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Cultura e Spettacoli 9 Aprile 2018

Un «Amico» di nome Mess. Intervista al cantautore castellano Massimiliano Negroni

Massimiliano Negroni, in arte Mess, è un cantautore di Castel San Pietro che ha un talento genuino e che, nel giro di due anni, è passato da cantare quasi per gioco nell’intimità della propria camera, a partecipare ad uno dei talent show più seguiti di Italia: il celebre Amici, condotto da Maria De Filippi. In mezzo, la partecipazione al contest Gocce di musica per la solidarietà dove, nella prima serata di selezione dell’edizione 2017, si è scontrato con la corazzata P-Jam (poi vincitrice dell’edizione) non venendo quindi scelto per la finale, ma dimostrando le sue indubbie doti musicali.

Come hai iniziato a muovere i primi passi nel variegato mondo musicale?

«Poco più di due anni fa, nel giorno del mio compleanno, i miei genitori mi regalarono una chitarra: imparando i primi giri, i primi accordi, mi sono appassionato e ho voluto unire lo strumento alla mia onnipresente passione per il canto. Da autodidatta ho imparato le prime basi, che mi hanno permesso di sviluppare testi e musiche scritte di mio pugno».

Puoi spiegare più nel dettaglio la tua filosofia musicale?

«Mi ritengo un ascoltatore prima che un creatore, e sono abituato ad osservare e, appunto, ascoltare le persone senza alcun tipo di pregiudizio. Questo atteggiamento è ciò che sta alla base dei miei testi e della mia musica. Per quanto riguarda le due anime della mia ispirazione: la prima, quella anarchica e baraccona, rappresenta quel lato di me che critica le bassezze della società in cui vive, sempre mantenendo una vena ironica e giocosa; la seconda, invece, si rifà alla mia propensione alla malinconia, che è lo stato d’animo in cui riesco a scrivere più facilmente e genuinamente. Ho bisogno di sentimenti forti da poter sfogare nella musica».

Chi sono i tuoi riferimenti musicali?

«Ci sono due artisti che mi rispecchiano molto, Rino Gaetano e Fabrizio Moro, per la vita un po’ frastornata e insicura a livello lavorativo che hanno condotto. Sono le mie due massime ispirazioni artistiche. Io ora, come molti ragazzi, sono un lavoratore precario e mi guadagno da vivere per coltivare il mio sogno, quindi sento molto la tematica. Ad Amici ho cantato il mio inedito Tutti sanno, che in una strofa dice: “tutti sanno del lavoro che va male, ma più importante l’auto blu al Quirinale”. Mi piace raccontare piccole verità, senza intenti polemici, senza critiche immotivate di nessun tipo, ma portando tematiche quotidiane all’orecchio del pubblico. Mi piace introdurre la vita nei miei testi, insomma».

A proposito di Amici: che ambiente è? C’è tanta concorrenza tra i partecipanti?

«Ognuno ha un approccio diverso, anche perché i ragazzi lì dentro hanno dai diciassette ai ventisette anni. Io l’ho vissuta serenamente, come un’occasione personale per migliorarmi e fare esperienza, senza screditare nessuno ma pensando a me stesso e alla mia musica. I ragazzi più giovani erano in assoluto i più competitivi, ma devo dire che ho stretto delle belle amicizie con tutti, e di questo sono molto felice».

Che percorso pensi di seguire per continuare l’ascesa?

«Sicuramente quello del cantautorato: chitarra e penna! Ho firmato un contratto con l’etichetta Pms, di Alfonsine, e ho già trenta canzoni pronte. Il mio nuovo singolo, Una parte della tua vita, è appena uscito e sto lavorando ad un disco con una decina di tracce dentro. Sono contentissimo, ma anche impaziente: fosse per me si registrerebbe anche di notte! Però rispetto i tempi di tutti quelli che lavorano per la buona riuscita di questo mio progetto, e li ringrazio molto. Il mio progetto principale è l’album, poi ho già in agenda una collaborazione acustica con il mio amico Elia Zappata, e un progetto più rock, con tanto di band. Per quanto concerne i prossimi cinque anni, non amo fare previsioni. Ripeto, continuerò la ricerca della mia dimensione musicale combattendo ogni giorno con me stesso, con tanta voglia di imparare e migliorare!».

Venerdì 13 aprile alle 21 Mess presenterà al Centro giovanile Ca’ Vaina a Imola il videoclip realizzato in seguito alla sua vittoria dell’edizione 2017 del concorso «Live Video Contest», e darà vita ad un concerto live. Ingresso gratuito.

ri.ra.

L”articolo completo su «sabato sera» del 5 aprile.

Nella foto: Massimiliano Negroni, in arte Mess

Un «Amico» di nome Mess. Intervista al cantautore castellano Massimiliano Negroni
Cronaca 8 Aprile 2018

Le Camminate del Buonumore compiono quattordici anni. Parola all'ideatrice Patrizia Grandi

Macinare chilometri per il buonumore. È l’obiettivo del gruppo «Buonumore Walking», nato all’interno dell’associazione culturale «La Bottega del Buonumore» del comico Davide Dalfiume. A «capitanare» il gruppo nato nel 2004 e formato oggi da circa 300 persone è Patrizia Grandi, 53 anni, castellana, impiegata, madre e grande promotrice del movimento leggero e costante per la salute della persona. Grazie ad una sua idea covata per anni, il gruppo è anche fra i promotori del boschetto dinAmico, il parco per la salute nella terza età appena inaugurato. «Ho avuto modo di vedere parchi simili in Europa, ma mai in Italia – spiega Grandi –. Da noi ci sono in strutture dedicate alla terza età come case di riposo e centri per anziani, opportunità che i privati offrono ai loro utenti. Nella mia mente, invece, c’era da tempo il desiderio di rendere questa opportunità pubblica come azione per la promozione del movimento, del benessere e del buonumore».

