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Cultura e Spettacoli 9 dicembre 2018

Oggi nella parrocchia di Zolino la presentazione dello studio sul Tabernacolo di Montefune

Forse non tutti sanno che nella piccola chiesa di Montefune, in comune di Castel del Rio, fu utilizzato per molto tempo un tabernacolo dipinto dal Beato Angelico, proveniente da una pala d’altare realizzata dallo stesso artista per il convento di San Domenico a Fiesole. Le vicissitudini di questo piccolo capolavoro e i legami con la grande opera fiesolana di cui faceva parte sono state studiate da Emilio Prantoni, che ha pubblicato i risultati delle sue ricerche in due libri di Bacchilega editore, «Il tabernacolo di Montefune del Beato Angelico» e «Ipotesi di ricostruzione del Tabernacolo di Montefune e della Pala di Fiesole del Beato Angelico».

Infatti, Prantoni ha esaminato prima la storia del pregevole manufatto e ne ha scoperto i legami con l’opera fiesolana, poi li ha approfonditi eseguendo sopralluoghi e misurazioni accurate. Infine si è dedicato alla ricostruzione filologica del Tabernacolo, che aveva subito notevoli rimaneggiamenti nel corso dei secoli, e ne ha individuato aspetto e posizione nel progetto originale del Beato Angelico, che l’aveva concepito alla base della grande pala d’altare, rimovibile, poiché si trattava di un manufatto che conteneva l’ostia consacrata.

Una volta stabilita la «teoria», Prantoni, con l’aiuto di abili e pazienti artigiani, ha ricostruito il tabernacolo stesso, riproducendo anche le parti dipinte. Questo lavoro ha destato molto interesse ed è stato presentato più volte. Ora tocca alla parrocchia di Zolino, che tra l’altro ha in gestione proprio la chiesa di Montefune, ospitare la presentazione, che avrà luogo oggi, domenica 9 dicembre, alle ore 17, in via Villa.

Nella foto la riproduzione del Tabernacolo di Montefune

Oggi nella parrocchia di Zolino la presentazione dello studio sul Tabernacolo di Montefune
Cultura e Spettacoli 7 dicembre 2018

In mostra i tesori dell'Annunziata. Il 7 dicembre l'inaugurazione e la presentazione del libro sulla storia del complesso

Una mostra che vuole illuminare tutti i «Tesori dell”Annunziata». L’organizza la Fondazione Istituzioni Riunite per ripercorrere, tramite i suoi beni artistici, la storia del complesso dell’Annunziata di Imola. Allestita in collaborazione con l’Archivio e il Museo diocesani, sarà inaugurata venerdì 7 dicembre alle 17.30 nella sala di via Fratelli Bandiera 17/a e vedrà la contestuale presentazione del volume «Il complesso dell’Annunziata di Imola dal XV al XXI secolo» di Andrea Ferri, Mario Giberti e Marco Violi.

Il complesso dell’Annunziata è quell’edificio compreso tra le vie Fratelli Bandiera, Caterina Sforza, Santa Apollonia e piazzale Giovanni dalle Bande Nere avente una storia plurisecolare. Attualmente la proprietà è  della Fondazione Istituzioni Riunite di Imola, ente nato nell’agosto 2017 dalla depubblicizzazione e trasformazione della ex Ipab Istituzioni Riunite di Imola.

«Abbiamo ampliato l’ambito di operatività del l’ente  – spiega il presidente Edore Campagnoli -, così che ora possiamo occuparci anche dei settori sociali e culturali (oltre alla storica attività di gestione, conservazione e valorizzazione del proprio patrimonio immobiliare e di risposta a esigenze abitative, Nda), ad esempio abbiamo recentemente collaborato con Seacoop per la realizzazione degli orti rialzati e siamo intervenuti per il restauro della celletta di Cantalupo. Abbiamo inoltre dato in comodato d’uso un appartamento in via Boccaccio per la realizzazione del progetto ‘Vita indipendente per disabili’. Abbiamo poi deciso di realizzare questa mostra per donare alla città la visione di tante opere finora conservate in depositi o comunque non visibili e raccontarne la storia in un volume».

