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Cronaca 24 Dicembre 2019

Il vescovo Giovanni Mosciatti: «Imola? Una ricchezza di partecipazione e volontariato che mi ha stupito»

L’ordinazione e l’ingresso in città risalgono al 13 luglio. A cinque mesi da quella data incontriamo il vescovo di Imola, Giovanni Mosciatti, originario della diocesi marchigiana di Fabriano e Matelica. Iniziamo l’intervista col chiedergli un primo bilancio, ma lui se la cava con una battuta: «Quando si fanno i bilanci esce sempre qualcosa che non entra, lasciamoli fare agli altri».

Quali sono state allora le prime impressioni sulla diocesi di Imola?
«Ho visto una realtà grandissima e più che positiva – risponde pronto-. C’è una ricchezza incredibile, che mi ha colpito fin dall’inizio, forse perché vengo da una realtà dove c’è meno partecipazione, da una diocesi più piccola, dell’entroterra, con grandissime difficoltà anche di tipo economico. Qui c’è una ricchezza di partecipazione e volontariato che fa veramente impressione. Ho avuto un’accoglienza grande, mi ha davvero stupito».

Una delle domande che avevamo pensato di farle è proprio questa: come ha trovato il tessuto sociale e culturale, le iniziative, l’associazionismo?
«Impressionante. Anzi, credo che dobbiate riscoprirlo anche voi. Tante volte lo date per scontato, ma ad uno che viene da fuori fa impressione. Dopo cinque mesi ancora devo finire il giro delle associazioni, delle realtà di tipo culturale e sportivo. Ricevo tutti e vado da tutti. Ovviamente quando mi invitano in quattro contemporaneamente devo fare delle scelte, ma cerco di andare dappertutto e spero di poter dare l’aiuto che serve».

Facciamo un passo indietro: lei non ha mai nascosto di avere accolto la sua nomina con grande stupore. Da quali esperienze veniva nella sua diocesi?
«Avevo una parrocchia, insegnavo e poi seguivo gli studenti universitaria Perugia da trent’anni, un’occasione per condividere la loro esperienza di studio e di vita. Adesso ho a che fare con una realtà complessa, con piani diversi, a tutti i livelli: questioni burocratiche, difficoltà delle persone, decisioni sulle cose da fare, su come dare prospettive alle opere. Ci sono tante opere che hanno origine da una santità grande, come Santa Caterina, le opere del Carmine, tutto quello che c’è a Lugo, la realtà della bassa. E ancora non ho finito di incontrare tutti». (mi.ta.)

L”intervista integrale è su «sabato sera» del 19 dicembre

Il vescovo Giovanni Mosciatti: «Imola? Una ricchezza di partecipazione e volontariato che mi ha stupito»
Cronaca 3 Luglio 2019

Intervista a Carlo Niccolai, presidente del Consorzio utenti canale dei Molini che lascerà l'incarico nel 2020

Da vent’anni l’imolese Carlo Niccolai è il presidente del Consorzio utenti canale dei Molini di Imola e Massa Lombarda, l’ente che nel 2010 ebbe l’idea di proporre un evento dedicato anche all’agricoltura, poi sviluppatosi nella Fiera agricola che conosciamo oggi. Quest’anno, presentando la nona edizione, Niccolai ha annunciato pubblicamente la decisione di lasciare la presidenza del Consorzio. «Il mandato scadrà nella primavera del 2020 – puntualizza – ma metto già le mani avanti». E pare non avere intenzione di cambiare idea.

Di professione agricoltore, da tre anni in pensione, è lui stesso un utente del consorzio. I suoi terreni sono al Piratello, dove però… non passa il canale dei Molini.«In effetti nel quartiere Cappuccini, dove abito, un tempo c’erano orti. Nel cortile della mia abitazione c’è ancora la derivazione di una vecchia condotta che passa da via Villa Clelia. Quando non arriva più acqua si può chiedere di essere distaccati, altrimenti si paga al consorzio una quota minima di 11 euro. Molti scelgono di tenere l’utenza per mantenere un diritto. Nel 2000 mi ero rivolto al segretario di zona di Confagricoltura, Giovanni Guerrini, per chiedere come fare a smettere di pagare la quota. Mi disse: “Sei un utente del consorzio? Allora non solo non smetti di pagare la quota, ma ti candidi alla presidenza. Abbiamo bisogno di una persona come te”. Dal 1940 in poi, il presidente del Consorzio utenti canale dei Molini è sempre stato un agricoltore, scelto anche in accordo con le tre associazioni di categoria, Confagricoltura, Cia e Coldiretti. Questa mia esperienza è cominciata così».

