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Cronaca 6 Maggio 2019

La storia di Annunziata Verità, la staffetta partigiana che nel 1944 sopravvisse alla fucilazione

Annunziata Verità nasce il 2 febbraio 1926 quando il fascismo è già saldamente al potere. In famiglia sono in otto: il padre (l’unico in grado di lavorare), madre, un figlio maschio e cinque femmine. La famiglia vive in profonda miseria e spesso frequenta la mensa dei poveri. «In estate – racconta Annunziata – cenavamo con pane e cocomero». Dalla città, Faenza, si trasferiscono a Reda, in campagna, ove il padre lavora (saltuariamente però) come bracciante agricolo.

Nunziatina frequenta la scuola fino alla terza elementare, poi smette, perché allora, a chi abitava in campagna, il Regno d’Italia non concedeva altro, perché si riteneva che l’istruzione non servisse a chi avrebbe lavorato la terra. Così, per aiutare la famiglia, tutti i figli dai 10 anni in su vanno a lavorare. Nunziatina va a servizio nelle case dei benestanti; poi, a 14 anni, va all’Omsa a cucire le calze (ricordate la pubblicità? Calze Omsa, che gambe!). Però ci resta poco perché rifiuta di lavorare 12 ore per una paga da fame. «Ero una ragazza ribelle già allora – ammette -; forse avevo preso dal babbo che aveva idee mazziniane e socialiste e discendeva da don Giovanni Verità: il fratello del nonno di mio babbo era il celebre prete di Modigliana».

Nel 1940 l’Italia entra in guerra. Nunziatina ha appena 14 anni, ma è vivace ed istintiva. Incontra in città un giovane su una carrozzina a rotelle, paralizzato dal busto in giù: è Achille Pantoli, anche lui un ribelle, un comunista, ridotto in quel modo dai fascisti che lo hanno massacrato di botte. Nunziatina ne è fortemente colpita a livello emotivo e quell’incontro la trasformerà in una coerente antifascista per tutta la vita. Nell’autunno del 1943, passeggiando in centro, incontra Silvio Corbari e Marx Emiliani che cercano di reclutare giovani perché stanno costituendo la prima banda partigiana faentina, La Scansi, senza attendere le direttive del Cln che tardavano a venire. Marx Emiliani – «nomen omen» si può ben dire in questo caso – è un giovane comunista che dopo l’8 settembre ha disertato in Jugoslavia, dove era soldato, e, tornato a Faenza, si è messo a raccogliere armi ed ora con una piccola banda di ardimentosi, servendosi di un camion sottratto ai tedeschi, di notte dà l’assalto alle caserme fasciste dei paesini della Romagna.

Nunziata svolge attività di supporto al gruppo. Marx (nome di battaglia abbreviato in «Max») è audace, ribelle e idealista. I due ragazzi si innamorano, ma la loro relazione dura ben poco. Il 4 novembre 1943, dopo l’ennesimo colpo notturno (questa volta contro la caserma dei carabinieri di Medicina), dopo alterne vicende la banda viene catturata. Max è gravemente ferito e verrà fucilato il 30 dicembre 1943 assieme al compagno Amerigo Donattini, a Bologna, nel poligono di Santa Viola. Annunziata entra organicamente nella Resistenza col ruolo di staffetta e mantiene i contatti con Silvio Corbari e la 28ª Gap; deve però usare molta prudenza perché, essendo noto ai fascisti il suo legame con Max, la Brigata Nera ne segue le mosse. «La fucilazione di Emiliani e Donattini – scrive Claudio Visani – porta allo sciogli-mento del gruppo cosiddetto del “camion fantasma”. Silvio Corbari decide allora di continuare in proprio la lotta nell’Appennino faentino e forlivese. Costituisce e comanda una unità partigiana indipendente composta da una cinquantina di uomini, nota come “Banda Corbari” con la quale per mesi si rende protagonista di azioni clamorose che hanno una vasta eco fra la popolazione, come l’assalto al presidio militare fascista di Tredozio e l’occupazione di quel paese per una decina di giorni».

Ma il 18 agosto 1944, complice una spiata, Corbari ed i suoi vengono localizzati e circondati dalle truppe nazifasciste a Ca’ Cornio, nei monti sopra Modigliana e Tredozio. Nella sparatoria Silvio rimane ferito e viene catturato assieme ad Adriano Casadei e Arturo Spazzoli. La sua compagna, Ines Versari, pure lei ferita ad una gamba, dopo aver ucciso un soldato tedesco che è riuscito ad entrare nella casa e sta per sparare al suo uomo, si suicida per non essere presa. Corbari e Casadei vengono portati a Castrocaro dove, verso le 13, sono impiccati sotto il portico della piazza del paese; Corbari viene appeso al cappio già morente. Arturo Spazzoli, già gravemente ferito, viene ucciso durante il trasporto dai fascisti che non sopportano i suoi lamenti. I quattro cadaveri vengono portati a Forlì, impiccati ai lampioni di piazza Saffi e lasciati a penzolare per alcuni giorni come tremendo monito alla popolazione.

