Economia

Economia 2 Maggio 2018

Turolla (Danfoss) festeggia i settant'anni nella sede di via Salieri a Castello

Nel 1948 l’ingegnere Marco Turolla fondava a Bologna un’azienda per la produzione di produzione di pompe oleodinamiche ad ingranaggi, chiamandola con il suo cognome. Dal 2000 Turolla fa parte della multinazionale danese Danfoss, che opera nell’ambito dei sistemi di controllo climatico, energetico, dei componenti e sistemi oleodinamici. Nel 2015 il gruppo Danfoss ha preferito concentrare a Castel San Pietro tutta la produzione europea di pompe oleodinamiche ad ingranaggi esterni.

Ed è proprio nella sede di via Salieri, in zona Ca’ Bianca, che domani verrà festeggiato il settantesimo anniversario di Turolla, alla presenza di clienti, distributori e dei vertici danesi del gruppo. «Settant’anni fa – spiega Riccardo Carra, vicepresidente e direttore generale di Turolla – il visionario e innovativo Marco Turolla ha fondato una azienda di produzione di pompe ad ingranaggi, posizionandola nel terreno più fertile per la tecnologia oleodinamica, l’“hydraulic valley”. In settant’anni, grazie anche alle radici ben piantate in quel fertile terreno, la pianta è cresciuta e è ora robusta e ben salda. Quasi tutto è cambiato da allora, dalle esigenze del cliente alle tecnologie produttive, ma il Dna delle persone che hanno portato Turolla fino a qui è rimasto lo stesso».

Ad oggi Turolla detiene vendite consolidate globali per oltre 50 milioni di euro, la metà delle quali destinate al mercato americano. Tra i suoi clienti principali ci sono realtà quali Caterpillar, John Deere, Cnh Industrial e Bobcat. «Negli ultimi anni – aggiunge Carra – Turolla ha attraversato una fase di grande trasformazione per rispondere agli stimoli provenienti dai nostri clienti e da Danfoss. La trasformazione ha avuto esito positivo e riteniamo di avere ora una consistente base su cui costruire un solido piano di crescita. Prevediamo un aumento significativo della quota di mercato nei prossimi cinque anni».

lo.mi.

L”articolo completo su «sabato sera» del 3 maggio.

Nella foto: la sede di «Turolla» a Castel San Pietro 

Turolla (Danfoss) festeggia i settant'anni nella sede di via Salieri a Castello
Economia 2 Maggio 2018

Florim, i cittadini lamentano puzza, rumore e vibrazioni, controlli e un incontro pubblico

Odori sgradevoli, rumore e vibrazioni. Sono questi i disagi che da alcuni mesi lamentano i residenti della borgata di Chiavica e dintorni, che abitano non lontano dal nuovo stabilimento Florim entrato in produzione lo scorso autunno e dove attualmente è in funzione una linea continua con tecnologia Sacmi per i grandi formati. Una nuova fabbrica che, per il gruppo modenese di cui fa parte anche l’ex Cerim di via Selice, ha comportato un investimento da 70 milioni di euro.

«Le prime segnalazioni sono arrivate in Comune a novembre, poi è stata firmata una petizione da 49 cittadini – ricostruisce l’assessore all’Ambiente, Gianni Duri -. Il nostro compito è quello di fare da raccordo tra i cittadini, le agenzie pubbliche e l’azienda. Per questo motivo, abbiamo promosso un incontro pubblico per rendere massima l’informazione sulle attività di analisi e controllo effettuate, nonché la partecipazione e il confronto sulle misure da attuare». L’incontro, aperto a tutti i cittadini, è in programma per domani, giovedì 3 maggio, alle ore 20.30 presso la sala civica in via Lume 1889 a Bubano e vi parteciperanno rappresentanti di Arpae, Ausl e della direzione Florim.

«Siamo stati interessati da metà febbraio e finora abbiamo effettuato una decina di sopralluoghi – spiega Tiziano Turrini, responsabile del presidio territoriale di Arpae a Imola -. Inoltre, abbiamo ricevuto segnalazioni da parte di quattro o cinque persone che si stanno facendo portavoce anche per gli altri cittadini. L’azienda ha tutte le autorizzazioni in regola ed è disponibile a collaborare».Per quanto riguarda il rumore e le vibrazioni, «finora non siamo riusciti ad associarlo a nessuna fase del ciclo produttivo e alcuni macchinari, come i rulli della pressa o i mulini per le argille, sono sempre in funzione e, di conseguenza, il rumore e le vibrazioni sarebbero sempre percepite» abbozza Turrini. Tuttavia, nei fine settimana e in orario serale (ore 18-8), quando il rumore è più percepito, è in funzione soltanto il servizio di pronta reperibilità ambientale gestito dai carabinieri forestali.

