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Cronaca 30 Novembre 2020

Coronavirus, la testimonianza di Michele Cafaro (medico Usca per l’Ausl): «Non è vero che i più giovani non si ammalano»

«I giovani non si ammalano delle forme più gravi del Covid-19? Non è così. Proprio nei giorni scorsi abbiamo dovuto inviare in pronto soccorso per accertamenti una ragazza, nonostante fino al giorno prima i sintomi fossero flebili…». Michele Cafaro è uno dei medici Usca dell’Ausl di Imola sin dall’inizio, sin da quella prima ondata convulsa di primavera quando sono state inventate le équipe con medico e infermiere per andare a visitare i pazienti malati di Covid a domicilio, senza correre il rischio di trasformare i tanti medici di famiglia in elementi di contagio. «Surroghiamo un’attività che era prerogativa del medico di medicina generale e siamo trait d’union con il pronto soccorso».

Cafaro ha 38 anni e un contratto per la continuità assistenziale (l’ex guardia medica) con l’Ausl di Imola, per la precisione è il coordinatore della sede di Castel San Pietro. «Ora i medici Usca sono una ventina in tutto, operiamo insieme agli infermieri delle cure domiciliari. Durante l’estate c’era un’équipe al giorno, ora abbiamo oltre 15 segnalazioni quotidiane per ogni sede (Imola, Castel San Pietro e Medicina), 5-6 si traducono in visite domiciliari. Per ogni turno di solito visitiamo 6-7 persone, salvo situazioni complicate. Quando ho iniziato a studiare sapevo che la medicina generale si occupa del routinario e l’urgenza dello straordinario, invece ora l’urgenza è diventata l’ordinario. Io mi auguro per il bene di tutti che si ritorni ai ritmi di una volta. Un pensiero romantico che mi dà anche fiducia nel futuro è pensare di poter raccontare ai miei nipoti che quando c’è stato questo momento straordinario per il mondo il loro nonno c’era e ha fatto qualcosa». (l.a.)

Ulteriori approfondimenti su «sabato sera» del 26 novembre.

Nella foto: Michele Cafaro 

Coronavirus, la testimonianza di Michele Cafaro (medico Usca per l’Ausl): «Non è vero che i più giovani non si ammalano»
Cronaca 21 Luglio 2020

L'infermiera Anna Neretti racconta il lavoro delle Usca contro il Coronavirus

Durante la quarantena di Medicina, capoluogo e Ganzanigo, trasformati in zona rossa da un preoccupante focolaio di Covid-19, un’amica mi raccontò di aver visto, nel paesaggio spettrale di una città deserta, due personaggi scendere dalla Panda bianca dell’Ausl di Imola e, completamente bardati con «tutone» e dispositivi di sicurezza, entrare in una casa dove evidentemente era stato individuato un nuovo caso di positività al virus.
(…) Alla guida di quelle Panda bianche che hanno solcato senza sosta il territorio, c’erano medici di continuità assistenziale e infermieri che formavano le équipe Usca, acronimo di Unità speciali di continuità assistenziale, introdotte dalla Regione nella battaglia di contenimento del virus. Le équipe messe in campo dall’Ausl di Imola durante l’epidemia sono state sei nel momento di picco ad aprile, ora sono tre.

In una di queste, operante nei comuni di Castel San Pietro e Medicina, lavorava e lavora tuttora Anna Neretti, originaria di Fontanelice, un marito, Albo, e due figli, Matteo e Chiara studenti universitari. Anna fa l’infermiera da 32 anni e da dieci è assegnata all’assistenza domiciliare a Castel San Pietro («è come casa mia»).

L’Ausl di Imola ha fatto da apripista in Emilia Romagna per le équipe Usca. Quando e come siete stati informati dell’avvio del progetto?
«Era il 30 marzo, in piena crisi emergenziale. Siamo stati chiamati ad assistere alla video conferenza tenuta dal direttore generale Andrea Rossi, dalla responsabile della Casa della salute di Castel San Pietro e coordinatrice delle attività territoriali di emergenza Coronavirus, Sabrina Gabrielli, e dal direttore dell’unità operativa Malattie infettive del Sant’Orsola, Pierluigi Viale, colui che ha avuto l’intuizione di creare équipe mobili per intervenire sui pazienti nella fase iniziale dell’infezione, così da evitare che restassero a casa giorni e giorni con la febbre rischiando di aggravarsi e ingrossare le fila dei ricoverati negli ospedali. Letteralmente dalla sera alla mattina approntammo l’ambulatorio che sarebbe diventato il nostro quartier generale per i mesi a venire». (moira orrù)

L’intervista completa sul numero del Sabato sera del 16 luglio

L'infermiera Anna Neretti racconta il lavoro delle Usca contro il Coronavirus

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