Posts by tag: insegnanti

Ciucci (ri)belli 27 Aprile 2021

Aperte le iscrizioni a C’è un libro per te, corso gratuito on line di formazione sulla lettura

La Biblioteca di Castel San Pietro organizza C’è un libro per te, corso gratuito on line di formazione sulla lettura, rivolto in particolare a insegnanti, genitori e chiunque si dedichi ai bambini.

Gli appuntamenti sono due: giovedì 13 maggio 2021, dalle ore 17 alle 19.30, rivolto a insegnanti del nido, della scuola dell’infanzia e genitori, e giovedì 27 maggio, dalle ore 17 alle 19.30, per insegnanti della scuola primaria e genitori. Si ricevono adesioni entro tre giorni prima dell’incontro. Per prenotare e ricevere il link scrivere a biblioteca@cspietro.it oppure telefonare al numero 051 940064.

Gli argomenti del corso:

  • lettura ad alta voce: perché e come leggere?
  • come scegliere cosa leggere?
  • accessibilità alla lettura per i bimbi con bisogni educativi speciali: quali sono i criteri di una storia che rispet­tano i tempi e gli stili cognitivi di tutti e di ciascuno?
  • letture inclusive per contesti educativi, come un libro può essere decisivo nella determinazione delle relazioni di un gruppo classe.
  • musica nelle parole, sonorità e senso. l’importanza delle rime che veicolano contenuto, valori, strutture grammaticali e competenze di scrittura.
  • schermo o pagina? come far risaltare la differenza di uso nel rispetto, per esempio dei tempi e dei turni di parola in classe.
  • albo illustrato: la grande risorsa per i bambini in crescita e gli insegnanti in ascolto.
  • consigli pratici.
  • consigli bibliografici.

Con questa iniziativa, che vede la collaborazione delle Edizioni La Pulce, Cristina Petit ed Elisa Mazzoli, la Biblioteca comunale partecipa al progetto nazionale Il Maggio dei libri, promosso dal Centro per il libro e la lettura (Cepell).

Aperte le iscrizioni a C’è un libro per te, corso gratuito on line di formazione sulla lettura
Ciucci (ri)belli 27 Marzo 2021

Dad sì o no? Il parere dell’insegnante e illustratrice Giorgia Atzeni

Giorgia Atzeni è storica dell’arte, illustratrice, grafica editoriale e soprattutto insegnante di materie letterarie e storia dell’arte nella scuola secondaria di primo e secondo grado. Vive e lavora a Cagliari. Per Bacchilega Junior ha pubblicato Prima e poi, albo di poesie firmate da Teresa Porcella; per lo stesso editore illustra la serie Storie del nido della collana I Libricini (che a oggi conta cinque titoli di piccola narrativa per piccolissimi lettori). Questa sua testimonianza è stata pubblicata sul settimanale Sabato sera del 18 marzo 2021.

Noi prof coraggiosi, molto motivati e amanti delle assurde novità che la vita ci riserva soprattutto in ambito professionale, in quest’ultimo anno ci siamo buttati a capofitto in un’impresa mica facile: far funzionare alla bell’e meglio, in tempi di pandemia, l’insegnamento da remoto. Giovani e meno giovani, adolescenti, bambini e docenti di vecchia e nuova guardia hanno provato gioie e dolori dello smart working. Ma qui non si tratta semplicemente di spedire mail, di mantenere i contatti coi clienti, di partecipare a estenuanti call conference coi colleghi e capi d’azienda. Tutte attività tanto nobili quanto stressanti. No! Qui si tratta di portare avanti l’azione educativa attraverso i «potenti» mezzi del web. Educare a distanza, ormai l’abbiamo capito, è certamente un ossimoro. Un ossimoro, a tratti indispensabile, da somministrare in emergenza con moto alternato.

Il senso dell’«e-ducare» sarebbe quello del «condurre fuori». Attività improbabile da realizzare nei mesi di clausura, quando tutti sono stati «dentro» per il lockdown del primo Dpcm dell’era Covid. Incarico inverosimile per gli insegnanti soprattutto nella primissima fase in cui la dad è approdata sul pianeta scuola e di nuovo oggi che la terza ondata sembra travolgere la penisola contrassegnata da colori più o meno accesi.

