Economia

Economia 16 Luglio 2019

Sulla prima pietra della nuova sede Teapak in costruzione in via Gambellara l'immagine del maestro Yogi Bhajan

Chi ben comincia è a metà dell’opera, dice un proverbio. La prima pietra della nuova sede di TeaPak è stata posata lo scorso 5 luglio nel cantiere che costeggia via Gambellara e via Bicocca. Un gesto simbolico, per il quale è stata organizzata una cerimonia a cui ha partecipato anche una delegazione di 19 rappresentanti della casa madre, il gruppo americano produttore di tisane biologiche e ayurvediche Yogi Tea, arrivati in abiti orientali e turbante tipico dei fedeli di religione Sikh. Di origine indiana era anche il fondatore del gruppo, Yogi Bhajan, maestro di yoga che nel 1968 si è trasferito negli Stati Uniti dove ha dato vita a un gruppo di aziende creando posti di lavoro per gli immigrati dall’India. Sue, non a caso, l’immagine e la citazione impresse sulla prima pietra: «Servire e ispirare attraverso i nostri prodotti e facendo il bene nel mondo». Un messaggio che racchiude la filosofia del gruppo, di cui Tea-Pak fa parte da vent’anni esatti. E una cerimonia connotata anche da aspetti interreligiosi: all’augurio in forma di preghiera della presidente del Consiglio di amministrazione di Yogi Tea, Sat Bachan, ha fatto seguito la benedizione del vescovo Tommaso Ghirelli.

A essere pignoli, non si trattava proprio della prima pietra. Sullo sfondo, infatti, si intuisce già la struttura del nuovo capannone da 12 mila metri quadri per il quale sono già stati posati nei giorni scorsi i pilastri portanti e una parete prefabbricata. I tempi infatti stringono: tutto dovrà essere ultimato entro il 10 febbraio 2020 e il conto alla rovescia è già partito. «Oggi festeggiamo uno storico traguardo – ha esordito Andrea Costa, fondatore e managing director di TeaPak -: TeaPak insieme a Yogi Tea hanno messo definitivamente radici a Imola». Se l’azienda è rimasta a Imola è anche grazie al progetto Manufacturing zone restart, voluto dall’ex assessore allo Sviluppo economico Pierangelo Raffini, presente alla cerimonia: «Con TeaPak – ha commentato con soddisfazione – abbiamo raggiunto l’obiettivo comune che poi era l’obiettivo della città: portare nuove imprese e consentire alle imprese esistenti diampliarsi, creando nuova occupazione. Tra l’altro TeaPak ha una “social responsability” elevatissima (tante le iniziative di solidarietà promosse dall’a-zienda in collaborazione con le associazioni di volontariato del territorio, Ndr) e circa il 75 per cento degli occupati sono donne».

L’attuale assessore, Patrik Cavina, non ha mancato di ringraziare la precedente Amministrazione comunale. «Il progetto che abbiamo ereditato prosegue – ha affermato – e abbiamo intenzione di aggiungere anche il tutor d’impresa. Inoltre, a settembre, saremo pronti a presentare al Tavolo delle imprese il nostro progetto Made in Imola, pensato per incentivare, promuovere e proteggere le aziende già insediate a Imola. Sarà una sorta di certificazione comunale da rinnovare nel tempo – anticipa – riservata alle aziende con determinati requisiti, un brand attraverso cui promuovere l’attività anche all’estero». La nuova sede comporterà un investimento di oltre 25 milioni di euro. (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» dell”11 luglio

Nella foto la cerimonia di posa della prima pietra

Imola

Sulla prima pietra della nuova sede Teapak in costruzione in via Gambellara l'immagine del maestro Yogi Bhajan
Economia 16 Luglio 2019

In Vallata si cercano colture alternative, a cominciare dall'aronia e dalle sue straordinarie proprietà nutrizionali e salutari

Non solo mirtilli, more, lamponi, ribes, fragoline, uva spina ma anche alkekengi, aronia, mora di gelso, kaskap, bacche di goji. Sono i superfood, prodotti considerati super-ricchi di nutrienti e super-benefici per la salute. Ma anche nuove opportunità per gli agricoltori che vogliono provare produzioni alternative. Un settore tutto in crescita. E ad esempio di ciò, la produzione di aronia sta crescendo anche nelle colline della vallata del Santerno. Un argomento che abbiamo trattato sulle pagine del «sabato sera» già l’anno scorso, ma, nel frattempo, l’attività è cresciuta, anzi, si è moltiplicata.