Il rumore non viene considerata un’emergenza e i tecnici Arpae non intervengono immediatamente, mentre questo avviene per gli odori forti. Il tema della puzza è sicuramente quello più complesso. In questo caso, le indagini si stanno concentrando sugli inchiostri che danno, di volta in volta, l’effetto del marmo, del legno o altro e che, mentre le piastrelle cuociono nei forni, potrebbero sprigionare gli odori dei quali si lamentano i residenti. «Ogni volta che riceviamo una segnalazione compiliamo una scheda che metta in correlazione quanto viene percepito con il tipo di inchiostro usato in quel momento, la velocità e la direzione del vento – aggiunge Turrini -. La definizione degli odori richiede tempo. Per questo motivo chiediamo ai cittadini di contattarci ogni volta che sentono qualcosa». Un’idea per raccogliere molti dati potrebbe essere quella di utilizzare un naso elettronico, uno strumento realizzato anche da Sacmi e utilizzato ad esempio per la discarica Tre Monti oppure, di recente, anche per cercare di risolvere il problema degli odori della Ge. Fe. Polymers Srl di Toscanella, azienda che si occupa della rigenerazione degli scarti di nylon. In questo momento, però, i due nasi elettronici di proprietà di Arpae sono impegnati per altre rilevazioni, ergo potrebbe essere la Florim direttamente a farsi carico di noleggiarne uno. Si vedrà.

Dal canto suo l’azienda, che si dice «assolutamente trasparente e aperta al dialogo con i residenti», ha incaricato dei consulenti sia per parte acustica che per quanto riguarda gli odori e, sotto la supervisione di Arpae e Ausl, ha effettuato un paio di campionamenti ai camini dei forni, i cui risultati potrebbero essere resi noti proprio in occasione dell’incontro del 3 maggio.

Qualche cittadino però ha segnalato anche casi di lingua gonfia, problemi respiratori e arrossamenti di pelle e occhi in concomitanza con i fenomeni odorigeni. «E’ difficile mettere in correlazione i fumi della fabbrica con gli effetti sulla persona – dice Gabriele Peroni, dirigente dell’area Igiene e Sanità pubblica dell”Ausl -. Da parte nostra c’è comunque la volontà di non nascondere nulla e studiare a fondo la questione».

All”inizio di aprile i cittadini interessati dal problema si sono costituiti in un comitato che ha come referenti Massimiliano Benfenati, Gabriele Marani, Cristian Venieri e Federico Squassabia che, in attesa dell’incontro e di conoscere i primi risultati delle analisi effettuate, preferiscono non rilasciare ulteriori dichiarazioni. (gi.gi.)

Nella foto il nuovo stabilimento della Florim di notte

Florim, i cittadini lamentano puzza, rumore e vibrazioni, controlli e un incontro pubblico
Economia 30 Aprile 2018

Caviro e Cevico insieme per Bolé, il nuovo spumante di Trebbiano

Il consorzio Cevico (che nel territorio imolese ha come socio la Cantina dei Colli Romagnoli) e Caviro (che qui annovera tra i soci la Cavim di Sasso Morelli) insieme per valorizzare il Trebbiano (14.700 ettari di impianti in Romagna) e conquistare il mondo delle bollicine. E’ questa la rivoluzione presentata al Vinitaly con Bolé, una società controllata esattamente a metà dai due colossi cooperativi, che produrrà vino con l’omonimo marchio secondo la nuova ”Doc Romagna Spumante – Novebolle” per i circuiti Horeca (Hotellerie-Restaurant-Café, ossia si troverà – oltre che nelle enoteche – in hotel, ristroranti e bar) e per il mercato estero. La potenza in campo è da player mondiale: Caviro associa infatti 13mila viticoltori (7 milioni di quintali di uva), mentre altri 5mila ne raggruppa Cevico (circa 1,5 milioni di quintali di uva lavorata).
Bolé è ufficialmente la prima etichetta di Novebolle, frutto della collaborazione di un team di enologi esperti che hanno felicemente unito in questa linea di spumanti, al momento un Brut e un Extra Dry realizzati con metodo Martinotti-Charmat.
Il consiglio di amministrazione è composto da cinque consiglieri: due per parte e un indipendente, Ruenza Santandrea, che è anche presidente. Così, attraverso un progetto imprenditoriale che guarda in grande, vengono così superate le divisioni di un mondo passato (quello ”bianco” di Caviro e quello ”rosso” di Cevico) in nome della cooperazione e della ricerca del massimo valore aggiunto possibile per i soci. E’ una svolta epocale, impensabile fino a 10-15 anni fa.

c.f.

Nella foto, da sinistra: il presidente di Caviro, Carlo Dalmonte, la presidente di Bolé, Ruenza Santandrea, il presidente di Cevico, Marco Nannetti e Damiano Bandini de La Vecchia Stamperia di Faenza che ha curato la ricerca del lettering stile liberty.