Trattandosi di espressione astratta figurata quanto il famoso «Imbuto di Norimberga» (Nürenberg tricther o Nürenberg Funnel), l’ossimoro dell’educazione a distanza dovrebbe funzionare, suonare bene, come tutte le figure retoriche. Tuttavia l’esperimento, viepiù necessario, inizia a produrre suoni dissonanti e poco armonici. Quella dell’imbuto è una descrizione ironica che pretenderebbe di visualizzare l’azione dell’educare o dell’insegnare, ovvero la pratica di travasare contenuti nozionistici, o conoscenze, da un «contenitore A», pieno, a un «contenitore B», vuoto o semivuoto, con caduta verticale, soprattutto se il docente sta più in alto del discente, meglio se su una predella. Questo sembra incontrovertibile nella tradizione figurativa e letteraria barocca sino a oggi, anche se la «caduta dall’alto» delle informazioni poi ha avuto in classe, non dimentichiamolo, una metamorfosi «frontalizzata» secondo la linea «cattedra-banco» con distribuzione ramificata «a pioggia» come nel proverbiale droplet.

Detto così sembra molto semplice e lineare. Io parlo. Tu ascolti (se ascolti). Tu impari (forse).

Per illustrare oggi l’atto di e-ducare e insegnare io preferisco usare la metafora della siringa nell’atto di aspirare, di un cavatappi, di un aspirapolvere «che porta fuori», estrae quel che c’è di buono, con un processo metacognitivo, in cui talvolta si assumono le conoscenze e talvolta le si estraggono, magari dopo una buona rimescolata in un frullatore-estrattore di succhi di frutta e verdura. L’educare, con o senza imbuto, tuttavia non implica sempre e solo il condurre fuori – all’aperto, oggi più che mai – i discenti per permettere loro di conoscere il mondo con l’esperienza diretta delle cose, ma anche (e soprattutto) di condurre loro «fuori dagli schemi», dai «peccati originali», per combattere (come cita il dizionario) dalle inclinazioni non buone, anche se a questo punto ci si immette in un campo che non vorrei invadere mai, ovvero quello della morale. Quindi è chiaro che il condurre fuori è essenziale nell’apprendimento esperienziale, sebbene quasi mai gli studenti escano dalla classe (questo comporta ogni volta stressanti responsabilità burocratiche e penali che fanno desistere anche i maestri e i prof più motivati!). Prassi vuole che per un intero anno scolastico i ragazzi abbandonino una stanza per entrare in un altro luogo chiuso, la classe.

Ma veniamo al dunque: non recandosi più nemmeno a scuola gli scolari devono imparare qualcosa pur stando fermi in cameretta. Devono ascoltare o visualizzare attraverso lo schermo del tablet o del cellulare un’opera d’arte o un testo ma non possono fare esperienza diretta delle cose. Argomento che non porterei necessariamente in favore della lezione in presenza perché anche in classe il tour al museo si faceva virtualmente, attraverso lo schermo della lim.

Tecnologi e tecnofobi si affrontano e dibattono: dad sì o dad no?

Oggi sono in tanti a criticare e demolire l’esperimento didattico che c’è capitato a tiro! Altri lo preferiscono, perché su Meet finalmente c’è il tasto per silenziare la classe che rumoreggia. Lo capisco! Nessuno se lo aspettava. Nessuno era pronto. Chi poteva immaginare un mondo in lockdown, tutti a casa, ma tutti tutti tutti! E cosa facciamo allora, ce ne freghiamo? Non se ne fa niente? Tergiversiamo? Vacanza per tutti? Chiudiamo la baracca? Viva le ferie a casa! Si dorme, si mangia, si guarda la tivù? Niente matematica, niente storia, niente scrivere, niente leggere? Niente grammatica, niente inglese, per tre mesi? E così pure ad libitum per i tre-sei mesi successivi? L’abbiamo desiderato tante volte un mondo così. Tutti in pantofole. Quanto è durato questo entusiasmo iniziale? Si è rivelato un passo lento e spento dal letto allo schermo e ritorno. Gli studenti hanno visto all’orizzonte il colore della noia. Perché insomma, toglietemi tutto ma non il piacere di andare a scuola in autobus, la chiacchiera davanti all’istituto, gli sguardi e le risatine in classe; il contatto oculare con il docente, i bigliettini sotto il banco, la matita che cade, i «Portami il diario», i «Prof posso andare al bagno?», i «Non dondolarti sulla sedia!»; «Zitti e buoni!».