La mostra riunirà così nella Salannunziata, che in origine era la cappella del monastero cappuccino fatto erigere da Faustina Macchirelli Carradori alla fine del Cinquecento, una serie di materiali artistici originari.

Dopo l”inaugurazione alle 17.30, la mostra sarà visitabile l’8, il 9, il 15, il 16, il 22, il 23, il 24, il 26, il 29, il 30 dicembre, l’1, il 5 e il 6 gennaio dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19. (s.f.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 6 dicembre

In mostra i tesori dell'Annunziata. Il 7 dicembre l'inaugurazione e la presentazione del libro sulla storia del complesso
Cronaca 5 dicembre 2018

Cent'anni fa nasceva Arduino Capra, già vicesindaco di Imola. Il ricordo ieri in consiglio comunale

La sindaca di Imola, Manuela Sangiorgi, ha ricordato ieri, in apertura di consiglio comunale, la figura di Arduino Capra in occasione del centenario della nascita che cade oggi, 5 dicembre.

Capra, scomparso il 19 settembre 2009, è stato vicesindaco di Imola dal 1956 al 1980, con quattro diversi sindaci: Veraldo Vespignani, Amedeo Ruggi, Enrico Gualandi e Bruno Solaroli. Negli ultimi anni della sua vita attività politico-amministrativa ha ricoperto la carica di presidente delle Ami (le allora Aziende Municipali di Imola).

La Sangiorgi lo ha ricordato con queste parole: «Un uomo sempre disponibile al confronto, rispettoso delle idee degli altri in quanto portatrici di possibili migliorie per la collettività. Un modello ed un contributo importante, ancora oggi, per il patrimonio della nostra comunità».

Nel corso della breve cerimonia la prima cittadina ha consegnato alla moglie e ai famigliari di Arduino Capra una pergamena a ricordo del loro congiunto.

Nella foto la consegna della pergamena alla moglie di Arduino Capra da parte della sindaca di Imola Manuela Sangiorgi

Cent'anni fa nasceva Arduino Capra, già vicesindaco di Imola. Il ricordo ieri in consiglio comunale
Cultura e Spettacoli 30 novembre 2018

Inaugura il 1° dicembre in biblioteca «Follia di guerra», una mostra sui militari in manicomio nel primo conflitto

Sarà inaugurata sabato 1 dicembre alle ore 17, presso la Biblioteca comunale (via Emilia 80) la mostra documentaria “Follia di guerra. Militari in manicomio nel primo conflitto mondiale”, alla presenza dell’assessora al welfare del Comune, Ina Dhimgjini, e della direttrice del Dipartimento di salute mentale dell’Ausl, Alba Natali. All’iniziativa inaugurale interviene Elisa Montanari, studiosa di storia della psicologia e consulente scientifica della mostra insieme a Valeria Paola Babini, già docente di Storia della psicologia all’Università di Bologna.

La mostra, promossa dalla Biblioteca comunale e dall’Archivio storico comunale, è organizzata in occasione del centenario della fine della Grande guerra (1918-2018) e del quarantennale della legge Basaglia (1978-2018) che ha riorganizzato l’assistenza psichiatrica con la chiusura dei manicomi. L’esposizione è realizzata anche grazie ai contributi del Ministero dei beni e delle attività culturali, dell’Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna e della Fondazione della Cassa di Risparmio di Imola.

La mostra, dopo un’introduzione sui manicomi imolesi nell’Ottocento, affronta il dibattito della psichiatria italiana a contatto per la prima volta con i disturbi psichici accusati dai soldati di fronte a una guerra con nuovi e sconvolgenti armamenti e nuove strategie belliche, descrive poi gli ospedali militari di riserva istituiti a Imola, come in molte città italiana nella zona delle retrovie e anche più lontano dal fronte. Le vicende dei soldati nei manicomi imolesi sono illustrate nel percorso espositivo al momento dell’ingresso nella struttura, durante la degenza e la dimissione per il ritorno al fronte, o per la riforma con il rientro in famiglia, o per il ricovero in altri ospedali psichiatrici.