Caviro e Cevico insieme per Bolé, il nuovo spumante di Trebbiano
Economia 30 Aprile 2018

La Florim premiata come azienda più attrattiva per l'equilibrio tra lavoro e vita privata

Gli italiani sognano di lavorare per Automobili Lamborghini, Coca Cola Hbc Italia, Ikea e per la ceramica Florim. Sono queste le aziende vincitrici del Randstad Employer Brand 2018, il riconoscimento assegnato in occasione del Randstad Award sulla base della reputazione aziendale.

Commissionato da Randstad, azienda seconda al mondo nei servizi per le risorse umane, all’istituto di ricerca Kantar Tns, lo studio ha misurato il livello di attrattività percepita delle aziende italiane da parte dei possibili dipendenti.  In Italia sono state intervistate circa 5.800 persone (occupati, studenti e disoccupati) tra i 18 e 65 anni, a cui è stato chiesto quali sono i fattori che rendono un’azienda attrattiva tra 150 aziende con oltre mille dipendenti con sede in Italia.

Il colosso del settore ceramico Florim, che ha uno stabilimento anche a Mordano, è risultata l’azienda più attrattiva tra i potenziali dipendenti per equilibrio fra vita professionale e privata. «Un prestigioso riconoscimento e un bellissimo traguardo che conferma la validità di una strategia fondata su grandi investimenti sia nel core business che nell’ambito della responsabilità sociale d’impresa – commenta Claudio Lucchese, presidente di Florim -. Siamo un’azienda grande e strutturata, ma cerchiamo di rendere semplici i rapporti interni e la comunicazione a tutti i livelli. Negli ultimi anni abbiamo impostato una politica di recruiting fortemente orientata ai giovani e avviato un master di formazione interno dedicato a neolaureati e neodiplomati. Grazie a un progetto di collaborazione con l’ospedale locale, i nostri dipendenti possono beneficiare di tariffe agevolate e tempi di attesa ridotti. Organizziamo incontri specifici per la salute e il benessere dei dipendenti e centri estivi gratuiti per i figli dei collaboratori. Questi sono solo alcuni degli ultimi progetti attivati in ambito di welfare aziendale e bilanciamento tra vita e lavoro».

Secondo la ricerca, il fattore più importanti ricercati dagli italiani in un datore di lavoro è proprio l’equilibrio tra vita lavorativa e privata (indicato dal 55% dei rispondenti), seguito dall’atmosfera di lavoro piacevole (51%), da retribuzione e benefit (48%), dalla sicurezza del posto di lavoro (46%) e dalla visibilità del percorso di carriera (38%).     

Nella foto la premiazione

La Florim premiata come azienda più attrattiva per l'equilibrio tra lavoro e vita privata
Economia 28 Aprile 2018

Marco Martelli, l’agricoltore che sostituisce l’albicocco con l’aronia

Per Marco Martelli, dell’Azienda agricola Martelli e Renzi, il futuro si chiama aronia. Nel maggio di un anno fa ha messo a dimora nel suo campo, lungo la strada che da Fontanelice conduce a Gesso, 2.400 piantine che da fine agosto in poi cominceranno a produrre piccoli frutti a grappolo, simili a mirtilli. «L’aronia è stata una meravigliosa sorpresa – racconta, mostrandoci le piante in procinto di fiorire -. Cresce in qualsiasi terreno e clima, non necessita di irrigazione, e, soprattutto, non è intaccata da patogeni, caratteristica molto interessante per la coltivazione biologica».

La scorsa domenica, in occasione della fioritura, Martelli ha aperto al pubblico la sua azienda. Per chi si fosse perso l’appuntamento, è prevista una replica domani, domenica 29 aprile, dalle ore 9 alle 13, previa prenotazione al numero 335/6577002. 

L’incontro con la pianta originaria del Canada e delle lande siberiane è avvenuto quasi per caso. «Da qualche anno – prosegue – stava diventando evidente che l’albicocca, nostra maggiore coltura, stava entrando in crisi strutturale, perché il miglioramento genetico ha reso vocate zone che prima non lo erano. Per sostituire l’albicocco abbiamo preso in considerazione diverse possibilità: dal castagno, al mandorlo a guscio morbido, dalla cotogna al bambù. Abbiamo anche deciso di realizzare un laboratorio aziendale per trasformare frutta fresca in confetture, sciroppati e succhi». Da qui la scelta di cominciare a coltivare anche piccoli frutti, oltre a ciò che produciamo già ovvero kiwi, susine, cotogne, zucche cedrine. E l’aronia.  

