Economia

Economia 19 gennaio 2018

La Sacmi ha conquistato il mercato brasiliano della ceramica. Intervista al direttore generale Gaddoni

La Sacmi è presente nel Paese sudamericano dal 1969, arrivando ad occupare il 90% di questo immenso mercato (il Brasile è il secondo produttore mondiale di piastrelle). La persona più indicata per parlarci della situazione d”oltreoceano è senza dubbio Ermes Gaddoni, classe 1951, bubanese di nascita, perito industriale, ed entrato nel gruppo Sacmi nel 1972. Dal 1994 è direttore generale di Sacmi do Brasil. e in questi 23 anni ha trascorso la maggior parte del suo tempo in Brasile.

Come vede oggi la situazione del Paese?

«Il Brasile sta vivendo un momento di grave crisi a livello istituzionale e politico. La corruzione del Paese è endemica e capillare. Lula, socialista e terzultimo Presidente, è sotto processo per corruzione mentre per lo stesso motivo la Presidente Dilma Roussef, che lo aveva sostituito al termine dei suoi due mandati, è stata destituita. Ma anche l’opposizione non è da meno: lo sfidante della Roussef, nelle
ultime elezioni presidenziali, Aecio Neves, che era stato sconfitto di
strettissima misura, è anch’esso accusato di una impressionante serie di
malefatte. Per non parlare di Temer (Partito del movimento democratico
brasiliano), l’attuale Presidente che ha sostituito la Roussef, su cui
circolano voci assai imbarazzanti. Insomma, nessuno si salva. La
magistratura opera con determinazione e arresta corrotti ogni giorno, ma
è come cercare di vuotare il mare con un secchiello».

E la situazione economica com’è?

«Quattordici anni a conduzione “socialista” (8 di Lula e 6 della Roussef) hanno migliorato, specie i Governi guidati da Lula, le condizioni di vita degli strati più poveri della popolazione con provvedimenti di aiuto alle famiglie, di contrasto alla povertà, di miglioramento dei servizi alle persone e sostenuto le imprese facilitando crediti e finanziamenti a tassi super agevolati, generando milioni di nuovi posti lavoro e riducendo la disoccupazione ai minimi storici del Brasile. Ciò ha creato una certa “euforia della spesa”, da sempre compressa nelle classi più deboli che, unitamente ad una troppo facile concessione del credito, ha fatto volare i prezzi e l’inflazione, dando luogo ad una bolla speculativa del tipo di quella dei subprime che nel 2007-2008 diede il via negli Stati Uniti a quella crisi dalla quale noi italiani non siamo ancora usciti. Tanto per fare un esempio, l’edilizia è quasi totalmente bloccata e vi sono molte centinaia di migliaia di case e di appartamenti invenduti che mettono in crisi banche e imprese. L’occupazione è calata del 15 per cento e le attività informali, che si erano ridotte, sono riesplose».

Quale è la presenza della Sacmi sul mercato brasiliano?

«Siamo presenti nel Paese fin dal 1969, prima con una modesta struttura, poi via via in modo più consistente. Nei primi mesi del 2001 è stato acquisito nella città di Mogi Mirim, a 160 chilometri da San Paolo, un terreno di 47.000 metri quadri sul quale è stato costruito lo stabilimento industriale di Sacmi do Brasil, con 9.500 metri quadri di capannoni e 1.200 metri quadri fra uffici e magazzini. Qui produciamo forni ed essiccatoi per l’industria ceramica locale e forniamo ricambi e assistenza tecnica: un forno, largo da 2,6 a 3,25 metri, può arrivare fino a 260 metri di lunghezza; quando il mercato tira ne possiamo produrre fino a 6 linee all’anno. Il fatturato, quando il mercato è in espansione, può raggiungere per Sacmi do Brasil un controvalore di circa 30 milioni di euro, più circa 60 milioni fatturati da Sacmi Imola. I dipendenti vanno dai 120-125 nei momenti buoni ai 42 di oggi, momento di stasi».

Quale è la dimensione del settore ceramico? E quale è la vostra «presa» su questo mercato?

«In Brasile vi sono circa 60 gruppi di ceramiche per la produzione di piastrelle che, come numero, sembrano pochi ma che sono di dimensioni molto grandi: le unità più produttive del nuovo secolo raggiungono i 70 milioni di mq/anno ciascuna. I lay-out sono sviluppati “in linea”, all’interno di capannoni aventi lunghezza da 800 a 1.100 metri. La maggiore, in cui Sacmi ha istallato 5 mulini modulari Mmc, 4 atomizzatori Atm, 24 presse Ph, 12 essiccatoi, 12 movimentazioni e 12 forni, occupa un’area coperta di 280.000 metri quadri. La “potenza installata” del Brasile, cioè la capacità produttiva piena, è stimata in un miliardo e 150 milioni di mq/anno, seconda solo alla Cina e doppia della produzione italiana degli anni d’oro. Il gruppo Sacmi, nel suo complesso e con tutti i suoi prodotti, è arrivato ad occupare il 90 per cento di questo mercato. Per la maggior parte, circa 700 milioni di metri quadri, si tratta però di un prodotto povero e di basso prezzo (monocottura, impasto rosso macinato a secco). Questo settore è stato molto colpito dalla crisi edilizia ed è arrivato a fermare fino al 50 per cento della capacità produttiva. Oggi, con qualche segnale di ripresa, si lavora a circa il 70 per cento, mentre un 30 per cento è fermo. Il parco macchine per il settore ceramico installato da Sacmi in operatività sul mercato brasiliano conta ad oggi 25 mulini modulari continui, 34 atomizzatori, 415 presse, una continua plus (l’innovatova tecnologia Sacmi per produrre grandi lastre fino a 3,20 per 1,6 metri e spessore da 6 a 20 millimetri), 153 essiccatoi (verticali e orizzontali) e 132 forni».