«Sono stato il primo a piantare aronia in Emilia Romagna – racconta Marco Martelli di Fontanelice -. Per decenni la coltura dell’albicocco è stata la più redditizia anche in una zona collinare come la nostra. Purtroppo, con l’ingresso di nuove varietà sempre più adatte alla pianura e coltivabili anche al sud d’Italia, le nostre produzioni sono passate in secondo piano. Oggi rendono meno, a fronte di costi più elevati e ad una produttività inferiore. Così, dopo aver vagliato tante ipotesi, mi sono deciso a mettere a dimora le prime piante di aronia». Il primo mezzo ettaro Martelli lo ha piantato nel maggio del 2017 e nell’estate dell’anno scorso ha raccolto 4 quintali di prodotto. «A marzo di quest’anno ne ho piantati altri sette ettari e i risultati li vedrò il prossimo anno. Ma prevedo una raccolta di frutti dai 20 ai 30 quintali».

Una coltura rustica, quindi meno condizionabile dai cambiamenti meteoclimatici. «L’aronia – conferma Martelli – è un arbusto che cresce in qualsiasi terreno e clima e non necessita di irrigazione. Non è intaccata da patogeni, quindi è adatta alla coltivazione biologica. Fiorisce ad aprile e ad agosto inizia a produrre il frutto, che comincia a maturare fra metà agosto e metà settembre. La raccolta è manuale». Dalle bacche, che si presentano a grappolo, simili al mirtillo, si ottiene un succo dalle ottime peculiarità nutraceutiche. Infatti è ricco di antiossidanti, polifenoli, flavonoidi, antociani e vitamina K. Quindi è utile per formare e mantenere robuste le nostre ossa, favorisce la circolazione del sangue e rinforza i vasi sanguigni, prevenendo le principali cause di problemi cardiovascolari. Previene la formazione di coaguli di sangue, riducendo così le possibilità di arteriosclerosi o indurimento delle arterie. Le bacche sono anche un’ottima fonte di fibre che aiutano la regolarità intestinale, promuovendo, allo stesso tempo, la perdita di peso naturale negli individui in sovrappeso. E molto altro. (al.gi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» dell”11 luglio

Nelle foto le bacche di aronia e la pianta in fiore

In Vallata si cercano colture alternative, a cominciare dall'aronia e dalle sue straordinarie proprietà nutrizionali e salutari
Economia 16 Luglio 2019

Vespa cinese, per salvare castagni e raccolti occorre preservare l'equilibrio tra il parassita e il suo antagonista naturale

Rieccolo il Dryocosmus kuriphilus, il cinipide parassita del castagno arrivato dal nord della Cina, meglio noto come vespa cinese. In Europa questo parassita non era presente fino al 2002, anno in cui fu accidentalmente introdotto in Italia, in una zona a sud di Cuneo. E oggi è segnalato in varie regioni italiane, tra cui l’Emilia Romagna. «Abbiamo ricevuto segnalazioni un po’ da tutta la regione in merito alla presenza della vespa cinese», conferma Giovanni Benedettini fitopatologo del Servizio fitosanitario della Regione Emilia Romagna che, insieme al collega Massimo Bariselli, è intervenuto all’incontro svoltosi qualche settimana fa a Castel del Rio, proprio per parlare delle problematiche del castagno.

Il cinipide adulto è simile ad una piccola vespa, lunga circa 2,5 millimetri. Attacca sia il castagno europeo, selvatico o innestato, sia gli ibridi euro-giapponesi. E’ un insetto galligeno in quanto induce la comparsa di galle su germogli e foglie delle piante infestate, ovvero ingrossamenti tondeggianti tendenti al rossastro nei quali la sua larva compie il ciclo vitale. Per contrastare la diffusione della vespa cinese, la Regione Emilia Romagna ha introdotto prescrizioni obbligatorie e dal 2009 ha avviato un progetto di lotta biologica basato sull’introduzione del parassitoide Torymus sinensis, un imenottero. Lotta biologica col Torymus già sperimentata con successo in Giappone, dove ha portato ad una riduzione delle infestazioni al di sotto della soglia di danno nell’arco di una decina d”anni.