La scuola è «incontro». A tal proposito mi sento una privilegiata, perché a tutt’oggi posso dire con fatica ma tanto orgoglio che le mie lezioni nella scuola media di via Piceno a Cagliari si sono svolte, a parte brevissime parentesi di quarantena, corpore praesenti. Non si dimentica la sensazione di appartenere a una di quelle prof mascherate, igienizzate e ben distanziate di fronte a poveri alunni smarriti e increduli dopo la prolungata e forzata pausa sociale. Il primo giorno di scuola è stato uno spettacolo incrociare gli sguardi sgomenti degli studenti in presenza. Ogni loro occhiata ha nascosto un «Oh no, dov’è lo schermo? Qui ci sono i prof dal vivo. Come la mettiamo?».

Alle norme di base si aggiunge oggi il protocollo Covid. Si tratta di tanti «nonsipuò» messi in fila. Tanti «no» che non ci piacciono. Chiaramente tutti vorrebbero eliminare le limitazioni portate a scuola dal Coronavirus. I ragazzini vogliono fare tutto ciò che prima non era «vietato» ma «normale vita insieme»: abbracciarsi, giocare, condividere i materiali. Anche i più piccolini imparano il mantra della mascherina e dell’igienizzazione e con grande fatica lo applicano.

É necessario essere molto ligi per non cadere dalla padella nella brace. Siamo blindati, io e loro. La mattina ci prepariamo: coi nostri bei dispositivi e ben pettinati usciamo dalla nostra vita domestica per incontrarci e lavorare alacremente per riprenderci le abilità intrapersonali e interpersonali, per conoscere meglio noi stessi e chi ci sta a fianco. Per affrontare «insieme», tra una verifica di grammatica e un capitolo di storia, la paura e il disagio di questi tempi difficili.

Giorgia Atzeni

Dad sì o no? Il parere dell’insegnante e illustratrice Giorgia Atzeni
Ciucci (ri)belli 20 Marzo 2021

Insegnante al tempo del Covid, la testimonianza di Maria Beatrice Masella

Maria Beatrice Masella è insegnante, pedagogista e scrittrice di libri per bambini. Per la collana Bacchilega Junior della nostra casa editrice ha pubblicato volumi per diverse fasce d’età. In questo post presentiamo la sua testimonianza di insegnante al tempo del Covid, pubblicata sul settimanale Sabato Sera dell’11 marzo 2021.

Se qualcuno ci avesse raccontato poco più di un anno fa – sembra passato un secolo da quell’altra vita -, che a causa di un virus a forma di corona avremmo insegnato in Dad (didattica a distanza), poi ritoccata in Ddi (didattica digitale integrata), in altre parole online attraverso lo schermo di un computer, nessuno di noi ci avrebbe creduto. Avremmo pensato a una brutta distopia di scarso successo editoriale e l’avremmo liquidata con un sorrisetto di sufficienza. Invece, eccoci qui. Di nuovo in Dad, anzi in Ddi. E non c’è niente da ridere.

Il rosso è un colore che improvvisamente ci fa piangere perché significa ospedali pieni di malati, aumento dei positivi e dei deceduti, e scuole chiuse. Ma a ben vedere la scuola quest’anno è sempre rimasta aperta, anche se molti non lo sanno: la campanella suona ancora, le aule sono abitate, i corridoi non vanno deserti. È aperta agli alunni e alle alunne con bisogni speciali, così come a coloro che necessitano di accoglienza per vari motivi, insieme ai/alle loro insegnanti, educatori ed educatrici, e al personale non docente. Questo, vale la pena ricordarlo ai più giovani, grazie alle avanzatissime leggi sull’inclusione delle persone disabili, conquistate in Italia negli anni ’70. Gli altri, invece, sono in una specie di sede distaccata virtuale, a distanza, in modalità griglia, dentro piccole caselle tutte uguali, con l’unico dato positivo di poter stare senza mascherine e di potersi guardare in faccia. Improvvisamente noi insegnanti ci siamo ritrovati dentro alle stanze degli adolescenti, letti singoli, poster, finestre su paesaggi vari. Molte camerette e qualche cucina, ogni tanto un terrazzo e persino un giardino.

