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Economia 16 novembre 2018

Una ricerca del Cnr sugli olivi secolari del territorio imolese svela informazioni sul sapore dell'olio di un tempo

Che sapore aveva l’olio che i nostri bisnonni mettevano sul pane più di un secolo fa? La risposta si legge tra le righe dello studio realizzato dall’Istituto di Biometeorologia Ibimet-Cnr di Bologna, nell’ambito del progetto «L’olivo nelle colline imolesi, una risorsa per l’agricoltura, un patrimonio per il paesaggio», finanziato fra il 2010 e il 2013 dal Comune di Imola. Lo studio, a cura delle ricercatrici Annalisa Rotondi e Lucia Morrone, ha censito e descritto dal punto di vista genetico 14 olivi secolari del nostro circondario: 3 a Casalfiumanese (2 dei quali nel parco pubblico), 3 a Castel San Pietro, 5 a Dozza e a Toranello al confine tra Imola e Riolo, dove sono state georeferenziate 3 piante secolari disposte attorno alla chiesa.

Alcuni esemplari, come quello alto oltre cinque metri di proprietà di Massimiliano Ortalli a Casalfiumanese, sono stati schedati con tanto di foto anche all’interno del sito http://olivisecolari.ibimet.cnr.it. Prima del 1500 l’olivicoltura era molto più diffusa sul nostro territorio, ma nei secoli si è assistito a una progressiva diminuzione, soprattutto a causa delle gelate, come quelle del 1929, 1930 e 1940, quando le temperature arrivarono anche a meno 20 gradi. «Prima del 1940 – si legge nello studio – la presenza dell’olivo a Imola è limitata a piante sporadiche soprattutto vicino alle chiese di Tossignano, Casalfiumanese e Dozza e si tratta quasi sempre di piante allevate da parroci per avere per le feste pasquali la palma, le cui fronde venivano inviate anche alle chiese di pianura».

La ricerca non ha solo indagato la genetica di queste piante secolari, che hanno resistito a condizioni climatiche critiche, ma ha anche analizzato il profilo chimico e sensoriale dell’olio ricavato dai loro frutti, in alcuni casi caratterizzato da «intensità medie-elevate di fruttato e livelli medi di amaro e piccante», così come «da sentori peculiari di pomodoro e carciofo». Altri si contraddistinguono invece per «livelli medio-leggeri di fruttato, amaro e piccante e note prevalenti di mandorla». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 15 novembre

Nella foto l”ulivo secolare di proprietà di Massimiliano Ortalli a Casalfiumanese

Una ricerca del Cnr sugli olivi secolari del territorio imolese svela informazioni sul sapore dell'olio di un tempo
Economia 2 novembre 2018

Alla scoperta del caco, frutta di stagione, i giovani lo preferiscono a polpa soda

Piace ai giovani per il sapore dolce e delicato, per la croccantezza. E la possibilità di tagliarlo a fette, sbucciarlo e mangiarlo senza sporcarsi le mani rappresenta un valore aggiunto (è utilizzabile anche per insalate). E’ il caco a polpa soda, la cui raccolta in Emilia Romagna è partita proprio in questi giorni. Una coltivazione, quella del caco a polpa soda, che la cooperativa faentina Agrintesa (primo player nazionale nei cachi) ha avviato tra i primi in Italia ormai più di dieci anni fa, con investimenti in produzione e nelle tecnologie in stabilimento che si stanno rivelando decisamente azzeccati. Per la campagna 2018 appena iniziata, Agrintesa stima una produzione di circa 2.800 tonnellate della varietà Rojo brillante. «Il caco Rojo brillante si sta affermando sempre più come un’alternativa molto interessante per i nostri produttori – spiega Enrico Bucchi, vicedirettore di Alegra, business unit di Agrintesa -. Attualmente, abbiamo 130 ettari suddivisi tra la Romagna e l’areale modenese, con impianti che vanno dai 12 anni fino a quelli più recenti di 2 anni che ancora devono entrare in produzione. Pertanto prevediamo un aumento delle quantità in futuro di almeno il 10 per cento. Sono circa 250 le aziende agricole del nostro gruppo che hanno investito in questa coltura con metrature significative, trovando nuovi sbocchi commerciali alle loro produzioni e soddisfazioni in termini di redditività».

Al contrario per il caco tipo (quello più tradizionale e aromatico, a polpa morbida e che si consuma al cucchiaio) si stima una produzione di 3.600 tonnellate, con un significativo calo (attorno il 20%) rispetto alla passata stagione. «Si tratta di una riduzione fisiologica – chiarisce Bucchi – che arriva dopo un’annata, come quella del 2017, nella quale si era registrato un considerevole aumento delle produzioni. Ci sono stati fenomeni di cascola (caduta prematura dei frutti, Ndr) e le condizioni meteorologiche di primavera ed estate hanno contribuito a questa riduzione, tuttavia sono situazioni che rientrano nella naturale alternanza produttiva di questo comparto».

