Posts by tag: Intervista

Cronaca 17 Ottobre 2019

L'imolese Daniele Manca, capogruppo Pd in commissione Bilancio al Senato, spiega la manovra del Governo

«Tenere insieme politiche per la crescita e lo sviluppo con la sostenibilità della spesa pubblica in un contesto europeo». L’imolese Daniele Manca, capogruppo Pd in Commissione bilancio al Senato, sintetizza così il nocciolo della manovra che il governo ha licenziato in Consiglio dei ministri nei giorni scorsi e inviato a Bruxelles. Il Documento programmatico di bilancio verrà poi inviato al Senato, a seguire alla Camera e, nel caso pressoché normale di modifiche, ritornerà al Senato per l’approvazione definitiva. L’iter si concluderà entro l’anno e le attese sono tantissime dopo i timori per l’aumento dell’Iva e la necessità di politiche impopolari, che hanno contribuito alla rottura estiva del governo gialloverde.

Qual è l’obiettivo del governo?
«Abbiamo un enorme bisogno di ricollocare l’Italia in una dimensione europea, dopo che le posizioni sovraniste ci avevano isolato. E non dimentichiamo che abbiamo il secondo debito pubblico in Europa, tra i primi al mondo, ci occorrono credibilità e solidità. Le dichiarazioni che potevamo uscire dall’euro o battere moneta hanno prodotto un’instabilità tale che lo spread era salito a 240 mentre ora è ridisceso a 140, liberando risorse che è possibile utilizzare per la manovra. Occorre agganciare anche investimenti strategici europei fondamentali, ad esempio il “piano choc” per la crescita attraverso investimenti green».

Stare attenti alla spesa pubblica significa più tasse o più investimenti?
«Prima di tutto la manovra prevede 23,1 miliardi per cancellare l’aumento dell’Iva, che avrebbe portato a scenari devastanti. Si sarebbe ridotto il potere d’acquisto dei salari e delle pensioni e dei consumi, producendo recessione. I calcoli parlavano di un costo di oltre 500 euro in più a persona all’anno, con l’Iva più alta d’Europa. Noi abbiamo fatto questo governo proprio per “sterilizzare” l’Iva senza aumentare le tasse ma spingendo sul recupero dell’evasione ed elusione fiscale, il cui gettito previsto è di oltre 7,5 miliardi. Fatturazione elettronica e carte di credito per rendere tracciabili le spese sono molto meglio dei condoni. Il condono premia chi ha eluso le tasse, invece noi vogliamo rendere più giusto ed equo il Paese: se evadi non c’è solo il mancato gettito per lo Stato ma concorrenz asleale verso gli altri imprenditori e illegalità, un male strutturale che va combattuto».

E sul fronte del lavoro e degli investimenti?
«Vogliamo ridurre le tasse a cominciare proprio dal lavoro: la proposta per la riduzione del cuneo fiscale vale 2,7 miliardi nel 2020 e a regime 5,5 miliardi. Come verrà adottato rispetto agli 80 euro si vedrà, ma significa 500 euro in più all’anno nelle tasche dei lavoratori, una tredicesima o quattordicesima in più. Sugli investimenti abbiamo oltre 34 miliardi di euro a cui sene aggiungono 50 per i prossimi quindici anni di cui 9 nei primi tre nel capitolo del green new deal per sostenere investimenti che producono ricadute positive per l’ambiente, soprattutto in tema di economia circolare e politiche europee». (l.a.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 17 ottobre

L'imolese Daniele Manca, capogruppo Pd in commissione Bilancio al Senato, spiega la manovra del Governo
Cronaca 10 Settembre 2019

Noi emigranti, la storia del castellano Paolo Mazzini ora chef di successo nella città giapponese di Yokohama

L’emigrazione dall’Italia per cercare fortuna altrove è un tema di grande attualità, ieri come oggi. Le storie moderne, ovviamente, differiscono da quelle di inizio Novecento, ma ad accomunarle vi è la spinta verso un cambiamento in meglio, ovunque sia. L’essere umano, del resto, è da sempre un animale che migra in cerca di condizioni di vita migliori.

