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Cronaca 11 Settembre 2019

Dopo la nascita del Governo giallo-rosso parlano i dirigenti locali delle tre forze che lo sostengono

Riguardo alla nascita del nuovo Governo giallo-rosso, oltre al senatore dem Daniele Manca, ex sindaco di Imola, il nostro settimanale ha interpellato anche altre personalità del territorio appartenenti alle tre forze politiche che hanno dato vita al nuovo esecutivo per avere una loro opinione, per capirne il livello di condivisione e, in prospettiva, le possibili ricadute sulle Amministrazioni locali.

Si tratta dell’ex sindaco di Imola ed ex deputato Massimo Marchignoli, per Liberi e uguali. Dei sindaci dei tre maggiori Comuni del Circondario imolese: Manuela Sangiorgi (M5S) per Imola, Fausto Tinti (Pd) per Castel San Pietro e Matteo Montanari (Pd) per Medicina. Dei capigruppo consiliari di Imola Simone Righini (M5S) e Roberto Visani (Pd), di Castel San Pietro Francesca Marchetti (Pd) ed Elisa Maurizzi (M5S), di Medicina Cristian Cavina (M5S), di Borgo Tossignano Sara Manzoni (M5S). Del consigliere regionale dem Roberto Poli, del segretario della Federazione Pd di viale Zappi Marco Panieri e degli esponenti dem Pierpaolo Mega, Selena Mascia e Raffaello De Brasi, questi ultimi rappresentanti locali di mozioni presentatesi in occasione dell’ultimo congresso nazionale del Partito democratico.

Abbiamo inviato tre domande uguali per tutti. Sul «sabato sera» di domani le risposte di chi ha raccolto l”invito del nostro settimanale.

L”appuntamento in edicola e nelle buchette degli abbonati!

Nella foto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in parlamento

Dopo la nascita del Governo giallo-rosso parlano i dirigenti locali delle tre forze che lo sostengono
Cronaca 24 Giugno 2019

Il 25 giugno all'hotel Donatello di Imola la presentazione del libro di Alberto Forchielli “Fuoco e fiamme'

Come sarà il mondo da qui a trent’anni? Come cambierà la nostra vita grazie, o a causa, di tecnologie sempre più pervasive e invasive? E come dobbiamo prepararci noi e i nostri figli per saper intercettare al meglio i cambiamenti già in atto, ma che da noi, in Italia, arrivano sempre in ritardo? Dopo il caustico pamphlet “Muovete il culo!”, col nuovo libro “Fuoco e fiamme” (Baldini+Castoldi) l’imolese Alberto Forchielli (imprenditore, giornalista esperto di economia, pirotecnico opinionista magistralmente imitato da Crozza) torna a scuotere le coscienze degli italiani per prepararli al mondo di domani. E lo fa con un viaggio pirotecnico nei luoghi ove il futuro non si aspetta ma si costruisce.

Un viaggio attraverso le città più innovative del mondo, passando per il Mit di Boston – dove Forchielli con il suo fondo di private equity Mandarin capital è membro del Mit Ilp (Industrial liaison program) e sostenitore del Deshpande center for technological innovation -, poi in California, tra Stanford e la Singularity university, e la Cina, con la sua potenza economica e tecnologica debordante. Un viaggio che sembra tratto dal film Blade Runner, ma che, per certi aspetti, è già realtà: in cui il Dna servirà non solo a riparare i corpi ma come hard disk millenario; in cui l’intelligenza artificiale controllerà case, città e il modo di fare banca; in cui la stampa 3D ci permetterà di avere il vestito desiderato fatto al momento in negozio; o in cui potremo agire a distanza pilotando un nostro avatar-robot. Un viaggio, infine, in cui non solo la geopolitica sarà diversa, col mondo ribaltato rispetto all’oggi, ma l’uomo stesso non sarà più un semplice uomo, bensì grazie a interfacce neurali potrà aumentare le facoltà della sua mente, o in cui i nanorobot cureranno ogni malattia a livello cellulare e potenzieranno i nostri organi.