Quella appena iniziata sarà anche la prima campagna nella quale entrerà in funzione il nuovo impianto di lavorazione di Agrintesa, dedicato prevalentemente al caco tipo. Un impianto tecnologicamente all’avanguardia, innovativo e unico in Italia, capace di suddividere i frutti per pezzatura e grado di maturazione tramite selezione ottica, ma salvaguardando al massimo la qualità dei frutti. Mentre la commercializzazione sarà compito di Alegra e Valfrutta Fresco, le due business unit del gruppo. (Redazione economia)

L”articolo completo su «sabato sera» del 25 ottobre.

Nella foto: frutti a polpa soda della varietà «Rojo brillante»

Alla scoperta del caco, frutta di stagione, i giovani lo preferiscono a polpa soda
Economia 30 ottobre 2018

Danni in campagna e fastidi in città per l’inarrestabile avanzata delle cimici asiatiche

E’ arrivata nel 2016 nelle campagne dell’Emilia Romagna e in tre soli anni ha già provocato danni ingenti ai frutteti. E’ la cimice marmorata asiatica, un insetto che si nutre di un’ampia varietà di specie vegetali, privilegiandola frutta, in particolare le pere. Non a caso le prime infestazioni sono state rilevate nelle province che producono maggiormente questo tipo di frutta, Modena e Ferrara, ma ben presto la sua presenza si è estesa al bolognesee alle province frutticole della Romagna, dove ha attaccato anche pesche, mele e kiwi.

Insetto originario dell’Asia orientale, in particolare Taiwan, Cina, Giappone, il suo nome scientifico è Halyomorpha halys. E, in ordine di tempo, è soltanto l’ultimo dei parassiti alloctoniche, favoriti dai cambiamenti climatici, hanno invaso l’Italia, provocando danni per milioni di euro alle coltivazioni agricole. Secondo Coldiretti Emilia Romagna, i danni provocati dalla sola cimice asiatica sulla frutta in generale si aggirano attorno al 10%, con punte fino al 30-40% in alcune aziende e determinati territori. La cimice asiatica, così come le consorelle verdi, si nutre infatti di linfa. Oltre alle punture, la saliva determina reazioni biochimiche che provocano la successiva necrosi dei tessuti vegetali. E nei frutti colpiti, in corrispondenza delle punture si osservano gravi deformazioni, indurimenti con necrosi che determinano un deprezzamento della produzione o addirittura la perdita totale dei requisiti di commercializzazione. La cimice asiatica in Italia non ha antagonisti naturali e per di più è una specie particolarmente prolifica in quanto nei climi più caldi depone le uova almeno due volte all’anno, con 3-400 esemplari ogni volta. «La lotta in campagna – informa Coldiretti regionale – per ora può avvenire solo attraverso protezioni fisiche come le reti anti insetti a difesa delle colture perché non è possibile importare insetti antagonisti dalla Cina per motivi sanitari».

Con l’arrivo dell’autunno gli sciami di cimici si sono diretti verso i centri abitati alla ricerca di temperature meno fredde e di ripari ove svernare, prendendo d’assalto le case e costringendo i cittadini a barricare porte e finestre. «Oltre ai disastri provocati nei campi, gli sciami di cimici che si posano su porte, finestre e mura delle case creano fastidio all’uomo per via del cattivo odore che tali insetti emanano se schiacciati». Come detto, le temperature al di sopra delle medie ne stanno favorendo la diffusione. «Siamo di fronte – conclude Coldirett i- ai drammatici effetti dei cambiamenti climatici che si manifestano con una tendenza al surriscaldamento che si è accentuata negli ultimi anni, ma anche con il moltiplicarsi di eventi estremi, sfasamenti stagionali e precipitazioni brevi ed anche l’aumento dell’incidenza di infezioni fungine e dello sviluppo di insetti che colpiscono l’agricoltura». (Redazione economia)

Nella foto: una pera deformata dalle punture di cimici

Danni in campagna e fastidi in città per l’inarrestabile avanzata delle cimici asiatiche
Economia 24 ottobre 2018

Marroni di Castel del Rio, contro la vespa cinese no al rastrellamento del sottobosco che uccide gli insetti amici

Il 2018 verrà ricordato per la castanicoltura locale come una buona annata, a parte qualche zona a macchia di leopardo a Firenzuola, penalizzata dalle grandinate, e una piccola recrudescenza della vespa cinese con 2 o 3 focolai tra Montefune e le Selve della Massa, a est di Castel del Rio, e Sestetto, a sud del comune alidosiano.