Nella primavera del 1944 iniziano i bombardamenti su Faenza e Annunziata, con tutta la famiglia, si trasferisce in campagna nella località detta «Le Balze», fra Marzeno e Modigliana, trovando alloggio in una vecchia caserma dismessa. La famiglia Verità si sistema al pian terreno, mentre il primo piano è occupato dalla famiglia di un feroce repubblichino appartenente ad una spietata squadra di Camicie Nere comandate dal capo della Gnr faentina, il sanguinario Raffaele Raffaeli. Nel lugubre panorama della ferocia e delle stragi commesse in Emilia Romagna dalle Brigate Nere, Faenza è certamente uno dei luoghi dove la repressione fascista ha raggiunto il massimo dell’abominio e della crudeltà.

Contrariato dal comportamento della magistratura, che spesso mandava assolti gli antifascisti da lui catturati, Raffaeli (che con il terrore che esercitava godeva di un potere incontrastato) decide di farsi un «suo tribunale» in una villa requisita a Castel Raniero, dove tortura, condanna e massacra gli antifascisti che riesce a catturare. I Gap faentini decidono, per rappresaglia, di ucciderne il padre, Natale Raffaeli, anch’egli feroce gerarca e capo dei fascisti di Marzeno, essendo egli, per le sue abitudini regolari, un bersaglio più facile da colpire. L’agguato avviene sulla strada Faenza-Modigliana, nelle prime ore del mattino dell’11 agosto 1944. Ma per circostanze fortuite all’appuntamento con la morte non si presenta, su una motocicletta, il bersaglio atteso, ma il coinquilino di Annunziata, il «camerata» Domenico Sartoni. Dopo un attimo di incertezza i gappisti lo giustiziano al posto di Raffaeli essendo comunque anch’egli un noto torturatore.

E questa imprevista circostanza causa una svolta drammatica alla vita di Annunziata. Le camicie nere, furenti, attuano immediatamente un massiccio rastrellamento, catturando una quarantina di civili abitanti nelle case vicine. Fra di essi Annunziata, catturata mentre andava a fare la spesa, che essendo nota come collaboratrice dei partigiani ed abitando nella stessa casa di Sartoni, era la più indiziata come basista dell’attentato. I prigionieri vengono portati nel covo delle camicie nere a Villa San Prospero, picchiati ed interrogati. Una disperata mediazione del vescovo di Faenza, monsignor Battaglia, ottiene solo di limitare a cinque il numero dei condannati a morte: quattro contadini del posto, del tutto estranei all’attentato, e Annunziata Verità. «Ci legarono a uno a uno i polsi – racconta Annunziata:-, poi ci legarono tutti e cinque assieme, ci misero allineati di schiena, le braccia sollevate appoggiate al muro di cinta del cimitero di Rivalta e la fronte a premere contro le mani intrecciate. Rimasi ammutolita, incapace anche di piangere; altri non ce la fecero: piangevano, urlavano, chiamavano i loro cari».

Poi, il comandante del plotone di esecuzione, Raffaele Raffaeli, fece allineare le vittime di fronte al muro del cimitero. La prima a destra era Annunziata, dietro di lei il suo carnefice Francesco Schiumarini, un avanzo di galera affermatosi con il fascismo. Il plotone sparò e le cinque vittime caddero l’una sull’altra in un lago di sangue. Poi Raffaeli diede a ciascuna di esse il colpo di grazia alla testa con la pistola. Ma Annunziata viene solo sfiorata alla tempia: è ferita, ma miracolosamente viva. Al processo il suo carnefice, Schiumarini, per alleviare la sua posizione, dirà di averla voluta risparmiare, ma era una bugia. Invece, molto probabilmente Schiumarini, come gli altri del plotone, aveva sparato, come in uso, ad altezza d’uomo ed Annunziata, essendo molto piccola, era stata colpita non nel tronco ma nelle braccia tenute alte sopra la testa, entrambe trapassate dai proiettili.

«Per molti minuti – racconta ancora Annunziata – rimasi immobile sotto quei cadaveri, inondata dal loro sangue e semi svenuta. Sentii i fascisti andare via, poi un lungo silenzio. Più tardi arrivarono delle persone, aprii gli occhi e ad una di esse sussurrai Aiutami, ti prego. Fece un salto indietro e con un urlo scappò via». Nonostante il dolore delle ferite Annunziata si alzò, attraversò il fiume Marzeno e si nascose in un campo di granoturco; dopo una breve sosta per calmarsi, capire cosa le era successo e pensare cosa fare, si rimise in cammino e giunse sulle colline che sovrastano Santa Lucia, dove una donna le medicò le ferite. (be.be.)

