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Cultura e Spettacoli 25 Gennaio 2019

La Rocca di Dozza ospita un'antologica di Vittoriana Benini, cento tele dagli anni Novanta

C’è la gioia del colore, ma anche la velata malinconia della caducità delle cose, degli affetti, delle persone. Questa è la pittura di Vittoriana Benini, che sa restituirci quel momento di vita e lasciarlo continuare per sempre. Un attimo, che l’artista mordanese sa cogliere in modo ottimo. Attimi eterni, sguardi fermati per sempre in quel preciso istante in cui dialogano con altri sguardi, con altre figure, ciascuna nella medesima condizione di fragilità umana, che nella coralità della composizione trova la forza di sfidare il tempo. Una sfida che costituisce la missione dell’artista. Tutto questo emerge con palese evidenza nella mostra antologica di Vittoriana Benini dal titolo Io Vittoriana, allestita nella rocca di Dozza fino a domenica 3 febbraio (dal lunedì al sabato ore 10-12.30 e 14.30-17, domenica e festivi 10-19.30).

Una mostra davvero antologica, con un centinaio di tele esposte, dagli anni ”90 ad oggi, con un cospicuo corpus proveniente da collezioni private; ricca e bella, perché ogni sala presenta opere capaci di accendere un faro, di attirare e catturare l’attenzione dello spettatore.Un’operazione culturale che consente davvero di cogliere la complessità e ricchezza artistica, riflesso di quella umana, della pittrice, da tempo protagonista di una ricerca figurativa del tutto personale, in grado di attirare l’attenzione, fra gli altri, di Vittorio Sgarbi e Carlo Lucarelli, oltre che riscuotere ampi consensi in tutta Italia e negli Stati Uniti. «Un’antologica in vita, perché voglio vederla anch’io, con tutte queste opere insieme, per la prima volta» scherza l’artista, con la disinvoltura di chi sa portare con lieta spensieratezza capelli color azzurro, leggeri come un soffio di primavera.

Ed in effetti i temi cari alla pittrice ci sono tutti: la figura femminile, i ritratti, i fiori e la musica, i clown e le bambole, il cavalluccio a dondolo, i burattini. Tutti elementi che rimandano al suo mondo da bambina. Echi del passato che portano oggi alla grande capacità compositiva ed al pieno equilibrio cromatico fra colore e composizione: e proprio questa è la forza suggestiva che dà dimensione scultorea, a tutto tondo, alle sue tele, dove il colore ad olio, i pizzi e la matericità di certe forme di collage sono elementi fondanti della sua cifra stilistica. In tutto questo, un ruolo fondante lo giocano gli sguardi ed i volti, sia che si tratti di figure umane, che di bambole o burattini. Sguardi e volti a volte definiti, talvolta indefiniti, proprio per far cogliere meglio l’attimo, per lasciare allo spettatore la possibilità di prendere quell’indefinito e farne base per la propria interpretazione. Come nel ritratto a carboncino di Umberto Folli, omaggio al proprio maestro, ed ancora nel quadro L’estasi della musicista, in cui la condizione della donna ritratta emerge con tutta la sua forza suggestiva proprio dal non finito, da quel suo volto che la pittrice lascia volutamente sfumato.Lo sguardo del ritratto di Carlo Lucarelli, che accoglie il visitatore all’entrata, va allora rivisto all’uscita della mostra, per coglierne appieno il senso. Uno sguardo che invita ad entrare nell’esposizione, come in un viaggio fra tutte le situazioni raffigurate dalla pittrice, ma avvertendo nel contempo di essere pronti a subirne le conseguenze, emotivamente parlando. Perché la gestione delle emozioni che scaturiscono dalla visione delle tele è una responsabilità tutta dello spettatore. Che deve essere attrezzato, per andare oltre a quanto appare a prima vista. Perché le tele di Vittoriana Benini sono ricche: di colori, di simboli, di particolari tutti da scoprire poco alla volta e da assaporare poi tutti insieme, in una visione complessiva del quadro. Lo testimoniano bene opere quali Fuori scena, dove la maschera della vita rimane sempre sul volto dell’attore, od ancora Artisti di strada, ispirato ai buskers a Ferrara o Carta sospetta, che ha suscitato grande interesse alla mostra allestita al Complesso dei Dioscuri al Quirinale, nel 2013.