Un equilibrio tra parassita e parassitoide che si sta raggiungendo anche qui da noi. «Ormai il cinipide si è inserito nell’ecosistema castagneto e, con esso, il suo antagonista, il Torymus sinensis – conferma Elvio Bellini, uno dei maggiori esperti nazionali del settore castanicolo e coordinatore del centro studi di Marradi -. Entrambi convivono ormai in equilibrio e noi dobbiamo favorire nel migliore dei modi questo raggiunto equilibrio, per esempio evitando di bruciare il materiale di potatura che contiene galle secche, nelle quali la larva compie il ciclo vitale, ma dove è certamente presente anche il Torymus». Non a caso le misure di contrasto alla diffusione del parassita vietano il taglio delle galle, specialmente in autunno, al fine di favorire l’azione del Torymus, le cui larve si cibano delle larve di Dryocosmus. A quanto pare, invece, si sta diffondendo l’abitudine di distruggerle. «Purtroppo – conferma Benedettini – dobbiamo rilevare che, in particolare nei boschi di Castel del Rio, c’è una non ottimale gestione del materiale di risulta delle potature del castagno. I rami e le foglie con le galle secche, contenenti la vespa ma anche il loro antagonista, in alcuni casi sono stati bruciati e a morire è stato proprio chi dovrebbe aiutare a sconfiggere il malefico parassita che, nel frattempo, può essere già volato via. Le potature – esorta – vanno conservate almeno due anni».

A suggerire buone norme per la conservazione del materiale di potatura è anche Sergio Rontini, titolare, insieme alla figlia Monia, dell’azienda agricola Il Regno del Marrone, a Castel del Rio, dove coltiva più di 50 ettari di castagneti. «Si è parlato della dannosità della bruciatura – racconta – anche nel corso del settimo convegno nazionale sul castagno, organizzato dalla Fondazione Edmund Mach e dalla Società di ortoflorifrutticoltura italiana, che si è svolto dall’11 al 14 giugno a Pergine Valsugana, in provincia di Trento, e dove ho partecipato anche in veste di vicepresidente del Consorzio castanicoltori di Castel del Rio. Speriamo che le cose cambino, altrimenti a rischiare il raccolto siamo tutti. Bruciare vuol dire far impoverire il terreno, danneggiare le coltivazioni vicine e la montagna in generale». (al.gi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 4 luglio

Nella foto le galle rossastre che contengono le larve della cosiddetta vespa cinese

Vespa cinese, per salvare castagni e raccolti occorre preservare l'equilibrio tra il parassita e il suo antagonista naturale
Economia 10 Luglio 2019

Aerospaziale e packaging eco, l'Università di Bologna punta sulla Curti (che ha inventato l'elicottero con il paracadute)

E” stato firmato in questi giorni un accordo quinquennale tra l’Università di Bologna e la società Curti Costruzioni Meccaniche, nata a Imola e con sede ora a Castel Bolognese, finalizzato a lavorare su progetti e attività di ricerca e consulenza, dottorati di ricerca e industriali, assegni di ricerca, tirocini e tesi di laurea. L”accordo non si riferisce solo all’ambito delle macchine automatiche, ma anche ad altre divisioni di interesse della Curti (packaging con materiali alternativi plastic-free, co-engineering, wire processing, aerospace ed energia), che prevedono il coinvolgimento di diversi dipartimenti dell”ateneo bolognese (Chimica, Ingegneria, Centri interdipartimentali sui Materiali e Aerospaziale, Scienze Statistiche e Matematica, Economia, Fisica).

Il rapporto tra Università di Bologna e Curti Industries è già in essere già da diversi anni e ha permesso di attivare diversi tirocini nell’ambito progettazione e produzione, economico e logistico, ma anche ad assegni di ricerca e progetti di ricerca altamente innovativa commissionata con docenti dell’Alma Mater. Il nuovo accordo dunque ha l”obiettivo di consolidare il rapporto, attraverso nuove forme di collaborazione mirate a realizzare progetti multidisciplinari, con particolare riguardo ai settori aerospace e materiali innovativi per il packaging nell’ambito trasversale dell”economia circolare. 

La storia della Curti è cominciata nel 1955, quando Libero Curti fondò a Imola la Ompi (Officina meccanica di precisione Imola), che realizzava parti e macchine in conto terzi, nei settori tessile ed agricolo. L”azienda crebbe poi rapidamente: nel 1968 nacque il nuovo stabilimento a Castel Bolognese e l’azienda assunse l’attuale denominazione. Oggi la Curti Industries opera attraverso sei divisioni strategiche di business, 12 società partecipate e controllate e il gruppo conta oltre 500 dipendenti. A Castel Bolognese l”azienda produce macchine automatiche e sotto-assiemi complessi per diverse applicazioni industriali. Inoltre, è specializzata nella progettazione e produzione di macchine automatiche (settore alimentare e farmaceutico) e nel settore aerospaziale, dove da oltre trent’anni realizza componenti e gruppi in leghe pregiate per velivoli civili e militari.