Il servizio completo e altri approfondimenti sono disponibili su «sabato sera» del 2 maggio. La storia di Annunziata Verità è stata raccolta e trasformata nel libro “La ragazza ribelle” (Carta Bianca Editore) dal giornalista bolognese Claudio Visani. Il servizio riprende e racconta la vicenda e il libro. 

Nelle foto: Annunziata Verità da giovane e oggi, accanto alle lapidi dei fucilati nel cimitero di Rivalta

La storia di Annunziata Verità, la staffetta partigiana che nel 1944 sopravvisse alla fucilazione
Cronaca 1 Maggio 2019

Altri due appuntamenti per “Quando un posto diventa un luogo' nel parcheggio nuova Cognetex e per le vie del centro di Imola

Proseguono in questi a Imola giorni gli eventi della rassegna “Quando un posto diventa un luogo”, in occasione del 74° anniversario della Liberazione. Giovedì 2 maggio, alle 10, nel parcheggio nuova Cognetex di via Selice provinciale 47, è in programma una cerimonia con deposizione di una corona e reinaugurazione del monumento a ricordo dei lavoratori Cogne caduti per antifascismo e Resistenza, caduti in guerra, vittime civili e del lavoro, a cura della classe 5ª G dell’istituto tecnico L. Paolini. Presenziano alla cerimonia Patrik Cavina, vicesindaco del Comune di Imola, Gabrio Salieri, presidente dell”Anpi di Imola, rappresentanti sindacali, lavoratori e rappresentanti dello stabilimento.

Sabato 4 maggio alle 10, è in calendario ancora un’iniziativa di re-inaugurazione. Questa volta saranno protagonisti i percorsi di fuga dei partigiani nelle vie del centro storico,  con inizio in via Zampieri e con l’intervento degli studenti della scuola media L. Orsini. Interverranno Patrik Cavina, vicesindaco del Comune di Imola e Bruno Solaroli, presidente onorario dell’Anpi di Imola. Quando si pensa alla lotta partigiana vengono in mente soprattutto le brigate che combattevano in montagna, ma grande rilievo ebbero anche Gap e Sap, che svolsero la loro attività nelle città e nei loro dintorni. Se la logistica degli spostamenti, dei ricoveri e dei rifornimenti era più semplice, molto più complesso era sfuggire alle ricerche serrate che Brigata nera e nazisti operavano con determinazione. Per questo la sicurezza nella copertura dell’identità e negli spostamenti era indispensabile e andavano attuati accorgimenti di ogni genere per non essere scoperti o, se andava male, per sfuggire alla cattura, salvando, in questo modo, la vita. Esemplare, per questo, è quanto scrisse Elio Gollini nel suo diario personale, del quale riportiamo uno stralcio: «Ritornato a Imola nascostamente dalla zona di Goccianello, dove erano avvenuti scontri con i tedeschi, alla sera, ci rechiamo a casa; io, però, non in via Zampieri, ma, per precauzione, nel negozio di via Cairoli, anzi, nella relativa cantina. Ora bisognava muoversi con cautela, tentare delle uscite brevi e rapide per constatare di persona come procedono le cose, senza dare nell’occhio, verificando se si è controllati». (r.cr.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 2 maggio

Nella foto un momento della cerimonia dello scorso anno

Altri due appuntamenti per “Quando un posto diventa un luogo' nel parcheggio nuova Cognetex e per le vie del centro di Imola
Cronaca 17 Aprile 2019

“Quando un posto diventa un luogo' è giunto alla quinta edizione, quest'anno le re-inaugurazioni sono undici

Il progetto “Quando un posto diventa un luogo”, che ha lo scopo di rendere familiari, soprattutto ai ragazzi, i punti della città che ricordano i fatti della Resistenza e della Liberazione, è giunto alla sua quinta edizione, consolidando l’esperienza della collaborazione tra Anpi, Cidra, scuole del territorio con i loro insegnanti e studenti. Quest’anno i «posti» che diventeranno «luoghi» sono 11, re-inaugurati con iniziative come sempre coordinate dall’ideatrice del progetto, Annalisa Cattani: «La Rossa», la chiesa del Carmine, Ponticelli, Sasso Morelli, Pozzo Becca, Sesto Imolese, la Rocca sforzesca, piazza Matteotti per l’uccisione di Maria Zanotti e Livia Venturini, lo stabilimento Cogne, le vie di fuga dei partigiani nel centro storico, la pineta del Macello per il bombardamento del 13 maggio 1944.