Come nascono la tua passione per il movimento e questa grande forza nel promuoverlo come buona pratica?

«Nella mia vita ho sempre praticato attività fisica – spiega Grandi –. Ho studiato scienze motorie e per qualche tempo ho anche insegnato ginnastica nelle palestre. Poi ho scelto un altro tipo di lavoro, come impiegata. Ma l’attività fisica è sempre rimasto il mio primo passatempo e da sportiva sono convinta che il movimento faccia bene alla salute della persona. Purtroppo, i tanti impegni giornalieri nella vita di tutti non facilitano il ritagliarsi un po’ di tempo per se stessi e non tutti gli anziani sono abituati a fare del movimento leggero. Con il gruppo Buonumore Walking, nato un po’ per gioco quattordici anni fa, ho iniziato a sostenere e dimostrare che il movimento benefico per la salute non era possibile solo in palestra, ma anche semplicemente camminando all’aria aperta».

Muoversi fa stare meglio?

«Assolutamente sì. L’attività fisica, anche leggera ma corretta e costante, rilascia endorfine a beneficio del corpo e della mente. Il gruppo propone passeggiate di un’ora a passo libero cui possono partecipare tutti, gratuitamente. Non importano il grado di allenamento o la velocità che si riesce a tenere: chi “dirige”, di volta in volta, si preoccupa di tenere il gruppo unito con delle piccole deviazioni circolari per pareggiare chi ha un passo veloce con chi l’ha più tranquillo. L’importante, e il bello, è proprio iniziare ed arrivare tutti insieme, condividendo il momento per il benessere. Senza dimenticare che il gruppo fa sentire i singoli più sicuri. Passeggiando sorvegliamo il territorio e segnaliamo quello che non va, come lampioni fulminati o buche. Inoltre, l’attività fisica diventa anche sociale, perché alla fine si fanno nuove amicizie».

Come vi incontrate per le passeggiate?

«Oggi con Facebook e Whatsapp ci scriviamo un messaggio e si parte. Per i nuovi membri è invece necessario contattarci attraverso la nostra pagina Facebook “Buonumore Walking – Le Camminate del Buonumore” per provare l’esperienza e decidere se entrare a far parte del gruppo. Nel tempo siamo cresciuti da una decina di persone a circa 300 sparsi fra Castello, Imola, Medicina, Osteria Grande, Mordano, Castel Guelfo, San Martino in Pedriolo, Toscanella e Faenza. Ogni luogo ha il suo sottogruppo con differenti passeggiate».

Quindi non ci sono appuntamenti fissi od orari prestabiliti?

«No, perché siamo un gruppo a partecipazione libera e soprattutto vogliamo che la gente sia libera di voler camminare insieme. Una volta all’anno, però, ci troviamo all’alba per la “Run 5.30 Virtual”, un evento che avviene ogni anno nella stessa giornata in tutto il mondo e prevede una passeggiata con partenza alle 5.30 del mattino. L’anno scorso, il 21 luglio, a Castello hanno partecipato circa 400 persone. Siamo stati il gruppo più numeroso al mondo e l’organizzazione ci ha premiato con una medaglia».

mi.mo.

L”articolo completo su «sabato sera» del 5 aprile.

Nella foto: Patrizia Grandi, a sinistra, assieme a Giorgia Bottazzi

Le Camminate del Buonumore compiono quattordici anni. Parola all'ideatrice Patrizia Grandi
Cronaca 6 Aprile 2018

Io non taccio, la battaglia del giornalista Paolo Borrometi contro la mafia

Paolo Borrometi è un giornalista siciliano di 35 anni, per la precisione ragusano, che vive sotto scorta da quattro anni per le sue inchieste di mafia. Laureato in Giurisprudenza, ha collaborato con il Giornale di Sicilia, l”Agi (Agenzia giornalistica Italia) e ha fondato la testata giornalistica di inchieste online La Spia. L”attività del sito gli ha portato da subito diverse minacce da parte della criminalità organizzata ragusana e siracusana. Poi, una sua inchiesta ha contribuito allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune di Scicli. Nel 2014 è stato aggredito, la porta di casa incendiata ed è costretto a trasferirsi a Roma. Un anno dopo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli ha conferito l”onorificenza di Cavaliere dell”Ordine al merito della Repubblica italiana.

Domani, sabato 7 aprile, sarà a Medicina alle ore 17.30 invitato dal presidio Libera Alberto Giacomelli del circondario imolese e dall’assessorato alla Cultura del Comune di Medicina. “Io non taccio” è il titolo del suo libro in cui ha raccolto le storie di altri giornalisti minacciati o costretti a vivere sotto scorta. 

