Posts by tag: storia

Cronaca 28 maggio 2018

Gli scavi del Castrum Sancti Cassiani tra via Villa Clelia e via Croce

Sul finire dell’estate del 1978, durante uno sbancamento per la costruzione di un lotto di abitazioni, in un’area posta tra via Villa Clelia e via G. C. Croce, affiorarono consistenti resti archeologici, che fecero pensare a una necropoli tardo romana. Il fatto non era inaspettato, in quanto nei dintorni erano state rinvenute altre sepolture, anche di epoca più antica e di notevole rilevanza. Più si procedeva con lo scavo, però, più affioravano resti di epoche più recenti, non solo di sepolture, ma anche di strutture murarie, che facevano pensare a un insediamento abitativo tardo romano, paleocristiano o alto medioevale. A rafforzare questa convinzione fu anche il ritrovamento di un corredo funebre di pregio attribuibile a una donna di stirpe germanica di alto rango, che ora fa bella mostra di sé nel museo imolese. Ormai è opinione corrente che questo nucleo abitativo corrispondesse al centro altomedioevale di San Cassiano, il cosiddetto Castrum Sancti Cassiani, ma in quel periodo le discussioni su questo tema furono lunghe e numerose.

La foto risale alla campagna di scavo del 1979 e sono state fornite da un volontario di allora del Gruppo per la valorizzazione dei beni culturali e ambientali del comprensorio imolese.

Altre immagini e particolari nell”articolo sul “sabato sera” del 24 maggio.

Gli scavi del Castrum Sancti Cassiani tra via Villa Clelia e via Croce
Sport 26 maggio 2018

Baseball A2, la storia del nuovo ricevitore venezuelano dei Redskins Imola Josè Antonio Aleman Rubio

Agli allenamenti sul diamante della Tozzona la colonia sudamericana è sempre in anticipo, così abbiamo tempo per scambiare due parole con Josè Antonio Aleman Rubio, il nuovo ricevitore dei Redskins che ha preso il posto di Jaun Pablo Angrisano, trattenuto in Argentina… dalla moglie. Compirà 24 anni il 23 agosto ma si è già messo in mostra nei nostri campionati per un buon braccio e un rendimento costante nel box di battuta. «Ho iniziato prestissimo a giocare a baseball nel mio paese, il Venezuela, a Barquisimeto, provincia di Lara. Mio padre aveva una grande passione e mi iscrisse ad una scuola di pelota. Fino a 15 anni ho studiato e giocato, raggiungendo il bacillerato nella scuola secondaria di Scienze, poi sono andato a Caracas all’accademia di baseball dove ci si allenava ogni giorno».

Sei stato addirittura notato dagli scout della Mbl, i professionisti americani.

«Ho firmato un contratto con l’organizzazione dei Cleveland Indians e ho giocato per due anni nella Summer League in Repubblica Dominicana, sempre come catcher. La concorrenza in Sudamerica è feroce e sono stato cortato, tagliato. Cominciavo anche a risentire di una malattia grave, mi avevano diagnosticato un tumore osseo ad una gamba. Ero deluso, ma la voglia di giocare non mi mancava; sono tornato in Venezuela e mi sono fatto operare a mie spese, restando sei mesi senza giocare e per recuperare».

Poi com’è andata?

«Ho recuperato bene, tanto che un’università americana mi voleva, ma non ho ottenuto il visto per ben due volte. Intanto, grazie ai miei nonni spagnoli, ho ottenuto il passaporto iberico e tramite Junior Oberto, pitcher che giocava in Italia a Grosseto, Bologna e San Marino e conosceva Mauro Mazzotti, diventato manager della nazionale spagnola, sono approdato nella Divison de Honor a Bilbao e Pamplona. Sempre grazie ad Oberto sono venuto in Italia a Bollate per due anni, 2016 e 2017. Quest’anno non avevo ancora ricevuto proposte dalla squadra e quando Happy Gnudi mi ha contattato ho accettato volentieri le proposte di Imola. Mi piace la società ed anche la squadra è un bel gruppo».

La tua famiglia?

