Posts by tag: agricoltura

Economia 9 Novembre 2019

All'hotel Molino Rosso una giornata di studi sul nocciòlo per valutare l'impatto economico sul territorio

L’associazione ex Allievi periti agrari scarabelliani, l’istituto agrario Scarabelli, gli ordini professionali dei dottori agronomi e dei periti agrari e laureati delle province di Bologna e Ravenna e le organizzazioni Coldiretti, Cia, Confagricoltura e Ugc-Cisl, anche quest’anno propongono una giornatadi studi, che si svolgerà sabato9 novembre presso la sala Simposium dell’hotel Molino Rosso (via Selice Provinciale 49), a partire dalle ore 9 sul tema «Nocciòlo, esigente ma di reddito. Vera opportunità per l’agricoltura?» che sarà introdotta e coordinata da Pierangelo Raffini, già assessore all’Agricoltura e Attività produttive del Comune di Imola e vedrà succedersi quali relatori i più qualificati esperti, a livello nazionale, nella coltivazione del nocciòlo e della trasformazione industriale del frutto della pianta. Verranno trattati gli aspetti di agro-coltivazione da Claudio Sonnati di Agrion, Fondazione per la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo tecnologico dell’agricoltura, il quale porterà tutta la grande esperienza e conoscenza di quella che è la terra di elezione della corilicoltura, la zona di Alba,ove per altro opera da decenni l’industria dolciaria Ferrero.

Descrivere e indicare i criteri di difesa avverso le patologie che colpiscono il nocciòlo sarà invece compito dell’entomologo Aldo Pollini, autore di fondamentali testi bibliografici attinenti alle malattie che colpiscono le principali e più diffuse colture erbacee ed arboree coltivate in Italia. Gli aspetti economici e la redditività attesa dalla coltivazione del nocciòlo, quali l’entità dei costi e dei ricavi colturali, dall’impianto del noccioleto alla fase di piena produzione, sarà esposta da Carlo Pirazzoli, docente presso il Dipartimento di Agraria di Bologna, anch’egli massimo esperto delsettore. Fabio Piretta, primo responsabile del processo di trasformazione industriale, a partire dal frutto in guscio fino al prodotto base per la vastissima gamma dolciaria che realizza Ferrero, indicherà quali sono i criteri di valutazione e valorizzazione del prodotto agricolo idoneo ad accedere alla filieraagro-industriale. Nicola Benatti, responsabile della redazione della carta dei suoli vocati della Regione Emilia Romagna, darà indicazioni circa l’eventuale adattabilità del nocciòlo nell’imolese ed in particolare sull’opportunità di proporne l’introduzione nella vallata del Santerno e nelle altre vallate limitrofe. Chi già, tra gli agricoltori, ha avviato la realizzazione di nuovi impianti di noccioleto oppure già produce ed anche trasforma il frutto darà testimonianze dirette della propria esperienza. Concluderà i lavori Simona Caselli,assessore all’Agricoltura della Regione Emilia Romagna. (r.cr.)

All'hotel Molino Rosso una giornata di studi sul nocciòlo per valutare l'impatto economico sul territorio
Economia 6 Novembre 2019

Cala la produzione di kiwi italiano, tra le preoccupazioni c'è la concorrenza sempre più forte della Grecia

La produzione del kiwi italiano, varietà a polpa verde e varietà a polpa gialla, sarà di 371.225 tonnellate, in calo del 6% rispetto allo scorso anno. Questo il dato saliente uscito dalla conferenza Kiwi 2019/2020, l’appuntamento annuale tenutosi a Verona il 16 ottobre, organizzato dalla Camera di commercio, per divulgare le stime di produzione e commercializzazione appunto del kiwi. Evento che ha fatto seguito a Iko (l’International kiwifruit organization), convegno internazionale tenutosi quest’anno in Italia, a Torino, dall’8 al 10 settembre, e che ha evidenziato come la campagna del kiwi si apra con prospettive tutte da scoprire per via delle incognite di mercato e fitosanitarie. Vediamole. La Grecia sta diventando un competitor sempre più forte, con superfici coltivate a kiwi ancora in crescita.