Sempre nell’aerospace ha appena completato il progetto di Zefhir, un elicottero biposto interamente progettato e realizzato in Curti. Zefhir è diventato famoso anche per l”invenzione di un paracadute collegato all”elicottero, una dotazione di sicurezza per ora unica nel suo genere. A raccontarlo ieri anche i tg nazionali, Studio Aperto su Italia1 l’ha
defino “una dotazione di sicurezza “per ora unica nel suo genere”.

Il gruppo è leader mondiale nella costruzione di linee automatiche per la lavorazione di cavi elettrici (settore automotive ed elettrodomestici) e, nel campo dell”economia circolare, fornisce soluzioni innovative per la produzione di energia e recupero di materiali, con gassificatori e piro-gassificatori. (r.cr.)

Nella foto la visita di una delegazione del Pd alla Curti: da sinistra il vicepresidente della Curti Nabore Benini, l”amministratore delegato Alessandro Curti, l”ex eurodeputata Isabella De Monte e il senatore Stefano Collina

Aerospaziale e packaging eco, l'Università di Bologna punta sulla Curti (che ha inventato l'elicottero con il paracadute)
Economia 8 Luglio 2019

Crisi Wegaplast, depositata al Tribunale di Bologna di ammissione al concordato preventivo

I debiti accumulati, e la conseguente carenza di liquidità con cui la Wegaplast sta facendo i conti da un po’ di tempo a questa parte, hanno spinto il Consiglio di amministrazione della storica azienda di via I Maggio, specializzata nello stampaggio di articoli in plastica, ad inasprire le contromisure messe in campo da inizio 2019 per tornare ad una situazione di tranquillità finanziaria e produttiva. Lunedì 1 luglio ha infatti depositato presso il Tribunale di Bologna la richiesta di ammissione alla procedura di concordato preventivo secondo quanto previsto dall’ex articolo 161, comma VI, della legge fallimentare (il cosiddetto concordato «in bianco»), al fine di poter predisporre un piano da sottoporre ai creditori. Oppure, in alternativa, ottenere la ristrutturazione del debito ai sensi dell’articolo 182/bis, primo comma, sempre della legge fallimentare.

Quella che si sta giocando è una partita non priva di incognite, e di insidie, il cui risultato positivo è tutt’altro che scontato e tutto da guadagnare. E in via I Maggio ne sono consapevoli. Ma la determinazione pare non mancare. «La Wegaplast intende preservare i propri asset di valore e, in parti-colare, la continuità aziendale, garantendo che le attività produttive e commerciali proseguano regolarmente sulla base dei contratti in essere e, conseguentemente, venga preservata l’occupazione ai massimi livelli compatibili con il piano», spiega la proprietà.

Una storia aziendale, quella di Wegaplast, iniziata nel lontano 1952, a Imola, col nome di Impi. Oltre sessant’anni trascorsi da contoterzisti sull’ottovolante del mercato, producendo per settori diversissimi e adattandosi alle necessità dei clienti. Vivendo momenti di indubbio prestigio, come la collaborazione con il gruppo Castelli, allora leader mondiale dell’arredo per uffici, sfociata nella realizzazione di modelli di design (su tutti la famosissima sedia Pilia, esposta al Museum of Modern Art di New York). O come la creazione degli stampi per i seggiolini da installare negli stadi italiani che ospitarono le partite dei mondali di calcio del 1990 e lo stampaggio delle sedute che vennero poi montate all’Olimpico di Roma, San Siro di Milano, Marassi di Genova e San Paolo di Napoli.

Momenti belli alternati a momenti bui, come la grande crisi planetaria iniziata nel 2008 che fece scomparire commesse e clienti dall’oggi al domani. Oltre mezzo secolo trascorso tuttavia in un continuum produttivo che ha comunque permesso alla Wegaplast di passare da piccola realtà da 15-20 addetti qual era nel 1952 ai 115 attuali (ma in un recente passato sono stati anche molti di più). L’attività di Wegaplast si basa fondamentalmente sullo stampaggio di materiali termoplastici per conto terzi e sullo sviluppo di tecnologie ad esso dedicate, ad iniziare dalla costruzione degli stampi per lo stampaggio degli articoli.