E’ proprio l’ideatrice, a ragionare sulla natura dell’iniziativa: «Il progetto “Quando un posto diventa un luogo”, deriva dal motto del geografo Ti fu Yuan che sosteneva che quando un posto diventa familiare lo si può definire luogo. Abbiamo fatto di questa citazione un filo conduttore di una lunga collaborazione tra le scuole, l’arte contemporanea e la storia con la collaborazione dell’Anpi, del Cidra e dell’Amministrazione comunale. In questi anni abbiamo cercato di fare degli esercizi di memoria, delle palestre del pensiero perchè è molto importante mantenere vivi i luoghi, è importante una resistenza all’indifferenza che è forse la piaga più grave che viviamo in questo ultimo periodo. Le collaborazioni con gli studenti sono passate da una proposta iniziale di un progetto a veri e propri laboratori di ricerca che hanno portato a processi di cittadinanza attiva e a relazioni approfondite con i docenti. Gli stessi insegnanti sono diventati dei partner di una squadra che nel corso del tempo ha prodotto dei risultati e dei contenuti e fondato dei valori che si spera restino nei ragazzi a lungo e li aiutino a guardare il mondo con una nuova consapevolezza».

Ma occorre fare di più: «Quello che manca oggi è il pensiero critico – continua Annalisa Cattani -. Quello che manca oggi non è la conoscenza, le nostre scuole forniscono un bagaglio di conoscenze tra i migliori al mondo, ma quello che manca è passare dalla conoscenza alla competenza, dalla conoscenza all’abitare i contenuti e a farli propri. Questo tipo di laboratorio cerca di fare della memoria un patrimonio condiviso, cerca di fare di ogni monumento un elemento di vita per tutti. La filosofa Martha Nussbaum dice, non a caso, che alla base della crisi mondiale economica e valoriale sta la perdita di compassione. Ecco, potremmo dire che questi laboratori sono esercizi di compassione dove nulla è patetico, ma si reinsegna ai ragazzi a “patire con”. E’ una sorta di laboratorio sentimentale dove tramite la storia e l’arte si fa vedere che tramite ciò che si studia si può cambiare il mondo. Dall’altro lato si cerca di far sentire un’estetica che non è più all’insegna di un puro decorativismo ma è vera e propria estesia contro l’anestesia e l’indifferenza». (r.cr.)

“Quando un posto diventa un luogo' è giunto alla quinta edizione, quest'anno le re-inaugurazioni sono undici
Cronaca 8 Marzo 2019

Sarà reinaugurato sabato 9 marzo a Imola il monumento ai caduti “La Rossa' in viale Amendola

Il Cidra, l’Anpi di Imola e di Riolo Terme e i Comuni di Imola e di Riolo Terme organizzano la cerimonia in memoria degli otto partigiani uccisi dai nazifascisti il 10 marzo 1945 e sepolti in una buca creata da una delle tante bombe d’aereo cadute nella zona, nei pressi del podere La Rossa.  Le vittime erano Lorenzo Baldisserri (di 20 anni), Emilio Benedetti (di 20 anni), Paolo Farolfi (di 21 anni), Dante Giorgi (di 21 anni), Sergio Ragazzini (di 20 anni), Antonio Roncassaglia (di 20 anni), Paolo Roncassaglia (di 22 anni) e Attilio Visani (di 28 anni).

L’iniziativa si svolgerà sabato 9 marzo, alle ore 10, presso il monumento ai caduti La Rossa, in viale Amendola, nei pressi della rotonda Altiero Spinelli. Saranno presenti il presidente dell’Anpi di Imola Gabrio Salieri, l’assessore al Bilancio e Risorse umane del Comune di Imola Claudio Frati, la vice sindaca del Comune di Riolo Terme Francesca Merlini. Il monumento ai caduti La Rossa sarà il primo a essere reinaugurato per la quinta edizione del progetto “Quando un posto diventa un luogo”, ideato e coordinato dall’artista imolese Annalisa Cattani, che quest’anno interesserà undici luoghi e monumenti riferiti alla storia del territorio imolese dal 1943 al 1945.

La reinaugurazione sarà a cura della classe 3ª B della scuola media Andrea Costa, con la professoressa Maria Di Ciaula; l’azione progettata, messa in atto dai ragazzi, è composta da un’installazione artistica e da una performance che intende immaginare un passaggio di testimone tra i giusti tra le nazioni, i partigiani, i profughi di oggi e le vittime di Hiroshima. (r.cr.)

