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Cronaca 5 ottobre 2018

Ca' Genasia, domani 6 ottobre la cerimonia di commemorazione dei partigiani uccisi nel 1944

In occasione del 73° anniversario della Resistenza, i Comuni e le sezioni Anpi di Imola e di Riolo Terme organizzano la manifestazione a ricordo dei partigiani del Sap Montano, che si terrà sabato 6 ottobre, alle ore 11, presso il Monumento al partigiano di Ca’ Genasia, in via Sabbioni; inter-verranno Claudio Frati, assessore del Comune di Imola, Francesca Merlini, vice sindaco del Comune di Riolo Terme, e Romano Bacchi-lega, dell’Anpi di Imola. Saranno presenti anche alcune classi di istituti comprensivi di Imola e di Riolo Terme.

II Battaglione Sap Montano partecipò attivamente alla lotta ai nazifascismi, infatti fu costituito quando gli sviluppi della guerra di liberazione suggerirono la necessità di affrontare la nuova situazione derivata dalla liberazione di Roma, avvenuta il 4 giugno 1944, e dalle forze tedesche in ritirata, il Comando unico Emilia Romagna (Cumer), in accordo col Comando partigiano del Cln di Imola, convenne sull’opportunità di costituire un’unità partigiana omogenea di media entità nelle colline alla sinistra del Santerno, nelle località di Torano, Monte-catone, Monte della Valle, Casalfiumanese, e sulle colline della destra, nelle località di Ghian-dolino, Goccianello, Bergullo, Pediano, Toranello, Codrignano, Montemeldola. Alcune di queste fanno parte del Comune di Riolo Bagni.

La nuova unità, in base agli indirizzi e agli obiettivi del movimento partigiano imolese, doveva servire di collegamento con la 36ª Brigata Garibaldi Bianconcini con la funzione specifica, nell’ipotesi di una ritirata dei tedeschi, di operare assieme a reparti della 36ª e altre Sap e Gap per la liberazione di Imola.

Il sanguinoso episodio di Ca’ Genasia ebbe avvio sulla strada Imola-Codrignano, quando, presso Cà Bella Rosa, Rino, Petit e Giuliano attaccarono un carro tedesco: un soldato rimase ucciso e il carico fu abbandonato nelle mani dei partigiani. Stavano portando le vettovaglie e le munizioni verso le proprie basi quando arrivarono una quarantina di tedeschi con due autoblindo che li individuarono e diedero loro la caccia.

I partigiani si organizzarono per resistere sotto Monte Tomba ma, poiché le autoblindo non riuscivano a salire la strada fangosa, i tedeschi desistettero dall’ingaggiare il combattimento. Al calar della notte i partigiani decisero di lasciare la zona, eccetto Rino e Petit, che restarono a Ca’ Genasia.

Il mattino seguente giunse la notizia che Rino e Petit erano morti.

L”articolo completo è su «sabato sera» del 4 ottobre

La foto è tratta dal sito del Comune di Imola

Ca' Genasia, domani 6 ottobre la cerimonia di commemorazione dei partigiani uccisi nel 1944
Cronaca 2 ottobre 2018

Scadrà il 9 ottobre il bando per la vendita dello storico «Al Camaroun» di Ozzano

Il Comune di Ozzano ha deciso di mettere in vendita lo storico locale da ballo (dancing) «Al Camaroun», gestito dal circolo Arci Tolara, tempio della Filuzzi, nel quale nel corso degli anni sono passate tantissime orchestre di liscio e non solo. L’immobile e l’area circostante ai civici 2 e 4 di via Tolara di Sotto sono stati inseriti per la prima volta nel piano comunale delle alienazioni nel corso dell’estate e nei giorni scorsi è stato pubblicato il relativo bando. Complessivamente, parliamo di una superficie fondiaria di 6.825 metri quadrati, non lontano dalla rotonda sulla via Emilia. Si parte da una base d’asta di 905 mila euro e per presentare le offerte c’è tempo fino alle ore 12 di martedì 9 ottobre.