Una parte è dedicata alle donne che, durante la Grande guerra, devono affrontare una quotidianità che stravolge la loro vita, devono prendere il posto degli uomini al lavoro, curando da sole famiglie numerose sotto l’incubo continuo della perdita dei loro familiari. A Imola, tra il 1915 e il 1918, sono oltre 600 i militari italiani ricoverati; l’esperienza di guerra e la degenza in manicomio sono narrate nel percorso espositivo attraverso le storie racchiuse nei documenti sanitari, nelle cartelle cliniche e nella corrispondenza che sono conservati negli archivi dei manicomi imolesi.

Il servizio completo è su «sabato sera» del 29 novembre

Nella foto una cartolina d”epoca raffigurante l”entrata del manicomio provinciale (l”ospedale Lolli)

Inaugura il 1° dicembre in biblioteca «Follia di guerra», una mostra sui militari in manicomio nel primo conflitto
Cronaca 29 novembre 2018

«Storia di vite-Sante Zennaro Imola Bene comune»: il 30 novembre la presentazione del libro edito da Coop Bacchilega

Il programma di attività in occasione dei 40 anni della Legge Basaglia si arricchisce di una nuova iniziativa, legata alla pubblicazione del libro di Amedea Morsiani «Storia di vite – Sante Zennaro Imola Bene comune» (Bacchilega editore). Infatti la sua presentazione sarà l’occasione per riflettere sul tema della diversità infantile.

Durante l’iniziativa, in programma venerdì 30 novembre, alle ore 17.30, presso la Biblioteca comunale in via Emilia 80, sono previsti gli interventi di Maria Rosa Franzoni, presidente dell’associazione PerLeDonne, Manuela Sangiorgi, sindaca di Imola, Daniele Meluzzi, sindaco di Castel Bolognese, Amedea Morsiani, in qualità di autrice del libro, e Cinzia Migani, direttora di Volabo, che farà un intervento sul tema della salute mentale; la presentazione sarà coordinata da Fabrizio Tampieri, responsabile editoriale di Bacchilega editore.

L’autrice ha esaminato l’evoluzione del trattamento della malattia e del disagio mentali, con particolare riferimento all’infanzia, individuando il passaggio cruciale, sancito poi a livello nazionale con la Legge Basaglia, che cambiò l’approccio dal concetto di coercizione e isolamento a quello di apertura e inserimento nel contesto sociale dei piccoli ospiti della struttura psichiatrica imolese che faceva parte del Lolli, ospitata nel famigerato Padiglione 11, che poi prese il nome di Istituto medico psicopedagogico Sante Zennaro.

Preso atto che negli archivi ufficiali erano conservati soltanto documenti standard, l’autrice ha approfondito l’argomento raccogliendo numerose testimonianze dirette, che hanno permesso di descrivere i molteplici aspetti della vita in questa struttura, a volte terribili, a volte specchio di una sincera ansia di rinnovamento. Completa il testo il caso esemplare di Paolo, rinchiuso nell’ospedale psichiatrico per motivi sociali piuttosto che sanitari, che, una volta dimesso, è riuscito lentamente a ricostruirsi una vita.

Ed ecco un breve passo tratto dalla presentazione che Amedea Morsiani ha fatto su «sabato sera»: «Ho visto sbocciare quella peonia, direttamente, dall’interno, ho visto fiorire quei grandi petali, quel Sante Zennaro e quel contesto della città di Imola, in questi ultimi cinquanta anni, ricco di nidi d’infanzia, di scuole materne, statali, comunali, private, laiche e religiose, scuole a tempo pieno, quelle interazioni con i servizi sociali, sanitari del territorio che ha fatto di Imola e della nostra regione un modello di benessere e umanità e, come affermava Eustachio Loperfido: “Quando i servizi sono a misura di bambino sono validi per tutti”. Da quel momento ad oggi – continua Morsiani – ho visto con i miei occhi, ho vissuto direttamente, con le mani nella pasta del mio lavoro, il fiorire di quei petali di peonia, che il nuovo Sante Zennaro rappresenta oggi rispetto al suo gambo legnoso e nodoso di ieri. Questo ho inteso rappresentare con il mio lavoro».