Come mai ha deciso di fare il giornalista dopo la laurea in Giurisprudenza invece di fare l’avvocato? 
“Negli anni del liceo ho “incontrato” la storia di Giovanni Spampinato, un giornalista, una delle vittime di mafia e terrorismo del nostro Paese e mi stupii perchè quando se ne parlava la stragrande maggioranza dei miei conterranei non lo conosceva e quei pochi dicevano “se l’è andata a cercare”, “in provincia di Ragusa la mafia non c’è”. Questo atteggiamento mi ha fatto inorridire. Una persona non “se la va a cercare” se fa il proprio dovere. E ho deciso che quando sarei stato più grande volevo fare il giornalista per comprendere su cosa stava indagando Spampinato. Così negli anni del liceo ho iniziato delle collaborazioni con delle testate giornalistiche continuate anche all’università”. Ho studiato la provincia di Ragusa la più ricca della Sicilia, dove abbiamo un numero di sportelli bancari superiore a Palermo e perfino alla capitale economia italiana, a Milano, in percentuale sulla popolazione. Mi sono messo a studiare le origini mafiose e i traffici. Per un certo periodo ho fatto il praticantato legale, poi mi sono successe le visissitudini ben note e ho chiuso con l’ambito forense”  

Vicissitudini sono le minacce continue, l’incendio della porta di casa e perfino un’aggresione. Ora vive sotto scorta da quattro anni.
“Sto affrontando 14 processi in cui sono parte offesa nei confronti di una trentina di appartenenti ai clan di due province diverse. E ho dovuto anche drammaticamente rendermi conto che le cose che dicevano a Spampinato sono le stesse cose che dicevano a me. Io credo che il giornalista sia una delle professioni più importante perché le mafie non possono essere sconfitte solo dalle forze dell’ordine o dai magistrati ma dalla conoscenza e per questo occorre la nostra professione. L’articolo 21 della Costituzione non indica solo il diritto e dovere di informare ma anche quello della popolazione di essere informati della popolazione, affinché la gente sia libera di poter decidere da che parte stare”.

Perché ha scelto La Spia come nome del sito web di inchieste giornalistiche di cui è il direttore?
Un appellativo negativo in terra di mafia.“Proprio per quel motivo. E’ una provocazione. Mi chiamavano sbirro e spione invece per me gli sbirri sono i tutori della legalità e lo spione nell’accezione che dicono i mafiosi è la persona che denuncia e fa il proprio dovere di cittadini e non di sudditi”.  

Processi come Black Monkey o Aemilia hanno fatto capire che anche da noi c’è la mafia. Come vede la situazione delle infiltrazioni mafiose dalle nostre parti, in Emilia Romagna?
Non a caso un collega straordinario come Giovanni Tizian ha subito lo stesso tentativo di intimidazione (dagli imputati del processo Black Monkey nato proprio da un’inchiesta sul gioco d’azzardo partita da Imola, il Comune di Imola si è costituto parte civile nel processo, nrd). Purtroppo il negazionismo e il riduzionismo complicano la situazione perché non fanno altro che dare la possibilità alle organizzazioni mafiose di insediarsi. Al sud le magie hanno anche un controllo anche militare del territorio, al nord il controllo è sostanzialmente e questo le ha rese meno visibili ma straordinariamente attive negli investimenti. Questo riduzionismo della gente e della classe politica ha creato l’humus ideale non solo centro e nord ma a livello europeo”.

L”incontro è presso la sala Auditorium del Palazzo della comunità in via Pillio 1.

l.a.

Nella foto Paolo Borrometi (dalla sua pagina Facebook)

Io non taccio, la battaglia del giornalista Paolo Borrometi contro la mafia
Sport 2 Aprile 2018

Pablo Salado, il Johnny Depp dell'Ic Futsal si racconta

Pablo Salado, classe ’94, infatti, proviene da Jerez de la Frontera, in Andalusia, e la scorsa estate è stato, insieme a Murga e Saura, uno dei tre spagnoli ingaggiati dall”Ic Futsal, ma trattative di mercato e problemi personali hanno fatto sì che oggi sia rimasto l’unico agli ordini di Pedrini. «Sono arrivato a Imola lo scorso Ferragosto – ha raccontato Salado – e dopo le esperienze in patria al Palma di Maiorca e al Gran Canaria, tra Prima e Seconda Divisione, ho deciso di provare questa nuova avventura. In Spagna vincere non è la cosa più importante e si preferisce far iniziare i bambini dal calcio a 5 in modo da affinare la tecnica, a differenza dell’Italia dove si predilige di più la parte fisica».

L’ambientamento è stato più semplice con altri due spagnoli in squadra?

«Murga lo conoscevo già, mentre Saura l’avevo affrontato da avversario. In Italia, comunque, ho trovato abitudini, gente e perfino un clima molto differente. A me piace il sole e amo stare sempre in giro, mentre a Imola, freddo e neve a parte, è più difficile trovare qualcuno per strada in certe ore. Qui vivo da solo nello stesso palazzo con altri miei compagni di squadra e, soprattutto all’inizio, alcuni problemi me li ha risolti mister Pedrini.

Eri mai stato in Italia prima?

«Una volta sola in vacanza a Roma. Adoro, comunque, viaggiare e imparare nuove lingue e culture. Mi piace l’Italia, anche se, ovviamente, lo stile di vita è diverso rispetto alla Spagna. Ultimamente ascolto spesso la canzone “Una vita in vacanza” de “Lo Stato Sociale” e il titolo rispecchia un po’ il nostro modo di vivere».

Oltre ad affetti ed amici, cosa ti manca dell’Andalusia?

«Il pesce fritto. A Imola è quasi impossibile leggerlo sulla carta di un ristorante e anche in riviera non è la stessa cosa. La cucina italiana, comunque, è ottima e mi piace molto il ragù. La passione per la cucina me l’ha tramandata mia mamma, la miglior chef che io conosca».

E” vero che il tuo compagno di squadra Liberti ti chiama il Johnny Depp del futsal?