La notizia ha creato una certa fibrillazione tra gli ozzanesi e non solo che da decenni non perdevano occasione per un ballo sulla pista. «L’area, inizialmente di proprietà dell’Opera Pia dei Poveri Vergognosi di Bologna, è stata ceduta al Comune di Ozzano nel 2002 – ricostruisce il sindaco, Luca Lelli -. Da tempo siamo in contatto con il circolo Arci Tolara, ci siamo confrontati sulle difficoltà crescenti che stanno incontrando e la cosa ci dispiace. Ultimamente, abbiamo accorciato il periodo di affidamento in gestione all’Arci a soli tre anni e abbiamo deciso di abbassare il canone d’affitto portandolo a 3 mila euro l’anno, che il circolo ha sempre pagato. Tuttavia, la situazione ci ha portato a prendere la decisione di vendere».

Il primo passo è stato quello di cambiare la destinazione d’uso. «Da area destinata ad attrezzature ludiche e ricreative è diventata produttiva» dettaglia Lelli. Una scelta non casuale, considerando la collocazione a ridosso della zona artigianale e industriale. L’affidamento in gestione all’Arci scadrà il 31 dicembre di quest’anno. A quel punto, spetterà all’acquirente, se nel frattempo avremo ricevuto delle proposte formali, decidere se prolungare la gestione dell’Arci per un periodo o meno. Con la cifra che si potrebbe realizzare stiamo già pensando a tre destinazioni differenti» aggiunge il sindaco.

gi.gi.

L”articolo completo su «sabato sera» del 27 settembre.

Nella foto: il logo dello storico locale e come si presenta oggi il dancing «Al Camaroun»

Scadrà il 9 ottobre il bando per la vendita dello storico «Al Camaroun» di Ozzano
Cronaca 1 ottobre 2018

C’erano una volta… i Mondiali di ciclismo, alla Fiera del Santerno nel 1968 presenta Gianni Boncompagni

Il 23 settembre è stato un giorno di festa per Imola graziealla consegna del Grifo d’oro Città di Imola a Vittorio Adorni in occasione dei 50 anni dalla vittoria ai Campionati Mondiali di ciclismo su strada, disputatisi a Imola l’1 settembre 1968, sul circuito dei tre Monti con arrivo in autodromo.

Quell”anno qualcuno ricorderà che fu davvero un periodo di grande festa per tutta la città. Per l’occasione fu istituito anche il Comitato promotore cittadino di Imola dei campionati mondiali di ciclismo su strada 1968, presidente il sindaco Amedeo Ruggi. Perfino la Fiera del Santerno che si svolse dal 25 agosto all”1 settembre, per l”occasione venne ribattezzata “Fiera dei mondiali” proprio per la concomitanza con l’avvenimento ciclistico. 

E fu davvero un anno speciale per la mostra campionaria che attirerò più pubblico del solito soprattutto la sera di venerdì 30 agosto. Nel teatro all’aperto del cortile delle scuole Carducci fu organizzato il “Gala Musicale dei Campionati del Mondo di Ciclismo” in onore dei partecipanti alla gara su due ruote, “i più noti dei quali – è annunciato dai giornali dell’epoca – saranno presenti e si esibiranno in alcuni divertenti ed originali interventi, anche nell’interpretazione di alcune canzoni”. Sul palcoscenico “cantanti di chiara fama, quali Gianni Pettenati e Marisa Sannia”. Lo spettacolo sarà presentato da Gianni Boncompagni”.