Come vede il futuro del Brasile?

«Molto complesso, ma anche con grandi potenzialità. I Governi di Lula e
Roussef avevano suscitato molte aspettative e qualcosa di buono per le
classi più basse hanno fatto, ma sono miglioramenti che rischiano di
“evaporare” rapidamente. Infatti i “fondamentali” negativi del Paese
(corruzione, criminalità, sanità, istruzione, pensioni) sono cambiati
ben poco. Il denaro preso a prestito costa oggi almeno il 20 per cento
annuo, il ché significa che in questa cifra è incluso un 14-15 per cento
di “rischio Paese”. Rischio che il mercato finanziario internazionale
giudica evidentemente molto elevato. Nel 2018 si terranno nuove elezioni che potrebbero ribaltare qualsiasi
pronostico, anche se la maggior parte del popolo oggi pensa che per il
Partito dei lavoratori sarà difficile tornare al potere perché Lula non
potrà candidarsi. Ci sarà allora nella pubblica amministrazione un
“adeguamento” del personale direttivo: via quelli di oggi, che sono
quasi tutti del Pmdb (il partito dell’attuale presidente) che hanno
sostituito quelli del Pt, e dentro quelli di chi vince. Uno tsunami che
non farà per niente bene al Paese, come successe già quando avvenne in
senso inverso, perché spesso i nuovi non sono adeguatamente preparati. Con tutto ciò, il Brasile resta uno splendido Paese pieno di ricchezze e
di bellezze naturali, abitato in gran parte da gente allegra e cortese,
molti discendenti da italiani. Avrebbe solo bisogno di essere meglio
governato, ma i problemi da risolvere appaiono
estremamente complessi».

Nella foto: l”esterno della Sacmi a Mogi Mirim, comune a 160 km da San Paolo in Brasile

La Sacmi ha conquistato il mercato brasiliano della ceramica. Intervista al direttore generale Gaddoni
Economia 19 gennaio 2018

Il kiwi del futuro sarà giallo. La parola agli esperti

Meglio verde o giallo? In fatto di kiwi, non è solo una questione cromatica. Per chi li produce la differenza c’è eccome. Il primo, ad esempio, è molto più diffuso nelle campagne del circondario, mentre il secondo qui in zona è ancora una rarità. Ma coltivare il kiwi giallo conviene? Quali sono i pro e i contro? Proprio di questo si è parlato nel convegno dal titolo «Kiwi giallo: opportunità per il territorio imolese?, tenutosi lo scorso 14 dicembre a palazzo Sersanti su iniziativa delle quattro associazioni di categoria Coldiretti Bologna, Cia Imola, Ugc Imola e Confagricoltura Bologna, in collaborazione con il Centro sviluppo economico territorio imolese interno alla Fondazione Cassa di risparmio di Imola. «Nel territorio imolese c’è prudenza – spiega Carlo Pirazzoli, docente del dipartimento di Scienze agrarie dell’Università di Bologna -. In Italia si producono circa 400 mila tonnellate di kiwi all’anno e la varietà gialla con le sue 35 mila tonnellate, rappresenta meno del 10 per cento. Rispetto a cinque anni fa, però, gli ettari coltivati sono saliti da 1400 a 3700. Lo spazio di sviluppo c’è e oggi il kiwi giallo sta dando risultati economici interessanti».

La strada più semplice per un agricoltore che intende avviare questo tipo di coltura è appoggiarsi a un consorzio, in grado di seguirlo in ogni fase della produzione, fin dalle analisi pre-impianto e dalla fornitura delle piante da mettere a dimora. «L’obiettivo è mantenere una qualità elevata» motiva Cristina Fabbroni, responsabile tecnico del consorzio cesenate Jingold, che comprende più di 400 aziende produttrici e ha all’attivo 1500 ettari coltivati in Italia e in Cile per coprire tutto l’arco dell’anno. «Forniamo assistenza tecnica specializzata – prosegue – con visite periodiche da parte del nostro staff, invio di bollettini mensili, monitoraggio per l’autorizzazione alla raccolta. Agli agricoltori chiediamo di rispettare le linee tecniche di coltivazione e alcune regole, tra cui l’obbligo di copertura con reti antigrandine entro il terzo anno dalla messa a dimora».

