Quando Guccini giocava a Tarocchino… un brindisi con Francesco, quasi 20 anni dopo
Francesco Guccini è scomparso nella mattina del 6 agosto a Pàvana, nell’appennino modenese che amava e dove era nato.
Non si può racchiudere in un aggettivo tutto quello che è stato e ha rappresentato, se non lo conoscete riscopritelo nelle sue canzoni, nei suoi libri e nelle sue interviste.
Dalle nostre parti è stato varie volte: ricordiamo quando a Imola nel 2012 fu ospite di Università Aperta e, l’anno dopo, a Castel San Pietro era al Giardino degli Angeli.
Di seguito vi proponiamo (se avete tempo e voglia di leggere) la testimonianza di un altro evento di cui Guccini è stato ospite, il 13 maggio del 2008 a Castel Guelfo. Venne a premiare gli allievi di un corso di Tarocchino bolognese e, successivamente, ad una cena, fu bello ascoltarlo parlare a ruota libera.
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Ecco il testo della pagina pubblicata sull’inserto DUE di «sabato sera» del 17 maggio 2008.
Da Pàvana all’Irlanda, dall’assenzio al vino, da Bisanzio ai Celtici: il racconto di una sera a cena con Francesco Guccini. E c’è anche il portafoglio di un afgano…
IL MAESTRO ELEMENTARE
di Paolo Bernardi
Nulla può essere più uguale a prima. Ci sono momenti che hanno un prima e un dopo tanto sono significativi. Vale per Felipe Cardozo, vale per una sera a cena con Francesco Guccini. Il Maestro (elementare, come sottolinea lui) è una leggenda, della musica cantautoriale italiana.
Incontrarlo significa avere della vita un altro punto di vista. Devo chiedere scusa a chi leggerà quest’articolo perché non riuscirà a rendere il piacere fisico e intellettuale di incrociare le parole con Francesco Guccini. Non è che abbiamo fatto la filosofia del mondo, intendiamoci, ma martedì 13 maggio, sulla tavola di Augusto Zuffa, seduti nella sua azienda vitivinicola in via Valsellustra, si poteva toccare il piacere di parlare in osteria, di disegnare con le parole e con gli accenti mondi lontani e vicini. Da quella tavola, condotti dalla mano di Francesco Guccini, siamo passati da Pàvana (l’accento tonico è d’obbligo) all’Irlanda, dall’assenzio al vino, da Bisanzio ai Celtici.
Tutto il mondo, tutta la storia, tutta la conoscenza, alta e profonda, vera e popolare, scorrono leggere come il Pinot lieto di Augusto Zuffa.
Francesco Guccini è stato ospite a Castel Guelfo per premiare chi ha seguito il corso di Tarocchino bolognese nel pomeriggio di martedì 13 maggio, ha raccontato ai presenti poche cose, scemando pian piano come il sole di un pomeriggio non ancora caldo della bassa (forse) emiliana. La sua meta era pochi chilometri oltre, verso la via Emilia (sarebbe facile parlare anche di West), una manciata di metri poco prima di Imola. E’ lì che pochi eletti (e fra questi anche il sottoscritto, scusate l’orgoglio di questa parentesi) hanno avuto il piacere di sentire Francesco Guccini parlare di cucina e di musica, di lingue e di mangiari, di vini e di barzellette.
Una sera che non lascia come prima, che ha un prima e un dopo, come per Felipe Cardozo.
Proviamo a spigolare due o tre cose che uscivano dalla barba bianca e dagli occhi vispi del Maestro di Pàvana.
Innanzitutto scopriamo che Bologna è già Romagna.
«Dal punto di vista linguistico» spiega Guccini, autore di un dizionario del dialetto di Pàvana. «L’Emilia finisce a Modena. E’ vero che i bolognesi sono differenti dai romagnoli, ma i Longobardi si sono fermati a Modena perché hanno incrociato le paludi del Panaro. Dall’altra parte c’erano i bizantini. Sotto il profilo linguistico Bologna è bizantina, basta pensare a come pronunciano i dittonghi. Prova a dire la parola pesce, la “sc” diventa unica».
La prima lezione va via così, provocando la contrarietà e lo stupore di chi si sente bolognese ed emiliano, in testa il sindaco Dino Landi («Un sindaco del Pd che assomiglia a Ignazio La Russa») da Castel Guelfo.
«La storia non l’ho scritta io – si giustifica il Maestro -, ma gente più informata di me».