Lo stabilimento principale è situato nella frazione dozzese di Toscanella. Però, in ossequio al mantra aziendale («Resistere oggi non basta, bisogna reagire», spiegava nel 2015 Massimo Ponzellini), Wegaplast ha reagito alle difficoltà rilanciando gli investimenti. Ha aperto uno stabilimento nella vicina zona industriale di Budrio. E come fanno un po’ tutte le aziende contoterziste in tempi di globalizzazione, quando i clienti importanti delocalizzano le produzioni all’estero bisogna seguirli. Così nel 2013 Wegaplast ha costituito una società in Polonia (Wega Polska), con l’ambizione di aprirne anche una seconda. Più una girandola di acquisizioni di partecipazioni in altre società: come la Pcr di Bernareggio e la Energy glass di Cantù, a cui ha conferito il ramo d’azienda (bre-vetto e impianti) per la produzione di Wegalux, la tegola fotovoltaica progettata in casa. Molti investimenti che, unitamente alla insufficiente redditività dell’attività contoterzistica, hanno però finito per appesantire via via i conti aziendali, complicando il rapporto con i fornitori di materie prime, fondamentali per garantire la continuità produttiva quotidiana e rendendo necessario il varo, a inizio anno, di un piano di ristrutturazione e di rilancio. (r.cr.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 4 luglio

Nella foto esterno della sede Wegaplast a Toscanella

Crisi Wegaplast, depositata al Tribunale di Bologna di ammissione al concordato preventivo
Economia 5 Luglio 2019

Partono i saldi estivi, le regole per i commercianti e i consigli agli acquirenti per fare acquisti sicuri

Al via da domani, sabato 6 luglio, i saldi estivi che si concluderanno il 4 settembre. Due mesi nei quali centinaia di punti vendita di diversi settori merceologici (tessile, abbigliamento, calzature, accessori, elettronica e oggetti per la casa) proporranno la loro merce a prezzi, appunto, di saldo. Come ogni anno si tratta di un periodo molto atteso, sia dai commercianti che dai consumatori. «C”è molta attesa visto l’andamento non particolarmente brillante delle vendite nel periodo primaverile, a causa di un clima avverso che non ha invogliato la clientela all’acquisto di capi estivi, facendoci così saltare la stagione», conferma il presidente di Confcommercio Ascom Imola Gianluca Alpi. Per questa ragione, prosegue Alpi, «vi sarà maggiore offerta inizialmente in quanto molta merce del campionario dei negozi è rimasta invenduta. Auspichiamo che il periodo dei saldi possa confermare la fiducia dei consumatori».

Anche in questa occasione l”Ascom propone l”operazione “Saldi Tranquilli”, una campagna che si rivolge sia ai consumatori, ai quali si forniscono informazioni sulle norme che regolano il corretto svolgimento dei saldi, sia agli operatori commerciali, che troveranno in associazione uno specifico sportello cui rivolgersi (dal lunedì al venerdì ore 9.30-12.30, tel. 0542 619611, e-mail saldi@ascomimola.it).  

Ecco dunque che Confcommercio Ascom Imola ripropone, a beneficio di tutti gli interessati, il “decalogo” da tenere a mente per una stagione all”insegna degli acquisti “sicuri”, ricordando a tutti innanzitutto che, per snellire le procedure a carico delle imprese, la delibera regionale n. 1780 del 2 dicembre 2013 ha eliminato l”obbligo della comunicazione ai Comuni (e per Bologna ai Quartieri) relativa ai saldi di fine stagione da parte degli operatori.

Prodotti in vendita – I capi in saldo devono avere carattere stagionale o di moda, oltre che essere soggetti a notevole deprezzamento se non venduti entro un certo periodo di tempo. Nulla vieta, tuttavia, di porre in vendita anche capi appartenenti non alla stagione in corso.

Esposizione dei prezzi – E” obbligatorio esporre al pubblico il prezzo iniziale di vendita, la percentuale di sconto e il prezzo scontato finale.

Pubblicità – La durata dei saldi deve essere indicata in tutte le pubblicità comunque e dovunque realizzate. Sul punto vendita possono comparire una sola volta purché in maniera “evidente” e leggibile dall”esterno. Le asserzioni pubblicitarie devono essere chiare e non indurre in equivoco.

Pagamenti elettronici –  Le carte di credito devono essere accettate da parte del negoziante qualora sia esposto nel punto vendita l”adesivo che attesta la relativa convenzione. E” previsto invece l”obbligo di accettazione dei pagamenti tramite pos (bancomat-carte di debito).

Disposizione della merce – Per non indurre il consumatore in errore, le merci offerte in saldo devono essere esposte in maniera inequivocabilmente distinta e separata da quelle non in saldo. Nel caso la separazione non sia praticabile, la vendita ordinaria viene sospesa.