Storie e avvenimenti di un passato che ritorna ricostruiti, questi come altri, dalla giornalista imolese Alessandra Giovannini. “Ripercorrere la storia della Fiera del Santerno di Imola che ci ha tenuto compagnia dal 1947 al 1992, vuol dire far riemergere nomi, attività, avvenimenti – racconta -. Momenti della storia di Imola che sto raccogliendo nella pubblicazione di prossima uscita e dal titolo Fiera del Santerno: storia di una città”. La giornalista ha anche un appello da lanciare: “Per aggiungere pezzi importanti sono indispensabili anche i ricordi che molti imolesi e non solo hanno nei cassetti perché tutti, almeno una volta, siamo andati alla Fiera del Santerno! Chiunque avesse qualche cosa da poter aggiungere alle pagine del libro può contattarmi scrivendo ad antalex2@libero.it oppure telefonando al 3472375848”. (r.c.)

C’erano una volta… i Mondiali di ciclismo, alla Fiera del Santerno nel 1968 presenta Gianni Boncompagni
Cronaca 30 settembre 2018

Viale dei Cappuccini, è tornata a posto la statua restaurata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Imola

È stata ricollocata al suo posto, dopo il crollo avvenuto nel novembre 2017, la statua di san Francesco collocata su una delle colonne del viale dei Cappuccini. Il restauro è stato realizzato a cura della Fondazione Cassa di Risparmio di Imola, che a suo tempo si era fatta carico anche dell’opera di pulizia sia della statua di san Francesco che di quella di santa Caterina, posta sull’altra colonna all’ingresso del viale.

L’intervento di recupero ha interessato tanto la scultura quanto la colonna. In particolare si è provveduto a rinforzare il basamento e ad assicurare la statua mediante un perno lungo un metro, inserito per metà nella colonna e per metà all’interno della figura del Santo.

La difficoltà maggiore è stata tuttavia quella di ricomporre la statua che, nella caduta, si era sbriciolata in oltre 100 pezzi.

Riportiamo qui la storia delle sculture del viale dei Cappuccini, in parte collegata con quella delle statue che si trovavano sui piloni del Ponte vecchio e sono ora conservate nel deposito archeologico del Sante Zennaro.

«La vicenda delle statue del Ponte vecchio è collegata in parte a quelle del viale dei Cappuccini. Il Diario del 29 marzo 1924 ne ripercorre la storia a partire da quella del convento, costruito nel 1592-95.

All’epoca vi si accedeva dalla via Emilia tramite un viottolo lastricato di sassi. Il viale fu realizzato nel 1774 e in quella circostanza furono collocate all’altezza della via Emilia due colonne con lo stemma francescano. Nel tempo queste si deteriorarono e furono abbattute nel 1852 dal gonfaloniere di Imola, il conte Anton Domenico Gamberini, che le sostituì con altri due pilastri, su disegno dell’ingegnere Giuseppe Andreini.

Il gonfaloniere, però, non interpellò i frati cappuccini, che avevano diritti su viale e stradone, anche se, dopo le vicende della soppressione napoleonica, fu appurato che il terreno era del Comune.

“Essi protestarono – cita l’articolo – e dopo molte pratiche ottennero dal gonfaloniere conte Giovanni Codronchi che fossero posti sui nuovi pilastri gli stemmi dell’ordine francescano. Su le nuove colonne si collocarono le due statue come vigili scolte a protezione della nostra città”.

Fu così trovata una collocazione all’Immacolata e a san Cassiano, rimosse qualche anno prima dal Ponte vecchio. Quando nel 1930 le statue tornarono tutte nella loro collocazione originaria, nel viale dei Cappuccini furono sistemate le raffigurazioni di san Francesco e santa Chiara, fatte realizzare «a spese del Comune», annota il settimanale imolese Il Diario il 12 luglio 1930. Dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, le sculture furono restaurate, ma al posto di santa Chiara venne collocata santa Caterina da Siena.

Nel frattempo si è riaperto un dilemma, che già a metà ’800 aveva tenuto banco: di chi è la proprietà delle statue? «La realizzazione negli anni ’30 – conclude Laura Mazzini, archeologa dei Musei civici – fu fatta a spese del Comune, mentre il restauro, avvenuto nell’immediato dopoguerra, fu fatto a spese dei frati. Non è chiaro, quindi, di chi siano oggi le statue e, di conseguenza, chi debba essere risarcito dall’assicurazione». ( lo.mi.) 

