Posts by tag: Intervista

Economia 12 Agosto 2020

Il nuovo presidente della Cims Antonio Dongellini: «Pronti ad affrontare le nuove sfide»

E’ appena diventato presidente, ma proprio novellino non è Antonio Dongellini. Bastano due numeri per capire che chi guiderà la Cims nel prossimo triennio di esperienza ne ha da vendere: Dongellini è stato assunto infatti il 16 giugno 1982 e da una trentina d’anni fa parte del consiglio d’amministrazione della cooperativa. «Ho vissuto tutti i salti di qualità fatti da Cims in quasi 40 anni – conferma – e l’ho fatto grazie a questa azienda coraggiosa che credeva ciecamente nelle figure giovani. A quei tempi penso non ce ne fossero molte strutturate così, capaci di valorizzare i loro ragazzi e di responsabilizzarli come è stato fatto con me, che a 23 anni ero già in Cda».

Dongellini, nato il 15 luglio1967, è originario di Sassoleone. E’ sposato e padre di due figli, Alex di 10 anni e Letizia di 6. In origine entrò in Cims per occuparsi di lavori di forestazione, poi passò al settore Verde quando la cooperativa estese la propria operatività anche a quel ramo. Oggi ricopre il ruolo di responsabile della Gestione risorse, che comprende il personale e i mezzi ed è stato eletto da un Consiglio di amministrazione che ha un’età media di 41 anni. Nel futuro, Dongellini vede ancora opportunità di crescita. «È stata la nostra forza, è la nostra identità – dichiara convinto -. Qualsiasi possibilità per crescere deve essere valutata e portata a termine. Non significa azzerare i rischi, anche se chiaramente occorre considerare l’equilibrio dell’azienda. Però non ci gireremo dall’altra parte di fronte alle sfide». (mi.ta.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 30 luglio

Nella foto il nuovo presidente di Cims Antonio Dongellini

Il nuovo presidente della Cims Antonio Dongellini: «Pronti ad affrontare le nuove sfide»
Cultura e Spettacoli 12 Aprile 2020

Da Valentino a Max Mascia, dopo i primi 50 anni la storia del ristorante San Domenico continua…

La seconda puntata sul San Domenico (la prima è pubblicata sul «sabato sera» del 2 aprile) è rivolta al presente e al futuro. Se le parole di Valentino rappresentavano 50 anni favolosi di attività, quelle di Massimiliano «Max» Mascia si rivolgono all’attualità, perché uno chef giovane, di soli 37 anni (quasi), deve guardare oltre il romanticismo, diventare imprenditore e far quadrare i conti, rivolgendosi anche alle ultime generazioni e ai loro mezzi di informazione, soprattutto ai social network.

Come sono stati i tuoi inizi?
«Da piccoli si è influenzati molto dagli esempi dei genitori o dei parenti. Durante l’infanzia entravo spesso al San Domenico per salutare gli zii, ma anche solamente per giocare nei giardini pubblici adiacenti al ristorante».

Ed è stato amore a prima vista?
«Ricordo soprattutto gli odori e i sapori. Ma anche gli altri sensi erano all’erta, vedendo il pane sfornato, i biscotti e tutti quei signori vestiti di bianco che si muovevano come a ritmo di musica. Quella è stata l’impronta mentale che ho ricevuto, che poi con gli anni si è trasformata in studio e in lavoro, sempre con una grande passione che mi spingeva ad andare avanti e migliorarmi».

Eravamo a cavallo fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta.
«Esattamente. Tra l’altro nel periodo in cui Valentino era impegnato anche nel ristorante di New York. E forse anche quello ha influito, cioè il fatto di avere uno zio così importante, quasi mitico, che tornava coi regali da un mondo che si vedeva solamente attraverso i film. Non vedevo l’ora di diventare come lui».

I tuoi genitori ti hanno appoggiato in questa scelta?
«Assolutamente sì. E gliene sono grato. Mi hanno sempre fatto capire che potevo scegliere qualsiasi strada, a patto di affrontarla con decisione e serietà». (pa.za.)

