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Insegnante al tempo del Covid, la testimonianza di Maria Beatrice Masella

Insegnante al tempo del Covid, la testimonianza di Maria Beatrice Masella

Maria Beatrice Masella è insegnante, pedagogista e scrittrice di libri per bambini. Per la collana Bacchilega Junior della nostra casa editrice ha pubblicato volumi per diverse fasce d’età. In questo post presentiamo la sua testimonianza di insegnante al tempo del Covid, pubblicata sul settimanale Sabato Sera dell’11 marzo 2021.

Se qualcuno ci avesse raccontato poco più di un anno fa – sembra passato un secolo da quell’altra vita -, che a causa di un virus a forma di corona avremmo insegnato in Dad (didattica a distanza), poi ritoccata in Ddi (didattica digitale integrata), in altre parole online attraverso lo schermo di un computer, nessuno di noi ci avrebbe creduto. Avremmo pensato a una brutta distopia di scarso successo editoriale e l’avremmo liquidata con un sorrisetto di sufficienza. Invece, eccoci qui. Di nuovo in Dad, anzi in Ddi. E non c’è niente da ridere.

Il rosso è un colore che improvvisamente ci fa piangere perché significa ospedali pieni di malati, aumento dei positivi e dei deceduti, e scuole chiuse. Ma a ben vedere la scuola quest’anno è sempre rimasta aperta, anche se molti non lo sanno: la campanella suona ancora, le aule sono abitate, i corridoi non vanno deserti. È aperta agli alunni e alle alunne con bisogni speciali, così come a coloro che necessitano di accoglienza per vari motivi, insieme ai/alle loro insegnanti, educatori ed educatrici, e al personale non docente. Questo, vale la pena ricordarlo ai più giovani, grazie alle avanzatissime leggi sull’inclusione delle persone disabili, conquistate in Italia negli anni ’70. Gli altri, invece, sono in una specie di sede distaccata virtuale, a distanza, in modalità griglia, dentro piccole caselle tutte uguali, con l’unico dato positivo di poter stare senza mascherine e di potersi guardare in faccia. Improvvisamente noi insegnanti ci siamo ritrovati dentro alle stanze degli adolescenti, letti singoli, poster, finestre su paesaggi vari. Molte camerette e qualche cucina, ogni tanto un terrazzo e persino un giardino.

A volte mi sembra di essere caduta in un bizzarro gioco di società, come nel film «Jumanji», dove le caselle siamo noi o la nostra immagine parlante, e a seconda di dove va a finire il dado dobbiamo fare qualcosa: tornare al punto di partenza perché la connessione è caduta, stare fermi un turno con le parole che vanno a scatti, correre per non essere catturati dai mostri mentre i minuti volano via. Sappiamo che l’obiettivo di questo gioco è arrivare al traguardo senza perdere nessuno per strada, superando le difficoltà di telecamere e microfoni e sperdimenti vari. Non uno di meno anche qui. Si vince insieme o si perde tutti.

Alcuni ritengono che la modalità digitale a distanza non sia scuola, ma solo un lontano surrogato, altri che possa essere un valido sostituto se utilizzato, però, in modo innovativo, per esempio evitando le lezioni frontali (ma non dovevamo già averle superate, dopo più di mezzo secolo dalle rivoluzioni pedagogiche e culturali di don Milani, Maria Montessori, Bruno Ciari, Loris Malaguzzi e Gianni Rodari? Anche di questo dovremmo discutere prima o poi). Non mi sento di innalzare steccati, in questo momento ritengo ci sia un bisogno assoluto di costruire ponti, così vorrei allargare lo sguardo comprendendo la scuola da due punti di vista diversi ma complementari: il corpo e la presenza, le parole e la rete. Tutti noi che abitiamo la scuola sappiamo che è fatta da bambini e bambine, ragazzi e ragazze, con corpi che crescono, si scoprono, imparano a conoscersi, si relazionano e creano dinamiche trasformative. E altrettanto bene sappiamo che anche per noi insegnanti il corpo è importantissimo. Come ci muoviamo nello spazio dell’aula, quanto accogliamo o respingiamo con gesti e postura, la nostra presenza è sempre parte fondante di ciò che comunichiamo. Forse non è un caso che si usi ancora l’espressione «il corpo docente», indicando qualcosa di solido, un argine alla dispersione.

Infine, la scuola è comunità. Non solo di una singola classe, ma di gruppi che si formano su passioni comuni (teatro, musica, sport, laboratori espressivi e creativi, ecc.), comunità che prende corpo in luoghi variegati: giardini, cortili, corridoi, aule, palestre, persino scale e gradini. Ebbene, come si può davvero pensare di piegare questa complessa e vasta realtà al modo virtuale? Detto ciò, bisogna riconoscere che la scuola è anche il luogo per eccellenza della parola. Senza la parola non avrebbe ragion d’essere. Se, per assurdo, arrivasse un virus con la caratteristica di propagarsi attraverso le parole orali e scritte (distopia atroce alla quale speriamo di non assistere), potrebbe mai la scuola continuare ad esistere, se pur in presenza e abbracciati?

È per questo che quando la crisi mondiale sanitaria ci ha imposto di tenere la distanza affinché il contagio non si propagasse, ogni modalità è stata vista come una possibilità, se pur limitata, per salvare la scuola in uno dei suoi aspetti fondanti. Almeno io l’ho inteso così: un estremo tentativo di resistere attraverso la parola. Non certo l’intento di profilare un modello fluido e smaterializzato di scuola da far prevalere per il futuro. Tuttavia, si afferma da più parti e a giusta ragione, si potevano e dovevano intraprendere azioni più incisive per cercare di rimanere dentro la scuola: attivare trasporti dedicati agli alunni, aumentare il numero dei docenti e diminuire quello degli studenti per classe, ipotizzare nuovi luoghi dove ritrovarci in attesa di edifici moderni e accoglienti. I singoli istituti scolastici hanno fatto molto, ma certo non potevano agire in questi settori. Non va dimenticato, inoltre, che la scuola pubblica da troppi anni è stata colpevolmente depauperata ed è arrivata all’appuntamento con la pandemia già in affanno.

Oggi, noi insegnanti siamo chiamati ad affrontare due sfide ineludibili: tenere vivo il senso della scuola in qualsiasi condizione, custodendo la relazione con i nostri alunni e alunne; chiedere con forza che si investano subito le migliori risorse economiche e culturali del paese per la scuola pubblica del futuro, perché sia ricca di umanità e bellezza, intreccio indissolubile di corpi e di menti. Inclusa la natura. Abbiamo l’occasione per invertire la rotta: dalla distopia verso una necessaria e concreta utopia.

Maria Beatrice Masella

Nella foto: Maria Beatrice Masella durante una presentazione del suo libro Davanti a quel muro, che racconta ai ragazzi la strage di Bologna del 2 agosto 1980

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