«Sono fidanzato con Andrea, 22 anni, che vedo quando finisce il campionato. Papà ci ha lasciati che avevo 9 anni, mia madre si chiama Maria Ysabel ed ho un fratello di 17 anni, Jesus Alberto, che però non fa il pelotero, preferisce il calcio».

n.v.

L”articolo completo su «sabato sera» del 24 maggio.

Nella foto:  Josè Antonio Aleman Rubio

Baseball A2, la storia del nuovo ricevitore venezuelano dei Redskins Imola Josè Antonio Aleman Rubio
Sport 16 maggio 2018

Giro d'Italia a Imola, con l’arrivo della tappa in mostra la storia del ciclismo

La bici di Marco Pantani del 1998, il programma ufficiale del primo Giro ciclistico d’Italia svoltosi dal 13 al 30 maggio 1909 e l’Alfa Romeo 1900 super del 1955, ammiraglia della squadra Ghigi dal 1958 al 1962. Sono solo alcuni dei cimeli che compongono In Giro nella Collezione Pezzi, mostra che resterà allestita un giorno solo, ovvero domani, nella sala convegni Ayrton Senna dell’autodromo «Enzo e Dino Ferrari» di Imola, in occasione dell’arrivo in città della 12ª tappa del Giro d’Italia. «Si potranno ammirare alcuni degli oggetti e dei cimeli storici legati al ciclismo raccolti nella collezione voluta dalla Fondazione Luciano Pezzi per salvaguardare una parte importante della storia di quello che é il più popolare sport italiano», spiega Fausto Pezzi, figlio del compianto Luciano Pezzi. Ad introdurre la mostra sarà proprio l’Alfa Romeo 1900 super del 1955, utilizzata come ammiraglia della squadra Ghigi dal 1958 al 1962, che fu usata anche da Luciano Pezzi come direttore sportivo della Ghigi nelle stagioni 1960, 1961 e 1962. Da segnalare anche una borraccia in alluminio, sponsorizzata dalla Liebig, usata nel Tour de France negli anni ’40, le biciclette Bianchi squadra corse 1958 appartenute a Diego Ronchini ed a Luciano Pezzi. Un viaggio fra corridori emiliano romagnoli, Giro d’Italia e altre meraviglie in una mostra che durerà un giorno ma vale una vita di racconti e ricordi.

r.s.

Nella foto: Luciano Pezzi

Giro d'Italia a Imola, con l’arrivo della tappa in mostra la storia del ciclismo
Cultura e Spettacoli 13 maggio 2018

Salone del Libro di Torino, “La Brigata Ebraica 1944-1946″ riceve l'elogio del presidente del Meis di Ferrara

Partecipazione ed attenzione alla presentazione del libro “La Brigata Ebraica 1944-1946” (edito da Bacchilega Editore) al Salone del Libro di Torino.

“E” un lavoro importante per il quale ringrazio di cuore Bacchilega Editore e gli autori in quanto verte su una storia che è troppo spesso strumentalmente contestata durante le celebrazioni della Liberazione perché purtroppo poco conosciuta per quello che è veramente – spiega Dario Disegni, presidente del Museo nazionale dell”ebraismo italiano e della Shoah inaugurato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella -. I nostri nonni hanno avuto un ruolo importante nella Resistenza, che sentiamo anche nostra, con un prezzo di sangue altissimo”.

“Il nostro lavoro di editori ci porta a coltivare la conoscenza per favorire la cultura – ha aggiunto Paolo Bernardi, presidente di Coop. Bacchilega -. Libri come quello dedicato alla Brigata ebraica devono servire a conoscere la storia per potersi fare una opinione completa. Le cooperative hanno fra i loro compiti anche quello di far crescere la comunità dove operano e presentare questo libro a Torino, nello stand dell”Alleanza delle cooperative italiane, conferma questa volontà”.

Nella foto, da sinistra, Romano Rossi, coautore del libro, Dario Disegni, presidente del Meis, e Paolo Bernardi, presidente della Coop. Bacchilega.

r.c.