Leggi tutta l”intervista a Massimiliano Mascia su «sabato sera» del 9 aprile

Nelle foto: Max Mascia in cucina e insieme allo zio Valentino Marcattilii e a Piero Lardi Ferrari

Da Valentino a Max Mascia, dopo i primi 50 anni la storia del ristorante San Domenico continua…
Cronaca 21 Marzo 2020

L'ex sindaco Onelio Rambaldi: «Il Medicivitas è centro di ritrovo da sempre, deve continuare a vivere»

Già nel suo nome («civitas» dal latino città o cittadinanza e «Medi» diminutivo di Medicina), il Medicivitas racchiude il senso di comunità che contraddistingue il centro sociale di via Oberdan, catapultato sulle prime pagine dei giornali per i recenti decessi legati al Coronavirus di tanti anziani frequentatori. Costruita come Casa del popolo, fu intitolata al villaggio vietnamita Song My, raso al suolo dagli americani nel 1968 provocando una strage di innocenti. Chi conosce bene la sua storia è l’ex sindaco Onelio Rambaldi. «La Casa del popolo fu costruita e gestita da volontari – ricorda–. All’interno c’era il bar, il circolo e, all’inizio, la sede del Pci, che poi venne spostata nella palazzina a fianco (dove ora c’è la sede del Pd, ndr)».

«È sempre stato un luogo di ritrovo, prima come Casa del popolo e poi come centro sociale – afferma Rambaldi –. È in una zona strategica di Medicina, in centro, e deve continuare a vivere. Mi auguro solo che tanti 40-50 enni siano più partecipi alla vita sociale. I volontari spesso hanno 70-80 anni…». (gi.gi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 19 marzo

L'ex sindaco Onelio Rambaldi: «Il Medicivitas è centro di ritrovo da sempre, deve continuare a vivere»
Cultura e Spettacoli 21 Marzo 2020

Torna in libreria la scrittrice medicinese Caterina Cavina con l'ultimo romanzo «Le radici dei fiori»

Sono passati sette anni dall’ultima fatica letteraria di Caterina Cavina, autrice medicinese di alcuni romanzi di grande successo, tra i quali il bestseller «Le ciccione lo fanno meglio» (Baldini e Castoldi). In questi giorni troviamo in libreria, per la casa editrice Pendragon, «Le radici dei fiori», il suo ultimo romanzo. Arianna è una fragile ragazza e albina, vive assieme ad un esercito di gatti e brucia nell’alcol la sua esistenza. Un giorno decide di entrare in una clinica per disintossicarsi e lì inizia un viaggio tra una serie di personaggi che sono ai margini della società, ma che diventeranno il suo mondo: un mondo crudo e doloroso, ma anche pieno di amore e di gioia, perché in fondo, chi sta dentro la clinica, non è così diverso da chi sta fuori.

Caterina, ti abbiamo atteso tanti anni, cosa ti ha bloccato in questo lungo periodo?
«Molte cose, diciamo che quando cominci a scrivere una storia così, basata su fatti veri, sia tuoi che di altri, entri in un labirinto infinito, quasi senza uscita, come succede ad Arianna, la protagonista, quando varca la soglia della clinica psichiatrica, solo che lei non ha il filo di lana per uscirne fuori, ma solo la sua umanità. Scrivere di cose personali è difficilissimo perché c’è la tua vita che scorre, e quella è sempre ingovernabile. Avrò fatto almeno dieci stesure, se non di più, scritto e tagliato, molte storie per esempio alla fine sono rimaste fuori, erano belle secondo me, ma affondavano la trama… finivi di leggere e ti ritrovavi in un mare colloso di sofferenza umana». (co.pe.)