A volte mi sembra di essere caduta in un bizzarro gioco di società, come nel film «Jumanji», dove le caselle siamo noi o la nostra immagine parlante, e a seconda di dove va a finire il dado dobbiamo fare qualcosa: tornare al punto di partenza perché la connessione è caduta, stare fermi un turno con le parole che vanno a scatti, correre per non essere catturati dai mostri mentre i minuti volano via. Sappiamo che l’obiettivo di questo gioco è arrivare al traguardo senza perdere nessuno per strada, superando le difficoltà di telecamere e microfoni e sperdimenti vari. Non uno di meno anche qui. Si vince insieme o si perde tutti.

Alcuni ritengono che la modalità digitale a distanza non sia scuola, ma solo un lontano surrogato, altri che possa essere un valido sostituto se utilizzato, però, in modo innovativo, per esempio evitando le lezioni frontali (ma non dovevamo già averle superate, dopo più di mezzo secolo dalle rivoluzioni pedagogiche e culturali di don Milani, Maria Montessori, Bruno Ciari, Loris Malaguzzi e Gianni Rodari? Anche di questo dovremmo discutere prima o poi). Non mi sento di innalzare steccati, in questo momento ritengo ci sia un bisogno assoluto di costruire ponti, così vorrei allargare lo sguardo comprendendo la scuola da due punti di vista diversi ma complementari: il corpo e la presenza, le parole e la rete. Tutti noi che abitiamo la scuola sappiamo che è fatta da bambini e bambine, ragazzi e ragazze, con corpi che crescono, si scoprono, imparano a conoscersi, si relazionano e creano dinamiche trasformative. E altrettanto bene sappiamo che anche per noi insegnanti il corpo è importantissimo. Come ci muoviamo nello spazio dell’aula, quanto accogliamo o respingiamo con gesti e postura, la nostra presenza è sempre parte fondante di ciò che comunichiamo. Forse non è un caso che si usi ancora l’espressione «il corpo docente», indicando qualcosa di solido, un argine alla dispersione.

Infine, la scuola è comunità. Non solo di una singola classe, ma di gruppi che si formano su passioni comuni (teatro, musica, sport, laboratori espressivi e creativi, ecc.), comunità che prende corpo in luoghi variegati: giardini, cortili, corridoi, aule, palestre, persino scale e gradini. Ebbene, come si può davvero pensare di piegare questa complessa e vasta realtà al modo virtuale? Detto ciò, bisogna riconoscere che la scuola è anche il luogo per eccellenza della parola. Senza la parola non avrebbe ragion d’essere. Se, per assurdo, arrivasse un virus con la caratteristica di propagarsi attraverso le parole orali e scritte (distopia atroce alla quale speriamo di non assistere), potrebbe mai la scuola continuare ad esistere, se pur in presenza e abbracciati?

È per questo che quando la crisi mondiale sanitaria ci ha imposto di tenere la distanza affinché il contagio non si propagasse, ogni modalità è stata vista come una possibilità, se pur limitata, per salvare la scuola in uno dei suoi aspetti fondanti. Almeno io l’ho inteso così: un estremo tentativo di resistere attraverso la parola. Non certo l’intento di profilare un modello fluido e smaterializzato di scuola da far prevalere per il futuro. Tuttavia, si afferma da più parti e a giusta ragione, si potevano e dovevano intraprendere azioni più incisive per cercare di rimanere dentro la scuola: attivare trasporti dedicati agli alunni, aumentare il numero dei docenti e diminuire quello degli studenti per classe, ipotizzare nuovi luoghi dove ritrovarci in attesa di edifici moderni e accoglienti. I singoli istituti scolastici hanno fatto molto, ma certo non potevano agire in questi settori. Non va dimenticato, inoltre, che la scuola pubblica da troppi anni è stata colpevolmente depauperata ed è arrivata all’appuntamento con la pandemia già in affanno.

Oggi, noi insegnanti siamo chiamati ad affrontare due sfide ineludibili: tenere vivo il senso della scuola in qualsiasi condizione, custodendo la relazione con i nostri alunni e alunne; chiedere con forza che si investano subito le migliori risorse economiche e culturali del paese per la scuola pubblica del futuro, perché sia ricca di umanità e bellezza, intreccio indissolubile di corpi e di menti. Inclusa la natura. Abbiamo l’occasione per invertire la rotta: dalla distopia verso una necessaria e concreta utopia.