Il servizio completo è su «sabato sera» del 29 novembre

Nella foto l”autrice del libro Amedea Morsiani

«Storia di vite-Sante Zennaro Imola Bene comune»: il 30 novembre la presentazione del libro edito da Coop Bacchilega
Cronaca 28 novembre 2018

L'apicoltore Maurizio Nenzioni e il suo progetto di recupero della rocchetta daziaria di via Pisacane

Quando ciò che si pubblica riesce a innescare effetti positivi per la città è una soddisfazione che va condivisa. A dare il la a questa storia è stato infatti l’articolo pubblicato sul «sabato sera» del 29 settembre 2016, in cui si annunciava la vendita all’asta di una porzione dell’antica rocchetta daziaria lungo via Pisacane, costruita nel 1750 per volere dello Stato Pontificio.

L’articolo ne ripercorreva per sommi capi anche le vicissitudini. Quell’edificio dava riparo ai gabellieri che dovevano riscuotere il pedaggio da chi transitava sul vicino ponte di legno sul fiume Santerno, il «furente Vatreno», ponte fatto costruire nel 1749 per volere di papa Benedetto XIV. Doveva inoltre servire alle guardie che sorvegliavano l’accesso alla città. In origine era quindi stata realizzata «una stanza ad angoli ad uso di fortino», arredata in modo spartano.

Quell’articolo ha incuriosito uno dei nostri lettori, l’apicoltore Maurizio Nenzioni. Bolognese di origine, non aveva mai sentito parlare della rocchetta daziaria. «Quando ho letto l’articolo quel sabato pomeriggio – ci racconta – in me si è mosso qualcosa. Ho provato un’enorme curiosità verso questo edificio carico di storia, di cui fino a quel momento non sapevo nulla. Il giorno dopo, di domenica, io e mia moglie Elena siamo andati a vederlo da fuori. E’ successo tutto in fretta, la decisione di partecipare all’asta è stata immediata, anche perché c’era pochissimo tempo per riuscire a svolgere le formalità burocratiche necessarie».

Nenzioni è riuscito a diventare l’unico proprietario dell’immobile non solo aggiudicandosi l’asta, ma acquistando anche la parte restante che nel frattempo era stata messa in vendita dall’allora proprietario. «O ti butti o, se ci ragioni troppo, non lo farai mai – commenta -. E i fatti si sono concatenati come se la rocchetta aspettasse solo noi. Intanto, ci siamo detti, la prendiamo. I problemi li avremmo affrontati dopo, tanto sapevamo già che sarebbe stata una storia lunga e complicata. Ma io e Elena siamo per le storie complicate, ci piace remare in salita. E in fondo, i tempi lunghi ci fanno comodo».

La rocchetta, infatti, è un bene tutelato dalla Soprintendenza ed è bisognosa di un corposo e costoso restauro. «E’ vincolata non soltanto la parte originaria settecentesca – sottolinea – ma tutto il mappale, comprendente anche gli ampliamenti successivi». In collaborazione con l’architetto Francesco Remondini, l’apicoltore ha già presentato un progetto preliminare ora al vaglio della Soprintendenza. «Il mio intento – spiega – è riportare, nel limite del possibile, la rocchetta allo stato originario. Ma visto che è tutto vincolato, ho pensato di valorizzare la parte settecentesca, attraverso un parziale distacco della porzione meno antica, che verrebbe demolita e ricostruita, mantenendo con la rocchetta un “collegamento” vetrato. In questo modo si otterrebbero due volumi uno dei quali più basso, dalle linee pulite».

