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Cronaca 15 Maggio 2019

Le foto di Marco Barbera da Kilis, al confine turco-siriano, in mostra dal 7 al 9 giugno nel primo chiostro dell'Osservanza

Marco Barbera, 28 anni, ha lasciato un pezzo di cuore a Kilis, città della Turchia al confine con la Siria che ha accolto e ospita, in condizioni di estrema povertà, centinaia di profughi scappati dalla guerra. Con la sua macchina fotografica ha partecipato in gennaio ad una spedizione umanitaria organizzata dall’associazione modenese «Time 4 life International», fondata da Elisa Fangareggi. Da questo viaggio è scaturito un reportage fotografico che vede come protagonisti i bambini siriani di Kilis, con il loro carico di sofferenza ma anche con la loro voglia di vivere, correre, giocare. Come tutti i bambini del mondo.

Quelle foto stanno per trasformarsi in una mostra itinerante. Una delle tappe sarà nella sua città, Imola, dal 7 al 9 giugno, in occasione di «Imola in Musica» all’interno del primo chiostro del complesso conventuale dell’Osservanza, inaugurato sabato 11 maggio dopo i restauri, in collaborazione con il comitato RestaurOsservanza. La fotografia per Barbera è una seconda attività. «Lavoro per la Saie, una ditta di Forlì per la quale sono collaudatore di macchinari farmaceutici dell’Ima di Ozzano. Ma ammetto che il mio sogno è fare il fotografo a tempo pieno».

Com’è nata la passione per la fotografia?
«Ho sempre avuto la passione per le foto. Ricordo gli scatti che feci da piccolissimo alle nozze di mia zia, emulando il fotografo di turno. I primi soldi guadagnati con i lavoretti estivi non li ho investiti in un’auto usata, ma in una macchina fotografica. Sono una persona schematica che si pone obiettivi e cerca di raggiungerli. Volevo imparare e mi sono detto che avevo tre strade: studiare da solo, pagarmi un corso o trovare qualcuno che mi insegnasse. Un giorno ho preso la bici e ho fatto il giro di tutti i fotografi di Imola, chiedendo la possibilità di lavorare gratis per loro. Sergio Villa aveva bisogno di qualcuno che gli smontasse i flash, così mi disse: vieni con me, e se vuoi scatta. Così ho iniziato a seguirlo, prima nemmeno le considerava le mie foto, poi sono arrivate le comunioni, le prime cresime. I matrimoni no, non si fidava. Allora mi sono detto: li faccio da solo. Ho conosciuto un grosso studio di Ravenna ed è cominciato tutto».

Dai matrimoni alle zone di guerra è un bel salto.
«Stavo passando un periodo di crisi profonda. Non facevo un viaggio da un po’ e avevo bisogno di dare una scossa al mio fotografare. Io sono fondamentalmente un ritrattista, nei miei scatti devono esserci delle persone, poi capita un panorama o un tramonto sul mare. Una sera il marito di mia sorella mi ha parlato dell’associazione “Time 4 Life international”, vista su Facebook e ho pensato che faceva per me».

Torniamo al viaggio a Kilis.
«L’associazione “Time 4 life Inter-national” ha volontari in tutta Italia, è strutturata, con due ragazzi stipendiati che studiano progetti concreti. In Benin, ad esempio, hanno creato un ospedale per i bambini. Elisa Fangareggi è attivissima, pur avendo due figli. Così sono partito con una spedizione umanitaria, portandomi dietro la macchina fotografica. Della guerra siriana avevo sentito parlare, ma non si conosce la situazione realmente. Guardando Google Maps si vedono delle chiazze, i campi profughi. Prima vedi quelli in Turchia, belli sistemati e ordinati, organizzati dal governo, mentre in Siria ci sono tutte tende blu ammassate. Quello che non si dice è che se vai in Siria devi rimanerci tre mesi, che il Paese è stato completamente distrutto, quei pochi bambini che sono riusciti a fuggire hanno visto le peggiori atrocità, con la disperazione negli occhi. Alla fine con altre due per-sone ho deciso anche di adottare un bambino a distanza».

Cos’ha visto tra Turchia e Siria?
«Time 4 Life lavora a Kilis, una città turca che si è ritrovata invasa dai profughi, il referente locale ha lavorato dieci anni in Italia e tutti lo chiamano Mimmo. Una volta alla settimana vengono portati pacchi alimentari alle famiglie dei campi. Noi abbiamo portato vestiti e giochi per i bambini e i neonati, che vivono in condizioni igieniche pietose, per strada o nei garage. In genere sono scappati con la famiglia, ma c’è anche un gruppo di orfani che vive in un istituto improvvisato, una casa distrutta. Entri nelle baracche però ti devi levare le scarpe, perché così vuole la loro cultura. I siriani li riconosci subito: leloro donne portano veli neri mentre quelle turche li indossa-no colorati. Il primo giorno ho fotografato un bambino nato da tre giorni in una baracca. Nella mie foto ci sono tutti bambini siriani. Bambini che corrono a piedi scalzi, che sorridono. Ma la foto che mi è rimasta dentro è quella di una ragazza. L’ho vista, ho fatto fermare il camion e l’ho fotografata. Quando poi ho rivisto l’immagine mi sono detto: dobbiamo fare qualcosa, devo donare queste foto perché smuovano le coscienze». (mi.ta.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 9 maggio