L’investimento di partenza è consistente, ma il gioco può valere la candela. Un impianto da un ettaro, con mille piante, può costare circa 40 mila euro, ma può anche arrivare a produrre (a partire dal quinto anno) fino a 30 tonnellate di kiwi, con un ritorno medio di 1 euro e 20 centesimi al chilo. Il conto è presto fatto. Questi almeno i dati di massima presentati al convegno. Va anche detto che, rispetto alla varietà verde, il kiwi giallo è più sensibile al cancro batterico Psa. «Rispetto a qualche anno fa – rassicura Fabbroni – sono stati fatti molti passi avanti a livello vivaistico. Oggi ci sono anche regolamenti per una gestione agronomica più attenta. Gli agricoltori che si attengono alle indicazioni fornite producono tranquillamente e riescono a convivere con questo problema».

Quest’anno l’andamento stagionale secco ha impedito lo sviluppo della malattia. Sul fronte della prevenzione, l’entomologo Aldo Pollini consiglia: «Messa a dimora di piante indenni, ridotto apporto di azoto, impollinazione con polline sano, potatura in giornate asciutte, trattamenti dopo la raccolta e a fine febbraio». Tanta attenzione, quindi, che richiede anche lavoro in più rispetto ad altre colture. Il mercato però ripaga, soprattutto quello estero, che assorbe gran parte della produzione italiana. «La Germania – spiega Gabriele Ferri, direttore generale di Naturitalia, che distribuisce i prodotti ortofrutticoli freschi in tutti il mondo – è il primo mercato per la varietà Jingold. A inizio 2017, un chilo di kiwi verdi veniva venduto a 1 euro e 70 centesimi, mentre mezzo chilo di kiwi gialli costava ai consumatori tedeschi 1 euro e 99. Le superfici coltivate a kiwi giallo stanno crescendo lentamente, mentre quelle del verde stanno scendendo. Zespri (tra i principali produttori mondiali, Ndr) prevede addirittura che nel 2026 la produzione di kiwi giallo – conclude – supererà quella del verde». Il futuro del kiwi, dunque, sarà decisamente giallo.

Approfondimenti, ricetta e il parere dei produttori su “sabato sera” dell”11 gennaio.

Nella foto: il kiwi giallo

Il kiwi del futuro sarà giallo. La parola agli esperti
Economia 19 gennaio 2018

La cooperativa Cefla di Imola lancia Red Retail Design

La cooperativa Cefla di Imola lancia Red Retail Design, il nuovo marchio operante come studio di progettazione focalizzato sul settore del retail e hospitality, in ambito food e non-food.

Red opera in modo autonomo dalle Business Unit di Cefla e mette a disposizione del cliente un team esperto, con alle spalle una lunga attività nel settore. Professionisti che interpretano e anticipano le tendenze e che concepiscono soluzioni in armonia con le strategie di crescita adottate dalle aziende della Grande Distribuzione. Cefla, con il nuovo brand Red Retail Design, intende ribadire la propria leadership in ambito retail, conquistata nei decenni dalla Business Unit Shopfitting.

“Ci proponiamo al mercato come società indipendente che si rapporta direttamente con il retailer – spiega Paolo Rustignoli, direttore di Red Retail Design – a cui offriamo un rapporto consulenziale diretto. Il nostro servizio va dall’ideazione del concept alla progettazione, e supervisione a 360 gradi di tutte le fasi del progetto e della sua realizzazione, al fine di assicurare la coerenza tra l’idea iniziale e il risultato finale”.

La cooperativa Cefla di Imola lancia Red Retail Design
Economia 19 gennaio 2018

La lingerie de La Perla tenta i cinesi del gruppo Fosun

Dopo Krizia, Pirelli e il Milan, anche La Perla, storica azienda bolognese di lingerie, potrebbe diventare cinese. La notizia è rimbalzata sui media nazionali dopo essere stata diffusa dai diretti interessati, ovvero la londinese Pacific Global Management di Silvio Scaglia, che dal 2013 detiene l’azienda di via Mattei, e il gruppo di investimento cinese Fosun International, con base a Shanghai.

L’eventuale via libera all’acquisizione si saprà, però, solo dopo il 31 gennaio, data in cui scadranno i trenta giorni concessi in esclusiva a Fosun per effettuare le analisi di rito dei dati economico-finanziari dell’azienda, quella che in gergo si chiama due diligence.

Nella nota congiunta di dicembre si legge anche che Fosun intende “continuare a investire nel marchio, per sviluppare il suo pieno potenziale come casa di moda mondiale del lusso, facendo leva sulla sua tradizione unica, le competenze artigianali e il team manageriale esistente”. Precisazione che esprime tra le righe la volontà di non interrompere la storia che ha reso grande nel mondo questo marchio, nato a Bologna nel 1954 e diventato nel tempo sinonimo di seta, pizzi e ricami da sogno.

La storia recente. Nell’ultimo decennio La Perla ha visto susseguirsi diversi proprietari, dopo che nel 2007 gli eredi della fondatrice Ada Masotti hanno venduto l’azienda di famiglia al fondo di private equity statunitense Jh Partners, che nell’arco di sei anni ha portato l’azienda a un passo dalla fine. Nel 2013, all’asta indetta dal tribunale di Bologna, l’offerta del manager Silvio Scaglia, tra i fondatori di Fastweb, l’ha acquistata offrendo 69 milioni di euro (24 milioni in più rispetto alla base d’asta), sbaragliando la concorrenza di Calzedonia e dell’israeliana Delta Galil Industries. In più, ha investito 110 milioni per il rilancio del marchio nel mondo e in particolare nei mercati asiatici.