Su internet Martelli ha poi individuato il primo e oggi principale produttore italiano, la “4 Principia rerum” in provincia di Gorizia, che nel 2015 ha avviato la coltivazione su 11 ettari. Ha visitato il sito produttivo e ha raccolto informazioni anche sulle proprietà di questo frutto. «Ha tutte le caratteristiche del vino rosso, con il vantaggio di non contenere alcol – sintetizza, entrando poi nel dettaglio -. E’ ricco di antiossidanti, polifenoli, flavonoidi e antociani, che lo rendono uno tra i più potenti anti-età esistenti in natura; ha effetti gastroprotettivi, epatoprotettivi e antinfiammatori; contiene vitamina C e K, che rafforzano il sistema immunitario, abbassano il colesterolo e migliorano la pressione sanguigna. Purifica il tratto urinario ed è più efficace dei mirtilli nel trattamento delle infezioni. Ha inoltre grandi quantità di fibre in grado di combattere stitichezza, emorroidi e di ripulire il colon». Non a caso l’aronia rientra nella categoria dei cosiddetti «superfood», prodotti ricchi di nutrienti, che di solito si trovano in commercio abbinati ad altri frutti. Una nota catena della grande distribuzione, ad esempio, propone il mix aronia, more di gelso e rabarbaro essiccati.  

«Sono stato il primo a coltivare l’aronia in Emilia Romagna» sottolinea. E ci fa assaggiare il risultato, sia sotto forma di frutta secca sia di succo, come quello che intende iniziare a produrre dal prossimo autunno. E’ una bevanda dall’intenso colore rosso rubino; il sapore è leggermente amarognolo e al tempo stesso zuccherino, ma gradevole e dissetante, con un vago sentore di tabacco. «E’ il tannino» spiega Martelli.  

La scorsa estate il coltivatore ha anche avuto modo di testare la resistenza della pianta alla siccità. «Ho fatto solo qualche irrigazione di soccorso, ma ho notato che non ha avuto grossi problemi. Inoltre, in un primo tempo mi era stato detto che cresce meglio all’ombra; in realtà l’ombra non serve. Da fine agosto per tre mesi circa produce il frutto. Ho fatto anche le prove di conservazione e fuori frigo si mantiene anche per cinque mesi, un po’ come l’uva passa». L’arbusto varia da un’altezza di mezzo metro a un metro circa.

Il prossimo passo sarà cominciare a produrre anche confettura con il raccolto dell’annata 2018, nel laboratorio di trasformazione, avviato a fine dicembre utilizzando un contributo pubblico. «Grazie alla tecnologia della cottura in depressione, a 60 gradi anziché a 100 – dice mostrandoci l’ipianto – non usiamo pectina e le proprietà della frutta si mantengono meglio. Inoltre, siamo autosufficienti dal punto di vista energetico. La caldaia a legna esterna produce il vapore e i pannelli fotovoltaici l’energia elettrica necessari».  (lo.mi.) 

L’articolo completo su “sabato sera” del 26 aprile.

Nella foto Marco Martelli nel suo campo di aronia

Marco Martelli, l’agricoltore che sostituisce l’albicocco con l’aronia
Economia 27 Aprile 2018

Problemi coop. Cims, Domenico Olivieri (Aci): “Infondato il paragone con la Cesi”

Volumi più bassi, commesse più frazionate, contrazione degli appalti pubblici. A mettere in difficoltà la Cims è stato un insieme di cause. Domenico Olivieri, presidente dell’Alleanza delle cooperative italiane Imola, ha espresso alcune considerazioni in merito alla situazione della cooperativa di Borgo Tossignano e alle cause che l’hanno portata a ricorrere alla riduzione degli stipendi, provvedimento contestato nei giorni scorsi da Cgil e Cisl.

«A inizio anno è stato presentato ai soci un programma che prevede sacrifici per far fronte al calo di volumi verificatosi nel 2017, calo che si proietta anche nel 2018 – spiega Olivieri -. Lo scorso anno la Cims, oltre ad aver avuto commesse per un volume minore, ha avuto anche un maggior numero di commesse più piccole, che da un lato si traducono in costi, dato che la manodopera è comunque necessaria, ma in margini inferiori. E’ stato quindi chiesto ai soci di fare sacrifici nel 2018, per sperare di arrivare a recuperare fatturato e volumi nel 2019».

La delibera votata a fine gennaio applica la legge 142/2001, che rivede della legislazione in materia cooperativistica, con particolare riferimento alla posizione del socio lavoratore. La legge consente ai soci di una cooperativa di deliberare un piano di crisi della durata annuale, andando a disciplinare in che modo i soci stessi devono concorrere. «Cims ha chiesto ai suoi soci (circa 180 su un organico di 280 addetti, ndr) di utilizzare la legge – prosegue -. Non ha chiesto uno sforzo uguale per tutti, ma calibrato sulla base della capacità di ognuno di contribuire. Il provvedimento, che si applica ai soli soci, è stato approvato dalla maggioranza dell’assemblea (pare per soli quattro voti, ndr), anche se una parte non ha condiviso questa scelta. Sui soci che “tassano” loro stessi, l’assemblea è sovrana. La cooperativa si era rivolta anche ai lavoratori non soci. In questo caso l’adesione non può essere forzata e per i non soci serve un accordo in un ambiente protetto, con la negoziazione dei sindacati. Il sindacato fa la propria battaglia e ha il proprio ruolo, ora inizia la dialettica, vedremo nei prossimi giorni e mesi».