Salone del Libro di Torino, “La Brigata Ebraica 1944-1946″ riceve l'elogio del presidente del Meis di Ferrara
Sport 13 maggio 2018

Superbike 2018 a Imola, la storia dell'amicizia tra i piloti Leandro «Tati» Mercado e Valter Bartolini

Una storia di moto, ma anche di amicizia. Quella nata tra Leandro «Tati» Mercado e Valter Bartolini. Un 26enne argentino che per la prima volta partecipa al Mondiale Superbike e un 54enne di Casalfiumanese che sa andare forte su qualsiasi mezzo a due ruote. Potrebbero essere padre e figlio, invece sono «fratelli di sella».

Mercado si è trasferito da Sesto Imolese a Imola per avere un migliore accesso alla città e ai suoi servizi, ma inevitabilmente vive più vicino anche all’autodromo Enzo e Dino Ferrari. Il pilota argentino Leandro «Tati» Mercado è stato scelto dal team Orelac per il passaggio dalla Supersport alla Superbike, categoria nella quale ha debuttato da appena quattro tappe. A bordo della sua nuova Kawasaki è 14º in classifica con 24 punti.

Raccontaci questa nuova sfida…

«C’è tanto lavoro da fare perché il team è nuovo nel massimo campionato – racconta il pilota con un ottimo italiano in un marcato e coinvolgente accento argentino -. Le prime gare sono state difficili ma continuiamo a lavorare intensamente per tirare fuori le nostre vere potenzialità. La moto è molto diversa dall’Aprilia che guidavo lo scorso anno, questa Kawasaki mi richiede di cambiare lo stile di guida, una cosa più facile a dirsi che a farsi, ma ce la posso e ce la possiamo fare. Già ad Assen, con una ottava posizione, è andata meglio delle gare precedenti».

Obiettivi per Imola?

«Dopo l’Olanda abbiamo fatto alcuni test a Brno proprio per essere più competitivi a Imola. Abbiamo sperimentato e capito diverse cose e siamo pronti a correre con l’obiettivo di fare bene su un circuito bello ma anche difficile come quello di Imola. Per me l’Enzo e Dino Ferrari è anche la seconda pista di casa, è speciale. E poi è un luogo nel quale la passione del pubblico è più forte e coinvolgente che in altre tappe, ed anche questo rende bellissimo correre qui».

Il tuo allenamento per la velocità include anche numerose sessioni di cross. E da qui nasce l’amicizia con Valter.

«Mi piace tanto il motocross: come allenamento è molto utile sia a livello fisico, sia a livello mentale. Trovo benefici per la mia capacità di resistenza e in gara riesco ad avere più fiato. Inoltre mi aiuta nella sensibilità sulla moto. Certo è pericoloso, ci si può fare male – già lo scorso anno aveva iniziato la stagione in ritardo proprio per un infortunio nel cross, nda – ma è bello andare sulle piste da cross. Spesso vado insieme al mio amico e collega Valter Bartolini. L’ho conosciuto qualche anno fa e ci siamo subito trovati, entrambi appassionati di fuoristrada. Ora che mi sono trasferito abitiamo anche più vicini, significa che andremo fuori in moto ancora più spesso. E magari a settembre andremo insieme a vedere il Mondiale di motocross che ritorna a Imola: credo proprio che sarà un evento bellissimo».

Valter Bartolini è un personaggio unico, che sa muoversi su qualunque terreno abbia sotto le ruote. Il fenomeno di Casalfiumanese a 54 anni può contare infiniti risultati, come il titolo italiano motocross nel 1984 o i due successi tricolori nella velocità con il neonato Team Gresini nella classe 250. E ancora: cinque titoli vinti nel campionato Supertwin e numerose esperienze mondiali. Bartolini non corre soltanto, allena anche le nuove promesse. Lo ha fatto per un certo Andrea Iannone ai tempi della 125 (oggi impegnato in MotoGp sulla Suzuki ufficiale) ma anche per Leandro Mercado, con il quale condivide una grande passione per il cross.

Sono numerosi i piloti di velocità che si allenano con discipline motociclistiche off-road.

«Nella mia personale esperienza, che mi ha visto passare dal cross, al motard, alla velocità, ho potuto appurare che il motocross è un ottimo allenamento per il fisico e il fiato – spiega -. Inoltre stimola la concentrazione e la capacità di decisione, perché la moto da cross si muove e sobbalza di continuo ed obbliga il pilota a stare sempre all’erta, ma lo aiuta anche a trovare il limite».