Oggi. A cinque anni di distanza, l’azienda ha chiuso il 2017 con un fatturato di circa 150 milioni di euro, in crescita rispetto ai 140 milioni del 2016 (+40% dal 2013). Ha effettuato investimenti per 350 milioni di euro e conta 160 punti vendita monomarca distribuiti in Asia (il 25%), America, Europa e Medio Oriente, tra cui 70 boutique in punti strategici come via Montenapoleone a Milano, Rodeo Drive a Los Angeles, Aoyama a Tokyo. Dei circa 1650 dipendenti nel mondo, 620 sono in Italia, poco meno di 500 lavorano nello stabilimento bolognese e 4 nello spaccio aziendale a Ozzano Emilia.

Numeri importanti, che evidentemente non bastano a evitare l’ennesimo passaggio di mano. “L’azienda ha ritardato di molto il raggiungimento degli obiettivi prefissati – motiva Roberto Guarinoni, segretario generale della Filctem-Cgil di Bologna -. L’ipotesi era che alla fine del 2017 venisse raggiunto l’equilibrio economico, ma il vero bilancio di pareggio sarà solo nel 2018. Il fatturato ha continuato sì a crescere, ma meno di quanto ci si attendeva. La parte che non ha ancora avuto il boom è quella dell’abbigliamento. Anche se in questi anni è stato speso molto per allargare l’offerta dei prodotti “ready to wear”, per il 90 per cento La Perla resta ancora una azienda di intimo. Con la struttura attuale, il punto di equilibrio sarebbe attorno ai 200 milioni di euro. Ecco perché si è reso necessario sostenere il progetto industriale con un contributo finanziario in grado di reggere gli investimenti. Sapevamo che l’azienda era in trattativa con qualcuno, ma non con chi. L’elemento di novità è che qui si parla non solo di cedere alcune quote societarie, ma addirittura la maggioranza”.

Gli interessati all”acquisto. Non è la prima volta che Fosun International, detentore anche del famoso tour operator Club Med, investe nel settore della moda italiana. “Sette anni fa – prosegue Guarinoni – il gruppo cinese è entrato come socio nella Caruso di Parma, azienda di abbigliamento maschile, con circa 600 dipendenti. Da poco ha acquisito la maggioranza. In questo caso è stata lasciata autonomia al gruppo dirigente e si è continuato a portare avanti i progetti industriali preesistenti. Ci auguriamo che questo possa avvenire anche con La Perla, nel caso le trattative andassero in porto. Il 15 dicembre scorso è stata firmata una sorta di priorità all’acquisto garantita, a cui sono seguiti trenta giorni lavorativi per la verifica dei bilanci”. A inizio febbraio sapremo quindi se il dragone cinese avrà inghiottito un’altra perla italiana.

La lingerie de La Perla tenta i cinesi del gruppo Fosun
Economia 19 gennaio 2018

L’azienda bolognese Bio-on, con la nuova sede alla Gaiana, riceve un finanziamento di 8 milioni di euro

Otto milioni di euro per Bio-on, l’azienda  bolognese operante nell’innovativo settore delle bioplastiche che sta ristrutturando e riconvertendo lo stabilimento produttivo ex Granarolo di Gaiana, frazione di Castel San Pietro. A tanto ammonta il finanziamento destinato dal ministero dello Sviluppo economico per la realizzazione del progetto di ricerca e sviluppo concernente “Sviluppo di sistemi innovativi per la produzione di biopolimeri Pha a partire da scarti e sottoprodotti agro-industriali destinati a settori dall’alto valore aggiunto” (Bioplus). Nel dettaglio, le agevolazioni sono state concesse con un contributo alla spesa pari a 1 milione 300 mila euro più un finanziamento agevolato da 6 milioni e 63 mila euro, che sarà rimborsato da Bio-on al tasso dello 0,80%, ed è concesso a fronte di un ulteriore finanziamento bancario agevolato per l’importo di quasi 700 mila euro.

L’importo è destinato a sostenere l’attività di ricerca, sviluppo, dimostrazione e prototipizzazione che avverrà in particolare proprio nello stabilimento di prossima apertura in via Legnana a Gaiana (la fine dei lavori è prevista entro il primo semestre del 2018), dove verranno messi a punto i processi di produzione attraverso lo sviluppo di applicazioni per il biopolimero in settori specifici quali, ad esempio, cosmetica, biomedicale e bonifica ambientale.

La nuova sede produttiva di Bio-on sarà infatti dedicata alla produzione di biopolimeri speciali Phas, naturali e biodegradabili al 100%. L’impianto avrà una capacità produttiva di mille tonnellate all’anno espandibile velocemente a duemila e sarà dotato delle più moderne tecnologie e dei più avanzati laboratori di ricerca e sviluppo dove verranno testate continumente nuove fonti di carbonio da scarti agricoli per produrre nuovi tipi di bioplastiche biodegradabili. L’impianto sorgerà su un’area di 30 mila metri quadri, di cui 3.700 coperti e 6.000 edificabili. Una volta a regime, tra impianto produttivo e centri di ricerca annessi, sarà necessario l’impiego di 40 dipendenti.