Sarà reinaugurato sabato 9 marzo a Imola il monumento ai caduti “La Rossa' in viale Amendola
Cronaca 4 Marzo 2019

Cambio al vertice per l'Anpi Imola: Gabrio Salieri eletto presidente all'unanimità dopo le dimissioni di Bruno Solaroli

Il comitato direttivo dell’Anpi si è riunito lo scorso martedì 19 febbraio e, tra i punti all’ordine del giorno, c’erano anche la richiesta di dimissioni di Bruno Solaroli, presidente in carica, e la nomina del successore. La rinuncia di Bruno Solaroli non giunge inaspettata, perché «Già da tempo aveva annunciato l’intenzione di lasciare la carica in conseguenza dell’avanzare dell’età – comunicano dall’Anpi – senza alcuna ragione di carattere politico od altro, ma per favorire un avvicendamento che metta in campo protagonisti più giovani in un momento difficile per il Paese, che tuttavia vede l’Anpi di Imola e del territorio in buona salute. Infatti il tesseramento sta andando bene, con la presenza di parecchi reclutati e le numerose iniziative vedono grande interesse e partecipazione».

Il nuovo presidente, eletto all’unanimità, è Gabrio Salieri, già cooperatore e giornalista, figlio di Livia Morini e Alfiero Salieri, dunque di famiglia di partigiani, da sempre impegnato nell’Anpi, mentre Bruno Solaroli ha avuto la carica di presidente onorario. Gabrio Salieri ha accolto con piacere la nomina, esito quasi scontato per uno che dell’associazione ha sempre fatto parte, e spiega i suoi legami con la Resistenza. «Si può dire che sono cresciuto a latte e Resistenza, i miei genitori, Livia Morini e Alfiero Salieri, erano partigiani, così come lo erano anche tanti miei parenti, tra i quali ricordo mio nonno, i miei zii e Prima Vespignani. Sono cresciuto tra queste persone; tanto per fare un esempio, quando sono nato, mia madre mi portò da Anselmo Marabini, che mi fece gli auguri tenendomi sulle ginocchia».

Come nuovo presidente, che indirizzo intende dare all’attività dell’Anpi imolese?
«Il primo obiettivo è continuare le attività già avviate da Solaroli e, possibilmente, ampliarle. Di nuovo c’è questo clima politico favorevole al rafforzarsi dei fascismi e come Anpi dobbiamo mantenere il ruolo che abbiamo sempre avuto, di difensori della Costituzione, dei suoi valori fondamentali e della Repubblica nata da essa. Non basta più aver lottato contro il fascismo durante la Resistenza, ma dobbiamo contrastare con fermezza il fascismo strisciante di oggi e le nuove caratteristiche che sta assumendo, in primo luogo il razzismo, che sta diventando sempre più palese e si diffonde nel corpo del Paese».

Con quali attività intende raggiungere questi obiettivi?
«Oltre a essere presenti sul piano dell’attualità, organizzando conferenze, dibattiti e lezioni su temi e valori che ci stanno a cuore, come ad esempio la Costituzione repubblicana, il mezzo più importante che abbiamo per sostenere le nostre idee è mantenere e diffondere la memoria di ciò che è stato, per impedire che possa ripetersi, anche in forme apparentemente diverse, ma che traggono origine dalla medesima matrice ideologica, che affonda le sue radici nel passato». (fa.ta.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 28 febbraio

Nella foto Gabrio Salieri, nuovo presidente Anpi Imola con Bruno Solaroli, che assume la carica di presidente onorario

Cambio al vertice per l'Anpi Imola: Gabrio Salieri eletto presidente all'unanimità dopo le dimissioni di Bruno Solaroli
Cronaca 18 Febbraio 2019

Il 21 febbraio a Bubano la proiezione del cortometraggio di Paolo Gentilella sul partigiano Dante Cassani

Dante e Paolo non si sono mai incontrati. Pur essendo entrambi di Bubano e quasi coetanei, appartengono a due epoche e mondi diversi: il primo al passato, il secondo al presente. Dante Cassani è caduto il 23 febbraio 1944 all’Albergo di Cortecchio, località nel comune di Palazzuolo sul Senio, durante uno scontro tra fascisti e partigiani della 36ª brigata Bianconcini Garibaldi, di cui faceva parte. Aveva solo 17 anni. Paolo Gentilella, invece, ha appena compiuto 20 anni. E’ al suo secondo anno di università, studia Scienze della comunicazione a Bologna, lavora part time per un artigiano, ha la passione per le arti visive, il cinema e la scrittura.

Paolo è il regista del cortometraggio “Volevamo essere liberi”, ispirato alla storia di Dante Cassani. La presentazione ufficiale si terrà giovedì 21 febbraio, alle 20.30, alla sala civica di Bubano. Lo abbiamo incontrato per chiedergli come è nato questo progetto, la sua opera prima.