Per realizzare tutto questo occorrerà un impegno economico non indifferente. Nenzioni assicura di non aver vinto il Superenalotto. «Il mio Superenalotto – replica – è stato quando, a 45 anni, ho lasciato il posto in Regione per dedicarmi all’apicoltura, che pratico da nomadista, cioè spostando le arnie da una zona all’altra dell’Italia, inseguendo le fioriture». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 22 novembre

Nella foto Maurizio Nenzioni con la moglie Elena Modelli e la giornalista di «sabato sera» Lorena Mirandola, autrice dell”articolo del 2016 da cui tutto è partito

L'apicoltore Maurizio Nenzioni e il suo progetto di recupero della rocchetta daziaria di via Pisacane
Cronaca 27 novembre 2018

Alessandro Garramone si racconta, dagli inizi nelle redazioni locali all'attuale carriera di autore televisivo

Talento e «garra». Cioè capacità indiscusse e, usando la parola tanto cara agli argentini, ma giocando anche sul cognome del nostro protagonista, quell’«artiglio» che ti permette di graffiare e aggrapparti ai sogni. Insomma, la voglia di farcela. Stiamo parlando di Alessandro Garramone, 46enne imolese che da circa 16 anni è partito per Roma, dove si è costruito una carriera invidiabile in ambito televisivo.

«Garra» fa l’autore, cioè scrive i contenuti dei programmi, ne rappresenta l’anima. «E dire che non ero mai stato nella capitale fino al 1999, non avevo mai visto il Colosseo…» racconta divertito. Per rendere l’idea, è un lavoro che nel corso degli anni è toccato a personaggi come Carlo Emilio Gadda, Andrea Camilleri, Umberto Eco e tanti altri che hanno rappresentato la vera spina dorsale della televisione italiana.

La scusa per fare una chiacchierata col nostro ex collega è una società di produzione nata da poco, che ha la sede legale proprio a Imola, tanto per tenere vivo il legame con la sua città. Si chiama «Screept», dalla fusione delle due parole inglesi screene script. Cioè «scrivere per lo schermo», tanto per essere letterali. Alessandro iniziò giovanissimo, che ancora andava al liceo classico, portandosi dietro un floppy-disk (qualcuno sa ancora cos’è?) con gli articoli sul rugby, ma già si intuiva che, nonostante fosse ancora minorenne, aveva qualcosa in più, qualcosa di diverso rispetto a tutti gli altri.

«Il mio primo articolo pubblicato fu nel 1989, sul Nuovo Diario Messaggero. Scrivevo di rugby e inizialmente non sapevo neppure esattamente le regole, ma visto che avevo a che fare con gente piuttosto grossa, dentro di me si era creato un grande senso della realtà, perché potevo prendere le botte. E secondo me alcuni giocatori avrebbero voluto picchiarmi sul serio, probabilmente a ragione».

Saper scrivere, voler scrivere, è comunque stato il grande combustibile.
«Fin da quando ero piccolissimo avevo la fissa. Conservo ancora un tema di quando avevo 10 anni in cui dichiaravo di voler fare il giornalista. Nulla è successo per caso. La televisione sì, invece, quella è stata una circostanza fortuita, grazie all’incontro con una persona che mi presentò Claudio Caprara, direttore di sabato sera a quei tempi. Alla fine mi sono trovato a fare un lavoro che non sapevo neanche che esistesse».

In quegli anni hai girovagato per le redazioni imolesi, tra «Carlino» e «sabato sera», assumendoti anche la responsabilità di dirigere per 6 anni il settimanale «sette sere», ideato dallo stesso Caprara.
«Non avevo ancora 25 anni, dunque ero molto giovane come direttore. E’ stata sicuramente una esperienza di grande crescita, una palestra che mi è servita quasi più da piccolo imprenditore che da giornalista. E mi è servita in seguito per fare carriera più velocemente, perché mi ero già abituato a gestire le persone, a prendere decisioni, a fare trattative».

Torniamo a parlare di scrittura.
«Farlo per la carta stampata o per la televisione è talmente diverso che non si possono fare paragoni. Anzi, a volte essere una penna particolarmente brillante può diventare un limite: bisogna ricordarsi che le cose si vedono, quindi è inutile arricchire troppo le frasi con dettagli che possono diventare ridicoli».