Per questo non abbandoni mai il cross anche quando scegli di competere in campionati di velocità e ti alleni con piloti di quel mondo?

«Esatto. Faccio cross con tanti piloti ogni volta che posso e che loro possono, ad esempio con Kevin Calia, ma anche con Andrea Dovizioso quando non è impegnato nei circuiti di tutto il mondo. Da qualche anno divido questa passione, ma anche questa fatica, con Tati Mercado, che ho conosciuto quando si è trasferito nella nostra zona e subito apprezzato come pilota e come persona. Tati-pilota è veloce sia nel cross sia nella velocità, è apprezzato nel suo ambiente nonostante sia un mondo difficile, quello della velocità. Tatipersona è un gran bravo ragazzo, uno che non se la tira e col quale si sta davvero bene insieme».

mi.mo.

L”articolo completo su «sabato sera» del 10 maggio.

Nella foto: Mercado e Bartolini durante uno dei loro numerosi allenamenti di motocross

Superbike 2018 a Imola, la storia dell'amicizia tra i piloti Leandro «Tati» Mercado e Valter Bartolini
Cultura e Spettacoli 11 maggio 2018

Raccolta fondi per il progetto «Grüne Linie», storie e immagini dalla Linea Gotica con Wu Ming2

Imola Antifascista organizza per stasera dalle ore 18.30 presso il Centro sociale Brigata 36 (via Riccione 4) un buffet benefit e, a seguire, la presentazione, insieme al fotografo Giancarlo Barzagli, di Grüne Linie, un progetto foto-narrativo di Giancarlo Barzagli e Wu Ming 2 su luoghi, casolari e paesaggi della 36ª Brigata Garibaldi. Si tratta di una ricerca fotografica sulla memoria degli avvenimenti che ebbero come protagonista una piccola valle nell’Appennino Tosco-Romagnolo investita dal passaggio del fronte durante la Seconda guerra mondiale. Seguendo gli indizi che la storia ha lasciato sul territorio, in bilico tra ricordi d’infanzia e memoria del conflitto, il progetto traccia una linea che incrocia la storia e le testimonianze di chi ha combattuto e vissuto su queste montagne.

Grüne Linie era il nome che l’esercito tedesco aveva dato alla Linea Gotica. Quelle storie hanno lasciato segni indelebili nel paesaggio e nella memoria dei pochi testimoni rimasti. Fino al 23 maggio sarà aperta una campagna di crowdfunding per raccogliere i fondi per realizzare un libro fotografico, con un racconto inedito di Wu Ming 2 e una mappa con itinerari tematici. Si può contribuire pre-acquistando una copia del libro o gli altri pacchetti legati alla campagna di crowdfunding, per la quale andrà anche il ricavato del buffet.

Foto dal volantino dell”iniziativa

Raccolta fondi per il progetto «Grüne Linie», storie e immagini dalla Linea Gotica con Wu Ming2
Cronaca 9 maggio 2018

Dall'Archivio storico «Carducci» le rigide regole della scuola negli anni del fascismo

Essere maestro negli anni del regime non è cosa semplice! È quello che viene spontaneo pensare leggendo alcune delle carte dell’Ispettorato scolastico di quegli anni; molte affermazioni generano un sorriso, ma è sufficiente cercare di mettersi nei loro panni per avvertire come lo stato d’animo difficilmente potesse essere sereno e rilassato: infatti sono sempre sotto controllo da parte dei superiori che vigilano affinchè non si discostino dal modello che il regime ha fissato, controllo che lascia trapelare spesso un poco di malafede in quanto sembra che direttori, ispettore e provveditore si aspettino di trovare sempre delle pecche o delle scorrettezze.