«Sicuramente non siamo di fronte ad una situazione di eccedenza di prodotto – ha rassicurato Elisa Macchi, direttore del Cso Italy, aggregazione unica in Italia che associa molte delle aziende italiane leader nella produzione e nella commercializzazione della ortofrutta nazionale -. Tuttavia – ha aggiunto – bisogna prestare attenzione alla Grecia, che denota un livello elevato di produzione come quello dello scorso anno. Il periodo di commercializzazione dei Paesi dell’emisfero meridionale, invece, è più limitato: per il Cile le spedizioni in Europa sono già terminate, mentre per la Nuova Zelanda, forte competitor del prodotto italiano, la fine della commercializzazione in Europa è prevista per metà novembre». Insomma, un passaggio di testimone senza tensioni.

E veniamo a casa nostra. In Italia il calo delle superfici coltivate e il calo di prodotto sono dovute prevalentemente all’abbattimento delle piante colpite da moria, mentre sono stati segnalati danni da grandine, qualche caso di batteriosi, mentre la popolazione di cimice marmorata è nella fase di crescita esponenziale, quindi di maggiore impatto sulle coltivazioni. E proprio di cimice si è parlato nella seconda parte dell’incontro veronese dedicata ai progressi nella lotta all’insetto originario dell’Asia. «Siamo in piena emergenza – ha confermato Daniele Salvagno, componente della Giunta della Camera di commercio di Verona -, per cui servono misure urgenti». Ed al riguardo «si attende il via liberad el ministero dell’Ambiente, che deve emanare le linee guida per l’impiego della vespa samurai, nemica naturale della cimice». (ale.gio.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 31 ottobre

Cala la produzione di kiwi italiano, tra le preoccupazioni c'è la concorrenza sempre più forte della Grecia
Economia 31 Ottobre 2019

Dal Governo nazionale un fondo da 80 milioni di euro per le aziende agricole colpite dalla cimice asiatica

«Un primo segnale importante. Una prima concreta disponibilità a favore delle imprese così duramente danneggiate. L’auspicio è che ora il fondo possa essere ulteriormente rafforzato durante l’iter parlamentare». L’assessore all’Agricoltura dell’Emilia Romagna, Simona Caselli, ha commentato con queste parole l’istituzione nella prossima legge di bilancio di un fondo triennale da 80 milioni di euro per fronteggiare l’emergenza causata nelle campagne dalla cimice asiatica. A darne l’annuncio è stato il ministro delle Politiche agricole Teresa Bellanova durante un incontro svoltosi il 21 ottobre, a Ferrara. «Ringrazio il ministro Bellanova per l’attenzione con cui, fin dai giorni immediatamente successivi al suo insediamento, ha seguito questo problema, accogliendo le proposte contenute nel piano che, come Regione Emilia Romagna, abbiamo messo a punto con il mondo agricolo e condiviso con le altre Regioni del Nord Italia – ha detto l”assessore Caselli -. Ora occorre proseguire in questo impegno congiunto delle istituzioni perché la battaglia contro la cimice asiatica la si può vincere solo tutti insieme».

Oltre agli indennizzi alle aziende colpite, il piano messo a punto dall’Emilia Romagna prevede anche la necessità di una legge nazionale per la sospensione dei versamenti contributivi previdenziali, un passaggio questo ritenuto fondamentale per evitare alle aziende stesse di trovarsi in situazioni di irregolarità che potrebbero impedire loro di beneficiare in futuro di contributi pubblici; l’integrazione delle giornate lavorate per vedere riconosciuta la disoccupazione ai lavoratori agricoli; un rinnovato impegno per la ricerca e sul fronte europeo per introdurre alcune modifiche all’Ocm Ortofrutta e rafforzare il sostegno alle aziende del comparto. Per quanto riguarda le iniziative avviate direttamente dalla Regione, la Caselli ha ricordato quelle adottate per venire incontro da subito alla crisi di liquidità delle aziende. Dopo un primo stanziamento da 250 mila euro per mutui a tassi agevolati, grazie alla recente modifica della legge regionale sul credito sarà possibile raddoppiare gli stanziamenti abituali ai Confidi per portare i mutui sul prestito di conduzione a scadenze di 3-5 anni, con precedenza assoluta nel nuovo bando per le imprese danneggiate dalla cimice.

Ma non solo. Ammontano a 13 milioni di euro le risorse stanziate per le reti antinsetto, con un nuovo bando in arrivo a breve che, grazie a precedenti economie, metterà a disposizione 2 milioni di euro, elevando la quota di contributo pubblico all’80%, mentre un nuovo bando da 1 milione di euro a favore dei Goi, i Gruppi operativi per l’innovazione, permetterà di proseguire l’impegno sul fronte della ricerca. (r.cr.)