La storia moderna del consorzio parte dal 1940, ma alle spalle c’è una tradizione millenaria…
«Ci vantiamo di essere il più antico manufatto economico dell’imolese. Le prime tracce scritte sul canale dei Molini si trovano poco dopo il mille ed è anche ben identificato sulla famosa mappa imolese di Leonardo da Vinci. Anche l’acqua del fossato della rocca era alimentata dal canale dei Molini. Pare che i primi a porsi il problema di come bonificare “la bassa” siano stati i frati di Santa Maria in Regola e il toponimo di via Laguna la dice lunga. L’attuale consorzio nasce invece nel 1940. In origine c’erano due congregazioni, Imola e Massa Lombarda, sovente in guerra tra loro. Ci sono stati scontri e, intorno al 1400, persino un morto. Il canale dei Molini è nato come opera di bonifica, si è sviluppato come fornitore di forza motrice ai mulini collocati lungo il suo percorso e, da quando la tecnologia lo consente, anche come opera irrigua. Intorno al 1940 il canale era in pesante difficoltà economica. Si è così deciso di chiudere le vecchie congregazioni e unificarle in un unico ente che si sarebbe accollato debiti e responsabilità economica, prima in capo ai molinisti. Da qui la trasformazione in consorzio, un ente privato di diritto pubblico, mentre i molinisti accettarono di dare in gestione i loro fabbricati e tutte le strutture utili di loro proprietà, case di guardia e manufatti come il “ripartitore” accanto alla bocciofila, tutt’oggi in funzione, dove si decide se mandare l’acqua del canale a destra o a sinistra». 

Qual è l’attuale tragitto del corso d’acqua?
«Il canale si snoda per circa 40 chilometri da Codrignano, dove c’è la casa di guardia, e arriva a Massa Lombarda, dove l’acqua si reimmette nel fiume Santerno. A Imola, all’altezza della bocciofila, si biforca, per poi ricongiungersi lungo la Selice. Un tempo, quando la capacità di presa d’acqua era “normale”, il canale arrivava fino a Conselice e si immetteva nel Reno, poco oltre Lavezzola». (lo.mi.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 27 giugno

Nella foto a destra Carlo Niccolai, accanto al suo predecessore Eugenio Galvani

Intervista a Carlo Niccolai, presidente del Consorzio utenti canale dei Molini che lascerà l'incarico nel 2020
Sport 24 Giugno 2019

L'economista imolese Alberto Forchielli e l'amore per la bicicletta: «Pedalavo con Prodi, mi è tornata la passione»

«Oh ragazzi, se ’sta roba arriva nelle mani di Maurizio Crozza, la prossima volta che fa la mia imitazione si veste da ciclista!». Alberto Forchielli, infatti, recentemente ha ricominciato a pedalare. «Si ritorna sempre ai vecchi amori… E quello per la bici, oltre ad essere vecchio, è anche un grande amore!». Ha scritto così sul suo profilo Facebook venerdì 14 giugno il famoso imolese che può essere definito in tanti modi: imprenditore, giornalista, esperto di economia, opinionista, oppure come lo definirebbe il comico genovese: «Il nuovo profeta dei talk-show, un incrocio tra Bill Gates, Nostradamus e un salumiere romagnolo». Tra l’Asia e Boston, dove è spesso impegnato per lavoro, Forchielli non disdegna qualche sosta a Imola, la città delle sue origini. Ed è qui che lo si può incontrare pedalando in questi giorni.

Sembra proprio avere preso alla lettera il suo precedente scritto: «Muovete il culo!».

«E’ proprio vero, ho ricominciato a pedalare dopo tanto tempo. Quando andavo in bicicletta con Romano Prodi avevo comprato anche l’Atala (non una sola bici, l’intera azienda…, nda), poi sono rimasto inattivo per più di 10 anni».