Partito nel 1996 da Castel San Pietro Terme alla volta di Perth, la capitale dell’Australia occidentale, per imparare l’inglese, l’allora venticinquenne Paolo Mazzini non ha mai fatto ritorno. Grazie alla formazione come cuoco conseguita all’istituto alberghiero di Riolo Terme e alle precedenti esperienze maturate in Italia, per lui trovare lavoro all’estero non è stato difficile perché, come è noto, la cucina italiana è molto apprezzata pressoché ovunque nel mondo. Oggi il castellano vive in Giappone, a Yokohama, dove si è trasferito dopo due anni dalla prima partenza. «In Giappone ci sono ottimi ristoranti italiani – racconta -. Io ho lavorato come chef in diverse cucine, fra cui all’International hotel di Yokohama per otto anni. Poi nel 2012 sono stato coinvolto nella nuova apertura del ristorante Leone Marciano (il leone di San Marco), sempre a Yokohama, e insieme al titolare giapponese mi sono occupato di tutto, dall’arredamento ai menù proposti, che spaziano nella cucina italiana, da nord a sud. Produciamo tutto noi, dalla pasta fresca rigorosamente al matterello al pane, dai grissini alla focaccia, dai dolci al gelato».

Alcuni piatti del menu? Strozzapreti romagnoli alla salsiccia e tagliatelle alla bolognese, bagnacauda e trippa alla romana, secondi di terra e di mare ma anche formaggi. Fra i dolci tiramisù e cassata siciliana. Non manca il caffè espresso, servito per 500 yen, circa 4 euro. Un menù completo costa una sessantina di euro bevande escluse (i vini della carta sono ovviamente italiani). «Il mio sogno nel cassetto è quello di aprire una piccola trattoria come quelle bolognesi di una volta – racconta – dove l’oste si sedeva con gli ospiti per chiacchierare fino a tarda notte. Qui in Giappone la burocrazia è molto più semplice di quella italiana e magari in futuro potrebbe capitare la giusta occasione». Per il momento Mazzini non pensa all’Italia, se non talvolta per le vacanze. «Magari un giorno, quando sarò vecchio – conclude -, potrei anche decidere di tornare». (mi.mo.)

Noi emigranti, la storia del castellano Paolo Mazzini ora chef di successo nella città giapponese di Yokohama
Cultura e Spettacoli 4 Settembre 2019

Fabio Mundadori ripropone il noir «Occhi viola» in versione ampliata per la collana Zero di Bacchilega editore

C’è un bambino, che con la curiosità e l’ingenuità tipica della sua età, dà il via ad una valanga di eventi che squarceranno una lunga storia criminale. C’è una donna, forse carnefice forse vittima, che si rivelerà molto diversa da come appare inizialmente. C’è un commissario, un po’ cinico un po’ stanco, molto caparbio. Ci sono il mistero e la fantasia, delitti che risalgono al passato, intrecci criminali, paura, dolore, soprusi, lotta e speranza. «Occhi Viola» è il romanzo di Fabio Mundadori pubblicato da Bacchilega editore nella sua collana Zero dedicata alle storie noir, di cui lo stesso Mundadori è curatore.

Per «Occhi Viola», questa non è la prima uscita (dato che era stata pubblicato nel 2012 da Ego Edizioni), ma una nuova edizione ampiamente rivista. «Ripubblicarlo in una versione più ampia era un progetto che avevo in mente da tempo – spiega l’autore -. Un’idea che mi era venuta anche grazie a un suggerimento di Andrea G. Pinketts, a cui purtroppo non ho fatto in tempo a mostrarlo (lo scrittore è morto a fine dicembre 2018, Nda)».

«Occhi Viola» è, inevitabilmente, legato al commissario Luca Sammarchi, che tiene le fila dell’indagine su un caso di omicidio.
«Quando l’ho creato, volevo un personaggio che rimanesse nella mente dei lettori e quindi che potesse avere le caratteristiche di un personaggio seriale. E comunque non il classico supereroe. È cresciuto un po’ alla volta, senza ragionare a tavolino, ma di storia in storia. È apparso in un racconto, Notti di luna iena, conun nome diverso, poi in un altro racconto, quindi in «Occhi Viola» nel 2009 poi trasformato in romanzo breve nel 2012. In «Dove scorre il male» edito da Damster ha preso la sua forma definitiva. E adesso ritorna col primo romanzo,in versione ampliata e riveduta nella collana Zero di Bacchilega editore. È un personaggio a cui sono molto affezionato».

Quello che hai amato di più?
«Il commissario è un tramite per sviluppare la storia ma il personaggio principale, quello che ho amato di più, è Viola… la Viola centrale nella storia (e qui nonapprofondiamo volutamente, per non fare spoiler, Nda). I personaggi femminili sono interessanti da raccontare, un po’ per una sfida genetica – ride -, un po’perché in un giallo si dà ancora per scontato che la donna sia la parte più debole mentre è bello mostrare come è vero il contrario e farle fare cose complicate». (ste.f.)

