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Cronaca 11 Luglio 2020

Amministrazione comunale di Fontanelice, volontari ed Enduro Motor Valley al lavoro per pulire il lungofiume del Santerno

Questa mattina l’Amministrazione comunale di Fontanelice, insieme ai volontari Gev di Imola ed Enduro Motor Valley hanno ripulito le sponde del Santerno a Fontanelice, su invito della stessa Amministrazione. L’intervento non si è limitato a quella zona, con i volontari che hanno continuato con la raccolta dei rifiuti anche nell’area della Conca Verde, dove, nei luoghi più riparati e nascosti in prossimità del ponte, l’abbandono dei rifiuti è un fenomeno purtroppo frequente.

Una mattinata quindi passata in compagnia all’insegna della pulizia dell’area fluviale che, nel piccolo comune della Vallata, rappresenta uno dei luoghi più belli e frequentati anche da visitatori provenienti da fuori territorio e come ogni anno presa d’assalto da chi cerca relax e riposo lungo il Santerno. Una zona che, puntualmente, soffre anche dei comportamenti irrispettosi di alcuni e dell’inciviltà di chi sporca o danneggia il territorio: bottiglie di vetro, tappi di bottiglia, mozziconi di sigarette, lattine e perfino un frammento di bossolo di artiglieria tra gli oggetti recuperati durante la mattina. «Ringrazio i cittadini e le associazioni che si impegnano in azioni concrete di cura e tutela del territorio – afferma il sindaco Gabriele Meluzzi -. È un modo per mantenere vivo lo spirito di comunità, i primi a dover rispettare e prenderci cura del nostro patrimonio siamo noi cittadini. Abbiamo iniziato lo scorso anno a coinvolgere i bambini in occasione dell’iniziativa “Puliamo il Mondo” promossa da Legambiente e vogliamo continuare a proporre occasioni come queste». (da.be.)

Nella foto: il gruppo di volontari al lavoro per ripulire il lungofiume del Santerno

Amministrazione comunale di Fontanelice, volontari ed Enduro Motor Valley al lavoro per pulire il lungofiume del Santerno
Cronaca 8 Luglio 2018

Il ritorno del lupo, una convivenza possibile. Gam, Ausl e naturalisti fanno il punto

E’ difficile e raro avvistarlo, ma c’è. Dall’inizio degli anni Duemila il lupo ha fatto ritorno anche sul nostro territorio, dopo decenni di assenza. Storicamente presente anche nelle nostre zone montane, già alla fine degli anni ’50 sull’Appennino tosco-emiliano era diventato raro incontrarlo. Negli anni ’70 ha rasentato addirittura l’estinzione, dato che in tutta Italia gli esemplari non superavano il centinaio. Nel 1976 il lupo è stato riconosciuto specie protetta e da questo momento in poi è iniziata la graduale ricolonizzazione anche della catena appenninica.

Il suo ritorno, positivo per l’ecosistema, ha però riproposto anche il tema della contiguità con gli animali da allevamento e le zone abitate dall’uomo, visto che negli ultimi anni è stato sporadicamente avvistato anche non lontano da centri nella bassa collina, come Dozza o Ponticelli, e in zone pianeggianti, lungo la via Emilia. In parallelo, anche nelle vallate del Santerno e del Sillaro si sono verificati casi di predazione su ovini e vitelli. L’ultimo in ordine di tempo si è verificato a inizio giugno nell’imolese, alla fattoria Romagnola in località Bergullo. Quando la convivenza diventa conflittuale, il rischio è che si alimenti il fenomeno illegale del bracconaggio, con ripercussioni negative sull’equilibrio dell’ambiente.

Per fare chiarezza sull’argomento, il Corpo delle Guardie ambientali metropolitane (Gam) ha organizzato il 22 giugno il convegno dal titolo “Il lupo nell’imolese: problema o risorsa?”, invitando a intervenire Gabriella Martini, responsabile dell’unità operativa di Igiene veterinaria dell’Ausl di Imola, i biologi Mia Canestrini e Luigi Molinari del Wolf Apennine Center del Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano, il farmacista Alessandro Magnani, qui nella veste di appassionato naturalista, e Gianni Neto, guardia ambientale metropolitana e fotografo naturalista.  «Spesso si parla del lupo in modo approssimativo, mistificatorio e strumentale – ha esordito Ivano Cobalto delle Gam – per questo abbiamo voluto mettere a disposizione dei partecipanti dati aggiornati e informazioni su basi scientifiche oggi disponibili sul ritorno nelle nostre zone di questo grande predatore. Questo per la migliore comprensione della realtà e per fugare preconcetti attualmente molto in voga». 