Com’è rinato l’amore?

«Volevo una bici da usare a Boston in estate, allora ho comprato una gravel della Pinarello, adatta per pedalare anche su terreni non asfaltati. Quando l’ho provata me ne sono innamorato all’istante, quindi ne ho comprata subito un’altra, così ne tengo una in America e una a Imola». (p.z.)

L”articolo completo su «sabato sera» del 20 giugno.

Nella foto: Alberto Forchielli nella sua casa di Imola in sella della nuovissima Pinarello «gravel»

L'economista imolese Alberto Forchielli e l'amore per la bicicletta: «Pedalavo con Prodi, mi è tornata la passione»
Cronaca 9 Aprile 2019

Al Grande Fratello 16 c'è anche l'imolese Gianmarco Onestini, fratello di Luca che arrivò secondo all'edizione Vip 2

C’è anche l’imolese Gianmarco Onestini tra i concorrenti del Grande Fratello 16. Fratello di Luca (modello e studente di Odontoiatria che arrivò secondo al Grande Fratello Vip 2 dove conobbe la fidanzata Ivana Mrazova), Gianmarco ha ventidue anni, studia Giurisprudenza, si sta affermando come web influencer, e pratica numerosi sport.

Il sito ufficiale del Gf ricorda che Gianmarco è già entrato nella casa più spiata d”Italia per fare una sorpresa al fratello, concorrente appunto della seconda edizione Vip, e già da allora gli sarebbe piaciuto diventare un concorrente di questo reality.

Nell”edizione attuale, condotta da Barbara D’Urso, dovrà vedersela, tra gli altri, con Serena Rutelli, figlia di Francesco e Barbara Palombelli, Ivana Icardi, sorella dell’attaccante Mauro, Mila Suarez, modella ed ex corteggiatrice di Uomini e donne e Michael Terlizzi, figlio dell’ex pugile Franco. (r.cr.)

Nella foto Gianmarco Onestini (credit www.grandefratello.mediaset.it) 

Al Grande Fratello 16 c'è anche l'imolese Gianmarco Onestini, fratello di Luca che arrivò secondo all'edizione Vip 2
Cronaca 31 Marzo 2019

Maria Mirandola, nota a Castel Guelfo come la maestra Ceccarini, racconta come riuscì a prendere il diploma magistrale

L’anno scorso, oltre a celebrarsi il centenario dalla fine della Prima guerra mondiale, Maria Mirandola compiva cento anni, festeggiata dalla famiglia e dal sindaco di Solarolo, dove ora risiede. Ma il 12 settembre 1918 Maria Mirandola è nata a Castel Guelfo, «e lì tornerò, nella bara», afferma decisa e divertita riguardo la propria fine. Ma torniamo all’inizio della storia. «Una volta si nasceva fra le mura domestiche – racconta -. Mia madre si era spostata da Castel Guelfo alla Fantuzza a casa di sua mamma per partorire me. Erano altri tempi, c’erano le levatrici comunali per assistere le partorienti insieme alle figure femminili della famiglia».

Il ritornello «erano altri tempi» ricorre di frequente chiacchierando con Maria, e in effetti così è, il mondo è cambiato davvero tanto negli ultimi cento anni. Cambiamenti talvolta repentini, ma più spesso graduali che quasi non ce ne si accorgeva. Così, senza saperlo, Maria ha fatto parte del cambiamento che ha portato al presente come oggi lo conosciamo, fatto di diritti oltre che di doveri. Ma per Maria non tutto era ovvio come per noi oggi. Innanzitutto non è stato banale realizzare il sogno di diventare maestra elementare, un desiderio maturato fin dai primi anni di scuola anche grazie alla propria maestra di allora, «Alice Ansaloni – ricorda benissimo – che portava sempre i capelli raccolti in un cucài (lo chignon, in dialetto) e una giacca colorata fatta di tanti quadrati ricamati a mano».