Prova dei capi – Non c’è obbligo di fare provare i capi al cliente, perché si tratta di una possibilità rimessa alla discrezionalità del negoziante.

Cambi di prodotti acquistati in saldo – La possibilità di cambiare il capo dopo che lo si è acquistato è generalmente lasciata alla discrezionalità del negoziante, a meno che il prodotto non sia danneggiato o non conforme. In questo caso scatta l”obbligo per il negoziante della riparazione o della sostituzione del capo e, nel caso ciò risulti impossibile, la riduzione o la restituzione del prezzo pagato. Il compratore è però tenuto a denunciare il vizio del capo entro due mesi dalla data della scoperta del difetto. (r.cr.)

Partono i saldi estivi, le regole per i commercianti e i consigli agli acquirenti per fare acquisti sicuri
Economia 5 Luglio 2019

La Coldiretti propone un Consorzio per tutelare l'albicocca in vallata, la Cia pronta a collaborare

E’ un’annata difficile per l’albicocca, il frutto più tipico della vallata del Santerno. L’allarme è lanciato dalla Coldiretti di Bologna, che ricorda gli inconvenienti legati al clima (la grandinata del 2017, la gelata del 2018 e il maltempo di maggio 2019) e segnala il rischio che la stagione in arrivo sia l’ennesima con prezzi non all’altezza. «Il trend degli ettari coltivati ad albicocco nella vallata è preoccupante – dicono dall’associazione -. Dai 1052 ettari del 2015 si è scesi a 967 nel 2018, con un calo dell’8%». La presidente, Valentina Borghi, aggiunge: «Per gli agricoltori del nostro territorio non è facile pensare a produzioni diverse per sostituire l’albicocco. La scelta di spiantare per riconvertire il terreno a seminativi costituisce per molti versi un passo indietro: perderemmo una tradizione importante, valore aggiunto e soprattutto posti di lavoro. Il volume di lavoro perso corrisponderebbe a più di 6000 giornate lavorative». 

La Coldiretti Bologna una soluzione ce l’avrebbe e la propone: creare un consorzio che valorizzi e tuteli un prodotto non solo caratteristico del territorio, ma vera e propria eccellenza agroalimentare. Una proposta subito raccolta dalla Cia di Imola, che attraverso il presidente Giordano Zambrini si dice pronta a collaborare per la costituzione di un Consorzio di valorizzazione dell’albicocca. «Serve un patto tra le associazioni agricole per tutelare al meglio gli associati del nostro settore frutticolo e vitivinicolo sempre più in difficoltà – sottolineano alla Cia -. Nei giorni scorsi anche Cia Imola aveva sollecitato i suoi vertici, a livello regionale e nazionale, per l’apertura di un tavolo di confronto sulla differenza insostenibile tra i prezzi della frutta pagati alla produzione e quelli al consumo, superiori di 5-6 volte, sottolineando l’enorme difficoltà dei produttori che si trovano nelle condizioni di estirpare i frutteti e trovare colture alternative». Ecco allora che «collaborare per la creazione di un consorzio dell’albicocca della valle del Santerno sarebbe un primo e importante passo avanti verso una cooperazione più ampia tra associazioni, con l’obiettivo di tutelare le nostre produzioni di qualità e i produttori», dichiara Zambrini.

Ma il presidente della Cia allarga il discorso a tutto il comparto frutticolo, perché «non è solo la produzione di albicocche a essere in crisi, ma un intero sistema produttivo. Stiamo soffrendo per i mutamenti del clima, capaci di alterare pesantemente le produzioni e ancor di più per la concorrenza su mercati internazionali dove arriviamo in maniera non aggregata». L’associazione ricorda inoltre l’invio, nei mesi scorsi, di una serie di proposte e idee finalizzate a superare una fase di continua concorrenza fra i sindacati agricoli. «Non importa se un produttore ha scelto di essere socio di Cia, Coldiretti o Confagricoltura – conclude Zambrini – se è in crisi, se non riesce a fare reddito con i suoi prodotti, se è costretto ad abbandonare una coltura sulla quale aveva investito le sue risorse, va tutelato. Gli interessi delle aziende agricole devono venire prima di tutto, anche delle “rivalità” che hanno sempre contraddistinto il rapporto con Coldiretti. Si tratta di una questione di primaria importanza perché la crisi, che sta diventando strutturale, è un pericoloso nemico comune che rischia di modificare il nostro sistema agricolo e provocare l’abbandono della terra. Un nemico così potente che non si può affrontarlo divisi». (r.cr.)