Olivieri smentisce con forza, però, che la crisi della Cims sia analoga a quella della Cesi, la cooperativa edile finita in liquidazione coatta amministrativa nel 2014. «Serve un reset e abbassare il volume. Questi accostamenti sono infondati e impropri – dice senza mezzi termini -. Qui stiamo parlando di una cooperativa più piccola della Cesi, che non ha l’esposizione che aveva la Cesi e che si è diversificata. La Cims ha sempre pagato tutti i lavoratori, i fornitori e le banche; ha attraversato questi anni di crisi senza chiedere niente a nessuno. Nel 2014 quando la Cesi è entrata in liquidazione, la Cims si è organizzata e strutturata per diventare lei stessa capofila, si è portata dentro le competenze necessarie per far fronte a determinati business».

Nel recente passato, inoltre, il fatturato della cooperativa di Borgo Tossignano è cresciuto sempre in maniera costante. Dai 20 milioni del 2013 è passata ai 39 milioni del 2016. «In un tempo rapido la Cims è andata a riempire un vuoto che si era creato – sottolinea Olivieri -. Nel 2017 i volumi di lavoro e gli appalti vinti sono stati insufficienti a mantenere il trend, ma le difficoltà riguardano solo un parte dell’azienda e non tutti gli ambiti di attività». Da qui la scelta attuata. «C’è parecchio offerta in giro, la cooperativa pensa di portare a casa del lavoro, ci sono appalti che vanno vinti. Se a fine anno il portafoglio ordini per il 2019 sarà soddisfacente, non ci sarà più bisogno di un piano lacrime e sangue». (lo.mi.) 

L’articolo completo su “sabato sera” del 26 aprile. 

Nelle foto Domenico Olivieri, presidente dell’Alleanza delle cooperative italiane Imola  

Problemi coop. Cims, Domenico Olivieri (Aci): “Infondato il paragone con la Cesi”
Economia 27 Aprile 2018

Undici medicinesi assunti grazie ai contributi comunali per le aziende

«Siamo soddisfatti del risultato raggiunto, la risposta delle aziende è stata molto buona e, anche per questo vogliamo riproporre un nuovo bando a breve». Dilva Fava, l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Medicina, commenta così l’esito del bando pubblicato lo scorso anno attraverso il quale l’ente locale si impegnava ad erogare un contributo a fondo perduto alle aziende che assumevano cittadini medicinesi per un periodo di almeno tre mesi. 

Nel dettaglio, il contributo era rivolto alle ditte che dall’1 aprile al 30 novembre 2017 avessero attivato contratti di lavoro dipendente di almeno 3 mesi (i contratti a tempo indeterminato danno più punteggio in gradutoria) per cittadini residenti nel comune di Medicina almeno dall’1 gennaio 2016. Per ogni assunzione a tempo pieno il Comune avrebbe erogato alle aziende un contributo di 300 euro al mese per un massimo di 12 mesi e per non più di due assunzioni di personale per ciascuna impresa. Il contributo diventava di 400 euro per assunzioni di persone disabili, in aggiunta alla quota obbligatoria per legge, senza fruizione di agevolazioni fiscali o contributi specifici. Per le assunzioni a tempo parziale (minimo 20 ore) l’entità del contributo sarebbe stata calcolata in proporzione. Raccolte le domande, l’ente locale ha stilato la graduatoria in cui rientrano 10 aziende e 11 assunzioni, questo perché la Fondazione Donati Zucchi ha partecipato con due dipendenti. In due casi si tratta di contratti a tempo inteterminato, in 5 situazioni sono proroghe di contratti già in essere. Nella maggior parte dei casi (8), inoltre, l’assunzione è a tempo pieno.  

«Inizialmente avevamo stanziato all’interno del Fondo di solidarietà 20 mila euro, una cifra alla quale abbiamo aggiunto altri 4.120 euro per coprire interamente i contributi alle aziende di Medicina che hanno assunto dei residenti – aggiunge l’assessore Fava -. Purtroppo, per mancanza di ulteriori fondi, sono rimaste escluse dal contributo altre tre aziende che non hanno la sede nel Comune di Medicina. La nostra intenzione, comunque, è pubblicare un altro bando analogo a breve, magari già nel mese di maggio». Questo tipo di contributo, introdotto nel 2013, era stato poi sospeso negli anni successivi in concomitanza con altri benefici e sgravi fiscali che erano stati introdotti per le aziende, a partire dalle agevolazioni legate al Jobs act. Nel 2017, però, l’Amministrazione comunale ha deciso di riproporlo. «Siamo consapevoli che è una goccia nel mare, comunque è dare una mano sia alle aziende che ai loro collaboratori» conclude l’assessore. (gi.gi.) 

