# MOTORI&DINTORNI – Imola e l’Endurance, ma non è la 200 miglia
E così. Insomma, per amore o per forza Imola, è diventata una pista «da endurance». Un tracciato abbastanza complesso, storicamente non larghissimo. Aggiungiamo che, nelle sue ultime configurazioni, la zona di partenza non proprio con caratteristiche da pista aeroportuale, ma ha saputo reinventarsi questa sua nuova vocazione. Sigle come Wec, BoP, Elms , Lmgt3, Lmh, Lmdh, Evo Jokers, Sh, Lmp2, ProAm o Lmp3 ormai ce le mangiamo come le tagliatelle. Dunque Le Mans e il suo mondo sono diventati una vera e propria missione a quattro ruote. A due, purtroppo, lo è stata meno. A parte l’infausto esperimento del 1982 con la 24 ore che incrinò il rapporto tra Imola e le moto (sebbene per la sua visione la gara rimane una delle pietre miliari della storia del Ferrari), si tentò anche di riportare poi l’Ewc (questa la sigla del mondiale endurance nel motociclismo) riscoprendo una denominazione molto speciale, la «200 Miglia» agli inizi del 2000, più precisamente nel 2002 e 2003. In quegli anni il mondiale di durata era andato alla Octagon, che già gestiva il mondiale Superbike, e si tentò la via di un calendario con gare anche più corte che potessero in qualche modo attrarre il pubblico dei paesi abituati alla velocità, come appunto quello italiano. Furono sicuramente due gare interessanti, tra l’altro inserite in week-end con altre competizioni di pregio, che non ebbero tuttavia seguito. Curiosa, soprattutto per come poi si è evoluto e si sta evolvendo il mercato motociclistico attuale, il risultato del 2003. Vinsero i forti Warwick Nowland e Stephane Mertens, che negli annali vengono registrati in sella ad una Suzuki. Tutto vero, ma la moto fu schierata dal Team Zongshen, marchio espressione di un colosso cinese nel settore. La moto era infatti completamente rossa senza scritte Suzuki e la stessa casa giapponese non guardò assolutamente di buon occhio questo impegno. Nella precedente edizione, un’altra Suzuki, questa volta riconosciuta, si impose grazie al duo del team Phase One composto da Jason Pridmore e Mark Edwards, ma alla fi ne dell’anno fu proprio il Team Zonghsen a portarsi a casa il titolo. Allora, tra le tante chiacchiere, scaturì che la formula poteva diventare in qualche modo la nuova Superbike, ma poi non se ne fece niente. Almeno si riassaporò per qualche momento l’atmosfera della vere 200 miglia con il pit stop ai box, a distanza di circa 20 anni e che purtroppo si è fermato lì e non è stato riproposto neanche dopo altri vent’anni. Ma nessuno poteva pensare che quelle Suzuki rosse senza scritte ma velocissime, in gara con equipaggi di primissimo livello e materiale tecnico utilizzato senza badare a spese, fossero di fatto un avvertimento importante da non sottovalutare. Chi frequenta oggi il mercato motociclistico (e anche automobilistico…) e le varie fi ere di settore sa di cosa stiamo parlando… (Nelle cuffie «Chiedi chi erano i Beatles», Stadio, 1984)
Massimiliano Regazzi
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Nella foto la rievocazione storica del “200 Miglia Revival” a Imola nel 2019 (pubblicata sul “sabato sera” del 9 settembre 2021
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