Su «sabato sera» del 27 settembre è possibile leggere anche la storia completa delle statue del Ponte vecchio.

Nella foto principale l’operazione di ricollocamento della statua di san Francesco dopo il restauro, nell’altra immagine le quattro sculture un tempo visibili sul Ponte vecchio, lungo la strada per Faenza

Viale dei Cappuccini, è tornata a posto la statua restaurata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Imola
Cultura e Spettacoli 25 settembre 2018

Il gruppo dei ballerini folkloristici castellani compie 90 anni: dai primi passi alla rinascita del 1973

Quella del gruppo ballerini folkloristici castellani è una storia che parte da molto lontano, dalla Castel San Pietro di novant’anni fa, da quel tempo in cui la vita ruotava attorno l’attività agreste e le tradizioni della campagna fungevano da collante tra i castellani.

Il gruppo nacque nel 1928 per iniziativa della signorina Maria Parenti e dal fonda-mentale contributo della numerosa famiglia dei Casadio Loreti, detti i «Lungòn», che per quasi trent’anni hanno costituito il nucleo fondamentale del corpo di ballo, proponendosi di rivitalizzare le musiche e i balli dei contadini, per i quali la danza era un momento di festa e di svago utile ad esorcizzare le fatiche del duro lavoro nei campi.

L’universo rurale castellano ne era protagonista assoluto: la pista da ballo era l’aia su cui si aveva lavorato tutto il giorno, i costumi dei ballerini erano i loro stessi abiti da lavoro e le musiche non avevano spartito, ma vivevano nella tradizione orale tramandata di generazione in generazione. Gli stessi balli, rimasti invariati negli anni, imitano i comportamenti degli animali da cortile o prendono spunto dalle vicende e dai momenti della vita agreste.

Alcune danze tradizionali, come La Roncastella o Il Galletto, hanno come tema il corteggiamento, mentre altre, come I Bolognesi, deridono i modi dei cittadini con il testardo orgoglio contadino che da sempre contraddistingue i castellani. Nel periodo precedente la seconda guerra mondiale il gruppo portò le tradizioni del paese in tutte le principali città italiane e all’estero, esibendosi ad Amburgo per il festival internazionale del Folklore e a Stoccarda per la festa dei Fiori.

L’inaspettato successo riscosso rese necessario trovare costumi più adatti degli abiti da lavoro. «Il nuovo costume fu trovato presso l’Archiginnasio di Bologna ed è quello che tutt’ora indossano i nostri ballerini» racconta l’attuale presidente del Gruppo, Carlo Varignana. Nel dopoguerra i danzatori castellani comparvero anche in televisione, nelle trasmissioni Campanile sera, Incontro a Bologna e La tv degli agricoltori e ricominciarono a girare l’Italia, fino al 1955.

«Ricordo che in quell’anno la famiglia Casadio Loreti perse uno dei suoi membri più giovani – dice Varignana -. Un lutto terribile, che li spinse a interrompere la loro attività di ballerini». Senza i «Lungòn» il paese si trovò improvvisamente privo del suo complesso folkloristico.

Dopo 18 lunghi anni, nel 1973, il gruppo rinacque a nuova vita grazie all’iniziativa di Carlo Varignana, all’epoca vicepresidente del corpo bandistico di Castel San Pietro. «La banda di Dozza aveva già da qualche anno un corpo folkloristico che riscuoteva successo e noi non volevamo essere da meno» ricorda. Varignana trovò un prezioso alleato in uno dei membri della famiglia dei «Lungòn», il signor Gino Casadio Loreti, che mise a disposizione la sua esperienza offrendosi di insegnare i balli tradizionali ai nuovi membri del gruppo. (ri.ra.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 20 settembre