Leggi l”intervista completa su «sabato sera» del 19 marzo

Nelle foto Caterina Cavina e la copertina del suo ultimo libro

Torna in libreria la scrittrice medicinese Caterina Cavina con l'ultimo romanzo «Le radici dei fiori»
Cronaca 19 Marzo 2020

La storia del medicinese doc Giuliano Gardenghi, ex batterista con la passione per la fotografia

Ci incontriamo in un assolato pomeriggio invernale. Il caldo anomalo di questi giorni ci consente di prendere un caffè al tavolino esterno del centralissimo bar in piazza Garibaldi, il cuore di Medicina. Il luogo perfetto dove incontrare un medicinese doc come Giuliano Gardenghi. Classe 1949, batterista per professione e fotografo per passione, o anche il contrario ascoltandolo parlare. Mi ricorda qualcuno di famoso e alla fine ci arrivo: Leonard Cohen, hanno lo stesso naso aquilino e la stessa aria malinconica, anche se il capello rock e scarmigliato è più quello di Keith Richards. Gli ho chiesto di incontrarci per parlare della sua passione per le foto, ma finiamo per parlare di musica. Giuliano di mestiere ha fatto il batterista, già questo sarebbe un tema sufficiente su cui scrivere un libro. «Ho suonato per un po’ con Rocky Roberts, quello di “Stasera mi butto” e subito dopo con Luciano Tajoli, una bella differenza. Non sono mai stato molto per la musica italiana, ma se volevo lavorare…».

Vive da musicista per tanti anni, lontano da casa per mesi, facendo una vita da rocker, «un’estate alla fine della stagione, mi dovetti far prestare cinquemila lire dal bassista per venire a casa da Venezia con la Cinquecento. Oggi ci sono i dj, allora c’era la band, eravamo il clou della serata». Ci si divertiva insomma. Quando però comincia a suonare solo il liscio, Gardenghi lascia il suo grande  amore, la musica, per la sua passione latente, la fotografia. E comincia a fotografare tutto, in particolare la sua Medicina. I paesaggi, la nebbia, i campanili, le oasi della Bassa con i suoi uccelli palustri, sempre con un taglio da malinconico innamorato della sua terra. «Quando tornavo a Medicina dopo mesi lontano da casa pensavo sempre che era proprio il posto in cui volevo essere». (mo. or.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 12 marzo

La storia del medicinese doc Giuliano Gardenghi, ex batterista con la passione per la fotografia
Cultura e Spettacoli 22 Gennaio 2020

Il regista Pupi Avati a Medicina in occasione della proiezione del suo film «Il signor Diavolo»

«Quando arrivi a cinquanta film, tra cinema e televisione, è chiaro che non puoi pensare che ti piacciano sempre e ancora tutti. Alcuni hanno avuto successo, di critica e pubblico, altri invece sono andati meno bene. Io però sono rimasto coerentemente sempre me stesso». Pupi Avati, 81 anni, sarà presente domani, giovedì 23 gennaio alle 20.30 alla Sala del Suffragio di Medicina, per la proiezione del suo film «Il signor Diavolo»: Avati è uno dei più importanti registi italiani anche perché ha continuato ad alimentare i suoi film con la memoria e la confessione dei suoi ricordi, «in una totale, assoluta – aggiunge lui– mancanza di talento».

Ma come?
«In tanti miei film c’è l’autobiografia un po’ compiaciuta di chi si è dovuto bruscamente svegliare dal suo sogno. Il mio era quello di diventare musicista, ma essendo molto limitato e privo di talento è stato solo da regista che sono riuscito a dire chi sono, a certificare me stesso, con uno strumento, il cinema, più docile della musica».

È la storia del clarinetto, della rivalità con Lucio Dalla…
«Sì, io la racconto perché al pubblico fa sempre ridere ma per me è stata una sofferenza enorme».

Perché il cinema è più docile della musica?
«Perché mi assomiglia terribilmente, è totalmente coincidente con il mio modo di fare e mi permette una calligrafia personale e popolare. La musica no, era il mio sogno e non ce l’ho fatta».

A Medicina presenterà al pubblico «Il signor Diavolo», ultimo film che ha segnato il suo grande ritorno al genere horror. Lo definiamo facilmente anche bellissimo esempio di quel gotico padano di cui solo Pupi Avati è Maestro, ma l’etichetta «gotico padano» le piace davvero?
«Sì, mi piace. Nacque quando uscì al cinema “La Casa dalle finestre che ridono”, dove in realtà “gotico” era solo una definizione ispirata al libro “Sette storie gotiche” di Karen Blixen. Poi, credo anche grazie a Eraldo Baldini, arrivò “padano”, aggettivo suppletivo che descrive ancora meglio non solo l’ambientazione geografica, ma proprio il mistero di questi luoghi legati alla terra, al lavoro contadino, alle tradizioni più di campagna che di città». (c.o.)