La Coldiretti propone un Consorzio per tutelare l'albicocca in vallata, la Cia pronta a collaborare
Economia 4 Luglio 2019

Trony riapre il punto vendita di Imola, buone notizie anche per i lavoratori

Oggi Trony ha riaperto i battenti a Imola, a poco più di quatto mesi dall’incendio che lo scorso 23 febbraio ha reso inagibile il magazzino e il negozio contiguo tra via Serraglio e via Donati. I 1.700 metri quadri del punto vendita sono stati totalmente rinnovati e forte di un’offerta di 14.000 referenze che spaziano sull’intero format Trony: dall’audio/video alla telefonia, dalla fotografia ai videogame, dai climatizzatori agli elettrodomestici grandi, piccoli e da incasso.

Una buona notizia sembra arrivare anche dal fronte dell”occupazione. Dopo l’incendio e la chiusura forzata, i lavoratori erano stati ricollocati nei Trony di Bologna, Cesena e Faenza. Ora torneranno a Imola e si aggiungeranno altre nove assunzioni, fanno sapere dall”azienda, portando così a 22 unità l’organico complessivo del punto-vendita, che appartiene a Dml Spa. La società di Faenza (socia del gruppo imprenditoriale milanese Gre, Grossisti riuniti elettrodomestici) che conta oggi 26 negozi, di cui 5 in Emilia Romagna, regione ad alto interesse per quanto riguarda gli sviluppi futuri dei punti vendita a marchio.

Per quanto rigaurda l”incendio, al momento non si sa ancora nulla di preciso: “Per i danni siamo ancora in fase di stima – dicono dall”azienda – e per le cause dell’incendio le indagini sono in corso”. (r.cr.)

Trony riapre il punto vendita di Imola, buone notizie anche per i lavoratori
Economia 4 Luglio 2019

Posa della prima pietra per la nuova sede Teapak che sarà realizzata dalla Cefla in via Gambellara

Fervono i lavori di urbanizzazione dei terreni dove sorgerà il nuovo stabilimento della TeaPak. Intervento prodromico sia alla modifica del contiguo incrocio tra le vie Gambellara e Bicocca, ove verrà realizzata (entro l”anno) una rotonda, sia all”avvio della costruzione vera e propria della nuova sede, la cui posa della prima pietra avrà luogo venerdì 5 luglio, con una cerimonia alla quale prenderanno parte Sat Bachan e Giancarlo Marcaccini, rispettivamente presidente e amministratore delegato di Yogi Tea, l”importante gruppo statunitense a cui fa capo la TeaPak.

La storia di quest”ultima azienda inizia in un garage di Imola, nel 1991, quando Pio Costa, che lavorava all”Ima di Ozzano Emilia, lanciò una sfida al figlio Andrea, che studiava meccanica all”Itis Francesco Alberghetti: acquistare due macchine imbustatrici non più funzionanti, da revisionare e rimettere in funzione. Sfida che venne accettata, così Andrea trascorse i mesi estivi smontando e rimontando ingranaggi complicati, col solo ausilio dei disegni. Il caso volle che di lì a poco Pio entrasse in contatto con un”azienda inglese che stava cercando un confezionatore di tè alla pesca. Le due macchine revisionate vennero quindi trasferite in un capannone in via dell”Agricoltura, idoneo ad ospitare due linee di confezionamento complete. Così Andrea, oggi direttore generale della TeaPak, cominciò ad imbustare con le macchine che lui stesso aveva revisionato. Era il 25 ottobre 1991.

Poi arrivò l”incontro con Yogi Tea, nota azienda di tisane ayurvediche fondata nel 1969 da Yogi Bhajan, maestro indiano di fede Sikh e cominciò un rapporto collaborativo che non si è più interrotto, ma si è fatto via via più stretto, fino al 1999, quando TeaPak è entrata a far parte del gruppo Yogi Tea. Nel 2001, per fare fronte alla crescente produzione, TeaPak si è poi trasferita in via Colombarotto, ingrandendosi sempre più e facendo proprie sempre più fasi del ciclo produttivo, fino al 24 marzo 2011 quando è venuto alla luce il primo lotto di miscela prodotto interamente in TeaPak. E siamo all”oggi. Il progetto di nuova sede è stato messo a punto da TeaPak in collaborazione con lo studio bolognese Open Project. E per la sua realizzazione è stata scelta la Cefla, che si è aggiudicata la commessa nel ruolo di general contractor (alla gara hanno partecipato 14 aziende italiane e 2 straniere). Ecco perché alla posa della prima pietra non potrà mancare Gianmaria Balducci, fresco di riconferma nella carica di presidente della storica cooperativa imolese. (r.cr.)