L”articolo completo è sul «sabato sera» in edicola da giovedì 24 gennaio

Nella foto (di Isolapress) Vittoriana Benini con alcuni suoi quadri in mostra a Dozza

La Rocca di Dozza ospita un'antologica di Vittoriana Benini, cento tele dagli anni Novanta
Cultura e Spettacoli 22 Gennaio 2019

La fascia in mosaico policromo ritrovata in via San Pier Crisologo oltre un secolo fa è visibile al museo Scarabelli

All’ingresso del Museo Scarabelli, sulla sinistra, non passa inosservata una bella fascia in mosaico policromo. E’ stata ritrovata nel 1895, in via San Pier Grisologo, al di sotto del piano stradale e all’altezza dell’edificio che poi sarebbe diventato il cinema Centrale. Gli scavi hanno portato alla luce sette ambienti.

«Sappiamo – ci spiega Laura Mazzini, archeologa dei Musei civici – che la fascia, lunga oltre 4 metri (407×50,8 centimetri), separava in due parti un grande ambiente, databile attorno alla metà del I secolo avanti Cristo. Di solito questa soluzione era impiegata nelle sale da pranzo (triclinia) e divideva la zona riservata ai convitati da quella di servizio e di passaggio. Le due zone erano distinte anche dalle diverse dimensioni delle tessere nere su sfondo bianco del mosaico a pavimento. Si tratta di uno dei pezzi più belli di tutta l’Italia settentrionale e infatti è stato più volte esposto in occasione di mostre».

La fascia presenta una ghirlanda di frutti, foglie e tre maschere teatrali: Dioniso e due satiri. «Qui – conclude l’archeologa – la tematica conviviale, espressa dal luogo di rinvenimento e dalla decorazione, si collega per la presenza delle maschere al teatro, alla musica e in particolare a Dioniso e al suo corteo, che sono all’origine delle forme teatrali più antiche. Una fascia simile era presente, ad esempio, nella famosa Casa del Fauno a Pompei, tra le più antiche della città distrutta dal Vesuvio. Oggi si può ammirare al Museo archeologico nazionale di Napoli».

Sullo stesso argomento leggi qui.

Il servizio completo è su «sabato sera» del 10 gennaio

Nella foto dei Musei Civici la fascia scoperta in via San Pier Crisologo

La fascia in mosaico policromo ritrovata in via San Pier Crisologo oltre un secolo fa è visibile al museo Scarabelli
Cronaca 12 Gennaio 2019

Il 13 gennaio la Casa della salute di Castel San Pietro Terme sarà intitolata a Marco Parenti

La Casa della salute di Castel San Pietro Terme sarà intitolata domenica 13 gennaio, alle ore 19.15, alla memoria di Marco Parenti. La cerimonia, dal titolo «Marco Parenti, uomo giusto, votato al bene della sua città», è aperta al pubblico e sarà preceduta, alle ore 18.30, dalla celebrazione della santa messa nella chiesa di Santa Maria Maggiore (corso Matteotti 84).

Dopo la messa ci si recherà alla Casa della salute (ingresso principale in viale Oriani 1) per l’intitolazione con lo scoprimento dell’opera a lui dedicata dell’artista Gianni Buonfiglioli. Saranno presenti la famiglia, rappresentanti dell’Ausl di Imola e dell’amministrazione comunale. Interverranno Andrea Rossi, direttore generale dell’Ausl di Imola, e il sindaco Fausto Tinti.

