#Orizzonti – Lo Stato e la società: ora sono italiano, ma io già lo ero
Ora sono italiano, ma io già lo ero. Finalmente dopo 23 anni ho ottenuto la cittadinanza italiana. Riceverla è stata la conclusione di una lunga odissea emotiva. La narrazione che sia il «coronamento di un sogno» dopo un percorso di integrazione semplicemente non regge. Ventitré anni sono tanti nell’esistenza di chi in questo Paese è nato o arrivato da bambino. In questo arco di tempo si studia, si lavora e si costruisce la propria vita in una comunità. Per la società si è italiani; per lo Stato invece si resta fino all’ultimo giorno «ospiti a tempo determinato», vincolati a permessi di soggiorno, requisiti di reddito e attese estenuanti. Vivere per decenni con uno status precario significa convivere con un’ansia costante: il timore del cavillo burocratico; l’impossibilità di pianificare un futuro all’estero, l’esclusione dai concorsi e l’amarezza di non poter votare nemmeno per il proprio sindaco. Si crea una frattura dolorosa tra la certezza interiore di appartenere a un luogo e le istituzioni che ti trattano come un eterno estraneo sotto esame. E cosa c’è di più doloroso di non sentirsi a casa nella propria casa? Così, quando quel foglio arriva non si prova entusiasmo, ma piuttosto una decompressione viscerale con la mente che smette di stare in guardia. Ottenere la cittadinanza in età adulta non regala un’identità nuova, quella era già scolpita dalla vita quotidiana. Piuttosto restituisce una serenità mai provata e l’uguaglianza formale con gli altri. La fine di un esodo non si festeggia come una vittoria: si accoglie con un sospiro di sollievo, posando le valigie psicologiche di una vita intera.
Ayoub Bahi
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