«Si, a causa della mia passione per la moda. A dire il vero devo ammettere che è quasi una malattia. Mi piace vestirmi bene, guardare su Instagram le nuove tendenze e fare shopping. Potrei dire esattamente ogni singolo negozio in via Indipendenza a Bologna perché li conosco praticamente tutti. Mia mamma, infatti, si arrabbia spesso quando vede quanto spendo. I giovani in società mi chiedono consigli e a volte mi piace prestargli qualcosa. Castagna, invece, è il mio opposto perché non gliene importa nulla di queste cose».

Moda a parte, hai anche una gran passione calcistica che si chiama Barcellona.

«Tifo per i blaugrana da sempre, anche perché sono nato con il mito di Ronaldinho, uno capace di giocare al Camp Nou come se fosse con gli amici per strada. Penso che il Barcellona passerà facilmente il turno, mentre il Real Madrid, di cui mio padre è tifoso, potrebbe avere qualche problema in più con la Juventus».

Un sogno fuori dal calcio a 5?

«Mi sono diplomato al liceo scientifico e un giorno vorrei iscrivermi all’università, magari ad Architettura. E’ la mia passione fin da quando, da piccolo, costruivo case con il cartone».

Hai detto che ami viaggiare. Prossima meta?

«Ho già visto le principali città italiane oltre a Londra, Parigi e la città dimenticata di Petra. In estate, invece, mi piacerebbe andare in Egitto e Croazia ma non prima d’aver conquistato la salvezza con la maglia dell”Ic Futsal».

d.b.

L”intervista completa su «sabato sera» del 29 marzo.

Nella foto: Pablo Salado

Pablo Salado, il Johnny Depp dell'Ic Futsal si racconta
Sport 27 Marzo 2018

Calcio, giovedì il match dell'anno tra Imolese e Rimini. Intervista all'ex attaccante Gabbriellini

3-1. Questo è il risultato con cui Imolese e Rimini hanno rispettivamente sbrigato, nel weekend, la pratica Fiorenzuola e Mezzolara. Il distacco, quindi, è sempre rimasto di 7 punti in favore dei biancorossi, ma giovedì 29 (ore 15) al Romeo Neri andrà in scena la partita dell”anno che, in caso di vittoria rossoblù, potrebbe riaprire il campionato.

Per risalire all”ultima vittoria dell”Imolese a Rimini bisogna andare indietro alla stagione 2001/2002, quella con Salvatore Bianchetti in panchina. Risultato finale: 1-0 con gol vittoria firmato allo scadere da Marco Gabbriellini. «Facemmo una partita di sacrificio, difendendoci bene e colpendo di rimessa – racconta l”ex attaccante -. La mia rete arrivò in quel modo. Villa si involò in contropiede sulla destra e fu atterrato all’altezza dell’area. Si rialzò immediatamente, mi guardò negli occhi e io, comprendendo al volo le sue intenzioni, mi smarcai dall’uomo. Alberto fu rapidissimo a servirmi il pallone mentre mi trovavo solo davanti al portiere Bizzarri, che beffai con un facile tiro rasoterra».

L’Imolese di Gabbriellini, guidata dal tecnico siciliano Salvatore Bianchetti, oltre ad Alberto Villa, figlio del «Mitico», annoverava giocatori di ottimo livello, come si evince leggendo la formazione che espugnò il Romeo Neri: Betti, Buscaroli, Marchionni, Casoni, Menghi, Dozio, Poggi, Maresi Gabbriellini (Bastia), Perenzin (Biserni), Actis Dato (Villa). «Auguro di cuore all’Imolese di emularci in tutto e per tutto» ha detto Gabbriellini, che la maglia rossoblù l’ha indossata per quattro stagioni, sommando 74 presenze. «Perché fu bellissimo vincere in quel modo. Per me che feci il gol decisivo, ma anche per i miei compagni».

E’ quella la rete che ricordi con più piacere fra le 25 in totale realizzate per l’Imolese fra il 2000 e il 2004?

«E’ uno dei gol che ricordo volentieri. Perché fu pesantissimo e segnò un momento importante del nostro campionato. Ma quello che più mi è rimasto in mente lo feci alla Fiorentina in casa l’anno dopo. Valse il momentaneo 1-1, visto che poi perdemmo 2-1. E poi non dimentico nemmeno il palo colpito al Franchi nell’incontro di ritorno a Firenze davanti a 25.000 spettatori, quando strappammo lo 0-0 con le unghie e coi denti».

La classifica dopo quella famosa vittoria sul Rimini era: Imolese 40, Rimini 38. Sembrò l’inizio di un’esaltante fuga, e invece delle 14 partite che restavano da giocare ne vinceste solo due, contro Sassuolo e Gualdo all’ultima giornata, terminando addirittura ottavi nella classifica finale a 18 punti di distanza dal Teramo che vinse il campionato.

«Anche per quello spero che l’Imolese giovedì prossimo vinca per provare a fare ciò che allora non riuscì a noi. Forse dopo quel successo ci credemmo troppo bravi. Pensavamo di avere già vinto il campionato. Ma non eravamo abituati a stare in testa. L’anno prima avevamo faticato a salvarci. Qualcosa ci scattò in testa negativamente e non riuscimmo più ad essere quelli che eravamo stati fin lì».

Comunque a quell’Imolese non mancavano i buoni calciatori.

«La squadra era ben attrezzata in tutti i reparti. Con me in attacco c’erano Villa e Actis Dato, giocatori di classe e tecnicamente molto dotati. Io però mi infortunavo spesso. Ho subìto sei interventi alle ginocchia e a 30 anni ho dovuto chiudere col calcio».

Sei rimasto in contatto con qualcuno di quei compagni?