Tutto ciò è la realtà che già si sta preparando nei migliori centri di ricerca del mondo e che Forchielli anticipa in “Fuoco e Fiamme”, libro che verrà presentato martedì 25 giugno, alle ore 20.45, presso l’hotel Donatello (sala Grand prix 2), in via Rossini 25. L’autore, nell’occasione, sarà intervistato dal direttore del settimanale sabato sera, Fulvio Andalò, e dal direttore del settimanale diocesano il nuovo Diario Messaggero, Andrea Ferri. L’iniziativa è organizzata da Centro studi Alcide De Gasperi, dall’associazione Imprese e professioni, dal Centro studi Luigi Einaudi e dall’associazione Codronchi Argeli, in collaborazione con Università Aperta. (r.cr.)

Nella foto la copertina del libro che sarà presentato domani 25 giugno

Il 25 giugno all'hotel Donatello di Imola la presentazione del libro di Alberto Forchielli “Fuoco e fiamme'
Cronaca 13 Giugno 2019

Buona Settimana di Marco Raccagna: In quale terreno germogliano i voti che fanno crescere il consenso alla Lega

I ballottaggi della domenica appena trascorsa confermano a mio avviso i dati di fondo del primo turno, forse in realtà avvicinandosi di più a quelli delle europee, nel senso della vittoria del centrodestra. Infatti il Pd e il centrosinistra tengono e si confermano i veri avversari del centrodestra a trazione leghista. Tuttavia cedono due simboli come Ferrara e Forlì e perdono cinque capoluoghi di provincia. Il M5S continua la propria emorragia di consensi e la Lega si afferma essere la reale vincitrice della tornata di elezioni, in generale.

Questa settimana non mi interessa analizzare il voto o i flussi o i perché nazionali e locali che hanno guidato il voto. Vorrei invece spenderequeste righe per toccare l’humus di questo voto, andando oltre la contingenza. E facendo così dare qualche spunto o porre qualche dubbioper meglio comprendere quello che Alessandro Baricco ha chiamatoun vero e proprio «assalto al palazzo». Certo, fatto assolutamente con i mezzi della democrazia, ma un po’ di questo comunque si tratta e la bandiera della Lega posta sopra lo striscione per Giulio Regeni nel municipio di Ferrara appena «espugnato» dalle truppe di Salvini lo esemplifica molto bene. L’élite, in particolare di sinistra, ha creduto in questi anni, e in parte crede ancora, che vi sia una bella fetta della popolazione italiana, europea e americana che in sostanza vive nell’ignoranza, mostra disinteresse per i fatti e per ogni tipo di erudimento culturale, così come per ogni tipo di ragionamento ed analisi.

Stiamo a noi, in Italia è stato certamente così. Costoro hanno indicato e indicano in questa massa informe il bacino a cui Salvini e la Lega attingono. E se non fosse così? Se, al contrario, oggi la digitalizzazione e la socializzazione via web delle nostre vite avesse prodotto una società dove esiste un vero e proprio individualismo di massa? Nel senso che il web, pur con tutte le sue nevrosi e «patacche» e conseguenze negative, ha reso certo ognuno di noi più solo, ma forse allo stesso tempo ci ha reso tutti, ognuno al proprio livello, più consapevoli, più capaci di affermare «io esisto, penso e ho un’opinione su questa cosa», senza accontentarci più del «dobbiamo fare così» dettoci da un partito, da un’azienda o da un membro di un’ élite, fosse essa economica oculturale o politica. Insomma, ci si può ritrovare in tanti attorno ad un partito o a un’idea o ad un sentimento, ma ognuno con la propria individuale consapevolezza. La massa esiste ancora, ma non è più informe come un tempo. E la maggioranza dei suoi componenti, guardando all’élite politica ed economica che aveva guidato fin qui il Paese, ha deciso di non fidarsi più e si è voltata altrove.

E’ verso questa popolazione e il resto dei cittadini che la Lega di Salvini si è mossa, contrapponendosi ad una sinistra che ha continuato a parlare dei soliti temi nei soliti modi: per esempio, «Europa sì ma è da cambiare» oppure «la solidarietà prima di tutto, ma la sicurezza anche», dando in sostanza messaggi deboli. E deboli non nel sensodell’approccio comunicativo, ma nella sostanza. La sinistra continua infatti a cullarsi, e ora più di 5 anni fa (il famoso 41% del 2014), nel definire le cose per poterne essere rassicurata; nel porre delle etichette, per non averne più paura, o perché incapace di analisi più precise, vedete il fascista a Salvini. Evitando sistematicamente pensieri scomodi, radicalità più appuntite, analisi coraggiose e veritiere di cosa sta accadendo, visioni audaci per cui lottare.