Nella foto un”esibizione del 1974 al cinema Astra

Il gruppo dei ballerini folkloristici castellani compie 90 anni: dai primi passi alla rinascita del 1973
Cronaca 20 settembre 2018

Un cercatore di funghi trova un vecchio cimitero sulle colline di Gesso

Cercava funghi e ha scoperto delle vecchie ossa umane. E’ accaduto martedì ad un 34enne che stava cercando funghi in una zona isolata sulle colline in zona Gesso e ha visto spuntare dal terreno quelli che sembravano frammenti di ossa. Alla vista del macabro ritrovamento ha chiamato il 112 che ha inviato sul posto gli uomini dell’Arma di Casalfiumanese.

I carabinieri hanno appurato che si trattava in effetti di un cospicuo numero di ossa, la maggior parte sepolte appena sotto qualche centimetro di terra, che le recenti piogge dovevano aver dilavato e fatto affiorare. Il successivo esame fatto dal medico legale ha accertato che si tratta dei resti di persone di differenti fasce di età e sesso, decedute almeno cinquant’anni fa e forse oltre. I primi accertamenti non fanno escludere che l’area di ritrovamento fosse un vecchio cimitero rurale, abbandonato e andato distrutto nel tempo, di cui si è persa memoria. Poco lontano vi sono alcuni ruderi.

Le spoglie rinvenute sono state depositate presso la camera mortuaria dell’Ausl di Imola ed è stata informata l’autorità giudiziaria anche se ad oggi non sono ipotizzati reati di alcun tipo. Sul posto non sono neppure emerse piastrine o armi che possano spostare la datazione agli eventi della seconda guerra mondiale. Però sono stati trovati un cucchiaino e una ciotola. I carabinieri stanno proseguendo con gli accertamenti sulle mappe catastali per vedere se è possibile ricostruire di cosa si tratta esattamente.

Un cercatore di funghi trova un vecchio cimitero sulle colline di Gesso
Cronaca 4 settembre 2018

Da Mascagni a Mascanhi, il brasiliano Izidoro chiama Medicina per ritrovare le origini italiane

Il portoghese è la lingua ufficiale del Brasile. E in tale lingua il suono biconsonantico «gn» della lingua italiana (gnu, gnocco) viene tradotto in «nh», pur conservando la medesima pronuncia, come nel caso del noto calciatore brasiliano Ronaldinho. O come nel caso del brasilo-medicinese Izidoro Mascanhi, il cui cognome originario Mascagni è diventato, nel corso del tempo, appunto Mascanhi.

«Mi chiamo Izidoro Mascanhi e sono brasiliano. Ma sono anche Isidoro Mascagni e ho molta Italia dentro di me», scriveva il protagonista di questa storia qualche mese fa su Sei di Medicina se, la pagina Facebook che raccoglie, fra le altre cose, storie e aneddoti di medicinesi di Medicina e, a quanto pare, non solo. L’intento di Mascagni-Mascanhi era quello di raccontare le sue radici per fare emergere, magari, altri dettagli della propria storia familiare.

Così, incuriositi, abbiamo preso contatto col giovane brasiliano (trentatreenne ed insegnante di portoghese), prima tramite il social network e poi scambiando e-mail in italiano, lingua preferita dall’interlocutore straniero anche perché più simile al portoghese rispetto all’inglese. E da oltreoceano è giunta fino a noi una storia ormai lontana nel tempo, ma comune a non pochi medicinesi partiti alla fine dell’Ottocento alla volta del continente americano in cerca di fortuna.

Come peraltro documentato con dovizia in “Trenta giorni di nave a vapore”, libro pubblicato nel 2010 da Lorenza Servetti, professoressa in pensione del liceo Giordano Bruno di Budrio nonché ricercatrice dell’Istituto storico Parri. Libro di cui sabato sera ha scritto in occasione di una presentazione avvenuta nello stesso anno di pubblicazione proprio a Medicina, cui hanno partecipato molti medicinesi interessati a trovare tracce dei propri antenati partiti decenni prima. Una raccolta di storie di emigrazione comprese fra il 1880 ed il 1912 e riconducibili a valle dell’Idice, Castenaso, Castel Maggiore, Molinella, Budrio ed anche Medicina.