Alessandro Magnani e Gianni Neto, dal 2001, in modo parallelo e in collaborazione con l’allora Provincia, hanno iniziato a censire le marcature dei lupi, dalle tracce agli escrementi. Anche per loro è difficile stabilire il numero esatto di esemplari presenti nel circondario imolese. «Si tratta solo di stime – sottolinea Neto – anche perché è possibile che uno stesso gruppo, spostandosi, venga avvistato in zone diverse, come il territorio della Valquaderna, che confina con il Parco dei Calanchi dell’Abbadessa». Le immagini catturate dalle videotrappole in dotazione alle Gam e al gruppo di ricerca di cui fa parte Magnani hanno individuato una ventina di esemplari. «Nel versante da Codrignano, a Monte Battaglia, Valmaggiore, fino al confine con la Toscana – dettaglia Magnani – abbiamo avvistato due famiglie di lupi, con 6-7 elementi. Va anche detto che non tutti i componenti di un branco sopravvivono e a mesi di distanza li abbiamo rivisti passare, ma in numero inferiore. Nel versante Valsellustra, Rio Mescola, Bordona, Sassoleone e Monte la Fine verso la Toscana abbiamo individuato un altro gruppo di 5-6 elementi. Le videotrappole hanno anche rilevato un gruppo di 5 lupi più verso la pianura».  

Per sapere invece quanti attacchi si sono verificati negli ultimi anni ci viene in aiuto Geremia Dosa, veterinario dirigente della Sanità animale all’Ausl di Imola. «Il picco – spiega – c’è stato nel 2014 con 33 episodi accertati di predazione da parte di lupi su capi di allevamento. Le modalità e i segni rilevati durante i nostri sopralluoghi non ci hanno mai dato modo di contestare che l’episodio in questione non fosse attribuibile al lupo. Negli anni seguenti il numero si è stabilizzato al di sotto dei venti casi all’anno, segno che si è creato un equilibrio tra predatori e numero di prede. Nel 2017 i casi sono stati 15; quest’anno, finora, una decina. In genere, in nove casi su dieci le prede sono ovicaprini, mentre l’attacco di vitelli al pascolo capita in media una o due volte all’anno. Gli episodi si verificano soprattutto in primavera, estate e autunno, spesso ad opera di un solo lupo e non di un branco».

C’è anche un altro aspetto che il veterinario sottolinea: «Non abbiamo mai avuto casi di aggressioni a persone. Il lupo sa distinguere una potenziale preda. Probabilmente ci incrocia più volte di quanto noi stessi ci accorgiamo di lui. E ci evita. In genere si sposta nelle ore serali e all’alba, quando c’è un minimo di oscurità a proteggerlo. Il nostro è un territorio per lui ideale, ci sono diverse aree di parco, con cinghiali e caprioli. Un bovino al pascolo, adulto e in buono stato di salute, non è una preda appetibile per un lupo».  

In questi anni l’Ausl di Imola ha svolto anche un lavoro capillare di informazione rivolta agli allevatori, per spiegare l’importanza della prevenzione, attraverso una serie di semplici accorgimenti: far coricare al coperto le greggi e i capi più vulnerabili; chiudere bene le stalle; non lasciare nelle immediate vicinanze animali morti in attesa di smaltimento, scarti di macellazione, le placente degli animali appena nati, resti di cibo; tenere custoditi cani e gatti di casa. Inoltre, l’uso di reti elettrificate, dissuasori luminosi e cani da guardiania, come i pastori maremmani abruzzesi, aiutano a evitare il peggio.  Come sottolineato al convegno dagli esperti Wolf Apennine Center del Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano «la convivenza è possibile».

L’Emilia Romagna, oltre a risarcire dei danni gli aventi diritto, ha stanziato diversi milioni di euro per la protezione del bestiame domestico. «Là dove sono state messe in atto opere di prevenzione – concludono i biologi portando l’esempio delle zone di Parma e Reggio Emilia – i danni si sono azzerati». (lo.mi) 

L”articolo sul “sabato sera” del 5 luglio.

Nella foto lupi nella zona di monterenzio (foto di Gianni Neto)

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Il ritorno del lupo, una convivenza possibile. Gam, Ausl e naturalisti fanno il punto
Cronaca 23 Giugno 2018

Rifiuti abbandonati in strada a Ozzano, scattano le prime sanzioni delle Gev. Dito puntato sui “vicini'

L’abbandono dei rifiuti sta diventando un tema «caldo» in molti comuni del nostro territorio, sia in quelli che hanno già modificato il sistema di raccolta (i dieci comuni del circondario imolese, in diversi scaglioni temporali), sia in quelli che stanno ancora valutando come muoversi, come Ozzano. Proprio in quest’ultimo, si sta registrando un aumento esponenziale di cassonetti strapieni e conseguente abbandono di sacchetti, in particolare dell’indifferenziato, in strada. Uno spettacolo non certo edificante e che mostra il malcostume di molti. «Ci sono arrivate segnalazioni da parte dei cittadini e dal personale di Hera che si occupa dello svuotamento dei contenitori» conferma l’assessore ozzanese all’Ambiente, Mariangela Corrado.