A seguire è stata organizzata una serata al Cassero Teatro comunale con buffet dinner, concerto di solisti e orchestra d’archi del liceo Laura Bassi – liceo musicale Lucio Dalla di Bologna con musiche di Chopin, Purcell, Vivaldi e Dalla e con la presentazione di testimonianze su Marco Parenti. Il numero dei posti in teatro è limitato ed è obbligatorio prenotare entro le ore 13 del 12 gennaio, telefonando alla segreteria del sindaco, in orario d’ufficio, ai numeri 051 6954102-209. La serata a teatro sarà con ingresso a offerta libera in favore del progetto di riqualificazione della biblioteca storica della Casa della salute.

Marco Parenti, nato il 3 dicembre 1956 e scomparso il 13 gennaio 2015, è stato amato e stimato per il suo senso civico e l’appassionato impegno in ambito politico e ha dedicato gran parte della sua vita al servizio della comunità. (r.cro)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 10 gennaio

Nella foto Marco Parenti

Il 13 gennaio la Casa della salute di Castel San Pietro Terme sarà intitolata a Marco Parenti
Cultura e Spettacoli 2 Gennaio 2019

Prosegue fino al 6 gennaio la mostra con le opere donate al Museo di San Domenico

Proseguirà fino al 6 gennaio la mostra al Museo di San Domenico inaugurata lo scorso 21 dicembre. A donare le opere è stata la professoressa modenese Marisa Mari, figlia dello psichiatra Andrea Mari, direttore dell’ospedale Lolli dal 1939 al 1951.

Nello specifico si tratta di quattro dipinti di Tommaso della Volpe (1883-1967), un bozzetto di Amleto Montevecchi (1878-1964) e due piccole sculture di Pietro Melandri (1885 -1976). Le opere saranno visibili ancora da oggi, mercoledì 2, a venerdì 4 (ore 9-13), sabato 5 (ore 15-19) e, infine, domenica 6 (ore 10-13 e 15-19). (Redazione cultura)

Nella foto: la sindaca Manuela Sangiorgi durante l”inaugurazione della mostra

Prosegue fino al 6 gennaio la mostra con le opere donate al Museo di San Domenico
Cultura e Spettacoli 1 Gennaio 2019

Come è stata scoperta la vera datazione della Madonna di Torano, che sarà presentata alla cittadinanza a fine restauro

Nell”abside della chiesa della seicentesca villa di Torano, per tanti anni residenza estiva dei vescovi di Imola, è stato avviato il restauro dell’affresco della Madonna con bambino e devoto. Intervento che, inaspettatamente, ha rivelato una maestà (cioè una Madonna assisa in trono), alta 177 centimetri, la cui datazione è molto antecedente rispetto a quel che si pensava (si è palesata una scritta in gotico antico che fa riferimento al 1480).

Ma andiamo con ordine. Dal 2015 la Diocesi di Imola ha concesso la villa di Torano, di cui è proprietaria, in comodato d’uso a don Giuseppe Tagariello, rettore dell’oratorio di San Giacomo, al fine di crearvi un centro culturale gestito dai propri ragazzi ove poter organizzare concerti, mostre e conferenze. «Il mio incontro con don Beppe e la Madonnina di villa Torano è nato due anni fa grazie ad una mia carissima amica – racconta la direttrice dei lavori, Monica Margherita Boffo, restauratrice – e ho accolto subito con passione la richiesta di don Beppe di seguirne il restauro».

Un intervento quantomai necessario non solo per la conservazione del dipinto murale, ma anche per il suo ripristino. «Guardando l’affresco – spiega infatti la restauratrice – ho notato che la luce rifletteva delle orribili pennellate di porporina e acrilico che non avevano nulla a che vedere con la pittura murale ed anche di sollevamenti della pelli-cola pittorica. Nell’eseguire i tasselli di pulizia richiesti dalla procedura di fase preliminare di restauro mi sono poi accorta con sorpresa di diverse incongruenze e a seguito dell’esito delle analisi effettuate mi sono resa conto degli impropri interventi che la pittura murale aveva subito nel tempo, intromissioni effettuate da artisti improvvisati. Così ho deciso di sollecitare la Sovrintendenza per ottenere al più presto il permesso per l’inizio dei lavori».