Un capillare lavoro di ricerca da cui è emerso che almeno seicento persone sono partite da tali territori, talvolta indotte anche con l’inganno, alla volta di Stati Uniti e Brasile. «Ho trovato circa 333 medicinesi che si recarono in Brasile – ha raccontato la professoressa -. Perché proprio laggiù? Perché la schiavitù fu abolita solo nel 1888 e il Governo si trovò all’improvviso ad avere bisogno di manodopera a basso costo. Puntò sull’Italia perché era la nazione europea allora maggiormente colpita dalla crisi economica. Così il Governo brasiliano fece delle leggi apposite per favorire l’immigrazione dal nostro paese. Istituì a Genova veri e propri uffici con uomini che “battevano” le campagne alla ricerca di famiglie indigenti. Si presentavano all’uscita della messa o davanti alle osterie e promettevano un viaggio gratuito, un lavoro assicurato nelle fazende che producevano il caffè e, soprattutto, la possibilità in poco tempo di avere un lotto di terra da comprare».

Tornando a Mascanhi, non c’è modo di sapere se i suoi antenati siano partiti liberi e felici oppure perché ingannati con false promesse. «Il popolo brasiliano – ci risponde Izidoro dall’altra parte dell’oceano – è formato da diverse origini etniche: indigene, africane, asiatiche ed europee. Sono orgoglioso di essere brasiliano ma anche delle mie origini estere, perché hanno contribuito alla formazione di quello che sono, al modo in cui penso, mi nutro, vedo me stesso e perfino il mio stesso nome. Posso dire che metà del mio sangue viene dall’Italia, perché quattro dei miei otto bisnonni erano italiani. Sono venuti in Brasile per lavorare nelle piantagioni di caffè alla fine del diciannovesimo secolo e non sono mai tornati in patria, stabilendosi qui in Brasile con le loro famiglie e le loro nuove radici, ma senza mai dimenticare la cara Italia».

Mascanhi-Mascagni, grazie alla legge 91 del 1992, ha potuto richiedere al consolato italiano di São Paulo il riconoscimento della cittadinanza italiana jus sanguinis, cioè attraverso la linea di sangue, che si rifà indietro nel tempo fino a quattro generazioni. Per fare questo ha richiesto ed ottenuto i certificati di nascita del bisnonno Ercole Mascagni e di matrimonio con Teodolinda Gollinelli, la bisnonna anch’essa medicinese.

«Sarò molto orgo-glioso di essere un cittadino italo-brasiliano – dice – perché porto nel mio nome un marchio dell’Italia, un cognome tipicamente italiano. (mi.mo)

L’articolo completo è su «sabato sera» del 30 agosto

Nella foto la cartina tratta dalla rivista Limes relativa all”immigrazione italiana in Brasile

Da Mascagni a Mascanhi, il brasiliano Izidoro chiama Medicina per ritrovare le origini italiane
Cronaca 25 agosto 2018

A Ca’ Malanca un'iniziativa in ricordo della 36ª Brigata Garibaldi a Purocielo

Quest’anno le iniziative per ricordare il 74º anniversario della battaglia di Purocielo prenderanno avvio domani, domenica 26 agosto, a Ca’ di Malanca, con un evento dedicato alla 36ª Brigata Garibaldi. Dopo la messa (ore 11) e il pranzo (ore 12), il programma prevede l’intervento (ore 14) del sindaco di Casola Valsenio – Unione dei Comuni della Romagna Faentina, Nicola Iseppi. A seguire (ore 14.30), letture di brani tratti da testimonianze e racconti dei protagonisti di Ca’ di Malanca, a cura di Acsé, e musiche eseguite dal gruppo Bella Ciao trio.