Nella foto l’assessore Dilva Fava

Undici medicinesi assunti grazie ai contributi comunali per le aziende
Economia 25 Aprile 2018

La crescita degli investimenti sono l'effetto dell'Industria 4.0. I dati sull'andamento 2017 dell'Aci Imola

La parola «ripresa» non viene menzionata, ma i segnali che arrivano dal mondo cooperativo imolese lasciano ben sperare. «Continuiamo così! Tenendo conto che tra le nostre aziende c’è prudenza, i segnali sono molto positivi. Ma non vendiamo la pelle dell’orso…» commenta con cautela Domenico Olivieri, presidente dell’Alleanza delle cooperative italiane Imola (Aci Imola), presentando i dati che precedono la chiusura ufficiale dei bilanci del 2017 e le previsioni per il 2018.

Crescono, nell’ordine, export, fatturato e occupazione complessiva, ma il dato che salta agli occhi è quello degli investimenti, che nel 2017 è aumentato del 17%, superando i 68 milioni di euro, 10 milioni in più rispetto al 2016. «Più fatturato, maggiori possibilità di occupazione e investimenti fatti – sottolinea Olivieri -: i macro-indicatori sono positivi e di soddisfazione». La volontà e capacità di investire rivelano infatti il grado di fiducia delle aziende nel futuro, basti ricordare che negli anni neri della crisi gli investimenti avevano subito una brusca battuta di arresto. Oggi, dunque, non si naviga più a vista, anche se esistono ancora fattori di criticità, come, ricorda Olivieri «la situazione geopolitica mondiale e la guerra dei dazi che penalizzano chi esporta, o il tema degli appalti, pochi e al massimo ribasso, che incide su chi si occupa di servizi e sociale, o ancora la concorrenza dei discount per la grande distribuzione cooperativa».

L’analisi dell’Aci Imola, che riunisce sotto un’unica insegna gli associati a Legacoop e Confcooperative, ha preso in considerazione 55 cooperative su 111 aderenti (al 31 dicembre 2016), quelle in pratica più rappresentative in termini di fatturato, export, occupazione e, appunto, investimenti. Il numero degli addetti cresce di 150 unità: è passato da 7.424 a 7.574 (+2%). Tiene l’occupazione fissa (6.140 persone), ma si incrementano le altre forme contrattuali come tempi determinati, interinali, avventizi e Cocopro. «Il dato è influenzato dagli avventizi in agricoltura – motiva Rita Linzarini, funzionaria dell’Aci Imola – e dal lavoro interinale, a cui si ricorre per picchi di produzione nel corso dell’anno. Altre forme contrattuali, come l’apprendistato e le collaborazioni, vengono utilizzate come modalità per chi deve approcciare il mondo del lavoro, poi si tende a consolidare il rapporto, trasformandolo in tempo indeterminato». Anche le ristrutturazioni ancora in corso seguite alla crisi, soprattutto nel settore delle costruzioni e filiera, hanno inciso sul dato complessivo, ma oggi, si legge nella relazione dell’Aci di Imola, «lascia sperare in un possibile ulteriore miglioramento».

Segno positivo per il fatturato, che cresce del 4,59% e si attesta attorno a oltre 2 miliardi di euro. «Tenendo conto delle cooperative in liquidazione è un dato positivo» commenta Olivieri. Dopo la debacle del 2014, con le chiusure di Cesi e 3elle, infatti, finora i volumi non avevano recuperato quanto perso. «Il dato 2017 supera quello complessivo del 2013, a testimonianza di come le nostre cooperative siano state in grado non solo di mantenere le loro quote di mercato, ma siano riuscite a conquistare nuovi mercati» spiega la relazione dell’Aci. Bene anche l’export, che cresce del 5,8% e non riguarda solo le aziende manifatturiere che hanno la vocazione per l’estero, ma anche esempi come Clai, che cresce sul mercato internazionale. C’è inoltre la volontà delle cooperative di sfruttare le opportunità legate all’Industria 4.0, con investimenti in attività e formazione per le proprie risorse umane.

Questo spiega il 17% in più registrato alla voce investimenti. «Gli investimenti si mantengono su livelli medioalti – aggiunge Olivieri -. Le agevolazioni messe in campo dal Governo con il Piano Industria 4.0 hanno spinto le nostre cooperative a investire e innovare. Tutto questo è in linea con l’andamento delle imprese in Emilia Romagna, come ci dicono i dati della Camera di commercio di Bologna. Nel nostro piccolo, riverberiamo la tendenza regionale». Per quanto riguarda i singoli settori, segnali positivi vengono da Industria e Agroalimentare, meno bene invece il settore delle cooperative di abitazione, che continua a essere influenzato dalla crisi delle costruzioni e dall’assenza di politiche di sostegno alle giovani coppie per l’acquisto della prima casa. Unici segni negativi, infine, nel settore consumo e dettaglianti, dove il fatturato è stabile, ma l’occupazione scende del 2,5% sul 2016. In questo caso, a incidere in maniera negativa è «la concorrenza dei discount e la diminuita capacità di reddito delle famiglie» concludono dall’Aci di Imola.

lo.mi.

