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Cronaca 13 Marzo 2019

Arriva la “Guida del viaggiatore geologo' un secolo e mezzo dopo quella realizzata da Giuseppe Scarabelli

Una nuova guida per esplorare i geositi del territorio, sui passi di un grande imolese del passato, Giuseppe Scarabelli. Il volume si chiama appunto “La guida del viaggiatore geologo – Cartografia Itinerari Storia” – Alla scoperta dei geositi nel territorio imolese” e sarà presentata stasera, mercoledì 13 marzo, alle 20.30, nella sede del Ceas (Centro educazione alla sostenibilità) imolese, all’interno del complesso Sante Zennaro in via Pirandello 12 a Imola. Curatrice dell’opera, su indicazione e coordinamento del Ceas, è la società Ecosistema, mentre autori dei contenuti sono i geologi Sonia Venturi e Stefano Mariani. Entrambi saranno presenti alla serata, insieme al coordinatore del Ceas imolese, Massimo Bertozzi, a Catia Nanni, responsabile Ceas del Comune di Imola e all’assessore all’Ambiente, Andrea Longhi.

«Al Ceas va riconosciuto il ruolo preminente di conoscenza e valorizzazione dei siti di interesse geologico e la volontà di trasmetterne la conoscenza a tutti i cittadini – sottolinea l’assessore all’Ambiente, Andrea Longhi -. La valorizzazione di questi tesori, veri e propri musei naturali, può avvenire attraverso la condivisione delle visite ai siti, tutte ricche di emozioni, che lasceranno un segno indelebile in chi si recherà in quei luoghi».

Ai geositi la Regione Emilia-Romagna ha riservato una normativa specifica, la legge regionale n. 9 del 2006 e successive modifiche e nel territorio imolese ne ha individuati e tutelati 13 geositi tra paesaggi (i calanchi), rocce (ad esempio i gessi), contorsioni delle stratificazioni prodotte dai movimenti della Terra nelle arenarie e nelle marne dell’alta Valle del Santerno. Cosa sono i geositi? Sono gli elementi base della geo-varietà di un’area, nei quali è riconoscibile l’azione di un processo geologico antico o attuale, o il suo prodotto. Sono i “luoghi della geologia” e, nel loro insieme, il “patrimonio geologico” di un territorio.

Come accennato, la guida segue le orme di Giuseppe Scarabelli che, nel 1864, nell’intento di far conoscere al pubblico le meraviglie geologiche e archeologiche del territorio, disegnò la “Guida del viaggiatore geologo nella regione Appennina compresa fra le Ferrovie Italiane Pistoja-Bologna, Bologna-Ancona, Ancona-Fossato”, stampata nel 1870 come un unico foglio pieghevole della misura di 53×75 centimetri. (cm 53×75). Una copia originale di quella guida è ancora oggi conservata nella Biblioteca comunale di Imola, assieme all’intero archivio Scarabelli, prodotto in oltre settant’anni di studi. Scarabelli (1820-1905) rappresenta una figura importantissima per la sua instancabile attività di ricerca scientifica, che spaziava dalla geostratigrafi, alla paleontologia e all’archeologia.

Lo scienziato imolese esplorò ampiamente e approfonditamente i siti di interesse geologico dell’area bolognese, imolese e faentina, documentando le proprie esplorazioni con note, disegni, fotografie, rocce e fossili, oggi conservati nei musei locali. L’importanza della sua opera e del suo contributo allo sviluppo delle moderne teorie geologiche ha reso naturale la scelta di intitolargli il volume che sarà presentato oggi e che richiama, nel titolo, l’opera del 1870 ideata proprio per la divulgazione, conoscenza e tutela dei beni geologici e della loro interazione con l’uomo. Stampata in 2.700 copie, la guida si avvale del contributo per l”anno 2018 della Regione Emilia- Romagna, che ha cofinanziato il progetto predisposto dal Ceas imolese “Il viaggiatore geologo nell”Appennino Imolese – Esplorazioni geoturistiche sulle orme di Giuseppe Scarabelli”. Del progetto, oltre al volume, fanno parte anche scursioni guidate ai geositi del territorio. La guida è in distribuzione gratuita al Ceas, allo Iat del Comune di Imola, nei Musei civici e nelle biblioteche del territorio, mentre la versione digitale al momento è online nel sito del Ceas. (r.cr.)

Nella foto la copertina della guida

Arriva la “Guida del viaggiatore geologo' un secolo e mezzo dopo quella realizzata da Giuseppe Scarabelli
Cronaca 26 Febbraio 2019

A marzo in programma una nuova campagna di scavi nell'alveo del Santerno a caccia di fossili e sabbie gialle

Il 2019 è appena iniziato ma già Imola comincia a prepararsi al 2020, anno in cui si celebrerà il bicentenario della nascita di Giuseppe Scarabelli. Quest’uomo eclettico, che in vita è stato geologo, paleontologo e archeologo, ha lasciato alla sua città una preziosa raccolta scientifica, ora conservata nel Museo a lui intitolato all’interno del complesso di San Domenico, in via Sacchi 4. La ricorrenza sarà un’occasione preziosa per riscoprire il suo lavoro alla luce anche di nuove scoperte scientifiche.

Il Comune di Imola, infatti, a novembre ha stanziato 2000 euro per la redazione di una nuova carta geologica delle colline imolesi. L’incarico è stato affidato a Stefano Marabini, che dovrà concentrarsi in particolare sulla formazione delle sabbie gialle. «Scarabelli è stato il primo a esaminarle e studiarle – spiega il geologo -, tanto che oggi si parla di questo tipo di formazione come “sabbie gialle di Imola” anche se è presente e rintracciabile dalla zona del Reno (Bologna) fino a Rimini. L’ipotesi su cui stiamo lavorando – aggiunge – è che le sabbie gialle non siano tutte uguali ma ci siano delle differenze d’età tra i vari strati. Il problema è che, a livello geologico, le differenze di milioni di anni sono visibili abbastanza facilmente, invece differenze di 100 o 200 mila anni sono molto più difficili da cogliere. Stiamo andando in cerca di indizi».