Il sospetto, che è quasi una certezza, è che questo incremento di sacchetti in strada sia legato alla recente introduzione del nuovo sistema di raccolta nel vicino comune di Castel San Pietro e relative frazioni. Qui i vecchi cassonetti sono stati sostituiti con isole ecologiche di base composte da un cassonetto per i rifiuti indifferenziati con calotta, più contenitori per carta e cartone, plastica e lattine, sfalci e potature e una campana per il vetro. Inoltre, c’è un cassonetto a pedale per l’organico. Da fine maggio, passato il primo periodo per abituarsi al nuovo sistema, sono stati chiusi e per conferire i rifiuti è necessario utilizzare l’apposita tessera fornita da Hera a tutte le utenze. «Abbiamo notato un aumento degli abbandoni dei rifiuti nel nostro territorio proprio in concomitanza con la chiusura dei nuovi cassonetti a Castel San Pietro – prosegue la Corrado -. Pensiamo che in buona parte possa dipendere da cittadini della frazione di Osteria Grande e dintorni, che confinano con Ozzano. Succede in particolare per i sacchi grandi dell’indifferenziata che, con l’introduzione del riduttore a calotta, non entrano più nei nuovi contenitori posizionati a Castello (il massimo è un sacchetto da 30 litri, ndr)».

Il dito puntato contro i «vicini» di Osteria Grande è giustificato da una semplice constatazione. «Oltre al fatto che gli abbandoni si sono intensificati dopo la chiusura dei cassonetti – prosegue l’assessore -, le postazioni più critiche sono proprio quelle al confine con Castel San Pietro. Avevamo già avuto un problema analogo anni fa quando a Budrio fu introdotto il sistema porta a porta e ancora oggi registriamo abbandoni dovuti a questo in via Pedagna a Ponte Rizzoli».

Per quanto riguarda le criticità attuali, invece, i cassonetti «di confine» attorno ai quali ci sono più sacchetti sono «all’incrocio tra via Frate Giovanni e via di Varignana, all’altezza del civico 4 di via San Pietro, all’intersezione tra via San Pietro e via Panzacchi e sugli Stradelli Guelfi a Ponte Rizzoli, dietro l’edicola – snocciola la Corrado -. A nostro parere il fenomeno “migratorio” è evidente».

Come fare, allora? Già l’anno scorso il Comune di Ozzano aveva chiesto alla Gev (guardie ecologiche volontarie) di Bologna, con le quali ha una convenzione, di intensificare i controlli sui rifiuti. «La polizia municipale e le Gev stanno collaborando per monitorare la situazione e segnalare a Hera se e dove c’è bisogno di svuotare i cassonetti più spesso, ma possono anche sanzionare se risalgono all’identità dei trasgressori» afferma l’assessore. In sostanza, possono aprire i sacchetti trovati in strada e se trovano elementi riconducibili a una persona in particolare (può essere sufficiente una busta con l’indirizzo) scatta la multa.

La municipale applica il regolamento Atersir che prevede una sanzione da 52 a 312 euro; nello specifico, viene applicata una sanzione da 104 euro (il doppio del minimo). «Quest’anno ne abbiamo già notificate 24, delle quali le ultime 2 sono state rilevate a Ponte Rizzoli e riguardano entrambe residenti di Castel San Pietro – dice la Corrado -. Inoltre, useremo a questo scopo anche un paio di telecamere mobili, posizionandole in corrispondenza delle postazioni più critiche».Intanto, il Comune di Ozzano prosegue il percorso per arrivare a definire la nuova modalità di raccolta differenziata nella quale sono stati coinvolti i cittadini attraverso un percorso partecipato promosso dall’Unione dei comuni Savena-Idice (oltre a Ozzano, ci sono Pianoro, Monterenzio, Loiano e Monghidoro).

Negli incontri organizzati finora sono stati portati ad esempio i sistemi attivati nei comuni limitrofi che, in sostanza, applicano la raccolta porta a porta o, in alternativa, la tessera personale per aprire i cassonetti e le calotte per limitare la grandezza dei sacchetti. «Stiamo valutando – dice l’assessore -. In ogni caso, per evitare ulteriori disagi, ci piacerebbe introdurre un sistema uguale tra territori vicini».Nel frattempo, continua la possibilità di conferire rifiuti sia nei cassonetti della differenziata in strada, sia presso la stazione ecologica di via dello Sport. In quest’ultimo caso, sono previsti sconti sulla bolletta della Tari in base a quanto conferito (ogni oggetto conferito consente di accumulare un certo numero di punti; gli sconti partono al raggiungimento dei 170 punti per le utenze domestiche e dei 600 per le non domestiche).

«Sono 650 gli utenti che troveranno nella cartella della Tari l’applicazione di uno sconto sulla tassa rifiuti dovuto ai conferimenti del 2017 per un totale di 11.151 euro, in linea con quanto versato nel 2016 e in crescita rispetto ai circa 9.000 euro degli anni precedenti» conclude Corrado. (gi.gi. ) 

Nella foto i sacchetti abbandonati fuori da cassonetti a Ponte Rizzoli

Rifiuti abbandonati in strada a Ozzano, scattano le prime sanzioni delle Gev. Dito puntato sui “vicini'

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