Uno spettacolo di colori cui la foto in bianco e nero non rende giustizia ma che brilla ancora negli occhi di Maria, che è diventata maestra soprattutto grazie alla propria tenacia. «Se non avessi fatto la maestra non avrei saputo cos’altro fare – ammette la maestra Ceccarini, come ancora la ricordano in molti a Castel Guelfo, dal cognome del marito e maresciallo del paese -. Terminata la quinta elementare ho avuto in dono dei campi da coltivare. La mia era una famiglia di contadini, lavoravamo anche la terra di proprietà dei signori Ruffo Bacci di Bologna e un pezzo di terreno è stato un bel dono. Io però volevo studiare. Ne ho parlato con mio padre, ma siccome eravamo tanti in famiglia, ben 11 fra cui 4 fratelli e 3 sorelle fra maggiori e minori, era impossibile. Mi diceva: come facciamo se anche gli altri vogliono studiare? A 16 anni ho anche scritto a Mussolini, pur di continuare gli studi. Imbucavo le lettere con la mia richiesta di un sostegno economico per il percorso scolastico alla posta di Castel Guelfo, ma non ricevevo mai risposta… Poi – dalla determinazione, l’intuizione – ho imbucato l’ennesima lettera a Bologna e poco tempo dopo sono stata convocata in Comune per la risposta! Subito sono stata rimproverata per il disturbo arrecato a Mussolini, che aveva ben altre cose a cui pensare, mi disse una segretaria comunale austera. Ma insieme alla lettera c’erano 200 lire che ho utilizzato per comprare libri e dizionari. Quello è stato l’unico aiuto. Così ho lavorato la terra fino ai 18 anni, però sempre convinta a riprendere gli studi e diventare insegnante».

Nonostante fossero «altri tempi», Maria non si arrese. «A 18 anni (diversamente da oggi Maria non era ancora maggiorenne perché fino al 1975 la maggiore età si raggiungeva a 21 anni) ero brava nei campi: zappavo, sarchiavo, eccetera, ma non faceva per me. «La Maria dovete farla studiare se non volete vederla morire», diceva un garzone a mio padre. Così il babbo ha radunato la famiglia e ha chiesto a tutti un parere sulla possibilità di rimandarmi a scuola. «E finalmente sono tornata sui banchi, io già grande insieme a tanti più giovani di me», racconta felice oggi come ieri Maria, che forse anche grazie alla soddisfazione per la carriera tanto desiderata è arrivata a superare il traguardo non da poco dei 100 anni.

«A scuola allora non si portava il grembiule – continua a ricordare -. Quando ero piccola io c’era una bella miseria. Spesso la cena era a base di fagioli sconditi, che noi bambini mangiavamo seduti in riga sulla panca in cucina prima che tornassero i grandi dai campi, affamati e stanchi. Papà Ernesto ci aveva insegnato a mettere in ordine i vestiti per l’indomani sul comodino o sulla sedia vicino al letto, in caso arrivasse la bèssa bura, cioè un temporale con tromba d’aria in grado di scoperchiare il tetto di casa».

Il percorso di studi di Maria è dunque proseguito presso l’istituto delle suore Visitandine di Castel San Pietro e poi all’istituto magistrale di Imola. Per frequentare la scuola viveva da una sorella sposata, dal lunedì al venerdì, per poi tornare a casa solo il fine settimana in bicicletta. «Mi piaceva studiare l’italiano e le materie letterarie più che quelle scientifiche, ma bisognava studiare tutto». E infatti la maestra Mirandola ha insegnato tutto, nella sua carriera, perché allora gli insegnanti seguivano le proprie classi in tutte le materie scolastiche. Di solito, i primi due anni delle elementari erano destinati alle maestre, agli insegnanti maschi, invece, venivano assegnate le classi dalla terza alla quinta. «Le maestre erano come delle mamme, insegnavano anche ad allacciarsi le scarpe perché certi bambini le mettevano solo per andare a scuola – spiega-. Allora il lavoro della maestra lo si imparava per lo più sul campo, non esistevano i tirocini come oggi». (mi.mo.)

La storia completa della maestra Maria Mirandola è su «sabato sera» del 28 marzo

Nella foto, a sinistra un”immagine giovanile di Maria Mirandola, a destra la signora Mirandola come è ora insieme al presidente dell”Arci Castel Guelfo Ruggero Morini

Maria Mirandola, nota a Castel Guelfo come la maestra Ceccarini, racconta come riuscì a prendere il diploma magistrale

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