Nella foto: il cantiere Bio-on dal sito dell”azienda

L’azienda bolognese Bio-on, con la nuova sede alla Gaiana, riceve un finanziamento di 8 milioni di euro
Economia 19 gennaio 2018

Mirella Collina è la nuova segretaria generale della Camera del lavoro di Imola

“La Cgil di Imola ha tante voci e questo periodo difficile ha aumentato le fratture piuttosto che unire. E” naturale, ma il mio primo obiettivo è lavorare a ricucire questi strappi interni. Per farlo partirò dall”ascolto”. E” questo il primo obiettivo di Mirella Collina, nuova segretaria generale della Cgil di Imola eletta oggi pomeriggio al posto di Paolo Stefani che lo scorso ottobre ha rassegnato le dimissioni da segretario generale.

La proposta del segretario generale della Cgil Emilia Romagna, Luigi Giove, ha ricevuto 44 voti favorevoli su 66 votanti che compongono l”assemblea generale (4 componenti erano assenti giustificati) con 17 voti contrari e 5 astenuti. Un voto a maggioranza, ma stranamente non a larghissima maggioranza come solitamente avviene quando c”è una sola proposta sul tavolo nella Camera del Lavoro. “So che le dimissioni e questo percorso hanno lasciato degli strascichi, com”è emerso nelle consultazioni del segretario regionale – ne è conscia Collina -. Per questo avvierò dalla prossima settimana le consultazioni interne: vorrei critiche e suggerimenti per arrivare a definire un progetto comune”.

Chi è Mirella Collina

Mirella Collina, 54 anni, ha iniziato la sua attività sindacale nel 1994 come delegata dell”Azienda Usl di Imola. Entrata nel 2001 in distacco sindacale nella Funzione Pubblica imolese, nel 2004 ne è diventata la Segretaria generale. Alla scadenza del mandato, trascorsi 8 anni alla guida della Fp, nel 2013 è stata eletta segretaria generale della Flc (Scuola) ed è entrata a far parte della Segreteria confederale, a cui dal 2016 si è dedicata a tempo pieno occupandosi di welfare, sanità, bilanci comunali, pari opportunità, formazione, mercato del lavoro.

L”intervista completa sul numero di “sabato sera” in edicola il 18 gennaio 2018.

Mirella Collina è la nuova segretaria generale della Camera del lavoro di Imola
Economia 19 gennaio 2018

Dal 1 gennaio 2018 stop ai sacchetti di plastica gratis. E’ già polemica tra i consumatori

Con l”anno nuovo non ci sono solo gli aumenti delle bollette di luce e gas a preoccupare gli italiani, ma l”avvento del 2018 ha portato ad un”importante novità anche per i consumatori e per tutte le attività che consentono l”asporto dei prodotti. Dal 1 gennaio, infatti, come recita l’articolo 9-bis della legge di conversione n. 123 del 3 agosto 2017 (il Decreto Legge Mezzogiorno) «le borse di plastica non possono essere distribuite a titolo gratuito e a tal fine il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti trasportati per il loro tramite». Un esempio classico sono le borse di plastica in materiale ultraleggero come quelle tipicamente usate per avvolgere il pesce venduto al banco o per imballare alimenti sfusi come la frutta e la verdura che ora sono a pagamento, mentre restano escluse della normativa le borse in carta, in tessuti di fibre naturali, in fibre di poliammide e di materiali diversi dai polimeri.

Possono liberamente circolare, fatto salvo l’obbligo di cessione a titolo oneroso, le borse di plastica biodegradabili e compostabili, nonché le borse di plastica riutilizzabili che rispondano esclusivamente a queste caratteristiche: borse di plastica riutilizzabili con maniglia esterna con spessore della singola parete superiore a 200 micron e contenenti una percentuale di plastica riciclata di almeno il 30% oppure con uno spessore della singola parete superiore a 100 micron e contenenti una percentuale di plastica riciclata di almeno il 10% per i generi non alimentari; borse di plastica riutilizzabili con maniglia interna con spessore della singola parete superiore a 100 micron e contenenti una percentuale di plastica riciclata di almeno il 30% oppure con spessore della singola parete superiore a 60 micron e contenenti una percentuale di plastica riciclata di almeno il 10% per prodotti diversi dai generi alimentari.

E i consumatori come l”hanno presa? E” bastato poco per far scattare la polemica e sui social hanno già iniziato a circolare foto di arance, mele o zucchine pesate ed etichettate una ad una, per evitare di usare così il sacchetto, mentre altri hanno già “intimato” che nei prossimi giorni faranno lo stesso anche, ad esempio, per le noci. Questa novità, secondo l”Osservatorio di Assobioplastiche, costerà agli italiani tra i 4,17 e i 12,51 euro all”anno, per un consumo medio di ogni cittadino di 150 sacchi nello stesso periodo.