Quindi come si fa?
«Si impara a scrivere coi silenzi e con le immagini. Bisogna pensare a ciò che si sta facendo quasi visualizzando un disegno. Ogni parola sul video ha un peso specifico più alto».

Hai iniziato con «Sfide». Il programma sportivo ideato da Simona Ercolani e seguitissimo su Raitre.
«Doveva essere un anno sabbatico. Inizialmente partivo da Imola il lunedì mattina e tornavo al venerdì sera. Ho avuto la fortuna di entrare dalla porta principale e iniziare subito a fare l’autore, un incarico che di solito ci si conquista con anni di esperienza». (pa.za.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 22 novembre

Nella foto il giornalista e autore televisivo Alessandro Garramone

Alessandro Garramone si racconta, dagli inizi nelle redazioni locali all'attuale carriera di autore televisivo
Cronaca 24 novembre 2018

Oggi 24 novembre a Castel San Pietro Terme e a Imola varie iniziative in onore dei soldati polacchi liberatori

Com’è noto, i soldati polacchi del 2º Corpo d’armata sono stati i primi ad entrare in città il 14 aprile 1945, accolti dai partigiani e dalla popolazione festante, ponendo così fine all’occupazione nazifascista. In ricordo di quell’evento e in segno di riconoscenza verso quei soldati, Imola sta approntando un vero e proprio memoriale dedicato al generale Wladyslaw Anders, colui che aveva creato quell’esercito dopo l’invasione della Polonia.

L’associazione Eredità e Memoria ha promosso la progettazione e realizzazione del memoriale secondo un programma che prevede vari step, fino all’inaugurazione dell’opera finita prevista per il 14 aprile 2020. Realizzazione che vedrà il primo atto concreto oggi, 24 novembre, con la reinaugurazione della stele dedicata ai soldati polacchi che liberarono Imola, trasferita da viale Pisacane, ove si trovava, nel giardino di via Chiesa di Coraglia, ove dovrà sorgere appunto il memoriale.

Il programma delle iniziative in agenda nella giornata del 24 novembre prevede alle ore 10, a Castel San Pietro Terme, città anch’essa liberata dal 2º Corpo d’armata polacco, l’inaugurazione della mostra Castel San Pietro in tempo di guerra, allestita presso il palazzo comunale di piazza XX Settembre; nel pomeriggio, alle ore 16, lo scoprimento della stele ricollocata nel giardino intitolato al generale Anders, l’area verde compresa tra le vie della Resistenza, Molino Vecchio e Chiesa di Coraglia, alla presenza della console generale di Polonia; alle 17.30, presso la sede dell’Accademia pianistica di Imola, nella sede presso la rocca sforzesca, momento musicale dedicato al grande compositore polacco Henri Frédéric Schopin, nella ricorrenza del 100° anniversario dell’indipendenza della Repubblica di Polonia; a seguire, alle 18.30, visita alla mostra Pro-gettare con Anders, allestita presso l’ex bar Bacchilega, nel centro storico cittadino.

Nella foto un”immagine della Liberazione di Imola con i manifesti in onore dei liberatori

Oggi 24 novembre a Castel San Pietro Terme e a Imola varie iniziative in onore dei soldati polacchi liberatori
Cronaca 21 novembre 2018

Sarà ricoperto dalla ciclabile il mosaico appena scoperto nell'antica Claterna. A marzo pronto il museo a Ozzano

Nel cielo di Claterna, oltre ai droni che scattano foto aeree, aleggia una domanda: «Quale futuro attende il sito archeologico?». Non sempre le visioni sono unanimi, anche tra chi ha in mano la progettualità e lo sviluppo del territorio a cavallo tra i comuni di Ozzano e Castel San Pietro, unitamente agli organi periferici del Ministero dei beni culturali. A partire dal passato, dal 2005 in poi, quando Claterna ha vissuto quello che Luca Lelli, sindaco di Ozzano, ha definito il suo «boom economico». Erano gli anni dell’associazione Civitas Claterna, le risorse erano nettamente maggiori, per il semplice fatto che di reperti da considerare ce n’erano meno.