Dal Governo nazionale un fondo da 80 milioni di euro per le aziende agricole colpite dalla cimice asiatica
Economia 30 Ottobre 2019

Modifiche al disciplinare di produzione del Marrone di Castel del Rio, oggi la riunione pubblica a palazzo Alidosi

E’ convocata per oggi 30 ottobre, alle 15, nella sala Magnus di palazzo Alidosi a Castel del Rio, la riunione di pubblico accertamento per la nuova versione del “Disciplinare del Marrone Igp di Castel del Rio”. L’appuntamento è conseguente alla richiesta di modifica del disciplinare di produzione del Marrone di Castel del Rio Igp (ai sensi del Regolamento Ue 1151/2012 e del decreto 14 ottobre 2013) che il Consorzio dei castanicoltori di Castel del Rio ha inviato al Ministero delle Politiche agricole e forestali. Completata l’istruttoria e acquisito il parere favorevole della Regione, è stata redatta una proposta di disciplinare della quale oggi verrà data lettura, come prevede la procedura, nella riunione di pubblico accertamento che è stata fissata, d’intesa con la Regione stessa, per oggi, alla presenza dei funzionari del Ministero.

Lo scopo della riunione, pertanto, è quello di permettere al Ministero di verificare la rispondenza della disciplina proposta ai metodi previsti dal regolamento comunitario. La proposta di disciplinare che sarà letta durante l’appuntamento si compone di otto articoli che contengono la denominazione ufficiale del prodotto Igp (Indicazione geografica protetta), che è appunto “Marrone di Castel del Rio”; la descrizione del prodotto, ottenuto rigorosamente da castagneti della specie “castanea sativa mill.” (il castagno europeo) rappresentata dai biotipi “marrone domestico”, “marrone nostrano” e “marrone di San Michele” e con caratteristiche espressamente elencate nel testo; la zona geografica di produzione, compresa nei territori dei quattro comuni di Castel del Rio, Fontanelice, Casalfiumanese e Borgo Tossignano; il metodo di produzione; la prova di origine del prodotto e il legame con l’ambiente; modalità di controllo, confezionamento ed etichettatura. (r.cr.)

La foto è tratta dal sito del Consorzio dei castanicoltori di Castel del Rio

Modifiche al disciplinare di produzione del Marrone di Castel del Rio, oggi la riunione pubblica a palazzo Alidosi
Economia 23 Ottobre 2019

Produzione di cachi ridotta a causa del clima che ha provocato la caduta di molti frutti

C’è un periodo dell’anno durante il quale i suggestivi paesaggi romagnoli e le bancarelle dei fruttivendoli si colorano di un bel rosso aranciato per via della presenza dei cachi, tipici frutti autunnali che possono arricchire le nostre tavole fino al tardo inverno. Ebbene, la stagione produttiva in corso fa prevedere una diminuzione delle quantità di almeno il 20-30% rispetto all’anno precedente. Calo dovuto soprattutto all’ampia cascola insorta da metà settembre a causa di «condizioni climatiche favorevoli per la pianta ma non perfette per il frutto», sintetizza Andrea Grassi, direttore tecnico agronomico di Apofruit, la cooperativa che associa produttori nelle principali regioni italiane a vocazione ortofrutticola.

Il cachi è infatti una specie rustica particolarmente resistente ai patogeni, ma molto sensibile ai problemi meteorologici. «Le prime piogge e il freddo che ne è seguito – spiega Grassi – hanno favorito la caduta dei frutti e, per questo motivo, dovremmo avere una pezzatura abbastanza buona». Ugo Palara, responsabile dell’ufficio tecnico di Agrintesa, altra importante cooperativa agricola che associa produttori di ortofrutta e vino, concorda sul segno meno. «Le superfici in produzione sono stabili, anche se tendenti al calo. Ma, rispetto allo scorso anno, le cadute dei frutti hanno condizionato le rese, con una diminuzione – quantifica – di circa il 10 per cento per il Loto di Romagna, il cachi Tipo, più tradizionale e aromatico, a polpa morbida e che si consuma al cucchiaio. Gli impianti di cachi Rojo brillante, a polpa soda, pur facendo segnare un aumento di produzione complessivo, quest’anno faranno invece un meno 15-20 per cento».