Nella foto sopra Marco Barbera fotografa un bambino di kilis. Nelle altre due immagini del reportage fotografico nella città al confine turco-siriana

Le foto di Marco Barbera da Kilis, al confine turco-siriano, in mostra dal 7 al 9 giugno nel primo chiostro dell'Osservanza
Cronaca 15 Ottobre 2018

A piedi per un mese sulle Ande: l'esperienza di Enrico Dolla che ha sfidato in Perù i disagi dell'altitudine

Un mese di escursione in Perù, tra le montagne e i piccoli paesini che profumano di tradizione antica. Questo è quello che ha vissuto Enrico Dolla, 46enne imolese che lavora come responsabile della sicurezza presso il Consorzio Solco, ma nel cui sangue scorre la passione per l’avventura, i viaggi e la natura. «Faccio arrampicate da quando avevo 15 anni e trekking sia in solitaria che in gruppo da quando ne avevo 20. La prima meta è stata la Lapponia, da cui sono rimasto affascinato – racconta Dolla -. Sono di origini piemontesi, dunque ho una passione per la montagna. Mi piace viaggiare in qualsiasi parte del mondo, perché in questo modo ci si mette in discussione e si può riflettere sulle diversità tra le culture, traendone insegnamenti che aiutano a crescere».

L’imolese ha trascorso una vacanza alternativa, partendo con l’organizzazione «Avventure nel Mondo», la quale propone viaggi legati all’escursionismo, ma anche comode vacanze per famiglie alle Maldive, ad esempio. L’avventura è iniziata il 4 agosto all’aeroporto di Milano, dove un gruppo di 10 persone che non si conoscevano è partito alla volta della Cordigliera delle Ande, per tornare a fine mese con un pieno di esperienza e ricchezza culturale. «La cordigliera è denominata nera dal lato del Pacifico e bianca dal lato dell’entroterra – spiega Dolla -. Da una parte cime bianchissime, dall’altra massicci neri come la pece. Siamo atterrati a Lima, facendo prima scalo a Houston e New York, arrivando infine in bus a Huaraz, dal lato della cordigliera Nera. Il paese è situato a 3.000 metri di altitudine e ci siamo fermati lì un giorno per l’acclimatamento, ovvero abituarsi all’aria rarefatta, prima di procedere con il trekking sulla cordigliera».

Durante la notte il fisico subisce di più l’influenza dell’altitudine, la quale può causare anche insonnia. In Perù inoltre in quel periodo è inverno, dunque nelle ore buie la temperatura può scendere anche sotto lo zero. Mercoledì 8 agosto è iniziata poi l’avventura vera e propria, che prevedeva un percorso ad anello della durata di 14 giorni intorno alle montagne peruviane più importanti, trascorrendo le notti in tenda, dal momento che in quella zona non ci sono paesi. «Ci siamo attrezzati con uno zaino da 15 kg ciascuno che conteneva vestiti e un sacco a pelo. Poi le guide con i loro muli hanno portato quotidianamente per noi le tende e il cibo, visto che anche solo camminare a 4.000 metri d’altezza causa le stesse sensazioni della febbre, in quanto c’è poco ossigeno disponibile. Questa è la difficoltà più grande da affrontare durante il trekking – spiega Dolla -. I primi tre giorni sono i più faticosi e un altro grande problema è che ad alta quota non si percepisce la sete, ma è fondamentale bere almeno 3 litri di acqua al giorno».

Il gruppo ha percorso un totale di 120 km a piedi ad un’altitudine compresa tra i 4.000 e i 5.000 metri. Gli escursionisti hanno camminato sull’Alpamayo, considerata la montagna più bella del mondo, e sul Huascarán, quella più alta del Perù, che si eleva per 6.768 metri. Il terzultimo giorno di trekking un membro ha preso una forte distorsione e in quest’occasione si è visto lo spirito di gruppo. «Ci siamo fermati e l’abbiamo portato a turno in spalla – racconta Dolla -. In seguito, mentre scendevamo verso valle, abbiamo intercettato un peruviano in automobile e il nostro sfortunato collega è stato portato all’ospedale». (se.zu.)

L”intervista completa è su «sabato sera» dell”11 ottobre

Nella foto Enrico Dolla durante il viaggio in Perù

A piedi per un mese sulle Ande: l'esperienza di Enrico Dolla che ha sfidato in Perù i disagi dell'altitudine

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