Oggi l’associazione ha cambiato pelle in una forma più snella, diventando il Centro studi Claterna Giorgio Bardella e Aureliano Dondi, ma nel contempo i ritrovamenti iniziano ad essere molti. Non sono più sporadici, messi in fila formano una vera e propria città. E si continua a scavare. Recentemente c’è da annoverare anche un passaggio di consegne avvenuto a giugno al vertice della Soprintendenza archeologica della Città metropo-itana di Bologna (che racchiude anche Modena, Reggio Emilia e Ferrara). Cristina Ambrosini ha preso il posto di Luigi Malnati, andato in pensione.

Ambrosini, bergamasca, dal 2012 lavora in Romagna come project manager nel progetto Città della cultura, poi come dirigente del Servizio politiche culturali, giovanili e sportive del Comune di Forlì. A Ozzano, da quando è stata nominata, è venuta già due volte. In molti ci vedono un segno di discontinuità positiva col passato. Questo perché, come detto, tra le questioni care da tempo agli amministratori e ai cittadini dei due comuni c’è il futuro dell’area di Claterna.

«Non è giunto il momento di mettere a disposizione della collettività il patrimonio archeologico che sta spuntando?» è stata la domanda della stampa. Ozzano si è attivata per trasformare la mostra sulla civiltà di Claterna, allestita da anni all’ultimo piano della biblioteca di piazza Allende, in un museo permanente vero e proprio. A marzo sarà pronto, con un lieve ritardo rispetto alla data di dicembre annunciata in estate.

«Sarà un cambio di paradigma – afferma sicuro il sindaco di Ozzano, Luca Lelli –. Il museo dovrà attenersi ad orari di apertura prestabiliti, ad un adeguamento delle sale e allo sviluppo della parte divulgativa». Tutte operazioni che ad oggi sono costate al Comune 26 mila euro. «Ma siamo certi che non finirà tutto con questo museo – aggiunge Lelli -. La sede naturale per un vero e proprio museo sulla città di Claterna è la “Casa gialla” della Soprintendenza a pochi passi dagli scavi (un vecchio colonico acquistato anni fa dalla Soprintendenza, ndr). Nella nostra fantasia abbiamo già immaginato l’allestimento di percorsi interattivi in 3D per i futuri visitatori» aggiunge Lelli.

Percorsi in grado di ricostruire con immagini e multimedialità il passato della città romana e dare l’illusione di un viaggio nel tempo a grandi e bambini. Esperienze attraverso tablet o applicazioni possibili oggi in molti musei del mondo. «Sembra futuristico, ma la tecnologia per farlo esiste ed è a disposizione» conclude Lelli. Non convince tutti, ad esempio, la scelta di ricoprire il mosaico appena emerso durante i lavori della ciclabile, con la pista stessa. Il ritrovamento, infatti, non ha fermato i lavori della ciclopedonale tra Ozzano e Osteria Grande, sul lato sud della via Emilia, «il tratto ozzanese sarà inaugurato entro dicembre» afferma Lelli. L’opera è costata al comune di Ozzano 290 mila euro, nella cifra sono incluse alcune spese accessorie, come il disboscamento attorno alla famosa «Casa gialla» e l’abbattimento di un fatiscente edificio di servizio.

Il sindaco Lelli ammette di aver ipotizzato, insieme al «collega» Fausto Tinti di Castel San Pietro, una qualche modalità per rendere fruibile o almeno visibile il mosaico: «Avevamo proposto di coprire con un vetro il tratto di pista oppure di deviarlo». Ma la Soprintendenza e gli archeologi hanno risposto picche. «Atti vandalici e intemperie potrebbero danneggiare il mosaico», motiva Saura Sermenghi presidente del «Centro studi Claterna». (ti.fu.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 15 novembre

Nella foto il mosaico appena riemerso nel sito dell”antica città romana di Claterna

Sarà ricoperto dalla ciclabile il mosaico appena scoperto nell'antica Claterna. A marzo pronto il museo a Ozzano
Cronaca 21 novembre 2018