«Con Marco Menghi, anche per questioni di vicinanza. Per un certo periodo ha pure lavorato nella mia azienda. Con gli altri ogni tanto organizziamo una rimpatriata. L’ultima volta è stata l’estate scorsa, quando ci siamo ritrovati a cena». 

r.s.

L”intervista completa su «sabato sera» del 22 marzo.

Nella foto (Isolapress): Marco Gabbriellini esulta dopo il gol segnato alla Fiorentina al Romeo Galli nella stagione 2002/03

Calcio, giovedì il match dell'anno tra Imolese e Rimini. Intervista all'ex attaccante Gabbriellini
Cronaca 15 Marzo 2018

Imola Programma, tra sfide e opportunità. Marco Gasparri: «L'industria 4.0 va avanti e la scuola deve seguirla»

Per le aziende del territorio la quarta rivoluzione industriale, l’utilizzo «spinto» di digitalizzazione e tecnologie web, è ormai una realtà. Per il nostro territorio rappresenta un’opportunità di sviluppo economico e occupazionale. In questo momento, però, le aziende faticano a trovare i giovani ingegneri, gli informatici, i tecnici che occorrono. Marco Gasparri, presidente della delegazione imolese di Confindustria Emilia Area Centro, non ha dubbi: «A fronte di una richiesta in forte aumento, oggi mancano figure ben preparate per soddisfare il mercato».

La richiesta, come detto, riguarda il processo di adozione delle nuove tecnologie dell’Industria 4.0 e il loro sfruttamento per la trasformazione digitale della fabbrica. «Diverse aziende si stanno approcciando a soluzioni come IoT (Internet of Things o “internet delle cose”, cioè lo scambio di informazioni tra oggetti diversi), il cloud (la possibilità di accedere a dati conservati in remoto), la realtà aumentata, strumenti come analytics o i big data, stanno trasformando il modo di fare impresa – elenca Gasparri – e rappresentano solo l’inizio di una rivoluzione tecnologica e culturale sia nell’organizzazione della fabbrica che nel rapporto con i clienti». I benefici del 4.0 per le aziende vanno oltre la semplice produttività: «Con la digital transformation le imprese ottengono un miglioramento del capitale umano e dei processi operativi e collaborativi, poi ci sono benefici sul fronte dell’innovazione di prodotto o di servizio e nuovi modelli di business». Tra l’altro il successo di un’azienda si basa anche su elementi come «il miglioramento delle performance, della reputazione e dell’immagine aziendale stessa».

Per riuscirci, però, alle imprese sono richiesti importanti investimenti in termini di innovazione non solo tecnologica ma organizzativa, pensare ruoli che in alcuni casi prima non esistevano. «Soprattutto devono trovare partner in grado di sostenerli con competenze in merito a tecnologie e processi di integrazione. La criticità maggiore per le aziende manifatturiere sarà quella di riconcepire il modo di interpretare la tecnologia, che non potrà più essere parallela alla strategia ma convergente: l’una  è necessaria per lo sfruttamento dell’altra ed entrambe s’innescano a vicenda» aggiunge Gasparri.  Ed è a questo punto che arriva il tema della formazione. Secondo Gasparri scuola e università sono ancora troppo distanti. «Nei  percorsi universitari  Ict (information and communication technology) stanno via via entrando competenze legate a big data, data science e cybersecurity, ma resta trascurato il cloud.

D’altra parte nelle facoltà non informatiche le competenze digitali sono trascurate: non vi è alcuna formazione in proposito in circa la metà degli oltre quattromila corsi di laurea esistenti. In compenso stanno aumentando, seppur lentamente, le collaborazioni fra scuola, università, imprese e associazioni: è un tema sicuramente da ampliare, superando i problemi normativi, di coordinamento organizzativo o accesso agli incentivi». Stage e l’alternanza scuola-lavoro sono comunque utili: «Le esperienze fatte durante o subito dopo la conclusione degli studi comportano una probabilità di trovare lavoro maggiore del 51 per cento  rispetto a chi non ha svolto né alternanza né stage o tirocini». Il problema è un altro: «Oggi non ci sono ingegneri informatici, meccanici, elettrici e dell’automazione a sufficienza rispetto alle necessità che un distretto come quello imolese richiede» dichiara Gasparri senza mezzi termini. Non solo «manca una strategia di lungo periodo che coinvolga aziende e sistema formativo, una visione d’insieme che coordini i percorsi della trasformazione digitale. Mentre il mercato del lavoro promette una rapida evoluzione, l’istruzione rischia di rimanere indietro, senza riuscire a fornire le figure professionali richieste dalle aziende».

mi.mo.

Nella foto: Marco Gasparri

Imola Programma, tra sfide e opportunità. Marco Gasparri: «L'industria 4.0 va avanti e la scuola deve seguirla»
Cultura e Spettacoli 13 Marzo 2018

Erf, sul palco dello Stignani il famoso violoncellista Giovanni Sollima

Una cascata di conoscenza, entusiasmo, talento, cultura: parlare con Giovanni Sollima, violoncellista di fama mondiale, è rinfrescare la mente. Immaginatevi ascoltarlo! L’occasione ci sarà domani sera alle ore 21 quando, con I Solisti Aquilani, sarà al teatro Stignani di Imola per un appuntamento della rassegna curata da Emilia Romagna Festival.