La data, è importante ricordarlo, coincide con il trasferimento dell’intera Brigata dalla zona tra Casola e Palazzuolo, dopo avere lasciato una decina di giorni prima l’alto Appennino, nel territorio del torrente Sintria. Ha scritto Luciano Bergonzini in Quelli che non si arresero (Editori Riuniti): «E così quando, la sera del 23 agosto, la Brigata lasciò Sommorio e si avviò verso la nuova sede di Monte Romano-Fornazzano, i partigiani inquadrati regolarmente nelle diverse compagnie erano oltre milletrecento…». L’intera Brigata rimase qui fino al 18 settembre. Da quella data, su indicazioni del Comando unificato Emilia Romagna, fu divisa in quattro Battaglioni e due di essi (in pratica la metà della Brigata) continuarono a presidiare la zona fino all’epilogo della durissima Battaglia di Purocielo, combattuta il 10, 11 e 12 ottobre 1944.

Per raggiungere Ca’ di Malanca in auto, occorre percorrere la provinciale Brisighellese, deviare per San Martino in Gattara in direzione Monte Romano – Croce Daniele, continuando a destra su strada sterrata per tre chilometri e mezzo. A piedi, invece, si possono percorrere i sentieri 505 Cai da Croce Daniele; 579 Cai da Purocielo; 2 Uoei da San Cassiano. Domenica 26 agosto, per chi è interessato a percorrere il sentiero 579, il ritrovo è alle ore 8.30 presso la chiesa di Purocielo. Indispensabile la prenotazione, scrivendo a info@camalanca.it.

r.c.

Nella foto (dalla pagina facebook di Ca” Malanca): la locandina dell”evento

A Ca’ Malanca un'iniziativa in ricordo della 36ª Brigata Garibaldi a Purocielo
Cronaca 9 luglio 2018

Sport e disabilità, la storia di Vincenzo e Daniele e la loro passione per le bocce

Uno degli sport utilizzati dal Cisped per abbattere il muro della disabilità è certamente il gioco delle bocce. Sono molte le persone, infatti, che, nonostante le difficoltà, passano le loro giornate alla Bocciofila di Imola e che hanno trovato in questa disciplina una seconda vita oltre che una nuova giovinezza. E’ il caso, ad esempio, della coppia formata da Daniele Cignani e Vincenzo Spinoccia che di recente a Piacenza, al termine della quinta prova sulle quattro a cui hanno preso parte, si sono laureati campioni regionali di bocce speciali.

Daniele Cignani, sessantenne faentino, ha scoperto di avere il Parkinson circa un anno e mezzo fa e, dopo essersi messo in contatto con l’associazione Attività parkinsoniane imolesi, da qualche mese ha potuto toccare con mano e vedere con i propri occhi un centro organizzato che offre la possibilità agli iscritti di svolgere numerose attività come la ginnastica, il nordic walking o la logopedia. «A Faenza purtroppo un servizio simile non esiste – spiega Cignani –. Lo sport, infatti, è fondamentale per non perdere il tono muscolare e così ho iniziato con le bocce.  Devo dire che mi sono piaciute subito e ora mi diverto da matti». Cignani andrà in pensione a gennaio dopo che la sua azienda, a causa anche della crisi, l’ha messo in mobilità, ma la sua forza d’animo e una volontà invidiabile non è diminuita nemmeno con il presentarsi di questa malattia degenerativa. «Vengo a Imola due volte a settimana per fare esercizi di ginnastica al palaRuggi, mentre in estate ci spostiamo al parco delle Acque Minerali – racconta -. E’ un po’ problematico per me spostarmi perché sono di Faenza, ma il mercoledì e il sabato mattina finita l’ora di lezione, dalle 8 alle 9, passo alla Bocciofila per allenarmi un altro paio d’ore. Di solito io vado a punto e lui boccia. Sicuramente Vincenzo è migliore di me, per adesso…».