Nella foto di Manuel Scrima lo scrittore Fabio Mundadori

Fabio Mundadori ripropone il noir «Occhi viola» in versione ampliata per la collana Zero di Bacchilega editore
Cronaca 7 Giugno 2019

Sciolto il circolo Sersanti, lo ha deciso l'assemblea dei soci dopo le dimissioni in blocco del consiglio direttivo

Il Circolo Sersanti è ufficialmente sciolto. La conferma alle voci che già si rincorrevano da inizio mese, è arrivata lo scorso 29 maggio alla luce dell’assemblea straordinaria dei soci che dovevano valutare se c’erano prospettive concrete per il futuro dello storico circolo cittadino, per decenni punto di ritrovo dell’«Imola bene». Già nell’assemblea del 2 maggio, infatti, i soci avevano preso atto della difficoltà a dare un seguito alla gestione, dopo le dimissioni in blocco del consiglio direttivo.

«Il bilancio 2018 ha chiuso in pareggio – tiene a precisare l’ultimo presidente del circolo, Dario Beltrandi – e con una situazione economica senza particolari preoccupazioni, anche se caratterizzata durante tutto l’anno da un grandissimo sforzo da parte di alcuni soci per riuscire ad avere questo risultato. A metà aprile il consiglio direttivo, composto da sette consiglieri e tre revisori dei conti, si è dimesso in toto per ragioni personali. Chi doveva recarsi all’estero, chi aveva impegni di lavoro, chi non era più disposto a far fronte a un carico di lavoro eccessivo, se si considera che era tutto a titolo volontaristico e che non c’erano risorse per pagare un segretario generale che si occupasse di tutta l’organizzazione. La gestione del Circolo, infatti, comporta un impegno a tempo pieno. Io stesso ho dovuto interrompere la mia attività di consulenza per svolgere nel migliore dei modi il ruolo di presidente. Lo scorso anno, tra l’altro, il Circolo ha ospitato una trentina di eventi, che hanno richiamato circa 18 mila presenze, 10.500 delle quali in occasione di eventi culturali, 5.500 per pranzi e cene e altre 2 mila per eventi ludici e musicali».

Nessuno, però, si è fatto avanti per subentrare ai consiglieri dimissionari. «Dal 5 maggio – prosegue – abbiamo sospeso le attività in via temporanea per poter capire quale poteva essere il prosieguo della storia del circolo e se ci potevano essere proposte concrete per mantenerlo in vita». Ma il 29 maggio «dopo un ampio dibattito, l’assemblea straordinaria dei soci è arrivata alla conclusione quasi unanime e con un solo voto contrario di decretarne lo scioglimento. Non sono state avanzate proposte e d’altra parte non era fattibile attendere qualche altro mese, cosa che avrebbe portato solo a un immobilismo senza sbocchi positivi». (lo. mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 6 giugno

Nella foto uno dei tanti eventi che si sono svolti negli anni al Sersanti (foto d”archivio)

Sciolto il circolo Sersanti, lo ha deciso l'assemblea dei soci dopo le dimissioni in blocco del consiglio direttivo
Cronaca 2 Giugno 2019

A tu per tu con Paolo Mainetti, il nuovo presidente della sezione imolese del Club Alpino italiano

Paolo Mainetti non dimostra i suoi 64 anni. Fisico atletico e pelle abbronzata, da metà aprile è il nuovo presidente della sezione imolese del Club alpino italiano. Subentra a Davide Bonzi, che negli ultimi sei anni ha guidato il club imolese e che ora è vicepresidente. Socio Cai dal 2006, Mainetti ha ricoperto in precedenza il ruolo di segretario. Originario di Codrignano, residente a Borgo Tossignano, è un ex tecnico commerciale nel settore dell’automazione industriale e da 4 anni è in pensione. Ha due nipoti adolescenti. A guardarlo, potrebbe essere il testimonial perfetto per uno spot sui benefici della vita all’aria aperta.

E’ l’aria di montagna che fa così bene?
«In realtà – risponde sorridendo – fa bene camminare. Non sono io a dirlo, ma persone più esperte di me. Poi si può scegliere dove an-dare a camminare, se in montagna o al mare…».

Da dove nasce la sua passione per la montagna e come ha deciso di aderire al Cai?
«Sono nato in prossimità dei calanchi e della Vena del gesso. Le mie fughe da bambino e adolescente erano nel bosco della Rocchetta e al podere le Banzuole, dove c’è l’ex casa padronale del poeta Alfredo Oriani, ormai avvolta dalla vegetazione. Da giovane andavo in montagna in autonomia. Poi ho lavorato con Massimo Marondoli, ex presidente del Cai di Imola, grande alpinista. Mi sono appassionato alle sue avventure e ai suoi viaggi, così mi sono iscritto al Cai anche per poter andare in montagna in modo più organizzato e sicuro».