Grazie alla geomagnetica ricostruito il perimetro dell'antica Claterna, che sorgeva tra Ozzano e Castel San Pietro

Un pezzo alla volta, riemerge dalla profondità della terra che per più di 1500 anni l’ha tenuta sepolta l’antica città di Claterna. Le recenti scoperte pongono un’ulteriore conferma del ruolo strategico dell’insediamento romano nel periodo imperiale fiorito tra il I e il II secolo dopo Cristo, fino ad arrivare al suo definitivo abbandono nel VI secolo, durante il quale pare che abbia avuto un’importanza simile a Bologna (all’epoca Bononia).

L’ultima campagna di scavi, compiuta nel tratto lungo 600 metri della via Emilia, tra le frazioni di Maggio e Osteria Grande per 300 metri a nord e sud dall’asse della strada consolare, ne ha delineato un quadro forse completo, con tanto di edifici pubblici, quali un foro, un teatro, un mosaico, un probabile impianto termale, oltre alle pavimentazioni di pregio rinvenute negli anni scorsi e alla già nota Domus del fabbro. Ma la vera novità di quest’anno è che per dare una mano a ricostruire il perimetro e cosa rimane ancora dell’antica città, coperta da qualche palmo di terra, si è ricorsi alla geomagnetica. «Una novità assoluta» dicono dalla Soprintendenza.

Claudio Negrelli, docente di topografia medioevale all’Univerità Ca’ Foscari di Venezia nonché responsabile scientifico dell’associazione culturale Centro Studi Claterna Giorgio Bardella e Aureliano Dondi, spiega: «Nell’ultimo anno di scavi è stato determinante l’apporto di questa modalità di ricerca, in particolare di uno strumento chiamato magnetometro. Lo ha usato Stefano Campana, docente dell’Università di Siena, che finalmente è riuscito così a delineare tutto o quasi il territorio di Claterna (16 ettari su 18).

Il rilevamento magnetico si basa sull’individuazione dei cambiamenti del campo magnetico terrestre causati dalla variazione della geologia del terreno o dalla presenza nel sottosuolo di strutture ed oggetti che possono dar luogo ad ano-malie. Tali anomalie si riflettono anche nella vegetazione, che può avere una sottilissima variazione nello spettro elettromagnetico se ad esempio una pianta cresce in corrispondenza di un manufatto sepolto. Tale variazione è captabile dal magnetometro, che lavora in abbinamento alle foto aeree».

Lo strumento, in sostanza, invia e riceve un segnale che viene distorto a seconda della risposta data dal terreno, più o meno «ricco» di oggetti sepolti». Possiamo accontentarci? Niente affatto. «La nostra speranza, in futuro, è poter utilizzare anche il georadar, una tecnologia in grado di rilevare dati fino a 4-5 metri di profondità – dettaglia Negrelli -. Nel caso di aree vaste, con il georadar potremmo vedere visualizzate sul monitor in tempo reale le strutture sepolte con una definizione a 3D». Materiale che sarà oggetto di analisi nei prossimi mesi.

Nel frattempo, nella Domus del fabbro sono proseguite le ricerche nella nuova area aperta verso nord. «La scoperta più importante è stata quella di un secondo peristilio, un’area cortiliva porticata dotata di pozzo sulla quale affacciava una cucina. Sono stati anche scoperti un altro cortile e altri ambienti, questi ultimi intonacati» dicono dalla Soprintendenza. La domus insomma sta prendendo sempre più forma, è proseguito anche il progetto di ricostruzione delle strutture antiche, ad esempio ri-dificando uno dei pozzi ritrovati negli anni scorsi. Poi, c’è il teatro. Oggi è stato portato allo scoperto ed è possibile vederne il perimetro per intero. (ti.fu.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 15 novembre

Nella foto la Domus del fabbro (foto da drone di Paolo Nanni)

Grazie alla geomagnetica ricostruito il perimetro dell'antica Claterna, che sorgeva tra Ozzano e Castel San Pietro

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