Cosa sapevi di Dante Cassani prima di questa esperienza?
«A Bubano è una istituzione. Quando da piccolo giocavo nella piazza che porta il suo nome, ogni tanto mi fermavo alla lapide che lo ricorda. Già da bambino sapevo che è stato tra i primi partigiani a morire e che era morto giovane. Tre anni fa, passando in piazza per caso durante le celebrazioni del 25 Aprile, ho sentito una ragazza che leggeva la sua storia. Quelle parole mi hanno dato degli spunti visivi. E ho pensato che quella storia andava raccontata per immagini. Le prime idee le ho buttate giù in treno, poi ho scritto un soggetto».

Come hai fatto poi a tradurre quegli spunti in un cortometraggio?
«Mi sono rivolto al sindaco di Mordano, in cerca di finanziamenti e dell’appoggio del Comune. Attraverso l’assessorato alla Cultura sono entrato in contatto con l’Anpi di Mordano e di Imola, poi con il Cidra. Mi hanno dato fiducia e di questo li ringrazierò sempre. Così ho cominciato a lavorare alla sceneggiatura».

Seconda guerra mondiale e Liberazione non sono argomenti che oggi fanno molto presa sui giovani. Perché hai voluto cimentarti con un soggetto di questo tipo?
«E’ vero che oggi questi argomenti in genere non interessano i giovani. Un po’ forse è colpa di come vengono comunicati, ma è anche il motivo per cui ho voluto regalare alla mia comunità un progetto del genere. Un film fa entrare meglio nell’emotività dei personaggi. E mi fa piacere che la Rete degli studenti medi mi abbia chiesto di presentare il mio lavoro nelle scuole».

Come ti sei documentato?
«Il libro di Graziano Zappi “La rossa primavera” mi ha aiutato a capire com’era Bubano a quei tempi e a conoscere i volti dei partigiani. Attraverso il Cidra ho potuto consultare i documenti dell’epoca e conoscere anche le versioni non ufficiali della vicenda. Sempre il Cidra mi ha permesso di utilizzare i vestiti originali dei partigiani, così come gli accessori dell’epoca, fazzoletti, cinturoni, un binocolo. Altri costumi ci sono stati forniti dalla Compagnia quasi stabile di Bubano. Per fortuna durante le riprese non abbiamo perso niente…».

Dove e quando avete fatto le riprese?
«Abbiamo girato dal 13 al 16 settembre, in parte a Bubano e in parte in un casolare, messo a disposizione da una delle comparse, a Rapezzo, località non lontana da dove sono successi i fatti. Sono stati giorni molto intensi, abbiamo lavorato anche 11 ore di seguito, senza pause, per ottimizzare i tempi. Alla fine il cameraman aveva i calli alle mani. Poi da settembre fino a inizio febbraio c’è stata la parte di post produzione, il montaggio del girato e del suono, in collaborazione con il fonico, Francesco Baldisserri di Bubano. Giacomo Ronzani, che ha curato la fotografia, è di Massa Lombarda. Giuseppe De Salvia, invece, ha composto le musiche da zero».

Da chi è formato il cast?
«Molti sono amici di Imola e Mordano: Martina Medici, Alessandro Zanoni, Luca Mengoli. Gli attori erano in tutto dieci, ma dietro la macchina da presa eravamo molti di più. Tra loro Eugenio Andalò, segretario di edizione. L’attore che inter-preta Graziano Zappi, Alberto Pirazzini, è un mio vecchio amico di Lugo che studia al Piccolo Teatro di Milano. E’ stato lui a mettermi in contatto con altri aspiranti attori, tutti tra i 19 e i 22 anni. Tra questi c’è il protagonista che interpreta Dante, il romano Flavio Capuzzo Dolcetta». (lo.mi.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 14 febbraio

Nella foto Paolo Gentilella durante le riprese

Il 21 febbraio a Bubano la proiezione del cortometraggio di Paolo Gentilella sul partigiano Dante Cassani
Cronaca 7 Febbraio 2019

Anpi e Auser insieme per far riflettere sui valori e sui principi della Costituzione italiana

Stretta di mano con scambio di tessere tra Giovanni Mascolo, presidente dell’Auser, e Bruno Solaroli, presidente dell’Anpi. Il significato di questo gesto sta nella volontà di intraprendere un percorso comune alle due associazioni, fermo restando che ciascuna di esse conserverà la propria autonomia di attività e programmazione, allo scopo di valorizzare alcuni aspetti che gli associati di entrambe ritengono fondamentali, come si è appreso dall’accordo che i due presidenti hanno siglato.