Per tentare di ricostruire questo puzzle sarà fondamentale l’aiuto dei fossili, perché là dove i sedimenti appaiono simili, i resti di animali e piante possono invece raccontare una storia diversa e marcare differenze temporali. «Scarabelli trovò diversi fossili, ora visibili all’interno del Museo imolese, tra l’autodromo e il rio Bergullo ed è probabile che, se la nostra teoria è corretta, vi siano vari livelli anche tra quelle sabbie e i fossili appartengono a periodi diversi – motiva Marabini -. Cominceremo quindi cercando di capire da dove provengono i vari ritrovamenti di Scarabelli, perché le sue carte non sono sempre precisissime, dopodiché faremo una revisione dei siti per capire se i fossili appartengono allo stesso livello, e se hanno, quindi, tutti la stessa età».

L’obiettivo finale è elaborare una cartografia aggiornata e più precisa rispetto al grande lavoro fatto dallo scienziato imolese due secoli or sono. Per portare a termine tutto questo sarà necessario effettuare anche nuovi scavi o meglio delle perforazioni del terreno. Un lavoro oggi più complicato di un paio di secoli fa. Scarabelli, infatti, rinvenne molti resti fossili perché allora era più facile accedere alle sabbie gialle, inoltre la zona intorno alla città era molto coltivata e la lavorazione del terreno faceva spesso riaffiorare dei reperti. «Alcuni affioramenti di sabbie gialle studiate da Scarabelli oggi non sono più visibili – continua Marabini -. Molti affioramenti erano lungo pendii che una volta erano coltivati mentre ora sono stati ricoperti dalla vegetazione. Altri si trovavano lungo l’alveo del fiume Santerno, ma dopo la seconda guerra mondiale vennero ricostruiti i ponti e le briglie e sono stati coperti dall’acqua – dettaglia Marabini -. Per questo in marzo andremo nell’alveo del Santerno, nella zona vicina all’autodromo, dove affioravano le sabbie gialle e faremo una perforazione per esaminare il contenuto fossi-lifero». (re.co.)

Il servizio completo è su «sabato sera» del 21 febbraio   

Nella foto un corridoio del Museo Scarabelli
A marzo in programma una nuova campagna di scavi nell'alveo del Santerno a caccia di fossili e sabbie gialle
Cronaca 26 Febbraio 2019

Quando a Imola c'erano il mare e i mammut senza pelo: le curiosità dei resti fossili del Museo Scarabelli

Imola e gli elefanti. Un connubio che ora sembra incredibile ma che un milione di anni fa, nel Pleistocene, era realtà. Tanto per cominciare le colline erano molto diverse da oggi, la zona dove sorge la città si trovava vicino alla costa del mare e le specie animali che siamo abituati a vedere e conosciamo adesso non esistevano. O meglio, c’erano dei loro lontani parenti: cervi, cinghiali e cavalli, ma erano tutti molto più grandi, così come era possibile veder passeggiare degli elefanti, mammiferi che ora noi colleghiamo più alla savana africana che alla temperata Europa.

Il Comune di Imola nel novembre scorso ha stanziato 1.502 euro proprio per «la revisione dei resti degli elefanti fossili di Imola» conservati nel Museo Scarabelli nel complesso di San Domenico e «per la formulazione di proposte per l’allestimento della nuova sezione del Quaternario», cioè la sala del Museo dedicata a questo periodo geologico in cui sono visibili anche alcuni resti degli elefanti. Il compito è stato affidato al marchigiano Marco Peter Ferretti, professore all’università di Camerino, che da anni si occupa degli elefanti che vivevano nelle nostre zone.

In soccorso alla nostra immaginazione che fatica a pensare ad un elefante «imolese», i paleontologi forniscono indizi più dettagliati. «Il clima e la vegetazione del Pleistocene non erano molto diversi da quelli attuali, però la fauna era assai differente» spiega Ferretti. «Innanzitutto è necessario precisare che parliamo di elefanti per semplicità, ma si tratta di Mammuthus meridionalis, una specie simile al mammut lanoso, quello tipico del nostro immaginario, ma priva di pelo. Erano animali di enormi dimensioni, alti quattro metri, che potevano pesare anche dieci tonnellate».

Se dopo un milione di anni siamo riusciti a ritrovarne i resti è perché le carcasse di questi enormi proboscidati venivano trasportate al mare dai fiumi e lì si depositavano, tra le famose sabbie gialle, non lontano dalla riva, come nell’Imola del Pleistocene, per l’appunto. La maggior parte dei ritrovamenti di mammiferi fossili avvenne a sud della città all’incirca dove ora si trova l’autodromo, perché lì affiorano le sabbie gialle. Non è facile oggi risalire alle località esatte perché i luoghi sono notevolmente cambiati nel corso degli anni e molti nomi sono caduti in disuso. In quella zona comunque, in una località che allora si chiamava Rio Pradella, sono stati ritrovati due molari di Mammuthus meridionalis in mostra ora nella sezione Quaternario del Museo Scarabelli. (re.co.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 21 febbraio

Nella foto uno degli armadi del Museo Scarabelli con i fossili delle sabbie gialle

Quando a Imola c'erano il mare e i mammut senza pelo: le curiosità dei resti fossili del Museo Scarabelli

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