Maria Beatrice Masella

Nella foto: Maria Beatrice Masella durante una presentazione del suo libro Davanti a quel muro, che racconta ai ragazzi la strage di Bologna del 2 agosto 1980

Insegnante al tempo del Covid, la testimonianza di Maria Beatrice Masella
Ciucci (ri)belli 18 Novembre 2020

Spunk e Ciucci, diretta Facebook sul diritto dei bambini all’informazione

Di diritto all’informazione (anche) junior si parlerà nell’incontro on line in programma giovedì 19 novembre 2020, alle ore 18.30 sulla pagina Facebook de Lo Spunk, all’interno del cartellone Diritti fa rima con, in occasione della Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 20 novembre.

Il diritto all’informazione non conosce età. Per questo Lo Spunk, il giornale delle bambine e dei bambini della coop. Corso Bacchilega, si occupa di fare informazione a misura di bambini. Allo stesso modo il nostro blog aiuta i genitori a trovare informazioni a misura di bambini.

Protagonisti dell’incontro saranno questo blog e Lo Spunk, assieme alle rispettive curatrici, le giornaliste Lorena Mirandola e Milena Monti.

L’incontro, che racconta il progetto del giornale fra diritto all’informazione e diritto alla lettura, è dedicato a genitori, insegnanti e altri adulti interessati ai diritti dell’infanzia.

Il cartellone Diritti fa rima con… è ideato e promosso dalla Rete Sapere in collaborazione con Bacchilega Junior e Lo Spunk (marchi della coop Bacchilega Editore), Ceas (Centro di educazione alla sostenibilità), Casa Piani. L’iniziativa ha il patrocinio di Legacoop e Comune di Imola.

Il programma della rassegna Diritti fa rima con…

Spunk e Ciucci, diretta Facebook sul diritto dei bambini all’informazione
Cronaca 18 Luglio 2018

A Medicina gli «Insegnanti con i capelli bianchi» festeggiano dieci anni di attività

Si sono appena festeggiati i dieci anni dell’iniziativa Insegnanti con i capelli bianchi che due volte al mese, da settembre a giugno, anima il centro diurno per anziani di via Saffi, gestito dalla cooperativa Ida Poli. Il progetto era stato ideato nel 2008 dagli animatori del centro Anna Bertazzoli e Stefano Canova che avevano deciso anche il nome. «Gli obiettivi erano molteplici: coinvolgere gli anziani del centro diurno in attività per bambini e ragazzi, favorire uno scambio intergenerazionale e presentare i “nonni” come detentori di saperi che rischiano di scomparire» spiega Maria Gabriella Caprara, responsabile dell’area Servizio sociale territoriale dell’Asp, che tiene le fila del progetto medicinese.

La risposta della comunità è stata positiva e si sono presentati volontari che volevano mettere a disposizione le loro conoscenze. Oggi gli insegnanti coi capelli bianchi sono una ventina. Inoltre, sono stati attivati dei gemellaggi con le scuole e durante alcuni sabati mattina delle classi hanno partecipato all’iniziativa. Le animatrici  del centro diurno ogni due mesi programmano i laboratori e distribuiscono i volantini nelle scuole elementari e medie di Medicina. «Negli anni sono stati portati avanti i laboratori più svariati – continua Caprara -. Dalla cucina alla costruzione delle bambole, ma anche giochi di carte e lettura di fiabe ad alta voce. A volte si svolgono attività legate alle ricorrenze come la costruzione di presepi nel periodo natalizio».

I laboratori vengono scelti delle animatrici del centro e talvolta sono gli stessi insegnanti a proporli. Per iscriversi è sufficiente chiamare il centro diurno, ma conviene muoversi per tempo perché ci sono solo dieci posti disponibili ed ogni bambino deve essere accompagnato da almeno un adulto. Tra l’altro, nonni e genitori spesso non si limitano a fare da accompagnatori, bensì partecipano alle attività. Gli anziani utenti del centro diurno partecipano a modo loro, anche solo osservando e dando consigli ai più giovani. Negli anni altri insegnanti con i capelli bianchi sono arrivati anche da Castel Guelfo, Mordano e Budrio e ora gli animatori del centro sperano che questa esperienza sia contagiosa e venga riproposta anche in altre realtà.

re.co.

Su «sabato sera» in edicola una pagina per raccontare i laboratori del centro diurno e le esperienze delle insegnanti.

Nella foto: Mario Scalorbi e le sue bamboline ricavate dalle foglie del mais

A Medicina gli «Insegnanti con i capelli bianchi» festeggiano dieci anni di attività

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