La loro vita non è semplice: se sono assegnati in sedi scomode devono dimorare sul posto, in locali, spesso annessi alla scuola e messi a disposizione dal Comune, che non sono sempre lindi e accoglienti; ad esempio un direttore fa notare all’ispettore che le rimostranze della maestra, riguardo la casa dove si è appena trasferita, sono fondate, non assurde pretese, in quanto il «lavandino e la latrina» sono davvero indecenti; questi trasferimenti si rivelano spesso transitori per cui è difficile organizzarsi e creano problemi se le signore hanno un marito, figli magari piccoli o genitori anziani; anche raggiungere la sede è in molti casi scomodo, in quanto i collegamenti con treno o corriera sono disagevoli e talvolta incerti. Ad esempio il direttore Guerrini in persona si accerta del fatto che, sospeso il servizio di treno e corriera tra Imola e Borgo Tossignano, le maestre possono raggiungere la scuola solo con «un passaggio» fortuito e dopo aver camminato nei campi col fango a mezza gamba: a quel punto concede che la scuola resti chiusa.

I superiori si preoccupano molto dell’atteggiamento e dell’aspetto delle maestre, del fatto che magari non hanno la divisa in ordine, che non presenziano alle cerimonie del regime (assenza che viene anche punita con decurtazione dello stipendio), che si assentino senza giustificazione dal lavoro e temono sempre che giungano in ritardo o lascino in anticipo la classe. Il 12 aprile 1939 il Regio Provveditore Sgroi scrive all’Ispettore Capo Balbarini: «Questa mattina, essendo in giro d’ispezione, è salita sull’autobus per Imola, alle 9.30, una insegnante, che è scesa a Ozzano Emilia ed ha raggiunto la scuola dopo le 10. Non conosco il nome della maestra, dalla apparente età di circa anni 40. Potrebbe essere la Mª Fiorani Nanni Paolina, che è nata nel 1897. Le maestre Schipa Molinari Mercedes e Cassarini Pagani Lucia sono anziane, mentre la Mª Morandi Maria Teresa, nata nel 1906, non ha l’età sopra considerata. In ogni modo accertate subito e identificate l’insegnante e riferitemi d’urgenza sull’ingiustificato ritardo».

ma.ama. fra.mon.

L”articolo completo su «sabato sera» del 3 maggio.

Nella foto: scolaresca delle scuole elementari di Imola 

Dall'Archivio storico «Carducci» le rigide regole della scuola negli anni del fascismo
Cultura e Spettacoli 8 maggio 2018

Gli alunni delle «Orsini» di Imola presentano una ricerca sui migranti dal 1880 al 1950

In occasione della 17ª settimana della didattica in archivio Quante storie nella storia, si terrà l’incontro Storie di migranti, 1880-1950 a cura degli alunni dell’Istituto comprensivo 7, in cui saranno presentati alla città documenti e cante romagnole che raccontano vite e vicende di imolesi in viaggio tra Otto e Novecento e di bambini profughi accolti a Imola nel secondo dopoguerra.

Le migrazioni sono un tema di grande attualità che per molteplici aspetti richiama la prima grande migrazione di massa avvenuta dall’Europa tra il 1880 e il 1914, quando ben quaranta milioni di persone (un terzo della forza lavoro) emigrarono verso le Americhe in maniera temporanea o de? nitiva. Gli italiani e anche gli imolesi si misero in viaggio alla ricerca di migliori condizioni di vita. Nel secondo dopoguerra invece Imola è terra di accoglienza per numerosi bambini profughi provenienti dal territorio campano (1946) e dalle terre alluvionate del Polesine (1951).

L’incontro è la prima presentazione del lavoro svolto dagli studenti nell’ambito del progetto  Dalla valigia allo zainetto: migranti di ieri e di oggi,  nato dalla collaborazione tra l’Istituto comprensivo 7 di Imola e il Servizio biblioteche, archivi e musei del Comune di Imola, in particolare l’Archivio storico e i Musei civici.

Appuntamento domani alle ore 17, biblioteca comunale, via Emila 80. 

r.c.