In particolare alcuni dettagli, messi a fuoco dall’accurata osservazione, risultavano incongruenti. «Si distaccavano nettamente dal periodo storico di attribuzione della Madonna che, fino a questo momento, era collocato agli inizi del 1600, facendo ipotizzare una datazione antecedente di oltre 150 anni – racconta ancora Margherita Boffo -. Ed anche i miei studi di iconografia mi suggerivano un possibile indirizzo di indagine. In particolare la mia attenzione è stata attirata dalla cuffia indossata dal devoto inginocchiato, riconducibile, a mio parere, ad un tardo Medioevo. Un’intuizione che mai avrei pensato mi portasse a scoprire un tesoro».

Il passo successivo è stata l’effettuazione di tutte le indagini diagnostiche necessarie a condurre il restauro del dipinto murale. «In qualità di direttore dei lavori ho scelto colleghi di altissimo livello: consulente tecnico del pro-getto è il professor Sotirios Karoutsos, docente di Dipinti murali all’Accademia di belle arti di Bologna; la diagnostica è stata effettuata dal professor Giancarlo Grillini, geologo, che ha eseguito l’analisi mineralogico-petrografica e granulometrica degli intonaci dipinti; il professor Davide Bussolari si è occupato della fluorescenza ultravioletta e della termografia, mentre il professor Michele Di Foggia, docente di Chimica del restauro, ha eseguito le analisi spettroscopiche».

E tra tutte le strumentazioni utilizzate, l’endoscopio da laboratorio si è rivelato fondamentale. «La diagnostica effettuata sulla Madonna originaria, grande 80 per 120 centimetri, ha svelato la continuazione dell’affresco. Così, dopo la seconda autorizzazione da parte della Sovrintendenza di Bologna, in sinergia con il mio funzionario referente, la dottoressa Anna Stanzani, ho iniziato il progetto di restauro. Dapprima ho scoperto la scritta in gotico antico e poi la continuazione dell’affresco, rivelatosi una maestà intera».La villa fu edificata tra il 1620 e il 1625 dall’allora vescovo Ferdinando Millini. Ma il complesso di villa Torano ha origini molto antiche. Sin dal Medioevo la collina ospitava un castello (nei documenti an-tichi nominato come Castrum Podiolum, da cui viene il nome di via Poggiolo) e la relativa corte feudale, da sempre sotto la giurisdizione amministrativa del vescovo di Imola. In quel luogo era presente anche una chiesa dedicata alla Madonna, precisamente l’Assunzione della Beata Maria di Torano, con un piccolo cimitero, diversa dall’attuale ma molto venerata dal popolo. Per cui è possibile che l’abside della chiesa attuale sia l’antico tempietto intorno al quale sorgeva il cimitero medievale. Il che spiegherebbe la datazione più antica ora emersa.

«Alla base dell’affresco della Madonna nella chiesetta di Torano sono uscite inaspettatamente informazioni che ci hanno colto di sorpresa: la datazione 1480 e la frase in latino scritta in lettere gotiche Mater Dei genuit te – commenta don Tagariello -. Secondo ricerche storiche eseguite dal dottor Giampaolo Nildi, il bellissimo e maestoso affresco di Torano, scoperto nella sua interezza dalla restauratrice Margherita Boffo, viene definito dal parroco di Poggiolo La Madonna che fa miracoli». Il restauro procederà ora con nuovi esami diagnostici. In questo momento il cantiere è chiuso al pubblico per motivi di sicurezza anche se il vescovo Tommaso Ghirelli, la sindaca Manuela Sangiorgi ed il presidente della Fondazione Cassa di risparmio di Imola, Fabio Bacchilega, hanno già omaggiato la maestà con una visita strettamente privata. Non appena i lavori saranno ultimati, la «Madonna dei miracoli» verrà presentata alla cittadinanza.