Il cachi, come detto, è una specie che normalmente dà pochi problemi, per questo preoccupa il diffondersi di alcune problematiche fitosanitarie. «Da due anni – conferma Palara – anche il cachi è alle prese con la micosferella, una malattia fungina fogliare importante. Occorre fare attenzione perché questa ennesima avversità, anche se non farà disastri, potrebbe far perdere prodotto. Gli strumenti per combatterla ci sono, ma occorre educare i produttori ad alzare il livello di attenzione». (ale.gio.)

Il servizio completo è su «sabato sera» del 17 ottobre

Nelle foto: a sinistra Andrea Grassi, a destra Ugo Palara

Produzione di cachi ridotta a causa del clima che ha provocato la caduta di molti frutti
Cronaca 22 Ottobre 2019

L'azienda Caci sperimenta il drone impollinatore

Quest’anno per la prima volta, la società Caci ha sperimentato su una piccola parte del noceto di via Carpe la tecnica dell’impollinazione artificiale, impiegando un drone attrezzato per questo tipo di interventi.

«Quando il fiore maschile giunge a maturazione – ci spiega il presidente di Caci, Sauro Calderara – il polline viene raccolto a mano con appositi aspiratori e posto in vasetti che vengono conservati in freezer. Quando il fiore femminile è ricettivo, il polline conservato viene caricato su un drone dotato di spargipolline, che poi si fa sorvolare sul frutteto. Per questo intervento ci siamo rivolti a una società specializzata di Reggio Emilia, che ha la dotazione tecnica adeguata. Abbiamo provato l’impollinazione artificiale solo su una parte del nostro noceto, circa 5 ettari su un totale di 33. Al momento non abbiamo ancora cominciato a raccogliere le noci in quell’area, per cui dobbiamo ancora vedere se l’impollinazione con il drone è stata davvero efficace». (lo.mi.)

Fotografia tratta dal sito internet dell”azienda Caci

L'azienda Caci sperimenta il drone impollinatore
Economia 17 Ottobre 2019

Agricoltura Emilia Romagna, anche la coltivazione del grano duro penalizzata dall'andamento climatico

L’influenza del cambiamento climatico, la ricerca e l’innovazione al servizio della produzione, le strategie d’impresa, l’andamento dei mercati agricoli e la copertura dei rischi. Tutti temi di cui si è parlato il 24 settembre al convegno dedicato alla coltivazione del grano duro. Un incontro con scienziati, produttori e rappresentanti delle organizzazioni di categoria organizzato dalla Regione Emilia Romagna proprio alla vigilia della stagione di semina, come opportunità di confronto e di approfondimento tecnico-scientifico e di orientamento degli agricoltori nelle scelte.

«Ricerca e innovazione, sia in campo tecnico che nelle strategie commerciali – ha affermato l’assessore regionale all’Agricoltura, Simona Caselli-, sono le strade da seguire per affrontare i cambiamenti climatici e le fitopatologi e che sempre più incidono sulle produzioni agricole. Le scelte per un’agricoltura sempre più evoluta e resiliente passano dall’agricoltura di precisione, allo studio delle innovazioni varietali, oltre ad adottare avvicendamenti e tecniche colturali che favoriscano la sostenibilità e la qualità dei suoli. Va sottolineata l’importanza della programmazione produttiva e degli accordi di filiera, con l’obiettivo di massimizzare e stabilizzare le rese produttive, contenere i costi senza incidere sulla produttività e sulla qualità del prodotto e ridurre i rischi di mercato».

Bastano pochi elementi per comprendere l’importanza del comparto cerealicolo emiliano-romagnolo: la nostra regione è tra le prime in Italia per la produzione con una quantità annuale (dati Istat 2014-2018) che si attesta a 2,1 milioni di tonnellate. Di queste, 773 mila tonnellate sono di frumento tenero, 373 mila di frumento duro, 647 mila di mais. Coltivano cereali oltre 31 mila aziende, più della metà del panorama agricolo regionale, per una superficie complessiva di circa 311 mila ettari, di cui 127 mila a frumento tenero, 62 mila a frumento duro, 69 mila a mais. Ed il convegno è stata l’occasione per fare il punto sulla stagione 2019. (r.cr.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 10 ottobre