Nella foto (Ansa): sacchetti plastica ”bio” e a pagamento.

Dal 1 gennaio 2018 stop ai sacchetti di plastica gratis. E’ già polemica tra i consumatori
Economia 19 gennaio 2018

Febbre alta per i saldi invernali, domani il via in tutta la Regione

Appena finita la corsa ai regali di Natale è già tempo di saldi invernali in Emilia-Romagna. Da domani, infatti, e fino a lunedì 5 marzo, prenderanno il via le vendite di fine stagione che interesseranno tutti i punti vendita al dettaglio nel settore tessile, d”abbigliamento, accessori e calzature della nostra Regione. Secondo Confesercenti, quest”anno, gli sconti saranno più alti della media e un consumatore su due ha già programmato acquisti con un budget medio di 150 euro a persona. Si cercheranno, in particolare, calzature (28%), poi a seguire prodotti di maglieria (22%), pantaloni (14%), prodotti tessili e moda per la casa (9%) e, infine, giubbotti e giacconi (7%).

Come funzionano esattamente i saldi? I prodotti in vendita proposti devono avere carattere stagionale (anche non quella corrente) o di moda e deprezzati se non venduti entro un certo periodo di tempo. E” obbligatorio esporre al pubblico il prezzo iniziale di vendita, la percentuale di sconto e il prezzo scontato finale. I negozianti devono accettare le carte di credito qualora sia esposto nel punto vendita l”adesivo con la relativa convenzione e anche il pagamento tramite pos. Per non indurre il consumatore in errore,  le merci in saldo devono essere disposte in maniera inequivocabilmente distinta e separata dalle altre, mentre non c”è l”obbligo di fare “provare” i capi alla clientela.

E nel caso di volesse cambiare la merce acquistata? Tutto è lasciato alla discrezionalità del negoziante, a meno che il prodotto non sia danneggiato o non conforme. In questo caso scatta l”obbligo per il venditore di riparare o sostituire il capo e, nel caso sia impossibile, deve procedere con la riduzione o la restituzione del prezzo pagato. Il compratore, però, è tenuto a denunciare il vizio del capo entro due mesi dalla data della scoperta del difetto.

Febbre alta per i saldi invernali, domani il via in tutta la Regione
Economia 19 gennaio 2018

Cevico, da vino di massa a vino di qualità col nuovo presidente Marco Nannetti (intervista)

“Puntiamo su innovazione e qualità per dare maggiore valore aggiunto ai nostri soci, con particolare riferimento all’export. L’obiettivo nei prossimi dieci anni è di arrivare ad imbottigliare tutto il nostro vino. Per fare ciò servono alleanze per andare all’estero, crescere in Italia e lavorare tutti insieme sulla qualità percepita del vino romagnolo”. Marco Nannetti, eletto a dicembre presidente di Cevico al posto di Ruenza Santandrea, ha le idee chiare su come fare a sviluppare nei prossimi anni il consorzio vitivinicolo che raggruppa oltre 5.000 piccoli viticoltori (con una dimensione media tra gli 1,7 e gli 1,8 ettari di vigneto).

Dunque lavorerà per concludere il percorso di imbottigliare tutto il vino dei soci?

“Negli ultimi dieci anni Cevico ha lanciato l’imbottigliato e quest’anno superiamo i 720.000 ettolitri. Nei prossimi dieci vogliamo raggiungere il 100 per cento della produzione. Vogliamo ottenere un maggiore valore aggiunto e con l’imbottigliato lo otteniamo grazie a un rapporto più solido col mercato figlio di un grande lavoro sulla qualità. Abbiamo vini d’eccellenza come dimostrano anche i tre bicchieri del Gambero Rosso con il sangiovese delle Rocche Malatestiane. Quest’anno il plusvalore ai soci è stato di 6 milioni di euro, non uno scherzo. Per ottenere questo facciamo investimenti importanti”.

Da vino di massa a vino di qualità. La Romagna è pronta?

“Sì, è un percorso che passa dalla valorizzazione dei nostri vini ed un racconto valoriale dei territori. Abbiamo tutte le carte in regola per vocazione, storia, cultura, territorio, gastronomia e know how. Insomma abbiamo tutti gli elementi che compongono i prodotti del made in Italy di qualità”.

Pensa ad alleanze con altri grandi operatori del settore, magari proprio in Romagna?

“Ci sono le condizioni affinché tutti i grandi players romagnoli si adoperino nella logica della ricerca del valore aggiunto e della valorizzazione delle produzioni, abbandonando col tempo la gestione del vino romagnolo come commodities”.

E il rapporto coi piccoli produttori quale deve essere?

“Siamo convinti che le piccole realtà locali che producono vini di altissima eccellenza e pregio siano una risorsa fondamentale per la crescita del territorio. Non c’è nessuna antitesi, siamo complementari. Tra l’altro noi rappresentiamo cinquemila piccolissimi produttori che tutti i giorni svolgono un’attività da veri artigiani del vino, seguendo la guida degli agronomi di Cevico”.

Il suo legame con Imola è molto forte come dimostra il progetto che ha portato alla riqualificazione della cantina dello Scarabelli. Come arrivò questa idea?