Nato a Palermo, Sollima è protagonista nelle più importanti rassegne internazionali e sui palchi di tutto il mondo, e ha collaborato, ad esempio, con Claudio Abbado, Philip Glass, dj Scanner o Patti Smith, giusto per dirne alcuni. Ha dato vita al progetto dei 100 violoncelli, ideato insieme al compositore-violoncellista Enrico Melozzi, nato nel 2012 all’interno del Teatro Valle Occupato e che continua tutt’ora: una «chiamata alle arti» dedicata alla musica con ospiti da tutto il mondo, blitz urbani in giro per la città, repertori imprevedibili e che abbracciano diverse epoche storiche, un concorso di composizione e tanti concerti. Attualmente insegna all’Accademia di Santa Cecilia a Roma, dove è anche accademico effettivo, e alla Fondazione Romanini di Brescia.

Ma come si sceglie un programma per concerto? Per l’emozione che dà suonarlo? Per la sfida musicale? Per l’idea di stimolare il pubblico?

«C’è sempre una serie di connessioni, l’idea di di un racconto – risponde il violoncellista -. Anche dove sembra ci siano incongruenze, in realtà è un contrasto che dà una sorta di drammaturgia. Ci sono sempre collegamenti in un programma. Quello che propongo con i Solisti Aquilani è composto da concerti per violoncello e orchestra da camera. Rientra nella grande tradizione settecentesca, un’epoca in cui il virtuoso scriveva poco per se stesso, per le sue mani, perché curava l’interpretazione dei suoi brani direttamente sullo strumento, mentre scriveva molto per orchestra: Boccherini, ad esempio, pubblica poche sue sonate, che eseguiva soprattutto per uso privato, mentre pubblica tantissime sinfonie. Sin da bambino io sono stato educato al metodo settecentesco con una pratica improvvisativa sulla musica del ‘700, quindi tutto questo mi affascina. E poi fa bene alla salute sentire i segnali del passato, la storia: me li lancia direttamente lo strumento che suono».

Infine, due brani legati, in un certo senso.

«Suoneremo il Concerto n. 3 in sol maggiore per violoncello e archi G 480 di Luigi Boccherini, un musicista che io adoro. Il suo nome è una leggenda ma nessuno conosce veramente la sua musica. Da Lucca è partito e ha girato il mondo dell’epoca, poi si è stabilito in Spagna e questo si avverte: è stato il primo grande etnomusicologo della storia, ha esplorato la musica popolare. Ha inventato il gps del violoncellista, dando le direzioni per la navigazione più impervia. La sua musica è preclassica e folk. Concluderemo con un mio lavoro, L.B. files per violoncello, archi e sampler, dove L.B. è Boccherini, e quindi è un chiaro riferimento a lui. L’ho scritto per un festival in Germania nel 2006, in forma di concerto. Ha la forma del racconto in cui immagino Boccherini girare per il mondo. C’è un fandango all’interno, che esprime sensualità, con una voce campionata che in pochi secondi ci spiega il fandango, mentre noi suoniamo intorno. È un tracciato fitto tra epoche, stili e luoghi, con l’idea del viaggio e di cosa accade in Europa. Nel mondo si pratica l’improvvisazione sulla musica, sulla poesia e su diverse altre discipline: è una pratica straordinaria che non elude regole di architettura».

Musica significa ovviamente strumenti con cui farla. Qual è il rapporto che ha col suo violoncello?

«È un’estensione di me. Il violoncello poi è fisico, sta a contatto col corpo. C’è una parte che vibra nello spazio e un’altra che ti ritorna nel corpo». Ultima curiosità: è mai stato a Imola? «Una volta, mi è piaciuta e ho mangiato benissimo». E detto da un palermitano, è un complimento che vale moltissimo.

Biglietto da 20 a 12 euro, ridotto da 17 a 10, per i ragazzi delle scuole imolesi fino a 19 anni 1 euro, gratuito sotto i 10 anni. Info: 0542/25747.

s.f.

L”intervista completa su “sabato sera” dell”8 marzo

Nella foto (di Gian Maria Musarra): Giovanni Sollima

Erf, sul palco dello Stignani il famoso violoncellista Giovanni Sollima
Sport 3 Marzo 2018

Calcio, dolci speranze per l'Imolese con Crema

Andrea Crema, sicuramente il miglior colpo messo a segno nel mercato invernale rossoblùsta all’Imolese come Sergej Milinkovic Savic sta alla Lazio. L’accostamento potrà apparire azzardato ma, dati alla mano e facendo le dovute proporzioni legate alle diverse categorie, ci sta tutto, se è vero che questo perticone di 192 centimetri, oltre a garantire maggiore consistenza in mezzo al campo, si sta rivelando pure un’implacabile cecchino da area, segnando 4 gol in sole nove partite e trasmettendo la netta sensazione che in questa squadra uno così giocherebbe anche se non ci fosse l’obbligo di schierare gli under.

Nato calcisticamente nella squadra del suo paese (Castiglione delle Stiviere, provincia di Mantova), è poi passato all’età di 12 anni alle giovanili del Montichiari, dal quale, complice il fallimento della società bresciana, ha fatto ritorno a casa. Da lì lo ha prelevato il Feralpi Salò, dove nella Berretti ad allenarlo ha trovato Damiano Zenoni, ex giocatore di serie A nel Piacenza, Parma, Udinese e Atalanta. «Lui mi ha molto migliorato sia tecnicamente che nella maniera di stare in campo – ci ha raccontato Crema -. Un altro che mi ha fatto crescere parecchio è stato Michele Serena, allenatore della prima squadra del Salò».

Questo però, all”inizio della stagione, senza mai esordire, prima di venire all”Imolese.