Agricoltura Emilia Romagna, anche la coltivazione del grano duro penalizzata dall'andamento climatico
Economia 9 Ottobre 2019

Prende piede la coltivazione del sorgo, cereale tra i più diffusi al mondo e importante per il futuro

Ha arricchito i nostri campi di un colore marroncino grazie al suo pennacchio, almeno fino alla fine di agosto, e adesso si sta preparando per arricchire gli alimenti destinati ai nostri animali ma anche i piatti preparati nelle nostre cucine. Stiamo parlando del sorgo, un cereale molto antico, molto versatile e senza glutine, quindi adatto all’alimentazione dei celiaci. E proprio perché indicato per chi ha problemi di intolleranza, in questi ultimi anni sta avendo un grande successo tra i consumatori. E’ un prodotto che ha tanto da raccontare, a cominciare dal successo nella sua produzione perché è il quinto cereale per importanza al mondo dopo grano, riso, mais, orzo. Anche perché, oltre che per l’alimentazione umana, la pianta è utilizzata per la produzione di foraggi, per l’estrazione di etanolo e come bio-carburante.

L’Emilia Romagna è la regione che si colloca al vertice della piramide produttiva nazionale, seguita da Toscana, Marche e Umbria. Nel 2018 nella nostra regione, secondo gli ultimi dati Istat, il sorgo è stato coltivato su una superficie di 22.712 ettari, raggiungendo una produzione di 206.931 tonnellate, facendo segnare un incremento del 27,7% rispetto al 2017. Buoni i risultati anche per la provincia di Bologna. Nel 2018, infatti, qui sono state prodotte 79.076 tonnellate di sorgo, un aumento di 19.910 tonnellate rispetto all’anno precedente, anche se è in contrazione la superficie occupata. «Se di sorgo attualmente si sta parlando con sempre maggiore insistenza – dichiara Alessandra Sommovigo del Crea, tra i più importanti enti italiani di ricerca agroalimentare- è perché si tratta di una coltura che risponde agli input richiesti e determinati dalle conseguenze dei cambiamenti climatici».

Ma aggiungiamo il parere di due agricoltori che, proprio quest’anno, hanno deciso di dedicare al sorgo spazio e tempo, ma con diverso risultato. Stefano Quartieri di Medicina ne ha piantato due ettari ed è contentissimo. «E’ la prima volta che lo metto – precisa Quartieri-. Mi sono deciso perché la mia clientela me lo chiedeva continuamente. Quest’anno ne ho raccolto circa 70-80 quintali per ettaro. E’ piovuto molto e il sorgo ne ha beneficiato». Molti lo stanno chiedendo, ma altri sono ancora scettici. «Vent’anni fa avevo piantato sorgo, poi ho messo della vigna -racconta Massimo Cané, dell’azienda agricola Costa di Rosa -. In uno dei migliori anni raccolsi 92 quintali per ettaro, ma fu un’eccezione. Ora ho tolto dellavigna e ho messo di nuovo questo cereale, sia per un cambiamento nella direzione aziendale, sia perché non vuole acqua. Ne ho piantato undici ettari nelle colline di Castel San Pietro, nella zona di Gallo Bolognese, e se ne raccolgo almeno 50 quintali per ettaro sono contento. Da noi in collina questa coltura non va bene». (ale.gio.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 3 ottobre

Nelle foto da sinistra Stefano Quartieri di Medicina e Massimo Canè di Gallo Bolognese

Prende piede la coltivazione del sorgo, cereale tra i più diffusi al mondo e importante per il futuro
Cronaca 7 Ottobre 2019

Concordato piano nazionale contro la cimice asiatica

L’autentica emergenza che la cimice asiatica sta determinando nei campi è stata al centro di un vertice, tenutosi il 26 settembre a Roma, fra il neoministro Teresa Bellanova e gli assessori regionali dell’Italia del nord.

«Abbiamo un piano nazionale contro la cimice asiatica che contiene le nostre richieste e che sarà approvato in via definitiva il 10 ottobre – anticipa l’assessore all’Agricoltura dell’Emilia-Romagna, Simona Caselli, reduce dall’incontro –. E sui danni, davvero ingenti per gli agricoltori, è stato individuato il percorso normativo da seguire (il decreto legislativo 102/2004) per i fondi da destinare agli indennizzi che dovranno essere inseriti in misura congrua nella prossima legge finanziaria. Il problema, inoltre, verrà portato in sede comunitaria nel Consiglio dei ministri europeo previsto per il 14 ottobre».