L”intervista intera è su «sabato sera» del 16 gennaio

Il regista Pupi Avati a Medicina in occasione della proiezione del suo film «Il signor Diavolo»
Cronaca 24 Dicembre 2019

Il vescovo Giovanni Mosciatti: «Imola? Una ricchezza di partecipazione e volontariato che mi ha stupito»

L’ordinazione e l’ingresso in città risalgono al 13 luglio. A cinque mesi da quella data incontriamo il vescovo di Imola, Giovanni Mosciatti, originario della diocesi marchigiana di Fabriano e Matelica. Iniziamo l’intervista col chiedergli un primo bilancio, ma lui se la cava con una battuta: «Quando si fanno i bilanci esce sempre qualcosa che non entra, lasciamoli fare agli altri».

Quali sono state allora le prime impressioni sulla diocesi di Imola?
«Ho visto una realtà grandissima e più che positiva – risponde pronto-. C’è una ricchezza incredibile, che mi ha colpito fin dall’inizio, forse perché vengo da una realtà dove c’è meno partecipazione, da una diocesi più piccola, dell’entroterra, con grandissime difficoltà anche di tipo economico. Qui c’è una ricchezza di partecipazione e volontariato che fa veramente impressione. Ho avuto un’accoglienza grande, mi ha davvero stupito».

Una delle domande che avevamo pensato di farle è proprio questa: come ha trovato il tessuto sociale e culturale, le iniziative, l’associazionismo?
«Impressionante. Anzi, credo che dobbiate riscoprirlo anche voi. Tante volte lo date per scontato, ma ad uno che viene da fuori fa impressione. Dopo cinque mesi ancora devo finire il giro delle associazioni, delle realtà di tipo culturale e sportivo. Ricevo tutti e vado da tutti. Ovviamente quando mi invitano in quattro contemporaneamente devo fare delle scelte, ma cerco di andare dappertutto e spero di poter dare l’aiuto che serve».

Facciamo un passo indietro: lei non ha mai nascosto di avere accolto la sua nomina con grande stupore. Da quali esperienze veniva nella sua diocesi?
«Avevo una parrocchia, insegnavo e poi seguivo gli studenti universitaria Perugia da trent’anni, un’occasione per condividere la loro esperienza di studio e di vita. Adesso ho a che fare con una realtà complessa, con piani diversi, a tutti i livelli: questioni burocratiche, difficoltà delle persone, decisioni sulle cose da fare, su come dare prospettive alle opere. Ci sono tante opere che hanno origine da una santità grande, come Santa Caterina, le opere del Carmine, tutto quello che c’è a Lugo, la realtà della bassa. E ancora non ho finito di incontrare tutti». (mi.ta.)

L”intervista integrale è su «sabato sera» del 19 dicembre

Il vescovo Giovanni Mosciatti: «Imola? Una ricchezza di partecipazione e volontariato che mi ha stupito»
Cronaca 17 Ottobre 2019

L'imolese Daniele Manca, capogruppo Pd in commissione Bilancio al Senato, spiega la manovra del Governo

«Tenere insieme politiche per la crescita e lo sviluppo con la sostenibilità della spesa pubblica in un contesto europeo». L’imolese Daniele Manca, capogruppo Pd in Commissione bilancio al Senato, sintetizza così il nocciolo della manovra che il governo ha licenziato in Consiglio dei ministri nei giorni scorsi e inviato a Bruxelles. Il Documento programmatico di bilancio verrà poi inviato al Senato, a seguire alla Camera e, nel caso pressoché normale di modifiche, ritornerà al Senato per l’approvazione definitiva. L’iter si concluderà entro l’anno e le attese sono tantissime dopo i timori per l’aumento dell’Iva e la necessità di politiche impopolari, che hanno contribuito alla rottura estiva del governo gialloverde.