Vincenzo Spinoccia, 52enne nativo di Siracusa ma residente a Imola da diciotto anni, infatti, è stato vittima nel 2014 di un infortunio sul lavoro, mentre era in un cantiere edile nel quale lavorava come muratore. «Mi reputo fortunato perché poteva andarmi molto peggio – dice –. Il colpo ricevuto in testa da una lamiera mi ha fatto perdere completamente l’udito nell’orecchio destro, oltre a provocarmi altri seri problemi come un forte disorientamento che, ancora oggi, ogni tanto si ripresenta. Inoltre, avevo smesso di uscire di casa, mi ero chiuso in me stesso e avevo perso il lavoro. L’Inail si è sempre dimostrata premurosa nei miei confronti, ma l’angelo che mi ha aiutato più di tutti è stata l’assistente sociale Mirella Geremia». Grazie a lei ha potuto avvicinarsi allo sport e all’importanza di svolgere attività fisica come terapia per uscire dal tunnel in cui era entrato. «Mi aveva consigliato il nuoto – ricorda -, ma il rumore già a bordo vasca non era compatibile con i miei problemi di udito. Allora ho tentato con il ping pong, ma le difficoltà di rimanere in equilibrio e i movimenti bruschi mi hanno fatto desistere quasi subito. Alla fine ho scoperto le bocce». Quello che all’inizio era un semplice svago ora è divenuta una grande passione che gli ha permesso di trovare alla Bocciofila una vera e propria famiglia. «Qui riesco a sfogare tutto quello che ho dentro trovando la giusta serenità – conclude -. Frequento i campi da quasi due anni e tutti i giorni gioco circa 4-5 ore. Svolgo anche un tirocinio grazie all’Ausl alla Bocciofila che mi ha aiutato a reintegrarmi nella società. Con le bocce, comunque, sono rinato, ho molta più fiducia in me stesso, mi sento qualcuno e sono orgoglioso di ciò che sono diventato».

Vincenzo Spinoccia, intanto, lo scorso 16 giugno ha vinto, in singolo, un torneo di preselezione nazionale a Padova. Il test in terra veneta è stato certamente utile in vista di una sua possibile partecipazione ai Campionati italiani in programma a Perugia a settembre e, perché no, anche ad una futura convocazione in maglia azzurra. Il suo compagno Daniele Cignani, invece, non era presente perché non affiliato né alla Fib (Federazione italiana bocce) né al Cip (Comitato italiano paralimpico), in quanto i parkinsoniani non rientrano nella categoria paralimpica.

d.b.

L”articolo completo su «sabato sera» del 5 luglio.

Nella foto: la premiazione di Vincenzo Spinoccia e Daniele Cignani, campioni regionali di bocce speciali

Sport e disabilità, la storia di Vincenzo e Daniele e la loro passione per le bocce
Cronaca 3 luglio 2018

Barbara Loreti è la prima presidente donna nella storia del Rotary Club di Imola

Novità importante al Rotary Club di Imola che per la prima volta nei 61 dalla costituzione del Club vedrà come presidente una donna, ovvero Barbara Loreti che prende il posto di Stefano Pezzoli e verrà affiancata dal figlio Gianluca Vespertino come presidente del Rotaract Club di Imola.

Barbara Loreti è laureata in giurisprudenza e attualmente si occupa di una società immobiliare. E” stata il primo rappresentante distrettuale del distretto Rotaract 2070 (Emilia- Romagna, Toscana e Repubblica di San Marino) per poi entrare nel Rotary Club Bologna Galvani come fondatrice nel 2005. Infine si è trasferita nel club di Imola nel 2009, come una delle prime donne ad essere ammesse.

r.c.

Nella foto: Barbara Loreti

Barbara Loreti è la prima presidente donna nella storia del Rotary Club di Imola

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