«Qua mi trovo veramente bene. Sono sistemato in un appartamento che divido con Mastropietro e Pellacani. E ho anche la possibilità di continuare gli studi. Frequento il quarto anno di Ragioneria all’Istituto Marconi di Bologna. In generale a Imola ho trovato un ottimo ambiente, con giocatori che mi aiutano a migliorare, primo fra tutti capitan Ferretti. Un allenatore, Gadda, che mi segue con attenzione ed è prodigo di consigli. Una società ambiziosa che mi consente di giocare per vincere».

L’Imolese adesso viaggia a mille. Che cambiamenti hai notato da quando sei arrivato in gennaio.

«Secondo me siamo migliorati molto nell’atteggiamento. Non solo in partita, ma anche in allenamento. Ci aiutiamo a vicenda, lottiamo, e anche se la qualità del gioco a volte non è eccelsa, l’applicazione, l’impegno e la determinazione non mancano mai».

Questa esperienza a Imola ha tutta l’aria di poter diventare un vero trampolino di lancio per te.

«Spero tanto funzioni così. Il mio sogno è fare il calciatore professionista e magari potremmo coronarlo insieme. Giocare in C sarebbe molto bello. Anche perché vorrebbe dire che abbiamo vinto il campionato».

C’è ancora qualche speranza nonostante il -7 dal Rimini?

«Nulla è impossibile nel calcio. Intanto proviamo a vincere tutte le partita che mancano da qui alla fine. Poi vedremo cosa succede». 

a.d.p.

L”intevista completa su «sabato sera» dell”1 marzo.

Nella foto: il centrocampista Andrea Crema

Calcio, dolci speranze per l'Imolese con Crema
Sport 27 Febbraio 2018

Calcio, Raffaele Franchini realizza il sogno di indossare la maglia dell'Imolese come suo padre

Dopo un lungo giro iniziato 15 anni fa a Castel San Pietro, per passare poi da Sassuolo, Ferrara, Viareggio, Roma, Venezia, Pordenone, Martina Franca, Fiorenzuola e Zola Presosa, Raffaele Franchini è finalmente arrivato all’Imolese, la squadra della sua città, dove è nato 33 anni fa. Il papà Maximo, edicolante di via d’Azeglio, che deve il suo nome sudamericano al padre emigrato in Cile negli anni ’40, dove sposò una ragazza locale, ha pure lui un passato calcistico in rossoblù risalente alla stagione ’73/74; 8 presenze in una squadra che, allenata da Nencetti (poi sostituito da Zanetti), arrivò ultima in serie D retrocedendo in Promozione.

Fra i tanti sogni nel cassetto, più o meno coronati, Raffaele custodiva anche quello di giocare nell’Imolese.

«Fino all’anno scorso la mia unica esperienza calcistica a Imola era quella fatta nella Tozzona da bambino. Poi Libero Vespignani mi notò quando giocavo negli Esordienti e mi portò a Castel San Pietro. Da allora ho sempre sperato un giorno di vestire la maglia che aveva indossato mio padre. Ma per vari motivi, e fra questi il fatto che negli anni in cui ero un giocatore parecchio gettonato a livello di serie C l’Imolese era in Eccellenza, non è mai successo. L’occasione è arrivata quest’anno».

Un’occasione che ti sei creato da solo.

«Diciamo che mi ha dato una mano il mio amico Marco Tattini. Tramite lui, lo scorso maggio incontrai il presidente Spagnoli, al quale espressi la voglia di venire a giocare nell’Imolese. Attesi a lungo una risposta, poi in luglio fui aggregato alla rosa durante la preparazione per svolgere un periodo di prova. Non fu facile, ma alla fine mi presero. In quel momento ho provato una grande soddisfazione. E finora credo di aver contraccambiato, facendomi sempre trovare pronto».

Anche se per la verità non giochi tantissimo.

«Ma non per questo mi sento messo in disparte. Sono venuto senza pretese, considerando che a offrirmi sono stato io. All’inizio ero il sesto attaccante. Ma sono ugualmente contento, perché gioco in una squadra professionistica in tutti i sensi. Ritengo di essere una figura importante per i giovani, che spesso mi chiedono consigli e si confrontano con me. Mi trovo bene anche nel ruolo dove mister Gadda mi fa giocare».

Quanti campionati hai vinto in carriera?

«Tre. La D a Castello, la C2 con Cisco Roma e Venezia. Ho disputato anche sette volte i play-off».

Quest’anno potrebbe capitarti di giocarli per l’ottava volta.

«Può darsi. Per ora sono ancora concentrato sul Rimini, anche se in classifica è lontano. Non pensavo tenesse un ritmo del genere. Noi abbiamo perso punti per strada, loro no. Ma non è ancora finita. A livello di prestazioni ultimamente abbiamo dimostrato di esserci. Possiamo vincere tutte le partite che restano, ma serve un pizzico di furbizia e scaltrezza in più».

Vincere sempre probabilmente non basterà.

«La fiammella della speranza arde ancora. Un occhio al Rimini dobbiamo tenerlo. Come li abbiamo battuti noi, possono riuscirci anche altri. Non bisogna demordere e vivere partita per partita. Il calcio ai vertici federali sta cambiando e probabilmente anche le regole sui ripescaggi. Per cui può diventare importante vincere i play-off e la Coppa Italia. Finora ho giocato sempre in questa competizione, facendo due gol, a Belluno e in casa con la Pianese. La Coppa ora è un obiettivo preciso per noi. E’ un trofeo che non ho mai vinto. Quando giocavo nella Cisco Roma persi una semifinale di Coppa Italia di serie C contro il Catanzaro».

a.d.p. 

L”intervista completa su “sabato sera” del 22 febbraio.