Qual è l’obiettivo del governo?
«Abbiamo un enorme bisogno di ricollocare l’Italia in una dimensione europea, dopo che le posizioni sovraniste ci avevano isolato. E non dimentichiamo che abbiamo il secondo debito pubblico in Europa, tra i primi al mondo, ci occorrono credibilità e solidità. Le dichiarazioni che potevamo uscire dall’euro o battere moneta hanno prodotto un’instabilità tale che lo spread era salito a 240 mentre ora è ridisceso a 140, liberando risorse che è possibile utilizzare per la manovra. Occorre agganciare anche investimenti strategici europei fondamentali, ad esempio il “piano choc” per la crescita attraverso investimenti green».

Stare attenti alla spesa pubblica significa più tasse o più investimenti?
«Prima di tutto la manovra prevede 23,1 miliardi per cancellare l’aumento dell’Iva, che avrebbe portato a scenari devastanti. Si sarebbe ridotto il potere d’acquisto dei salari e delle pensioni e dei consumi, producendo recessione. I calcoli parlavano di un costo di oltre 500 euro in più a persona all’anno, con l’Iva più alta d’Europa. Noi abbiamo fatto questo governo proprio per “sterilizzare” l’Iva senza aumentare le tasse ma spingendo sul recupero dell’evasione ed elusione fiscale, il cui gettito previsto è di oltre 7,5 miliardi. Fatturazione elettronica e carte di credito per rendere tracciabili le spese sono molto meglio dei condoni. Il condono premia chi ha eluso le tasse, invece noi vogliamo rendere più giusto ed equo il Paese: se evadi non c’è solo il mancato gettito per lo Stato ma concorrenz asleale verso gli altri imprenditori e illegalità, un male strutturale che va combattuto».

E sul fronte del lavoro e degli investimenti?
«Vogliamo ridurre le tasse a cominciare proprio dal lavoro: la proposta per la riduzione del cuneo fiscale vale 2,7 miliardi nel 2020 e a regime 5,5 miliardi. Come verrà adottato rispetto agli 80 euro si vedrà, ma significa 500 euro in più all’anno nelle tasche dei lavoratori, una tredicesima o quattordicesima in più. Sugli investimenti abbiamo oltre 34 miliardi di euro a cui sene aggiungono 50 per i prossimi quindici anni di cui 9 nei primi tre nel capitolo del green new deal per sostenere investimenti che producono ricadute positive per l’ambiente, soprattutto in tema di economia circolare e politiche europee». (l.a.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 17 ottobre

L'imolese Daniele Manca, capogruppo Pd in commissione Bilancio al Senato, spiega la manovra del Governo
Cronaca 10 Settembre 2019

Noi emigranti, la storia del castellano Paolo Mazzini ora chef di successo nella città giapponese di Yokohama

L’emigrazione dall’Italia per cercare fortuna altrove è un tema di grande attualità, ieri come oggi. Le storie moderne, ovviamente, differiscono da quelle di inizio Novecento, ma ad accomunarle vi è la spinta verso un cambiamento in meglio, ovunque sia. L’essere umano, del resto, è da sempre un animale che migra in cerca di condizioni di vita migliori.

Partito nel 1996 da Castel San Pietro Terme alla volta di Perth, la capitale dell’Australia occidentale, per imparare l’inglese, l’allora venticinquenne Paolo Mazzini non ha mai fatto ritorno. Grazie alla formazione come cuoco conseguita all’istituto alberghiero di Riolo Terme e alle precedenti esperienze maturate in Italia, per lui trovare lavoro all’estero non è stato difficile perché, come è noto, la cucina italiana è molto apprezzata pressoché ovunque nel mondo. Oggi il castellano vive in Giappone, a Yokohama, dove si è trasferito dopo due anni dalla prima partenza. «In Giappone ci sono ottimi ristoranti italiani – racconta -. Io ho lavorato come chef in diverse cucine, fra cui all’International hotel di Yokohama per otto anni. Poi nel 2012 sono stato coinvolto nella nuova apertura del ristorante Leone Marciano (il leone di San Marco), sempre a Yokohama, e insieme al titolare giapponese mi sono occupato di tutto, dall’arredamento ai menù proposti, che spaziano nella cucina italiana, da nord a sud. Produciamo tutto noi, dalla pasta fresca rigorosamente al matterello al pane, dai grissini alla focaccia, dai dolci al gelato».