E in questo modo parlare alle élite e anche rappresentarle, ma partendo dal rappresentare i «perdenti» innanzi tutto o, almeno, gli «arrabbiati», sempre non siano la stessa cosa. E’ a costoro e a tutti gli altri che si è rivolta la Lega, con il suo razzismo, con il suo machismo di ritorno, con l’abilità comunicativa del suo leader, con il suo disprezzo per le intelligenze e la sua radicalità nel voler ridare i soldi agli italiani tutti, in un Paese dove l’ineguaglianza della distribuzione del denaro è una bestemmia e una vergogna inenarrabile. E fin qui «ha avuto ragione». Buona settimana.

Buona Settimana di Marco Raccagna: In quale terreno germogliano i voti che fanno crescere il consenso alla Lega
Cronaca 30 Maggio 2019

Buona Settimana di Marco Raccagna: Il consenso ormai si muove in modo fluido e anche veloce

Il risultato delle elezioni europee in Italia, letto dal punto di vista della nostra politica interna, ci consegna un dato incontrovertibile e potenzialmente drammaticamente nuovo per il nostro Paese, per lo meno nella sua storia democratica iniziata dopo la fine dellaSeconda guerra mondiale. Lo dico in questo modo: le destre, a volte pure estreme (Lega e Fratelli d’Italia), hanno potenzialmenteda sole il 40,3% dei consensi e sono ampiamente la maggioranza relativa. Se poi aggiungessimo a queste liste i voti di Forza Italia e dei movimenti di estrema destra, arriveremmo a superare il 50%e quindi la maggioranza assoluta.

E’ questo il dato a mio avviso determinante, che fa passare in secondo piano qualsiasi altra considerazione e che, naturalmente, contiene in sé lo sfondamento della Lega in tutte le regioni italiane, Emilia Romagna compresa. Determinante perché capace di modificare e dettare tempi ed argomenti della vita politica e reale dell’Italia e determinante perché impone di partire da qui per ogni azione politica che gli avversari della destra vogliano o sappiano intraprendere, a cominciare dal Partito democratico, che esce da queste elezioni rinfrancato da un buon risultato. Questo a prescindere dalla piccola spinta a favore raccolta dagli amici di Articolo1, cioè dai Bersani e dai D’Alema, non esattamente il «nuovo che avanza», ma credo si possa dire che va bene così.

Il secondo dato rilevante è la vittoria, per esempio qui a casa nostra, alle amministrative, di tutti i candidati del Pd e del centrosinistra. Peraltro ulteriormente addolcita dalle vittorie al primo turno di Gori a Bergamo, di De Caro a Bari, di Ricci a Pesaro, di Muzzarelli a Modena e di Nardella a Firenze, per citarne alcuni. Segno che rispetto alle politiche di un anno fa, e non poteva essere diversamente, le cose sono cambiate. Una notizia molto importante per il nostro territorio, che ha dietro molti nomi e cognomi che solo per questioni di spazio non faccio. Dirò però che è di buon auspicio per il lavoro di riorganizzazione, innovazione e consolidamento che ha già iniziato a fare e che dovrà svolgere il neo segretario della federazione Marco Panieri e tutta la dirigenza del partito locale. In quel voto peraltro c’è un dato importantissimo: e cioè il fatto che la Lega, ovunque fortissima il 26 maggio alle europee, nel voto amministrativo lo stesso giorno dimezza o quasi i voti, «regalandoli» nella maggioranza dei casi ai candidati del centrosinistra. Segno di una modifica quasi genetica di quel partito, che da espressione di fortissime e consolidate identità locali ed autonomistiche, si è trasformato in un partito di destra sovranista e populista che raccoglie consenso a partire dal livello nazionale. Ma segno anche che ormai le categorie di destra e sinistra, figuriamoci quelle di fascista e comunista, non bastano più a descrivere il panorama sociale e politico italiano ed europeo, perché il consenso si muove su linee di trasversalità estrema e su categorie nuove e differenti, rimescolando spesso le carte in tavola.