Qualche numero. Nella sola Emilia Romagna si quantificano danni per oltre 120 milioni di euro tra perdita di produzione e minor qualità delle sole pere, che superano i 200 milioni se si considera anche la fase post raccolta (logistica, manodopera, imballaggi, costi commerciali, ammortamenti e costi fissi) e che lievitano ad oltre 267 milioni se si considerano tutte le regioni dell’Italia del nord, dove la cimice sta imperversando.
Danni che per il comparto pesche e nettarine sfiorano invece i 50 milioni di euro, sempre sommando produzione e post raccolta, e i circa 89 milioni di euro in tutte le regioni del nord dell’Italia. Insomma, un autentico disastro.

«Siamo tutti consapevoli dell’assoluta urgenza di azioni concrete per evitare che gli agricoltori decidano di espiantare: un disastro economico-sociale cui si aggiungerebbe un disastro ambientale – commenta la Caselli –. Quindi si proceda con il sostegno alla ricerca portata avanti dal Crea e dalle Regioni, introduzione dell’antagonista naturale e attivazione degli indennizzi agli agricoltori, consapevoli, vista l’entità economica dei danni, che i finanziamenti andranno trovati in seno alla prossima legge finanziaria. E noi vigileremo perché sia garantita la necessaria e congrua copertura al provvedimento». (r.cr.)

Altri particolari sul Sabato sera del 3 ottobre

Concordato piano nazionale contro la cimice asiatica
Economia 24 Settembre 2019

Vespa cinese e muffa falcidiano la produzione di marroni, in allarme i castanicoltori della vallata

«La mano dell’uomo sta mettendo in serio pericolo la castanicoltura in quella parte della vallata del Santerno da più di 500 anni vocata a questo frutto del bosco». Renzo Panzacchi, presidente del Consorzio castanicoltori dell’Appennino bolognese, non nasconde tutta la sua preoccupazione. E ne ha ben donde. Da qualche anno i produttori castanicoli devono infatti fare i conti con un’ospite indesiderata: la vespa cinese, il cinipide galligeno (Dryocosmus kuriphilus) arrivato accidentalmente dalla Cina. Ma adesso c’è un nuovo nemico, inaspettato: l’uomo. «C’è la seria convinzione – spiega Panzacchi – che vi siano produttori che utilizzano prodotti chimici per debellare la vespa, ma così facendo causano gravi implicazioni di carattere ambientale, uccidendo anche molti altri insetti non dannosi e che, anzi, potrebbero essere antagonisti naturali del parassita, come il Torymus sinensis. Problema fin’ora circoscritto alla zona di Castel del Rio, ma che si sta espandendo anche a Selva di Tirli e Piancaldoli, tutte località comunque della vallata del Santerno».

Una situazione assurda e contraddittoria: i produttori prima pagano per far liberare nell’ambiente il Torymus (antagonista naturale del parassita fitofago venuto dalla Cina) e poi lo distruggono con l’insetticida. La conferma della mano dell’uomo dietro a quanto sta accadendo è deducibile osservando la presenza della vespa: massiccia solo nella zona coltivata a frutto mentre è irrisoria mano a mano che si sale nel bosco selvatico. Cioè, dove il Torymus, l’insetto antagonista, è vivo e vegeto e può riprodursi a danno della vespa, la popolazione di quest’ultima regredisce. Viceversa, dove il Torymus viene sterminato dal veleno o dalla distruzione di ramaglie, ricci e galle, che vengono bruciati anche se la legge lo vieta, la vespa cinese (già uscita dalle galle) spadroneggia. A questo problema va poi sommata la cattiva allegagione primaverile, ossia la mancata impollinazione da parte delle api per la troppa acqua caduta a maggio. E poi, come se non bastasse, preoccupa anche la diffusione della Gnomoniopsis disculapasco e, malattia fungina arrivata dall’Australia che ha già dato fastidio l’anno scorso facendo marcire i marroni. Una malattia subdola, che lavora all’interno del frutto e che non rende visibile niente all’esterno.  (ale.gio.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 19 settembre

Nella foto Renzo Panzacchi, presidente del Consorzio castanicoltori dell”Appennino bolognese

Vespa cinese e muffa falcidiano la produzione di marroni, in allarme i castanicoltori della vallata

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