Che tipo di «montanaro» è? Rocciatore, sciatore, alpinista…
«Per me la montagna non è solo la cima, ma fino a dove riesco ad andare con le mie gambe: mi piace camminare, salire e arrivare dove si può. Non amo molto arrampicare, sono emozioni diverse. Ho sciato, ma non scio più. Quello che più mi attrae della montagna è capire, ad esempio, la sintonia che ha con l’ambiente la popolazione che vive in quei luoghi e quali politiche vengono adottate per far sì che la gente non li abbandoni. Ho grande rispetto per quelle persone che vivono nel sudore, nel silenzio e nella fatica».

Ora, da presidente del Cai di Imola, la montagna non è più solo piacere, ma anche un dovere. Che obiettivi si dà per i prossimi tre anni del suo mandato?
«Uno dei compiti che mi aspetta è quello di potenziare i gruppi meno numerosi, ad esempio quello dell’alpinismo. Dobbiamo aumentare il numero degli accompagnatori titolati, che hanno seguito l’apposito corso di alpinismo avanzato, organizzato dalle scuole Cai regionali o nazionali. Si tratta di percorsi impegnativi. In questi anni, poi, la selettività e le prove per conseguire questi diplomi sono diventate molto più severe». (lo.mi.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 30 maggio

Nella foto Paolo Mainetti sul versante sud del Kangchenjunga, tra Nepal e Tibet

A tu per tu con Paolo Mainetti, il nuovo presidente della sezione imolese del Club Alpino italiano
Cronaca 29 Maggio 2019

Castel Guelfo, il saluto dell'ex sindaco Cristina Carpeggiani ai concittadini e il racconto della malattia che sta affrontando

«A pochi giorni dalle elezioni, desidero salutare tutti i cittadini che mi hanno dato il privilegio di essere il loro sindaco, e di essere al loro servizio per dieci anni. Dal 2009 ad oggi abbiamo attraversato assieme un lungo periodo in cui le risorse a nostra disposizione sono via via diminuite e garantire tutti i servizi è stata una sfida continua. Dare assistenza e la giusta attenzione alle persone, rispondere ai problemi e, a volte con mio grande rammarico, poter dedicare loro solo l’ascolto, perché non sempre la soluzione c’è, è stato per me fonte di grande crescita personale».

Cristina Carpeggiani ha cominciato così il breve scritto che indirizzato alla vigilia delle elezioni ai suoi concittadini per accomiatarsi dal suo ruolo di sindaca di Castel Guelfo. Era al secondo mandato e, come altri «colleghi» nel circondario, non poteva essere rieletta. Arrivata in paese a metà degli anni ’90 con marito e una figlia piccola, Carpeggiani ha rappresentato una delle tante nuove famiglie insediatesi nel paesino. Prima di vestire la fascia tricolore, per quattro anni è stata assessore alla Cultura nella Giunta Landi, forte del diploma di Liceo artistico, dell’Accademia di Belle arti e un lavoro come arredatrice di interni. In precedenza c’era stato l’avvicinamento alla politica come candidata del centro sinistra nella lista Insieme per Castel Guelfo a sostegno, per l’appunto, di Dino Landi.

Oggi è tempo di bilanci alla fine di una lunga avventura, dopo che nei mesi scorsi ha dovuto rallentare l’attività a causa della malattia. Una vicenda personale sulla quale ha deciso di non nascondersi. «Sto combattendo contro un tumore, una battaglia che mi ha fatto essere molto assente negli ultimi mesi e mi porta via tempo, ma che voglio vincere – esordisce decisa -. Ne voglio parlare perché credo sia importante per tutti coloro che in questo momento stanno lottando contro qualunque malattia. Uno dei rischi maggiori è l’isolamento, magari si pensa che chi sta male non voglia essere disturbato o preferisca star solo, ma non è così. La persona malata deve sentirsi vicina agli amici, ai famigliari, deve uscire di casa per quanto possibile anche se non è facile. Condividere il percorso con gli altri, con la comunità, ti dà la forza per lottare. E da Castel Guelfo ho ricevuto tanto affetto man mano che si veniva a sapere della mia situazione».