C’è poi il crollo, ancora parziale, ma continuerà, stiamone certi, del Movimento5Stelle. E’ in sostanza il prodotto del governo Lega/5Stelle. Non poteva che essere così. Un movimento prettamente di protesta, totalmente trasversale e qualunquista dal punto di vista delle idealità politiche e culturali, che non sa affrontare nel concreto quasi alcun argomento reale, ma che si rifà continuamente ad un supposto popolo ideale (totalmente costruito sulla carta in modo demagogico e furbesco) volendone essere il paladino, non può durare e, soprattutto, non poteva superare la prova del governare e dell’assumersi delle responsabilità coerenti. Ora il Pd dovrà dimostrare di saper fare davvero politica, sapendosi muovere a 360 gradi, perché è evidente che l’avversario è un centrodestra modificato, con un M5S sempre più marginalizzato e residuale. Ed è evidente che il consenso, una volta confermati i principi, andrà allargato sulle idee e le cose da fare, abbattendo tutti gli ostacoli derivanti da un’analisi del paese, della società e della politica fatta con gli strumenti culturali del passato. Perché quegli strumenti immobilizzano il quadro politico, mentre al contrario il consenso si muove in modo fluido e spesso anche veloce. Da questo punto di vista, le elezioni europee ci consegnano risultati che, a parte il Pd, fotografano un appeal non proprio lusinghiero delle altre liste di centrosinistra, più o meno classiche. Segno che anche il perimetro del centrosinistra, vecchio o nuovo che sia, non basta più per confrontarsi con questa destra. E che quindio ccorre spingersi ben oltre, sia nella società, sia nei partiti e nei movimenti già esistenti.

Cosa accadrà ora non è semplice da prevedere. Può davvero accadere di tutto, compreso assolutamente nulla, anche se personalmente penso che quest’ultima eventualità sarebbe la peggiore per l’Italia. Per la regione in cui viviamo invece si prospettano mesi importantissimi, quelli che ci separano dalle elezioni regionali di fine2019 o di inizio 2020. I risultati di domenica scorsa ci dicono che il centrodestra è davanti al centrosinistra, anche se è altrettanto vero che quei numeri non sono tout court fotocopiabili sulla futura tornata regionale. Credo dipenderà moltissimo da quello che accadrà a livello nazionale e dalla capacità del Pd e del governatore uscente Stefano Bonaccini di far valere le tante cose concrete fatte nel primo mandato. Le cose cambiano, e in fretta. Buona settimana.

Buona Settimana di Marco Raccagna: Il consenso ormai si muove in modo fluido e anche veloce
Cronaca 9 Maggio 2019

Buona Settimana di Marco Raccagna: Anch’io mi associo a chi ritiene importante insegnare la storia

Nei giorni scorsi ho firmato l’appello «La storia è un bene comune: salviamola» (per firmare, https://www.repubblica.it/robinson/2019/04/25/news/la_storia_e_un_bene_comune_salviamola-224857998/), che ha raccolto fin qui migliaia di firmee ha come primi sottoscrittori Andrea Giardina, Liliana Segre e Andrea Camilleri. L’appello punta i fari su quello che appare come un progetto di ridimensionamento dell’insegnamento della materia e chiede al ministro dell’Istruzione che la prova di storia venga reinserita negli scritti dell’esame di Stato delle scuole superiori, che le ore dedicate alla disciplina nelle scuole vengano aumentate e che dentro l’università si favorisca la ricerca storica. E, leviamo subito il dubbio, è stato firmato da studiosi e persone, di cultura e non, di ogni estrazione politica.