I temi sui quali Auser e Anpi intendono collaborare riguardano l’antifascismo, la Resistenza e la liberazione, perché «rappresentano le fondamenta della Repubblica Italiana, della Costituzione repubblicana, della costruzione Europea, ehanno  portato alla conquista della libertà, della democrazia, dell’autonomia e della dignità internazionale dell’Italia, oltre che a settanta anni di pace e di progresso; inoltre i principi fondanti della Costituzione (libertà, democrazia,  lavoro, pace, solidarietà, giustizia sociale, convivenza e accoglienza, centralità della persona, nonviolenza, pari opportunità e valorizzazione delle diversità) favoriscono da un lato una nuova crescita nella pace, nella fratellanza, nell’equità sociale e nella sostenibilità ambientale e sono più che mai lo zoccolo duro contro  preoccupanti arretramenti culturali e di comportamento e contro l’avanzare di destre estreme illiberali e persino fasciste, in Italia, in Europa e nel mondo».

Preso atto di questi valori, le due associazioni ritengono di avviare un percorso di collaborazione per aumentare la consapevolezza dei principi e dei valori della Costituzione e si impegnano a collaborare proficuamente nella riuscita delle rispettive iniziative, concordando di avviare un percorso di reciproca informazione per costruire iniziative comuni, di dare ampia diffusione delle iniziative tra i propri associati e anche all’esterno e di coinvolgere altre associazioni che condividano gli stessi principi.

Nella foto da sinistra Giovanni Mascolo e Bruno Solaroli

Anpi e Auser insieme per far riflettere sui valori e sui principi della Costituzione italiana
Cronaca 30 Gennaio 2019

Cordoglio per la scomparsa di Alfiero Salieri, partigiano e antifascista. Il funerale sabato 2 febbraio

Questa mattina a Imola è scomparso Alfiero Salieri, aveva 91 anni. Giovanissimo partecipò alla liberazione di Imola come capo squadra tra le file partigiane e guidò i polacchi verso Castel San Pietro. E” stato riconosciuto partigiano con il grado di sergente maggiore. Operaio meccanico, nel dopoguerra lavorò anche per la coop. Sacmi. Fedele ai valori della Resistenza, è stato militante e dirigente dell”Anpi; negli ultimi anni ha ricoperto anche l”incarico di dirigente locale dell”Anppia (l’Associazioni nazionale perseguitati politici italiani antifascisti). Attivo in politica, ha ricoperto incarichi nell’allora Pci e ha fatto parte dell’Amministrazione comunale del suo paese natale, Fontanelice. Sposò Livia Morini, anch”essa impegnata nella Resistenza e nell”antifascismo, fu assessore all”istruzione per il Comune di Imola. 

L’ultimo saluto ad Alfiero Salieri è fissato per sabato 2 febbraio alle ore 10.15 presso la camera mortuaria di Imola. Nel frattempo sono arrivati tanti messaggi di cordoglio e i ricordi per una persona che è stata punto di riferimento per la comunità imolese e non solo.  

A partire dall’Anpi di Imola che «perde così un altro partigiano – si legge nella  nota inviata – e ne piange la scomparsa. Partecipa al cordoglio e al dolore dei figli, dei nipoti, dei parenti e degli amici. Traendone alimento per rafforzare, secondo il volere di Alfiero, la propria azione per far vivere una memoria dinamica della Resistenza e dell”Antifascismo, per difendere pace, libertà, solidarietà ed eguaglianza anche contro il pericolo di una nuova destra illiberale e reazionaria». 

Tra i tanti, anche quello della sindaca Manuela Sangiorgi: «Alfiero Salieri per anni è stato dirigente Anpi Imola, sia come segretario sia come vice presidente, profondendo sempre il suo forte impegno per diffondere alle nuove generazioni i valori di libertà, pace, democrazia, giustizia e solidarietà, alla base della lotta di Liberazione».  

Il gruppo consiliare del Partito democratico e tutto il Pd territoriale: «La nostra città, Medaglia d”Oro per la Resistenza perde un altro protagonista della Resistenza e dell”impegno per la libertà riconquistata. Mentre assistiamo anche in Italia ad episodi di una deriva culturale e valoriale che poco hanno a che fare con la nostra storia migliore e con i valori di solidarietà e attenzione agli altri che sono scritti nella nostra Costituzione, si assottiglia per ragioni anagrafiche il numero dei testimoni diretti delle vicende che portarono l”Italia alla libertà dopo gli anni bui del fascismo e della guerra». A firmarlo i consiglieri Fabrizio Castellari, Giacomo Gambi, Marco Panieri, Daniela Spadoni, Roberto Visani. 

Molti hanno utilizzato i social network per un saluto e un ricordo. Come Daniele Manca, già sindaco di Imola e deputato Pd che scrive su Facebook: Alfiero Salieri era «una persona straordinaria che generava sicurezza; trasmetteva anche nel portamento i valori migliori della lotta di Liberazione per i quali ha da sempre combattuto. Mai si è fermato di fronte alla necessità di trasmettere ai giovani le radici per vivere in una comunità libera, democratica, solida nei suoi valori autentici». E ancora «Ci mancherà ma il suo insegnamento sono certo ci guiderà anche verso il futuro. Ho avuto l”onore di iniziare le scuole elementari con la mitica Livia Morini, sua moglie, e di fare il Sindaco e di confrontarmi con il Cidra e con l”Anpi con Alfiero! Un grandissimo privilegio che resta dentro di me».

