o per lo meno molto sotto controllo e con rating Crif di massima affidabilità finanziaria, anche nei momenti di tempesta ci dà credibilità sul mercato, può farci riconoscere rispetto ai competitor e darci degli strumenti che vanno al di là degli ottimi prodotti. Altra chiave in cui crediamo molto è la grande diversificazione sia di mercati, a livello geografico, sia di prodotti. Abbiamo ormai 5 business unit divise in macroaree. La più grande è il “medical”. Da qualche anno siamo leader mondiali nella pro-duzione di poltrone per dentisti, a cui abbiamo abbinato la radiologia. Stiamo spingendo nel settore della veterinaria e nell’arco di due anni dovremmo entrare anche nel mondo medicale. A questo si aggiungono gli impianti per la sterilizzazione. Per completare la nostra proposta commerciale, nel 2018 abbiamo acquisito una azienda che fa viti per impiantistica. Questa è l’area che è cresciuta di più ultimamente: siamo arrivati a 200 milioni di fatturato, con l’85 per cento di export. Un altro business in cui siamo leader mondiali è il settore della finitura del legno. Qui l’export supera il 90 per cento, copriamo circa un terzo del mercato mondiale delle macchine per la verniciatura legno. Il tema secondo me più importante del modello cooperativo è il legame con il territorio in cui siamo nati. Abbiamo sedi negli Stati Uniti, in Russia, in Cina, in Germania, però tutto quello che si riesce a fare a Imola ci conviene farlo a Imola. L’ingegneria di tutte le macchine, ad esempio, la facciamo qua. Su 2 mila dipendenti nel mondo, 1.300 lavorano a Imola. Non possiamo vedere alternative al legame con un territorio che ci ha dato tantissimo, che ha istituti di formazione eccellenti e persone straordinarie».

«Oggi noi nel mondo siamo un microbo – esordisce il presidente di Coop. Ceramica, Stefano Bolognesi -. Mi spiego meglio: nel mondo si producono e consumano circa 14 miliardi e mezzo di metri quadrati di piastrelle. In tutta Italia (e noi siamo l’unica cooperativa), se ne producono e se ne vendono 400 milioni. Noi ne facciamo 20 scarsi e quindi vuol dire che siamo il 5 per cento, del 3 per cento della produzione mondiale. Qualsiasi tipo di guerra per avere la leadership commerciale sui volumi e sui presidi nelle piattaforme produttive internazionali è persa. Ma non è neanche voluta. Ci dobbiamo orientare a essere al vertice di un mercato di nicchia, con un prodotto qualificato. Il consumo di ceramica aumenta nel mondo di circa 1 miliardo di metri quadrati all’anno. Il mercato internazionale è presidiato al 70 per cento da Cina e India, l’altro 30 per cento da Italia e Spagna. In Italia il nostro settore ha avuto circa 4.500 cassintegrati nel periodo di Natale. Noi siamo usciti dagli ammortizzatori sociali lo scorso agosto. Abbiamo fatto una ristrutturazione importante. All’inizio del mio percorso come presidente, il totale del gruppo arrivava vicino a 2.700 addetti. Avevamo un fatturato medio pro capite di un terzo rispetto a quello dei concorrenti di Sassuolo. La mia visione era cercare di aumentare il volume per salvaguardare l’occupazione. Nel 2006 e 2007 era andata anche abbastanza bene. Poi con la crisi del 2008 non si poteva più fare. Abbiamo cercato di tenere duro il più possibile, poi abbiamo deciso che le cose andavano fatte. Abbiamo fatto delle operazioni estremamente dolorose: abbiamo incentivato all’uscita centinaia di lavoratori, senza licenziare neanche una persona (oggi i dipendenti sono circa 1.200, Ndr). Nel 2018 abbiamo fatto una forte riduzione d’orario per evitare gli ultimi esuberi, riguardanti soprattutto il lavoro femminile su impianti ormai superati dalla tecnologia. Nel 2017 e 2018 abbiamo avuto i bilanci migliori degli ultimi 20 o 30 anni. Siamo riusciti a raggiungere un equilibrio finanziario buono. Dalla fine del primo trimestre del 2018 la situazione è degenerata per un “overbooking” pauroso di capacità produttiva: c’è troppa offerta sul mercato, c’è un calo della domanda, tanti Paesi a livello politico ed economico sono in difficoltà, c’è meno capacità di spesa e meno fiducia. Oggi presidiare in termini di concorrenza significa o avere capacità di innovare, di allungare il passo per staccare i concorrenti con servizi o tecnologie diverse, oppure significa essere competitivi sui prezzi. Le aziende devono puntare a guadagnare per fare investimenti e cercare di generare continuità, che è l’obiettivo di una società cooperativa. Qualche “mal di testa” per il 2019 c’è. Siamo il 5 per cento del 3 per cento mondiale, ma crescere di qualche punto percentuale non è impossibile. Bisogna guadagnarselo». (lo.mi.)

Il servizio completo è pubblicato su «sabato sera» del 14 febbraio

Nella foto al centro la presidente del Lions Wanessa Grandi. Con lei da sinistra Balducci (Cefla), Bolognesi (Coop. Ceramica) e Mongardi (Sacmi)

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