L”articolo completo su «sabato sera» in edicola dal 25 aprile.

Nella foto: Domenico Olivieri

La crescita degli investimenti sono l'effetto dell'Industria 4.0. I dati sull'andamento 2017 dell'Aci Imola
Economia 22 Aprile 2018

Il birrificio Claterna di Castel San Pietro recensito nella guida d'Italia 2019 di Slow Food

E’ stagione di importanti traguardi per il Birrificio Claterna. Dopo aver coronato il sogno di inaugurare uno stabilimento di proprietà sulle colline castellane, ora Pierpaolo Mirri e Alice Bucci si godono la soddisfazione di vedere la loro attività figurare tra le 597 aziende incluse nella Guida alle birre d’Italia 2019, l’autorevole pubblicazione biennale di Slow Food Editore che raccoglie il meglio del mondo brassicolo italiano.Nonostante fossero già comparsi nell’edizione 2017 come beer firm, questa è la loro prima volta in veste di birrificio vero e proprio. E la loro birra Nonno Gualtiero, la prima ad essere trasferita da Fabriano (dove la coppia noleggiava le apparecchiature per produrla) alla struttura di via Piana, è stata insignita del riconoscimento di Birra quotidiana, riconoscimento che si dà – spiega il sito di Slowine – a «quei prodotti che svettano sugli altri per la capacità del birrificio di valorizzare semplicità, equilibrio e piacevolezza», e che sono considerati i più «adatti a svolgere il ruolo di compagni di bevuta di ogni giorno».Ed è proprio la semplicità il fulcro della filosofia che sta dietro alla produzione del Birrificio Claterna.

«Per questa prima linea di bottiglie abbiamo puntato sulla “beveribilità”, ovvero quella caratteristica per cui, anche se ne bevi un litro, la voglia di bertene un’altra rimane, proprio perché è leggera e semplice», spiega Pierpaolo. «E’ bello aver ottenuto questo riconoscimento proprio con questa birra, una pils, che è così difficile da perfezionare e i cui eventuali difetti sono impossibili da nascondere a chi se ne intende. Per questo motivo l’approvazione di una giuria di esperti ci rende ancora più fieri del risultato raggiunto», aggiunge Alice.

Il percorso che li ha condotti fino a questo primo successo è stato lungo. Sia Pierpaolo che Alice, insieme da otto anni, si sono laureati in Scienze e Tecnologie alimentari, a Cesena. «Mentre frequentavamo i corsi – ricorda Pierpaolo – io sperimentavo creando birre con gli amici, ma senza grandi risultati. Poi, nel 2010, sono partito per la Finlandia con il programma Erasmus, dove ho lavorato per sette mesi nel birrificio del campus dell’università di agraria, presso Mustiala, frequentando contemporaneamente il corso da birraio di uno dei “guru” delle birre finlandesi, il professor Lassi Puupponen». L’esame finale era proprio la creazione di una birra artigianale. «Le birre migliori venivano poi vendute nel pub del campus».

Tornato a casa e laureatosi, Pierpaolo ha affinato ulteriormente le sue conoscenze della filiera produttiva brassicola (cioè relativa alla birra) presso la storica fabbrica di birra di Pedavena. Ed è allora che l’idea di produrre una propria birra artigianale ha iniziato a ronzare in testa alla coppia. «Avevamo la possibilità di riprendere in mano i terreni dell’azienda della mia famiglia, coltivandoli anche ad orzo – racconta Mirri -. Contemporaneamente siamo diventati soci del Consorzio italiano dell’orzo e della birra, una malteria consortile di Ancona, a cui tuttora affidiamo la fase della maltazione».

Nel 2014 l’esordio come beer firm. «Per produrre la nostra birra noleggiavamo l’impianto del birrificio agricolo Chiaraluce di Fabriano – spiega Alice -. Tre amici, Riccardo Trazzi, Giovanni Berti e Alessio Cavazza, che ci assistono tuttora, ci davano una mano ogni volta che potevano, così come i genitori di Pierpaolo, sempre presenti quando c’era da rimboccarsi le maniche».Così, piano piano, il sogno di costruire un proprio birrificio ha iniziato a prendere forma, fino all’inaugurazione del 30 settembre scorso. «Vedere e sentire l’apprezzamento e la partecipazione delle persone ci ha riempito di entusiasmo».