Nella foto: la locandina di «Quante storie nella storia»

Gli alunni delle «Orsini» di Imola presentano una ricerca sui migranti dal 1880 al 1950
Cronaca 22 aprile 2018

La storia degli aerei ricognitori «Pippo» e «Cicogna», terrore della popolazione durante la guerra

Nell’aprile del 1945 atterrarono ad Imola i primi aeroplani; i primi e gli ultimi, probabilmente. Si trattava di quegli aerei da ricognizione con l’ala sopra, detti anche «Cicogne», dotati di macchine per riprese fotografiche, che facevano anche il servizio postale, trasportavano feriti, ecc. Volavano alti nel cielo, sia di giorno che di notte, solitari, sorvolando le zone di combattimento e soprattutto le retrovie tedesche per individuare la presenza di truppe, di automezzi in movimento, di basi e depositi di rifornimenti e poi, ogni tanto, lasciavano cadere una bomba, seminando il panico tra i soldati tedeschi e naturalmente anche tra la popolazione civile.

Nel libro di Guglielmo Cenni dal titolo Imola sotto il terrore della guerra, l’autore annota puntualmente i fatti di cronaca cittadina tra il luglio del 1943 e l’aprile 1945. Quei velivoli, dagli imolesi erano chiamati «Pippo» perché il nome tecnico era Piper, che in inglese si pronuncia «paiper», ma in tedesco si pronuncia «piper». Per cui, ogni volta che si sentiva il caratteristico e inconfondibile rombo, i soldati tedeschi dicevano: «Piper! Piper!», per intendere l’aereo che stava spiando dall’alto. La parola «piper» per gli imolesi divenne allora simpaticamente e affettuosamente «Pippo». La presenza di quell’aereo divenne famigliare, anche se le sue azioni portavano spesso danni e morti. Dopotutto si era in guerra, in quel terribile inverno 1944-45 che passammo chiusi tra le mura della città, coi campi minati tutt’attorno, il razionamento dei viveri, il mercato nero e migliaia di sfollati venuti dalla campagna. Benvenuti quindi i voli dei Pippo sulle nostre teste; almeno davano speranza. C’era anche il coprifuoco, l’obbligo di mantenere l’oscurità, con degli addetti che giravano per controllare anche le case private.

Erano azioni di tutti i giorni, quelle compiute dai Pippo, che nell’inverno 1944-45 partivano da Castel del Rio, da una pista spianata alla meglio su di un ampio terrazzo naturale circa un chilometro a nord del paese. Decollavano e atterravano in poco spazio. Quello di Castel del Rio non fu l’unico campo del genere allestito nella vallata del Santerno, poiché mano a mano che il fronte avanzava anche i servizi delle retrovie si spostavano. Ad Imola liberata, i campi di atterraggio furono addirittura due: uno a fianco della strada Montanara, dove oggi si trovano i campi da rugby, l’altro verso Faenza, in via Gratusa. Sul campo della Montanara atterrarono soltanto i Piper, in quello di via Gratusa invece hanno atterrato anche alcuni bimotori.

Il 15 aprile nel podere Santo Spirito, dove era situata la base dei rifornimenti, arrivarono le ruspe la mattina presto. Cominciarono ad abbattere le piante, a colmare i fossi e a livellare il terreno e nel pomeriggio atterrarono i primi aerei. C’era sempre un notevole traffico di aerei, che arrivavano e partivano. Quando c’era troppo fango, per asciugare il terreno i militari usavano cospargerlo di benzina e darvi fuoco. Anche da quelle parti un aereo fu abbattuto dalla contraerea piazzata sulla strada di Zello e andò a cadere proprio dove ora c’è l’albergo Olimpia. Quei campi di atterraggio rimasero in funzione forse una ventina di giorni, poi tutto si spostò verso nord. La vita molto lentamente ricominciò, i contadini ripresero a lavorare, i fossi furono riaperti e degli «aeroporti» del Santerno non rimase più nulla.

ve.mo.

L”articolo completo su «sabato sera» del 19 aprile.