Alcuni piatti del menu? Strozzapreti romagnoli alla salsiccia e tagliatelle alla bolognese, bagnacauda e trippa alla romana, secondi di terra e di mare ma anche formaggi. Fra i dolci tiramisù e cassata siciliana. Non manca il caffè espresso, servito per 500 yen, circa 4 euro. Un menù completo costa una sessantina di euro bevande escluse (i vini della carta sono ovviamente italiani). «Il mio sogno nel cassetto è quello di aprire una piccola trattoria come quelle bolognesi di una volta – racconta – dove l’oste si sedeva con gli ospiti per chiacchierare fino a tarda notte. Qui in Giappone la burocrazia è molto più semplice di quella italiana e magari in futuro potrebbe capitare la giusta occasione». Per il momento Mazzini non pensa all’Italia, se non talvolta per le vacanze. «Magari un giorno, quando sarò vecchio – conclude -, potrei anche decidere di tornare». (mi.mo.)

Noi emigranti, la storia del castellano Paolo Mazzini ora chef di successo nella città giapponese di Yokohama
Cultura e Spettacoli 4 Settembre 2019

Fabio Mundadori ripropone il noir «Occhi viola» in versione ampliata per la collana Zero di Bacchilega editore

C’è un bambino, che con la curiosità e l’ingenuità tipica della sua età, dà il via ad una valanga di eventi che squarceranno una lunga storia criminale. C’è una donna, forse carnefice forse vittima, che si rivelerà molto diversa da come appare inizialmente. C’è un commissario, un po’ cinico un po’ stanco, molto caparbio. Ci sono il mistero e la fantasia, delitti che risalgono al passato, intrecci criminali, paura, dolore, soprusi, lotta e speranza. «Occhi Viola» è il romanzo di Fabio Mundadori pubblicato da Bacchilega editore nella sua collana Zero dedicata alle storie noir, di cui lo stesso Mundadori è curatore.

Per «Occhi Viola», questa non è la prima uscita (dato che era stata pubblicato nel 2012 da Ego Edizioni), ma una nuova edizione ampiamente rivista. «Ripubblicarlo in una versione più ampia era un progetto che avevo in mente da tempo – spiega l’autore -. Un’idea che mi era venuta anche grazie a un suggerimento di Andrea G. Pinketts, a cui purtroppo non ho fatto in tempo a mostrarlo (lo scrittore è morto a fine dicembre 2018, Nda)».

«Occhi Viola» è, inevitabilmente, legato al commissario Luca Sammarchi, che tiene le fila dell’indagine su un caso di omicidio.
«Quando l’ho creato, volevo un personaggio che rimanesse nella mente dei lettori e quindi che potesse avere le caratteristiche di un personaggio seriale. E comunque non il classico supereroe. È cresciuto un po’ alla volta, senza ragionare a tavolino, ma di storia in storia. È apparso in un racconto, Notti di luna iena, conun nome diverso, poi in un altro racconto, quindi in «Occhi Viola» nel 2009 poi trasformato in romanzo breve nel 2012. In «Dove scorre il male» edito da Damster ha preso la sua forma definitiva. E adesso ritorna col primo romanzo,in versione ampliata e riveduta nella collana Zero di Bacchilega editore. È un personaggio a cui sono molto affezionato».

Quello che hai amato di più?
«Il commissario è un tramite per sviluppare la storia ma il personaggio principale, quello che ho amato di più, è Viola… la Viola centrale nella storia (e qui nonapprofondiamo volutamente, per non fare spoiler, Nda). I personaggi femminili sono interessanti da raccontare, un po’ per una sfida genetica – ride -, un po’perché in un giallo si dà ancora per scontato che la donna sia la parte più debole mentre è bello mostrare come è vero il contrario e farle fare cose complicate». (ste.f.)

Nella foto di Manuel Scrima lo scrittore Fabio Mundadori

Fabio Mundadori ripropone il noir «Occhi viola» in versione ampliata per la collana Zero di Bacchilega editore

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