E chi riesce a rispondere a tanto autorevole argomentazione condotta con più sonante voce?
Sembra di sentire una sua canzone, di quelle che raccontano Bologna e il suo «culo sui colli», o Bisanzio. Il Maestro ce ne regala anche una nuova di canzoni. Scuserete il vostro cronista se non ne riportiamo la strofa, troppo è il rispetto e poca la memoria già annebbiata dai molti vini, bianchi e rosé, che scorrono prima nei bicchieri e poi nelle vene.
«L’ho scritta perché volevo parlare male dei neofascisti e dei mafiosi – spiega il Maestro -. Pensa, mi tocca perfino apprezzare Di Pietro. Certo che di buono queste elezioni ci lasciano alcune cose: primo il rusco non esiste più perché non se ne parla più, secondo i pensionati arrivato tutti alla fine del mese senza rovistare per cercare cibo tra i rifiuti. Non vediamo più in televisione nemmeno Paolo Del Debbio con le sue inchieste, “I pensionati non arrivano più alla fine del mese. Sentiamo cosa ne pensano”. E cosa vuoi che ne pensino. Dici che non devo guardarlo? Ma a me piace soffrire, ogni tanto».
Lo chef che Augusto Zuffa ha chiamato propone un baccalà mantecato in vela di baicolo. Sarebbe niente se non ci fossero due particolari a segnare il momento: il primo è che lo chef si chiama Stefano Aldreghetti, viene da Venezia e ha preso la medaglia d’argento al concorso internazionale di cucina (oltre a menzioni e altri premi). Il secondo particolare è che il menù è a base di pesce e che Francesco Guccini non ama il pesce. «A me piacciono i piatti della mia tradizione, di mia nonna. Per questo mangio solo pesce di fiume, pollo, coniglio, verdure, le minestre».
Gli portano del prosciutto, con polenta. Forse non vale la polenta morbida con schie (piccoli gamberetti) o il risottino della laguna veneta o, ancora, il filetto di pesce in crostone, ma al Maestro piace così.
I vini invece non li molla. «A te – dice rivolto all’amico Faedi – piace dire che il vino sa di questo o di quello, ma il vino deve sapere di vino. A me coi barricati mi fregano poco, questo Pinot lieto (Pignoletto, ndr) mi piace molto. Augusto versane un altro po’».
Un’altra lezione di cucina che arriva da Francesco Guccini. Stiamo girando il mondo, partendo dalla tavola. La tappa successiva del Maestro è l’Irlanda, omaggio ad una commensale celtica seduta tra noi. «In gaelico (la lingua irlandese, ndr), quando vai nei cessi leggi fir per indicare quello degli uomini, così come in latino si dice vir». Una constatazione che esalta il Maestro, sempre alla ricerca di riferimenti linguistici e storici.
Una ricerca che gli consente di percorrere vie inconsuete nella memoria e nel futuro. La memoria di un viaggio a Dublino, di un amico che a Cuba finì preso dalla polizia e interrogato «come all’epoca dello stalinismo», del moscato di San Marino «venduto in folclorici contenitori», di un concerto a Novara dove non trovava il posto e la nebbia cancellata ogni riferimento. «Dovevo suonare alla Borsa. Scesi dall’auto e chiesi ad un afgano che camminava sotto i portici “Scusi, la borsa?”. Lui, un po’ spaventato, mi diede il portafoglio». E’ impossibile, lo ripeto, raccontare una sera a cena con Francesco Guccini. La politica e la cultura, la musica e buon vivere, la storia e le barzellette.
«La favoletta morale della cicala e della formica la conoscete?». L’accento toscano (Pàvana, il suo paese natale, è in provincia di Pistoia) ci porta nel mondo della formichina che lavora in primavera, in estate e in autunno e della mamma formica che l’invita a non pensare alla cicala che canta mentre lei fatica. «Quando busserà alla porta per avere il cibo noi gli faremo tiè». La cicala invece bussa in inverno, ma non per chiedere cibo, bensì per annunciare che grazie agli introiti della sua canzone in testa alla hit parade, andrà a Parigi. «La mi faccia un piacere – dice la formichina -. Vada a casa di Lafontaine e gli dica di andare a …».
«Il mio chitarrista, Flaco Biondini, le racconta benissimo. C’è quella di Felipe Cardozo che…». Sarebbe meravigliosa, ma le righe a nostra disposizione sono finite. Sappiate solo che una sera a cena con Guccini si ricorda perché esiste un prima e un dopo. Proprio come per Felipe Cardozo…
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