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Nella foto Isolapress il cantiere di via Gambellara

Posa della prima pietra per la nuova sede Teapak che sarà realizzata dalla Cefla in via Gambellara
Economia 3 Luglio 2019

Confcooperative, il neopresidente Luca Dal Pozzo: «Imola sta perdendo la capacità di fare leadership»

Luca Dal Pozzo, presidente del gruppo cooperativo sociale Solco Imola, è stato eletto presidente di Confcooperative del circondario imolese, prendendo il posto di Giovanni Bettini, presidente della Clai. La struttura associativa subprovinciale è costituita da una quarantina di realtà che contano 8.000 soci, 3.000 addetti, un patrimonio di oltre 400 milioni di euro e capaci di sviluppare un fatturato di circa 600 milioni di euro (con una quota legata all’export del 30%).

Ad aprile 2018 è stato confermato per altri quattro anni presidente di Federsolidarietà Emilia Romagna. Allora disse: «La società odierna, nel pieno di un cambiamento epocale, ha bisogno ancor più di prima di cooperazione sociale. In questi 30 anni dal riconoscimento legislativo delle nostre imprese abbiamo saputo dare risposte alle necessità emerse nei territori della regione. Ora però siamo chiamati a un cambio di passo: non essere più solo fornitori di servizi e di manodopera alla committenza pubblica, ma sempre più co-protagonisti nella progettazione delle politiche di welfare, aperti alle sfide del mercato».
«In quell’occasione facevo riferimento ad una visione più regionale, in cui Imola peraltro si distingueva per avere maggiormente sviluppato il proprio welfare locale attraverso meccanismi di sussidiaretà, in cui il privato, in particolare la cooperazione sociale, ha saputo esprimere una propria capacità di offrire servizi sia in una logica di domanda sussidiata dal pubblico, sia in una logica totalmente privata. Una peculiarità poco riscontrabile altrove, perché la storia della nostra regione ha visto un prevalente intervento nel welfare con denaro pubblico. Imola, invece, ha saputo creare nel tempo un sistema solidaristico a cui concorrono la componente pubblica e quella privata nelle sue varie componenti. Un modello, quello imolese, che ha funzionato bene e che, a mio parere, meritava di essere copiato. Di qui la mia esortazione di un anno fa».

Si torna sempre lì: alla capacità che Imola ha saputo esprimere, anche in tempi recenti, nell’elaborazione di propri modelli distintivi e di successo. Però Imola ha perso la sua centralità tra l’Emilia e la Romagna, divenendo periferia dell’area metropolitana di Bologna da un lato e della Romagna agroalimentare dall’altro…
«La progressiva perdita della capacità di fare leadership è palpabile. Però, nel dare un giudizio, una cosa è il sistema territoriale e una cosa sono le singole realtà che qui hanno sede. Imola, storicamente, è sempre riuscita a promuoversi e ad accreditarsi come sistema territoriale. Ebbene, oggi il sistema Imola è in affanno. E’ evidente a molti, se non a tutti. Diversamente, se guardiamo alle singole eccellenze, queste si sono integrate o si stanno integrando positivamente coi due sistemi limitrofi: quello bolognese e quello romagnolo. Però l’integrazione delle singole realtà porta benefici limitati alla loro sfera di intesse e non all’intero territorio. Il che è un limite».

Quale priorità per il territorio imolese?
«La sanità, con tutto il welfare che ci sta dietro, è sicuramente un fattore competitivo che Imola deve preservare perché non è accettabile che ci si debba recare a Ravenna, a Faenza o a Bologna non per necessità specialistiche bensì per ricevere prestazioni ordinarie. E questo chiama in ballo i rapporti con Bologna. Bologna è sicuramente l’hub regionale. Imola può esserne la periferia oppure avere anche voce in capitolo nella definizione delle strategie e parte attiva nella loro concretizzazione. L’università, ad esempio, ha rappresentato una importante molla di sviluppo per Forlì, che è una città non molto più grande di Imola, il che richiama il tema della riqualificazione dell’Osservanza. Però, per confrontarsi alla pari con Bologna, occorrono condizioni che oggi non vedo». (fu.an.) 

L’intervista completa sul “sabato sera” 27 giugno. 

Nella foto Luca Dal Pozzo 

Confcooperative, il neopresidente Luca Dal Pozzo: «Imola sta perdendo la capacità di fare leadership»

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