“E’ stata una congiunzione astrale molto particolare. Come Masselina (una cantina d’eccellenza in località Serra a Castel Bolognese, quindi al confine con territorio imolese, Ndr) avevamo intenzione di costruire una nuova cantina ed esattamente in quel periodo fui contattato dall’istituto Scarabelli, proprio in virtù dei buoni rapporti e ricordi da ex allievo, per capire se poteva esserci da parte nostra un interesse al subentro nella gestione della cantina didattica. Risposi subito “Sì, dobbiamo guardarci”. Così abbiamo temporaneamente abbandonato l’idea di costruire una nuova cantina e abbiamo ristrutturato e ampliato la struttura didattica esistente, garantendo ai ragazzi un percorso didattico qualificato per il personale nostro che lì opera, per le attrezzature che lì abbiamo allocato e per i vini di alto pregio di tenuta Masselina che facciamo. Abbiamo avvicinato questi ragazzi al mondo del lavoro e individuato, anche assieme a loro, progetti di grandissimo valore, come ad esempio il progetto Sommosso presentato all’ultimo Vinitaly”.

Sempre la tenuta Masselina è al centro di un progetto ambizioso. Quali sono le prossime tappe?

“Entro l’estate 2018 saranno definitivamente conclusi i lavori di recupero della struttura già esistente, che sarà un gioiello in termini di recettività enoturistica e di produzione e affinamento vini. Avrà una barricaia sotterranea e sarà la prima struttura del territorio per funzionalità e dimensioni a produrre vini metodo classico spumante. Questi sono due esempi concreti di come ci stiamo impegnando come gruppo sul nostro territorio”.

Passando ai nostri vini, avete investito molto nella valorizzazione del trebbiano. Perché?

“E’ la varietà più usata a livello europeo per la spumantizzazione. Finora nella nostra regione si è venduto soprattutto sfuso, è il momento di valorizzarlo in casa nostra. Con il successo del Vollì abbiamo dimostrato che si può fare”.

Il ruolo del sangiovese?

“Ha potenzialità enormi. Bisogna saperlo lavorare in base ai mercati a cui è proposto. In Romagna ti aspetti un sapore, mentre, ad esempio per l’estero piace più ammorbidito e più rotondo. Inoltre stiamo rinnovando la linea dei vini Galassi, legando ancor di più il marchio al territorio grazie anche a un restyling dell’etichetta in cui abbiamo inserito i mosaici di Dioniso del museo archeologico romano di Sarsina. Anche questo è un modo per valorizzare territorio e vino”.

Lei è vicepresidente del consorzio del pignoletto, un vitigno in forte crescita…

“E’ una risposta eccellente anche per la viticoltura in collina. Sta crescendo in doppia cifra a volume e valore. Ormai è un must delle bollicine italiane”.

L’albana è destinata alla nicchia?

“Spero e credo di no. Ha un percorso di valorizzazione diverso, più legato alle tradizioni, ma noi ci crediamo molto”.

Grandi investimenti li avete fatti sul biologico. Che risultati sta dando?

“Il progetto B.io sta dando ottimi risultati. In un anno e mezzo è cresciuto del 20 per cento a volume e a valore. Crediamo che la sostenibilità sia un valore tipico della cooperazione imprescindibile in agricoltura, non solo quando si parla di biologico”.

Infine uno sguardo sul mondo della cooperazione. Il vostro settore è già organizzato come Alleanza, mentre il resto del movimento va al rallentatore. Come la vede?

“E’ una strada obbligata, per noi è impensabile fare un passo indietro: bisogna guardare al futuro e non al passato. E bisogna farlo uniti. Auspico una accelerazione dati i risultati importanti ottenuti”.

Nella foto: Ruenza Santandrea e Marco Nannetti

Cevico, da vino di massa a vino di qualità col nuovo presidente Marco Nannetti (intervista)
Economia 19 gennaio 2018

Cambio al vertice di Cevico, Santandrea lascia la presidenza (intervista)

“Lascio un’impresa con ottimi bilanci, un nuovo presidente giovane e preparato con al suo fianco una squadra di altissimo livello con un grande spirito cooperativo. Sapranno fare benissimo, spero molto meglio di me: sarà, voltandomi indietro, la soddisfazione maggiore. Dopo 12 anni era semplicemente il momento giusto”. Ruenza Santandrea, faentina, 63 anni, lascia la presidenza come ha gestito Cevico, con lo sguardo volto al futuro. Al suo posto è stato eletto l’imolese Marco Nannetti. La ex numero uno rimane comunque alla guida del settore vino dell’Alleanza delle cooperative italiane.

Arrivata ai vertici di una realtà che vendeva quasi solo vino sfuso – perché in Romagna si era sempre fatto così, specie in pianura -, ringraziò il suo predecessore per averle insegnato tanto sul mondo della cooperazione vitivinicola, si rimboccò le maniche e in poco più di un decennio ha ribaltato dalla testa ai piedi il consorzio, facendo diventare Cevico una delle punte di diamante del mondo dell’enologia: un’impresa che imbottiglia la stragrande maggioranza del suo vino dopo aver accompagnato i coltivatori in un cambio di mentalità epocale che li ha portati a ragionare sulla qualità delle uve e non più sulla quantità.