D’altra parte, la storia è di tutti. E’ un insegnamento critico, chemette a confronto fonti, esperienze, vite, teorie e fatti. Non solo, perché «la storia – come dice l’editore Laterza – non è una disciplina come un’altra, ma è un esercizio di cittadinanza». Ed è un po’ malinconico e avvilente che occorra un appello a ricordarcelo, aggiungo io. La storia è come le briciole di Pollicino. Ci ricorda la strada fatta, ci dice dove e come siamo e perché, ci permette di non perderci, se ben osservata. Se ci pensiamo bene, però, soprattutto la storia, un gradino sopra l’economia, l’astronomia o la medicina, nel mondo contemporaneo dei social media e dei contro-esperti digitali improvvisati, della comunicazione veloce e semplificata, è oggi messa all’indice. Sacrificata sull’altare, come recita l’appello, di «una presunta opinione del popolo, una sorta di sapienza mistica che attinge a giacimenti di verità che i professori, i maestri e i competenti occulterebbero per proteggere interessi e privilegi. I pericoli sono sotto gli occhi di tutti: si negano fatti ampiamente documentati; si costruiscono fantasiose contro-storie; si resuscitano ideologie funeste. (…) Queste stesse distorsioni celano un bisognodi storia…».

E’ da quel bisogno che dobbiamo ripartire. Non c’è educazione civica, metodo laboratoriale o classe inclusiva che tenga. Come non c’è opinionista o politico o urlatore del web che possa sostituirsi agli esperti che hanno fatto delle pagine della storia la loro disciplina di indagine e la loro professione, spesso con molti anni di studioe gavetta. Certo, gli strumenti, le metodologie e gli eventi con cui la storia viene trasmessa devono far passi da gigante in avanti, smettendo i panni impolverati, le lezioni di ore e ore noiosissime e i «parrucconi». Perché la storia è piena di vita e di vite. E’ storia di uomini e di popoli e di nazioni. Di valori e principi, di errori e successi. E’ fatta di parole e simboli. Pensate solo a vocaboli come comunismo e fascismo, comunista e fascista e alla loro quotidiana distorsione, semplicemente perché si è perduto ogni riferimento storico, ogni capacità di approfondimento su cosa sono stati eperché sono nati sia l’uno che l’altro.

E’ attraverso la conoscenza storica che abbiamo consapevolezza del nostro ruolo nella contemporaneità, micro o macro che sia. Ed è da lì che possiamo partire per porci obiettivi, funzioni e muovere azioni motivate. Per farla breve, è attraverso la storia che sappiamo spiegare agli altri perché facciamo qualcosa, anche e soprattutto in politica. Oggi però siamo da un’altra parte, sia per chi fa politica direttamente, sia per i cittadini. Siamo all’improvvisazione, all’istinto, all’ora e subito, al non ragionamento, all’incoerenza del pensiero, al tempo che è iniziato ieri, prima il nulla. Tuttavia, potrebbe non durare per sempre. E’ la storia che ce lo insegna. Buona settimana.

Buona Settimana di Marco Raccagna: Anch’io mi associo a chi ritiene importante insegnare la storia
Economia 25 Febbraio 2019

Il 2019 anno difficile per l'economia locale. Il parere dei presidenti delle tre maggiori cooperative imolesi

L’economia italiana è entrata in una fase di stallo e già si parla di recessione. A dirlo sono i dati Istat: nel quarto trimestre del 2018, il Pil ha segnato la seconda variazione congiunturale negativa consecutiva, determinata da una nuova flessione della domanda interna. Anche per la Commissione europea nel 2019 la prospettiva di crescita dell’Italia è quasi nulla, pari appena allo 0,2%. Il problema, però, non riguarda soltanto l’Italia, anche all’estero l’economia sta rallentando e questo pone un grosso problema alle imprese che vivono soprattutto di export. A dirlo, in questo caso, sono i tre presidenti delle principali cooperative imolesi Paolo Mongardi (Sacmi), Gianmaria Balducci (Cefla) e Stefano Bolognesi (Cooperativa Ceramica d’Imola), riuniti attorno allo stesso tavolo in occasione dell’iniziativa organizzata dal Lions Club Imola Host il 5 febbraio scorso al Molino Rosso. La serata aveva per tema “Il valore sociale, l’incidenza economica e le prospettive delle maggiori imprese cooperative del territorio”. I tre ospiti, introdotti dalle parole della presidente del club imolese, Wanessa Grandi, si sono rivolti a un pubblico in cui era rappresentata una larga fetta del mondo economico locale, cooperativo e non.