Nella foto Alfiero Salieri

Cordoglio per la scomparsa di Alfiero Salieri, partigiano e antifascista. Il funerale sabato 2 febbraio
Cultura e Spettacoli 11 Dicembre 2018

In un libro di Roberta Mira edito da Coop Bacchilega il repertorio delle stragi nazifasciste nel territorio imolese

Quando si parla di stragi naziste e fasciste la mente va subito a episodi come Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema o le Fosse Ardeatine, ma, oltre a questi terribili avvenimenti, sono innumerevoli i fatti violenti terminati con l’uccisione di persone avvenuta non in combattimenti o scontri con i partigiani, ma per rappresaglia o per altre azioni fini a se stesse perpetrate contro i civili o comunque persone indifese.

Anche il nostro territorio non è stato immune da episodi di sangue ed è stato possibile documentarli con precisione grazie all’imponente lavoro che ha permesso di pubblicare l’Atlante delle stragi naziste e fasciste compiute tra l’estate del 1943 e la primavera del 1945 in Italia.

La storica bolognese Roberta Mira ha esaminato in particolare i fatti legati al nostro territorio e ne è nata una pubblicazione intitolata «Stragi naziste e fasciste nell’imolese», edita da Bacchilega editore. Il suo accurato lavoro ha portato alla realizzazione di 89 schede di episodi avvenuti nel nostro territorio e di 11 episodi avvenuti altrove, che hanno coinvolto persone residenti nel circondario, per un totale di 100 schede.

Le vittime complessive per questi casi di violenza sono 179 sul territorio imolese, che salgono a 220 con le persone uccise fuori dai suoi confini.

L”articolo completo è su «sabato sera» del 6 dicembre

Nella foto dell”Archivio Cidra un”immagine del gennaio 2944 davanti al poligono di tiro di Bologna, in via Agucchi, prima della fucilazione di antifascisti, tra cui gli imolesi Alfredo e Romeo Bartolini, Alessandro Bianconcini e il professor Francesco D”Agostino 

In un libro di Roberta Mira edito da Coop Bacchilega il repertorio delle stragi nazifasciste nel territorio imolese
Cronaca 3 Dicembre 2018

Una delegazione russa ha deposto una corona davanti alle lapidi di tre partigiani sovietici morti nella Resistenza

Una delegazione russa, composta dal direttore del Centro Russo di Scienza e Cultura a Roma Oleg Osipov e dallo storico Michail Talalay, ha deposto oggi una corona al Cimitero del Piratello davanti alle lapidi dei tre partigiani ignoti russi morti durante la Lotta di Liberazione, poste nel sacrario dei caduti della Resistenza. Ad accompagnarli c”erano l”assessore al Bilancio e risorse umane del Comune di Imola Claudio Frati e il presidente dell”Anpi di Imola Bruno Solaroli.

Il 3 dicembre in Russia si celebra ogni anno dal 2014 il Giorno del Milite Ignoto, in memoria di soldati russi e sovietici morti nei vari conflitti fuori e dentro il loro paese. La scelta è caduta su questo giorno perché il 3 dicembre del 1966, data del 25° anniversrio della sconfitta delle truppe tedesche vicino a Mosca, in una solenne cerimonia furono trasferite le ceneri di un soldato sconosciuto sepolto in una fossa comune al 41° chilometro dell”autostrada di Leningrado (in entrata nella città di Zelenograd) al muro del Cremlino, nel giardino Alexander.

La festività, come detto, è stata istituita per legge nel 2014, su iniziativa di un gruppo di parlamentari della Duma appartenenti a vari partiti. Il presidente Vladimir Putin vi appose la sua firma il 5 novembre di quell”anno. In questo giorno nella Federazione Russa si svolgono varie cerimonie a ricordo dei circa 2 milioni di cittadini sovietici e russi scomparsi nelle guerre e nei conflitti armati del XX e XXI secolo. Attraverso un accurato lavoro di ricerca svolo dal Ministero della Difesa, è stato possibile ricostruire il destino di circa 800.000 militari dichiarati dispersi e ogni anno decine di migliaia di persone, grazie all”aiuto del Memoriale “Banca dati generalizzata” (e-resource), trovano informazioni sui loro parenti e amici di cui si erano perse le notizie dai tempi della grande Guerra Patriottica, come viene definita in Russia la resistenza all”invasione nazista.

Nella foto la delegazione durante la cerimonia al Piratello

Una delegazione russa ha deposto una corona davanti alle lapidi di tre partigiani sovietici morti nella Resistenza

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