Nella foto: un aereo da osservazione decolla da un campo di atterraggio di pianura

La storia degli aerei ricognitori «Pippo» e «Cicogna», terrore della popolazione durante la guerra
Cronaca 19 aprile 2018

Nell'Archivio Carducci trovato un filmino del 1950 con Giuseppe Ianuario, uno dei “bimbi di Napoli'. IL VIDEO

«Rivedersi bambino, dopo 68 anni, è stata un’emozione incredibile». Giuseppe Ianuario torna a far parlare di sé. La sua storia di bambino nato a Napoli e accolto da una famiglia imolese nel 1947, dove poi è cresciuto pur mantenendo i rapporti con i genitori e i sette fratelli napoletani, è stata raccontata sul “sabato sera” del 5 aprile scorso (leggi). A quella storia, però, si è aggiunto un nuovo capitolo. Nell’articolo Ianuario faceva riferimento ad un episodio particolare della sua infanzia, risalente all’anno scolastico 1949-50, quando frequentava la terza elementare alla Scuola all’aperto. «Ricordo che fu fatto un filmino – ci ha raccontato -. Mentre correvo sono caduto e mi fecero ripetere la scena proprio per filmarla. Qualche anno fa ho provato a cercarlo, ma mi è stato risposto che era stato buttato via tutto».

All’Archivio Carducci le ricercatrici Franca Montanari e Maria Amadore, che dai documenti hanno ricostruito la storia scolastica dei «bimbi di Napoli» come Ianuario, ascoltata la richiesta dello stesso, hanno recuperato da uno scatolone una pellicola girata proprio nel 1949-50 alla Scuola all’aperto.

«Era materiale destinato a essere buttato via» ci hanno detto le ricercatrici. Per riuscire a vedere il contenuto di quella pellicola, girata con un proiettore portatile a manovella Pathé-Baby degli anni ’20, è stato necessario rivolgersi, per il tramite del fotografo imolese Gasparri, all’ottico di Castel Bolognese Francesco Minarini, ancora in possesso di un apparecchio di quel tipo. Trasposto su dvd, il filmato è stato reso «leggibile» dai supporti odierni.

Ebbene, all’interno c’era anche la scena che Ianuario ricordava di aver vissuto in prima persona. «All’inizio – spiega – c’erano altre immagini della Scuola all’aperto e ho pensato che non fosse quello che stavo cercando. Poi, però, verso la fine, mi sono rivisto. E’ stata una emozione grande, mi sono commosso…». Il salto nel tempo in effetti è emozionante. Si torna a un 1950 in bianco e nero, dove le immagini si susseguono un po’ a scatti, a tratti sfuocate, sulle note struggenti dei violini del Canone di Johann Pachelbel. Come un racconto, il filmato è suddiviso in capitoli che descrivono la Scuola all’aperto, tutti introdotti da un titolo scritto a gessetto su una lavagna.

Il filmato mostra gli scolari, in grembiule e cappellino chiari, che percorrono a piedi il tragitto verso la scuola. La rotonda di viale Dante si riconosce per il monumento ai Caduti, ma gli alberi sono ancora giovani, poche le case sullo sfondo e su un lato si nota anche un vespasiano. Sul ponte sul Santerno, niente auto, solo qualche bicicletta. Il giardino della scuola è lussureggiante e i bimbi si spostano con le loro seggioline per fare lezione fra gli alberi. L’obiettivo della cinepresa riprende le varie attività che si svolgevano fuori dalle aule, le visite al ruscello e al parco delle Acque Minerali, la caccia agli insetti e, dopo la caccia, «lo studio interessato e proficuo», la coltivazione dell’orto, il disegno dal vero, la mietitura, i momenti di gioco e di danza, le corse sfrenate nella natura.

La sequenza che vede protagonista Ianuario dura poco meno di un minuto. E’ preceduta dal titolo «Le cadute alla Scuola all’aperto non fanno mai male! (Pelloni)», evidentemente una citazione dell’ispettrice scolastica Velia Pelloni. Ianuario, che all’epoca aveva 10 anni, recita quasi da attore consumato, tenendo stretto il labbro inferiore per simulare il dolore. «Ricordo che per la ferita usarono dell’inchiostro rosso – dice svelando gli effetti speciali usati all’epoca e aggiunge ridendo -. Mio figlio Sante, vedendomi nel filmino, mi ha detto: “Sei un attore, babbo!”».

lo.mi.

L”articolo completo su «sabato sera» del 19 aprile.

Nella foto: primo piano di un giovane Giuseppe Ianuario

Nell'Archivio Carducci trovato un filmino del 1950 con Giuseppe Ianuario, uno dei “bimbi di Napoli'. IL VIDEO

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