Nella foto dell”affresco sono visibili i due particolari che hanno modificato la datazione ipotizzata: l”iscrizione ai piedi dell”immagine e la cuffia del devoto inginocchiato

Come è stata scoperta la vera datazione della Madonna di Torano, che sarà presentata alla cittadinanza a fine restauro
Sport 21 Dicembre 2018

Opere d'arte e brindisi d'auguri natalizi al Museo di San Domenico

Un brindisi di auguri natalizi, aperto a tutti e offerto dall”associazione Voluptates, al Museo di San Domenico in occasione della presentazione di una donazione di opere che va ad arricchire le Collezioni d’arte della città. Si terrà, oggi, venerdì 21 dicembre alle ore 18, alla presenza della sindaca Manuela Sangiorgi, che festeggerà così con i presenti sia l’arrivo delle festività sia la donazione.

A donare le opere è stata la professoressa modenese Marisa Mari, legata a Imola per avervi vissuto da bambina insieme alla famiglia, a seguito del padre, lo psichiatra Andrea Mari, direttore dell’ospedale Lolli dal 1939 al 1951. Sono stati donati quattro dipinti di Tommaso della Volpe (1883-1967) che è uno dei pittori romagnoli che più di altri hanno fermato sulla tela immagini e attimi della nostra terra, un bozzetto di Amleto Montevecchi (1878-1964), pittore che sa cogliere con maestria momenti di intimità famigliare e celebrare il tema della pittura religiosa, e due piccole sculture di Pietro Melandri (1885 -1976) in cui c’è tutta la grande tradizione faentina unita ad uno sguardo moderno e naturalistico.

Le opere saranno visibili fino al 6 gennaio dal martedì al venerdì ore 9-13, sabato ore 15-19, domenica ore 10-13 e 15-19 (chiuso 25 dicembre e 1 gennaio, apertura straordinaria mercoledì 26 dicembre ore 15-19). (Redazione cultura)

Nella foto: «Maretta» di Tommaso Della Volpe

Opere d'arte e brindisi d'auguri natalizi al Museo di San Domenico
Cultura e Spettacoli 9 Dicembre 2018

Oggi nella parrocchia di Zolino la presentazione dello studio sul Tabernacolo di Montefune

Forse non tutti sanno che nella piccola chiesa di Montefune, in comune di Castel del Rio, fu utilizzato per molto tempo un tabernacolo dipinto dal Beato Angelico, proveniente da una pala d’altare realizzata dallo stesso artista per il convento di San Domenico a Fiesole. Le vicissitudini di questo piccolo capolavoro e i legami con la grande opera fiesolana di cui faceva parte sono state studiate da Emilio Prantoni, che ha pubblicato i risultati delle sue ricerche in due libri di Bacchilega editore, «Il tabernacolo di Montefune del Beato Angelico» e «Ipotesi di ricostruzione del Tabernacolo di Montefune e della Pala di Fiesole del Beato Angelico».

Infatti, Prantoni ha esaminato prima la storia del pregevole manufatto e ne ha scoperto i legami con l’opera fiesolana, poi li ha approfonditi eseguendo sopralluoghi e misurazioni accurate. Infine si è dedicato alla ricostruzione filologica del Tabernacolo, che aveva subito notevoli rimaneggiamenti nel corso dei secoli, e ne ha individuato aspetto e posizione nel progetto originale del Beato Angelico, che l’aveva concepito alla base della grande pala d’altare, rimovibile, poiché si trattava di un manufatto che conteneva l’ostia consacrata.

Una volta stabilita la «teoria», Prantoni, con l’aiuto di abili e pazienti artigiani, ha ricostruito il tabernacolo stesso, riproducendo anche le parti dipinte. Questo lavoro ha destato molto interesse ed è stato presentato più volte. Ora tocca alla parrocchia di Zolino, che tra l’altro ha in gestione proprio la chiesa di Montefune, ospitare la presentazione, che avrà luogo oggi, domenica 9 dicembre, alle ore 17, in via Villa.