Carpeggiani è seguita da uno specialista, primario a Padova. «Non che non apprezzi la sanità dell’Emilia Romagna, ma ho preferito seguire il chirurgo che già conosce bene il mio caso perché mi ha operato ventiquattro anni fa quando era a Bologna. Il tumore è ritornato. Ma dopo si riparte, sempre. Io non mi sono fermata, lo si vede da tutto quello che ho fatto in questi ventiquattro anni». (l.a.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 23 maggio 

Nella foto Cristina Carpeggiani in occasione del taglio del nastro della scuola materna “Mamma Felicia” nel 2017

Castel Guelfo, il saluto dell'ex sindaco Cristina Carpeggiani ai concittadini e il racconto della malattia che sta affrontando
Sport 10 Maggio 2019

Alla vigilia della Superbike a Imola, Fausto Gresini parla del leader della classifica iridata Alvaro Bautista

Nemmeno Fausto Gresini, che per 5 anni lo ha gestito nel team di MotoGp (tre stagioni sulla Honda Rc213V e due sull’Aprilia Rs-Gp), immaginava che Alvaro Bautista avrebbe vinto tutte le 11 gare fin qui disputate in Superbike in sella alla nuova Ducati Panigale V4 R. «Pensavo dovesse lottare di più – ha detto il team manager imolese -. La sua netta superiorità però è anche dovuta alla forza della Ducati».

Ma una moto identica a quella di Bautista ce l’ha anche Chaz Davies, che in classifica arranca in sesta posizione, e che come migliori risultati ha solo i due terzi posti ad Aragon.
«Premetto che Alvaro era forte anche in MotoGp – ha precisato Gresini -. L’anno scorso a Phillip Island, nell’unica volta che ha guidato una Ducati ufficiale, ha lottato con Dovizioso e si è piazzato quarto. Non so perché Davies faccia così fatica, ma credo che a fare la differenza sulla Ducati Superbike sia soprattutto Bautista. Si è trovato subito bene con la moto, con le gomme Pirelli, e ovviamente con la squadra». A 34 anni il pilota castigliano ha raggiunto un’invidiabile maturità, frutto di 18 anni di corse (274 i Gran Premi disputati nel Motomondiale) con un campionato della 125 vinto nel 2006, il secondo posto nella 250 nel 2008, il quinto nella MotoGp col Team Gresini nel 2012, per un totale di 16 vittorie iridate e 49 podi. Ai quali ora vanno aggiunti i successi in Superbike. «Di lui ammiro la grande professionalità – ha spiegato Gresini -. Ha un fisico che sembra quello di un ragazzino. E questo grazie alla maniacale preparazione fisica alla quale si sottopone, e ad una alimentazione curata nei minimi particolari».

Le vittorie a raffica di Bautista rafforzano la convinzione che fra i piloti della MotoGp e quelli della Superbike ci sia un abisso.
«E’ così – ha esclamato Fausto -. La differenza è grande. Si è visto anche con Melandri, quando è passato in Superbike. Si è ritrovato subito a lottare coi primi, quando in MotoGp con l’Aprilia era costantemente fra gli ultimi. A parte Jonathan Rea, uno che va veramente forte, il livello è modesto».

Allora ci sarebbe da chiedersi cosa farebbero in sella alle attuali moto Superbike i vari Marquez, Rossi, Dovizioso, Lorenzo e così via…
«Sono categorie troppo differenti per fare un paragone. Sia per quel che riguarda la guida, che i tempi sul giro, anche perché in Superbike esistono ancora le gomme da tempo. Le moto stesse sono poi è straordinaria. Sembra una derivata dalla MotoGp, più che dalla serie».

Con Bautista sembra addirittura di un altro pianeta.
«Un po’ lo è anche lui. Oltre a fare una eccezionale vita da atleta, evidentemente è bravo a capire la moto e anche a svilupparla, considerando che è pilota ufficiale per la prima volta in carriera. E quando hai una casa alle spalle, cambia tutto».

Come si lavora con lui?
«Molto bene. Ha un buonissimo carattere e si gestisce facilmente anche nei momenti più duri. Rituali? Certo che li ha. Li organizza insieme alla squadra, ma non posso rivelarli. Alvaro non lo ha mai fatto pubblicamente e quindi non posso nemmeno io». (a.d.p.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 9 maggio

Nella foto Alvaro Bautista con Fausto Gresini ai tempi dell”Aprilia in MotoGp

Alla vigilia della Superbike a Imola, Fausto Gresini parla del leader della classifica iridata Alvaro Bautista

Cerca

Seguici su Facebook

ABBONATI AL SABATO SERA

Font Resize
Contrast