L’anno che è appena iniziato segna tre anniversari importanti per le imprese protagoniste dell’evento: i 145 anni di Coop. ceramica, i 100 di Sacmi e gli 85 di Cefla. Sono quindi tra le imprese imolesi più longeve e tra le più grandi, dato che sul territorio danno lavoro complessivamente a circa 3.700 persone, numero che sale a 6.400 se si considera l’ampiezza dei rispettivi gruppi nel mondo. Aziende i cui fatturati in totale superano abbondantemente i 2 miliardi di euro; aziende che investono anche sul territorio e che alimentano un indotto di piccole e medie imprese. L’andamento di questi tre big è in grado di influenzare l’intera economia imolese. Tutti e tre i presidenti sono concordi nel dire che il 2019 sarà un anno difficile.

«Nel 2018 – spiega il presidente di Sacmi, Paolo Mongardi – abbiamo chiuso un bilancio di gruppo di circa 1 miliardo e mezzo di euro, con 4.400 addetti. Negli ultimi 18 anni abbiamo triplicato il fatturato. Non è un vezzo, ma una necessità, perché oggi purtroppo se non si cresce con il mercato, si rischia di sparire perché si viene acquisiti da qualche altro gruppo. Oggi il nostro “core business” sono ancora le macchine per la ceramica (900 milioni di fatturato), seguono il beverage e le linee complete per l’imbottigliamento (350 milioni), le macchine per il packaging dei prodotti alimentari, in particolare cioccolato e bakery (120 milioni). Negli ultimi 5 anni abbiamo realizzato la mission di creare lavoro. Abbiamo assunto 250 persone, delle quali circa 150 diplomati (di cui 140 provenienti da istituto tecnico) e un centinaio di ingegneri. Il 2019 è iniziato con delle incertezze. Già a metà del 2018 si era visto un rallentamento di vari mercati. I mercati principali del settore ceramico, Italia e Spagna, dopo gli anni legati allo sviluppo dell’Industria 4.0, hanno cominciato a segnare il passo. E questo è normale, perché nel periodo del ministro Calenda ci sono stati molti stimoli per cambiare l’industria. Dopo 3 anni di crescita continua, adesso c’è una stasi. Riteniamo quindi che sarà un anno difficile, un po’ più complicato del precedente, ma che comunque ci consentirà di restare nei valori del 2018, che erano simili a quelli del 2017. Un anno in cui non parleremo di crescita. Il nostro anno del centenario forse corrisponderà a uno degli anni più critici della storia Sacmi».

«La nostra visione non è più ottimistica – conferma Gianmaria Balducci, presidente Cefla – . Nel 2013 partimmo con 350 milioni di fatturato. Nel 2018 abbiamo chiuso a un po’ più di 550 milioni di euro, anche se i numeri ufficiali usciranno più avanti. Dopo 6 anni di grande crescita e budget sfidanti, quest’anno abbiamo presentato un budget in leggera contrazione. Per certe unità di business siamo più legati all’economia interna, anche se alcune aree di business, come medicale e finishing, arrivano al 90 per cento di export. Questa dipendenza dall’Italia, che è uno dei fanalini di coda dell’Europa e ha una economia che di per sé non sta brillando, non può non condizionarci nelle ulteriori prospettive di crescita. Però in tutte le difficoltà ci sono anche grandi opportunità. Avere una azienda ben capitalizzata, con un indebitamento quasi nullo o per lo meno molto sotto controllo e con rating Crif di massima affidabilità finanziaria, anche nei momenti di tempesta ci dà credibilità sul mercato, può farci riconoscere rispetto ai competitor e darci degli strumenti che vanno al di là degli ottimi prodotti. Altra chiave in cui crediamo molto è la grande diversificazione sia di mercati, a livello geografico, sia di prodotti. Abbiamo ormai 5 business unit divise in macroaree. La più grande è il “medical”. Da qualche anno siamo leader mondiali nella pro-duzione di poltrone per dentisti, a cui abbiamo abbinato la radiologia. Stiamo spingendo nel settore della veterinaria e nell’arco di due anni dovremmo entrare anche nel mondo medicale. A questo si aggiungono gli impianti per la sterilizzazione. Per completare la nostra proposta commerciale, nel 2018 abbiamo acquisito una azienda che fa viti per impiantistica. Questa è l’area che è cresciuta di più ultimamente: siamo arrivati a 200 milioni di fatturato, con l’85 per cento di export. Un altro business in cui siamo leader mondiali è il settore della finitura del legno. Qui l’export supera il 90 per cento, copriamo circa un terzo del mercato mondiale delle macchine per la verniciatura legno. Il tema secondo me più importante del modello cooperativo è il legame con il territorio in cui siamo nati. Abbiamo sedi negli Stati Uniti, in Russia, in Cina, in Germania, però tutto quello che si riesce a fare a Imola ci conviene farlo a Imola. L’ingegneria di tutte le macchine, ad esempio, la facciamo qua. Su 2 mila dipendenti nel mondo, 1.300 lavorano a Imola. Non possiamo vedere alternative al legame con un territorio che ci ha dato tantissimo, che ha istituti di formazione eccellenti e persone straordinarie».