Nella foto la riproduzione del Tabernacolo di Montefune

Oggi nella parrocchia di Zolino la presentazione dello studio sul Tabernacolo di Montefune
Cultura e Spettacoli 7 Dicembre 2018

In mostra i tesori dell'Annunziata. Il 7 dicembre l'inaugurazione e la presentazione del libro sulla storia del complesso

Una mostra che vuole illuminare tutti i «Tesori dell”Annunziata». L’organizza la Fondazione Istituzioni Riunite per ripercorrere, tramite i suoi beni artistici, la storia del complesso dell’Annunziata di Imola. Allestita in collaborazione con l’Archivio e il Museo diocesani, sarà inaugurata venerdì 7 dicembre alle 17.30 nella sala di via Fratelli Bandiera 17/a e vedrà la contestuale presentazione del volume «Il complesso dell’Annunziata di Imola dal XV al XXI secolo» di Andrea Ferri, Mario Giberti e Marco Violi.

Il complesso dell’Annunziata è quell’edificio compreso tra le vie Fratelli Bandiera, Caterina Sforza, Santa Apollonia e piazzale Giovanni dalle Bande Nere avente una storia plurisecolare. Attualmente la proprietà è  della Fondazione Istituzioni Riunite di Imola, ente nato nell’agosto 2017 dalla depubblicizzazione e trasformazione della ex Ipab Istituzioni Riunite di Imola.

«Abbiamo ampliato l’ambito di operatività del l’ente  – spiega il presidente Edore Campagnoli -, così che ora possiamo occuparci anche dei settori sociali e culturali (oltre alla storica attività di gestione, conservazione e valorizzazione del proprio patrimonio immobiliare e di risposta a esigenze abitative, Nda), ad esempio abbiamo recentemente collaborato con Seacoop per la realizzazione degli orti rialzati e siamo intervenuti per il restauro della celletta di Cantalupo. Abbiamo inoltre dato in comodato d’uso un appartamento in via Boccaccio per la realizzazione del progetto ‘Vita indipendente per disabili’. Abbiamo poi deciso di realizzare questa mostra per donare alla città la visione di tante opere finora conservate in depositi o comunque non visibili e raccontarne la storia in un volume».

La mostra riunirà così nella Salannunziata, che in origine era la cappella del monastero cappuccino fatto erigere da Faustina Macchirelli Carradori alla fine del Cinquecento, una serie di materiali artistici originari.

Dopo l”inaugurazione alle 17.30, la mostra sarà visitabile l’8, il 9, il 15, il 16, il 22, il 23, il 24, il 26, il 29, il 30 dicembre, l’1, il 5 e il 6 gennaio dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19. (s.f.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 6 dicembre

In mostra i tesori dell'Annunziata. Il 7 dicembre l'inaugurazione e la presentazione del libro sulla storia del complesso
Cultura e Spettacoli 15 Novembre 2018

Arte e matematica unite nella mostra di Gabriele Gelatti a Castello

Una serie di dipinti basati sulle geo-metrie del «numero aureo» per mettere in mostra il progetto di un’architettura dove si fondono arte e matematica e dove l’edificio sacro è dedicato al mistero della natura, fonte di comune ispirazione per la creazione artistica e la ricerca matematica. È l’esposizione  dell’artista genovese Gabriele Gelatti allestita alla galleria comunale d’arte moderna di Castel San Pietro intitolata Il tempio d’oro e organizzata in occasione del Convegno nazionale «Incontri con la matematica».