Il nuovo impianto ha legato ulteriormente il prodotto al territorio, unendo alla già avviata coltivazione dell’orzo la lavorazione fino alla bottiglia. D’altro canto, il filo rosso che collega il birrificio ai dintorni castellani si palesa nel nome stesso. «L’antica città di Claterna è un gioiello del nostro territorio», dice Alice. «Noi ci proponiamo di fare riscoprire il gusto autentico della birra, proprio come succede per Claterna, che sta lentamente tornando alla luce grazie a pazienti scavi archeologici», aggiunge Pierpaolo.

Per il momento, i due continuano a partecipare assiduamente a fiere, mercatini ed eventi per fare conoscere la loro birra e la loro storia, mentre un numero sempre maggiore di esercizi si interessa alla vendita dei loro prodotti: «Ci sono diversi locali che vendono birra Claterna tra Bologna e Forlì, ma anche nella provincia di Roma, e speriamo che con questo riconoscimento di Slow Food possano diventare ancora di più». (ri.ra.)

Nelle foto: Pierpaolo Mirri e Alice Bucci

Il birrificio Claterna di Castel San Pietro recensito nella guida d'Italia 2019 di Slow Food
Economia 20 Aprile 2018

Palazzo Dal Monte Casoni apre al pubblico per l'esposizione di prodotti della ceramica

La ceramica fa aprire al pubblico palazzo Dal Monte Casoni. Lo scorso 12 aprile, infatti, negli ambienti settecenteschi della storica dimora in via Emilia 34, di proprietà dell’economista Alberto Forchielli discendente della famiglia Dal Monte Casoni, è stata inaugurata l’esposizione permanente dei migliori prodotti dell’azienda ceramica La Fabbrica di Castel Bolognese, acquisita un anno fa dalla società di investimento Mandarin Capital Partners II, di cui Forchielli è partner fondatore. «Per me è una grande soddisfazione – spiega Forchielli, con voce per un attimo rotta dall’emozione – far vivere la casa della mia famiglia insieme a questo progetto, che mi prende molto emotivamente; è nella mia terra e mi motiva molto».

Obiettivo del fondo Mcp II è creare un polo italiano di produttori di ceramica di alta gamma, sotto l’insegna del gruppo Italcer. Nel 2017 oltre a La Fabbrica, sono state acquisite le aziende ceramiche Elios, di Fiorano Modenese, e Devon & Devon, di Sesto Fiorentino, specializzata negli arredi bagno di lusso. «Il settore ceramico è tremendamente frammentato, soprattutto in Italia – aggiunge – non cresce a tassi elevati, è necessario un consolidamento che non è mai stato fatto. Noi puntiamo a farlo e a fare altre acquisizioni. I mezzi finanziari sono assolutamente illimitati, fra noi e i nostri co-investitori c’è molto entusiasmo, non dicono mai di no. Le opportunità sono più rare, adesso bisogna fare passi importanti. Non posso negare che qualcosa bolla in pentola, però bisogna chiudere e arrivare a realizzare qualche centinaia di milioni di euro».

Le sale al piano terra e al piano nobile del palazzo imolese sono così diventate «centro di esposizione di eccellenza», uno scrigno di arte e storia che racchiude i prodotti innovativi dell’azienda di Castel Bolognese, ideatrice delle lastre ceramiche più grandi al mondo. Tradizione e tecnologia si fondono e si moltiplicano agli occhi dei visitatori in uno scenografico gioco di specchi. «Alberto Forchielli – commenta Graziano Verdi, amministratore delegato del gruppo Italcer – ha gentilmente concesso a La Fabbrica l’utilizzo di questo edificio storico di grande valore artistico e culturale, che impreziosisce ancor più i nostri materiali e ci regala uno showroom straordinario, assolutamente unico nel suo genere. Quest’anno abbiamo in previsione una crescita importante – dettaglia l’Ad – e un significativo investimento industriale, con un intervento da oltre 7 milioni di euro su Castel Bolognese per sviluppare tutti i grandi formati, fino alle preferente lastre. L’obiettivo è rompere il muro dei 50 milioni di euro di fatturato».

Palazzo Casoni sarà quindi aperto ai clienti, ma anche al pubblico, che potrà accedere ai locali finora inaccessibili. «Gli ambienti saranno aperti tutti i giorni, eccetto il sabato e la domenica, negli orari di ufficio» conferma Verdi. Per la visita, è comunque consigliabile contattare in anticipo l’azienda di Castel Bolognese al numero 0546/656911, chiedendo del referente dell’esposizione, Giovanni Prodi.

lo.mi.

L”articolo completo e la storia del palazzo Dal Monte Casoni su «sabato sera» del 19 aprile.

Nella foto (Isolapress): lo stemma gentilizio nel salone

Palazzo Dal Monte Casoni apre al pubblico per l'esposizione di prodotti della ceramica

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