«Oggi noi nel mondo siamo un microbo – esordisce il presidente di Coop. Ceramica, Stefano Bolognesi -. Mi spiego meglio: nel mondo si producono e consumano circa 14 miliardi e mezzo di metri quadrati di piastrelle. In tutta Italia (e noi siamo l’unica cooperativa), se ne producono e se ne vendono 400 milioni. Noi ne facciamo 20 scarsi e quindi vuol dire che siamo il 5 per cento, del 3 per cento della produzione mondiale. Qualsiasi tipo di guerra per avere la leadership commerciale sui volumi e sui presidi nelle piattaforme produttive internazionali è persa. Ma non è neanche voluta. Ci dobbiamo orientare a essere al vertice di un mercato di nicchia, con un prodotto qualificato. Il consumo di ceramica aumenta nel mondo di circa 1 miliardo di metri quadrati all’anno. Il mercato internazionale è presidiato al 70 per cento da Cina e India, l’altro 30 per cento da Italia e Spagna. In Italia il nostro settore ha avuto circa 4.500 cassintegrati nel periodo di Natale. Noi siamo usciti dagli ammortizzatori sociali lo scorso agosto. Abbiamo fatto una ristrutturazione importante. All’inizio del mio percorso come presidente, il totale del gruppo arrivava vicino a 2.700 addetti. Avevamo un fatturato medio pro capite di un terzo rispetto a quello dei concorrenti di Sassuolo. La mia visione era cercare di aumentare il volume per salvaguardare l’occupazione. Nel 2006 e 2007 era andata anche abbastanza bene. Poi con la crisi del 2008 non si poteva più fare. Abbiamo cercato di tenere duro il più possibile, poi abbiamo deciso che le cose andavano fatte. Abbiamo fatto delle operazioni estremamente dolorose: abbiamo incentivato all’uscita centinaia di lavoratori, senza licenziare neanche una persona (oggi i dipendenti sono circa 1.200, Ndr). Nel 2018 abbiamo fatto una forte riduzione d’orario per evitare gli ultimi esuberi, riguardanti soprattutto il lavoro femminile su impianti ormai superati dalla tecnologia. Nel 2017 e 2018 abbiamo avuto i bilanci migliori degli ultimi 20 o 30 anni. Siamo riusciti a raggiungere un equilibrio finanziario buono. Dalla fine del primo trimestre del 2018 la situazione è degenerata per un “overbooking” pauroso di capacità produttiva: c’è troppa offerta sul mercato, c’è un calo della domanda, tanti Paesi a livello politico ed economico sono in difficoltà, c’è meno capacità di spesa e meno fiducia. Oggi presidiare in termini di concorrenza significa o avere capacità di innovare, di allungare il passo per staccare i concorrenti con servizi o tecnologie diverse, oppure significa essere competitivi sui prezzi. Le aziende devono puntare a guadagnare per fare investimenti e cercare di generare continuità, che è l’obiettivo di una società cooperativa. Qualche “mal di testa” per il 2019 c’è. Siamo il 5 per cento del 3 per cento mondiale, ma crescere di qualche punto percentuale non è impossibile. Bisogna guadagnarselo». (lo.mi.)

Il servizio completo è pubblicato su «sabato sera» del 14 febbraio

Nella foto al centro la presidente del Lions Wanessa Grandi. Con lei da sinistra Balducci (Cefla), Bolognesi (Coop. Ceramica) e Mongardi (Sacmi)

Il 2019 anno difficile per l'economia locale. Il parere dei presidenti delle tre maggiori cooperative imolesi

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