Gelatti ha realizzato il suo progetto facendo sì che «le forme e i colori delle cose che la luce rende visibili» veicolino «il mistero che sente chi contempla la natura, nell’atomo, nel fiore, nell’uomo, nella galassia. L’arte e la matematica sono manifestazioni del medesimo stupore dinanzi al mistero della bellezza», come scrive: «Nel progetto di edificazione del Tempio d’Oro confluiscono un decennio di ricerche sulle corrispondenze della mente umana con le proprietà archetipe dei numeri e delle geometrie della proporzione aurea».Scrive Bruno D’Amore nel testo critico per l’esposizione: «Metafora del tempio è dunque qualsiasi altro luogo specifico, pensato e costruito per raccogliere spiritualità, sogni, traguardi ultramondani. Ma deve essere un luogo concreto, non solo ideale, per lo meno tanto concreto da essere identificabile non solo da chi l’ha pensato e realizzato, ma anche da chi lo frequenta o anche solo lo visita o solo ne conosce l’esistenza. Gelatti costruisce il suo tempio, riconoscibile, identificabile, la cui sacralità è l’arte, intrisa di una visione razionale della stessa, permeata di studi scientifici che la rendono sacrale, come succedeva alle credenze ancestrali e poi egizie, sumere, babilonesi, maya che non solo imponevano una venerazione acritica del credo, ma sue interpretazioni scientifiche, soprattutto aritmetiche, geometriche e astronomiche. Il tempio è dunque una metafora dei luoghi dell’arte, ma di questa specifica visione dell’arte, sacrale ma in forma pagana, puntuale porto d’arrivo di navi spirituali destinate a viaggi sorprendenti, a cambiare la storia del senso della vita umana (…)».

La galleria comunale è in via Matteotti 79. La mostra sarà inaugurata giovedì 15 novembre alle 17 e visitabile dal 15 al 18 novembre e dal 24 al 25 dalle 14 alle 19.

Nella foto un particolare dell’immagine della locandina della mostra

Arte e matematica unite nella mostra di Gabriele Gelatti a Castello
Cultura e Spettacoli 4 Novembre 2018

La storia del Tabernacolo di Montefune di Castel del Rio e della Pala di Fiesole del Beato Angelico

In occasione di un’anteprima della presentazione del libro «Ipotesi di ricostruzione del Tabernacolo di Montefune e della Pala di Fiesole del Beato Angelico» di Emilio Prantoni, si è svolta, negli spazi della Sala Magnus, una conferenza dal titolo «Il Tabernacolo di Montefune di Castel del Rio, opera del Beato Angelico», i cui relatori sono stati lo stesso Emilio Prantoni e padre Vincenzo Caprara, Priore del convento di San Domenico a Fiesole.

La storia del Tabernacolo di Montefune è legata a quella del trittico di San Domenico a Fiesole, dipinto dal Beato Angelico, del quale faceva parte in origine. Il Tabernacolo aveva due angeli adoranti sui lati e un Hecce Homos ull’usciolo. Emilio Prantoni ha già ricostruito le vicende di questo tabernacolo, alienato dalla composizione originaria, del quale si erano perse le tracce.

L’ipotesi, solidamente dimostrata, era che il tabernacolo fosse stato portato nella chiesa di Montefune, frazione di Castel del Rio e che, successivamente smembrato, le sue parti superstiti siano finite nei musei del Louvre e dell’Ermitage.

La storia del Tabernacolo di Montefune e della Pala di Fiesole è descritta in due pubblicazioni di Bacchilega editore, scritte da Emilio Prantoni: «Il tabernacolo di Montefune del Beato Angelico – Vicende e peripezie di un”eccellenza artistica nella valle del Santerno» e «Ipotesi di ricostruzione del Tabernacolo di Montefune e della Pala di Fiesole del Beato Angelico».

Ricordiamo inoltre che martedì 13 novembre, per il ciclo di incontri «I martedì del Pio Suffragio», l’associazione culturale San Macario propone la conferenza dal titolo «Il ciborio del polittico del Beato Angelico». Il relatore sarà il professor Prantoni, che durante la serata, oltre a illustrare i tormentati percorsi dei vari frammenti del Tabernacolo e le curiose e complicate vicende di questa opera d’arte del Beato Angelico nella sua completezza, esporrà il modello del Tabernacolo, da poco ricostruito grazie al lavoro di artigiani locali, nelle condizioni e nelle proporzioni in cui si doveva trovare quando fu posto per la prima volta sotto la pala d’altare nel convento di San Domenico a Fiesole.

Il servizio completo è su «sabato sera» del 1° novembre

Nella foto Emilio Prantoni nell”anteprima di Castel del Rio illustra il suo lavoro

La storia del Tabernacolo di Montefune di Castel del Rio e della Pala di Fiesole del Beato Angelico

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