Nella foto: Raffaele Franchini

Calcio, Raffaele Franchini realizza il sogno di indossare la maglia dell'Imolese come suo padre
Sport 26 Febbraio 2018

Intervista a Raffaele Franchini, imolese doc al primo anno in rossoblù come suo padre

Dopo un lungo giro iniziato 15 anni fa a Castel San Pietro, per passare poi da Sassuolo, Ferrara, Viareggio, Roma, Venezia, Pordenone, Martina Franca, Fiorenzuola e Zola Presosa, Raffaele Franchini è finalmente arrivato all’Imolese, la squadra della sua città, dove è nato 33 anni fa. Il papà Maximo, edicolante di via d’Azeglio, che deve il suo nome sudamericano al padre emigrato in Cile negli anni ’40, dove sposò una ragazza locale, ha pure lui un passato calcistico in rossoblù risalente alla stagione ’73/74; 8 presenze in una squadra che, allenata da Nencetti (poi sostituito da Zanetti), arrivò ultima in serie D retrocedendo in Promozione.

Fra i tanti sogni nel cassetto, più o meno coronati, Raffaele custodiva anche quello di giocare nell’Imolese.

«Fino all’anno scorso la mia unica esperienza calcistica a Imola era quella fatta nella Tozzona da bambino. Poi Libero Vespignani mi notò quando giocavo negli Esordienti e mi portò a Castel San Pietro. Da allora ho sempre sperato un giorno di vestire la maglia che aveva indossato mio padre. Ma per vari motivi, e fra questi il fatto che negli anni in cui ero un giocatore parecchio gettonato a livello di serie C l’Imolese era in Eccellenza, non è mai successo. L’occasione è arrivata quest’anno».

Un’occasione che ti sei creato da solo.

«Diciamo che mi ha dato una mano il mio amico Marco Tattini. Tramite lui, lo scorso maggio incontrai il presidente Spagnoli, al quale espressi la voglia di venire a giocare nell’Imolese. Attesi a lungo una risposta, poi in luglio fui aggregato alla rosa durante la preparazione per svolgere un periodo di prova. Non fu facile, ma alla fine mi presero. In quel momento ho provato una grande soddisfazione. E finora credo di aver contraccambiato, facendomi sempre trovare pronto».

Anche se per la verità non giochi tantissimo.

«Ma non per questo mi sento messo in disparte. Sono venuto senza pretese, considerando che a offrirmi sono stato io. All’inizio ero il sesto attaccante. Ma sono ugualmente contento, perché gioco in una squadra professionistica in tutti i sensi. Ritengo di essere una figura importante per i giovani, che spesso mi chiedono consigli e si confrontano con me. Mi trovo bene anche nel ruolo dove mister Gadda mi fa giocare».

Qualche volta ti è capitato pure di essere schierato trequartista.

«L’ho fatto più volte. Prima alla Cisco e poi all’Atletico Roma, dove giocavo alle spalle di Daniel Ciofani, attuale capitano del Frosinone. In due anni con me Daniel realizzò 50 gol; 12 i miei assist e 7 i rigori che gli procurai. Quel ruolo l’ho svolto nel Venezia, dove ho vinto un campionato giocando dietro a Denis Godeas, e poi anche a Pordenone. Anche Alfredo Aglietti, nel Viareggio, in certe partite mi impiegò in quella posizione. Oggi in verità sono più trequartista che esterno. Comunque l’importante per me è giocare in avanti. Sono veloce e scaltro nel buttarmi sulle palle che vagano per l’area. Le occasioni me le creo sempre. Però ultimamente mi piace più far fare gol agli altri che segnare personalmente. L’assist mi gratifica moltissimo».

Quanti campionati hai vinto in carriera?

«Tre. La D a Castello, la C2 con Cisco Roma e Venezia. Ho disputato anche sette volte i play-off».

Quest’anno potrebbe capitarti di giocarli per l’ottava volta.

«Può darsi. Per ora sono ancora concentrato sul Rimini, anche se in classifica è lontano. Non pensavo tenesse un ritmo del genere. Noi abbiamo perso punti per strada, loro no. Ma non è ancora finita. A livello di prestazioni ultimamente abbiamo dimostrato di esserci. Possiamo vincere tutte le partite che restano, ma serve un pizzico di furbizia e scaltrezza in più».

Vincere sempre probabilmente non basterà.

«La fiammella della speranza arde ancora. Un occhio al Rimini dobbiamo tenerlo. Come li abbiamo battuti noi, possono riuscirci anche altri. Non bisogna demordere e vivere partita per partita. Il calcio ai vertici federali sta cambiando e probabilmente anche le regole sui ripescaggi. Per cui può diventare importante vincere i play-off e la Coppa Italia. Finora ho giocato sempre in questa competizione, facendo due gol, a Belluno e in casa con la Pianese. La Coppa ora è un obiettivo preciso per noi. E’ un trofeo che non ho mai vinto. Quando giocavo nella Cisco Roma persi una semifinale di Coppa Italia di serie C contro il Catanzaro».

Il calcio professionistico resta un obiettivo primario per l’Imolese.

«Questa società merita il professionismo. Già ora non c’è niente qui che non sia professionistico. Di solito un campionato si vince quando una società è pronta. E quella dell’Imolese lo è. In serie D non esistono posti così. Forse il Pordenone è quello che si avvicina di più come organizzazione, ma gioca in C. Purtroppo su 20 squadre ne va su direttamente solo una».

A.d.p. 

L”intervista completa su “sabato sera” del 22 febbraio.

Nella foto: Raffaele Franchini

Intervista a Raffaele Franchini, imolese doc  al primo anno in rossoblù come suo padre

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