Manager decisa, preparata, in molti la descrivono dura e leale nelle trattative. Nonostante questo approccio deciso, è stata capace di creare una squadra solida e di qualità “con la quale mi sono confrontata, in maniera aperta, ogni giorno. Avevamo punti di vista diversi, ma tutti un obiettivo comune: ossia valorizzare il sudore dei nostri soci”. E’ fatica strappare a Santandrea un bilancio, ma questa volta fa (quasi) un’eccezione.

In questi dodici anni ha messo le ali alla cooperativa. Quali considera i principali successi?

“Chiunque può vedere le cose fatte e ognuno le giudica come vuole. Io preferisco guardare alle cose che non sono riuscita a fare, a partire dalla percezione che si ha della viticoltura romagnola. Qualcosa comunque sta cambiando in questo senso: basta guardare quanti vini in più troviamo nei ristoranti, a partire da quelli della Riviera, dove fino a dieci anni fa era quasi bandito. Si è lavorato sulla cifra stilistica dei nostri principali vitigni e questo ha pagato. Mi fa estremamente piacere che il vino romagnolo sia quello cresciuto maggiormente, dopo Puglia e Sicilia, nei primi otto mesi dell’anno”.

Che Cevico lascia?

“Una cooperativa ben strutturata patrimonialmente, nella classe dirigente, nell’idea di mercato e capace di portare avanti un concetto di sostenibilità a 360°”.

Nel 2005 era però un’altra impresa. Tanto vino sfuso e poca redditività. Come ha cambiato il paradigma?

“E’ stato un processo lento. Abbiamo lavorato molto coi nostri soci, che hanno il grande merito di essersi fatti coinvolgere e di aver creduto in un cambio difficile. Noi rappresentiamo i più piccoli vignaioli italiani: i soci delle nostre cantine hanno 1,7 ettari di vigneto a testa. L’obiettivo era massimizzare il valore da corrispondere loro. Lo abbiamo fatto puntando sull’imbottigliato, in particolar modo per l’estero. Abbiamo investito in agronomi che hanno scelto insieme ai nostri soci le zone più vocate per ogni tipo di vitigno. Insieme al lavoro in cantina ci ha permesso di ottenere parecchi premi e riconoscimenti (l’ultimo i tre bicchieri del Gambero Rosso per il sangiovese delle Rocche Malatestiane, Ndr) per la qualità che siamo in grado di esprimere. Dall’altro lato abbiamo lavorato molto sull’aspetto commerciale per far capire questa qualità: su questo versante le difficoltà maggiori le abbiamo avute in Italia dove, a differenza dell’estero, si pensa che chi fa brick non sappia fare buon vino. Oltralpe invece viene visto come un servizio aggiuntivo, come dovrebbe essere. Comunque nel 2005 ereditai la guida di un’impresa che era stata capace di essere innovativa fin dalla sua nascita, che si basava sulla non concorrenza con le cooperative socie del consorzio, che tuttora conferiscono a noi il 100 per cento del prodotto”.

La cosa che la rende più orgogliosa?

“Aver messo Cevico in condizione di avere una grande squadra che la guiderà in futuro. Le cooperative hanno il dovere di pensare al ricambio dei propri vertici. La gioia più grande sarà vedere crescere questa impresa nei prossimi anni”.

In che mani lascia Cevico?

“Marco (Nannetti, Ndr) sarà un ottimo presidente perché è una persona preparata nella gestione, ma ha anche una profonda consapevolezza su che cosa significa essere una cooperativa”.

Come si è arrivati al suo nome?

“Mi fu segnalato dall’allora responsabile degli affari legali, Claudio Sangiorgi, come suo possibile successore. “E’ un ragazzo in gamba, fai una chiacchierata con lui”, mi disse. Era molto ferrato nella legislazione vitivinicola, ma mostrò subito doti importanti di relazione con le persone e una corretta idea della cooperazione. Ci ha messo passione, competenza e idee, facendosi ben volere e stimare da soci, consiglieri e dipendenti di Cevico. Si è autoselezionato. A me ha sempre fatto comodo avere al fianco persone in gamba, capaci di risolvere problemi e non crearli: l’ho sempre considerato un enorme valore aggiunto, anche se il confronto è sicuramente più faticoso”.

Che farà da grande?

“Tante bellissime cose. Per il momento rimango coordinatrice del settore vino dell’Aci dove c’è tanto lavoro da fare. Abbiamo appena concluso il primo Festival del vino cooperativo a Milano: è stato un successo oltre ad ogni mia aspettativa, con tanti giovani interessati e un format all’insegna della libertà del gusto. E’ emersa la nostra vera anima: piccoli in vigna e grandi sul mercato. Inoltre – conclude Ruenza Santandrea – in Cevico mi hanno chiesto di seguire ancora alcuni progetti speciali e non c’è motivo di non farlo”.

Nella foto: Ruenza Santandrea

Cambio al vertice di Cevico, Santandrea lascia la presidenza (intervista)

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