«La situazione – spiega il presidente del Consorzio castanicoltori di Castel del Rio, Giuliano Monti – è abbastanza circoscritta e inspiegabile, dato che gli insetti antagonisti della vespa sono presenti nell’ambiente. Probabilmente in quei castagneti sono state condotte delle pratiche non corrette. O sono stati fatti trattamenti chimici, tra l’altro vietatissimi, o si brucia e si rastrella via il sottobosco, cosa che comporta però anche l’uccisione degli insetti antagonisti. Pratiche che magari andavano bene cinquant’anni fa, ma che non sono più consone oggi. Ai castanicoltori lo abbiamo detto. In collaborazione con il Comune di Castel del Rio, lo scorso dicembre, è stata anche emessa una ordinanza per il “divieto di abbruciamento della parte apicale” (ovvero la parte fruttifera e vegetativa della pianta dove si installa l’antagonista della vespa cinese) dei rami di castagno, dal 1 luglio al 15 maggio, con l’obiettivo di salvaguardare la sopravvivenza del “Torymus sinensis”, che depone le uova all’interno delle galle, sull’apice vegetativo delle piante. Alcuni coltivatori tengono il castagneto come un campo da golf, rastrellano tutto, in continuazione, e in questo modo spazzano via la sostanza organica del castagneto, ricci, rami caduti, foglie, che invece andrebbero lasciati a terra, anche perché vanno a costituire il nutrimento del castagneto stesso. Invece c’è chi fa pulizia prima della raccolta, a settembre e addirittura anche a giugno. Dal punto di vista paesaggistico quei castagneti sono come giardini, ma dal punto di vista agronomico è uno sbaglio: non solo si va ad impoverire il castagneto, ma si uccide il torymus».  ( lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 18 ottobre

Marroni di Castel del Rio, contro la vespa cinese no al rastrellamento del sottobosco che uccide gli insetti amici
Economia 24 ottobre 2018

Marroni di Castel del Rio, il 2018 buona annata per quantità e qualità. Anche il prezzo soddisfa i produttori

Dopo il minimo storico toccato nel 2017 a causa della siccità, quest’anno il raccolto e la qualità dei marroni nostrani tornano nella norma. «La produzione è buona – conferma Giuliano Monti, presidente del Consorzio castanicoltori di Castel del Rio che riunisce una sessantina di produttori – e la previsione è di arrivare a 5 mila quintali come nel 2016, a fronte dei circa 2 mila quintali del 2017. Quest’anno i marroni sono tanti e molto buoni. I primi che sono stati raccolti a inizio ottobre erano un po’ “cotti” per le alte temperature che abbiamo avuto a settembre, ma la richiesta dei consumatori è stata soddisfatta. La stagione naturale è la prima decade di ottobre e al momento circolano solo prodotti belli, anche se la pezzatura non è eccezionale».

Anche il prezzo è buono. «Le quotazioni all’ingrosso – elenca Monti – sono sui 5 euro al chilo per i marroni grossi di Castel del Rio, mentre al dettaglio il prezzo oscilla sui 7-7,5 euro al chilo per la pezzatura grossa e 5-6 euro al chilo per la pezzatura media. Va anche detto che all’inizio tutto il commercio riguarda prodotti freschi, mentre, ora questi sono destinati a essere conservati in acqua, cosa che fa scendere il prezzo. Mi aspetto quindi un assestamento fisiologico sui 4 euro al chilo all’ingrosso».

Non così bene, invece, al sud, dove le temperature molto alte hanno inciso sui risultati, a vantaggio della produzione del nord Italia. «Nelle zone di Roma, Viterbo e monte Amiata – conferma Monti – il prodotto è poco e di scarsa qualità».

Alla luce di tutto ciò, la concorrenza delle castagne non fa paura. «Al momento sono pochissime – aggiunge il presidente dei castanicoltori -. Costano meno, ma valgono anche meno qualitativamente: se il marrone arriva anche a 8 euro al chilo, le castagne sono sui 4-5 euro al chilo». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 18 ottobre

Marroni di Castel del Rio, il 2018 buona annata per quantità e qualità. Anche il prezzo soddisfa i produttori
Economia 17 ottobre 2018

La bava di lumache? Ottima base per prodotti cosmetici: l'esperienza dell'azienda BioVilla

A Villa Fontana, nelle campagne medicinesi, c’è un’azienda agricola che ha fatto dell’elicicoltura per la cosmesi il proprio business di punta.

«Il progetto è nato nel 2013 – ci racconta Giovanni Verardo, il titolare di BioVilla -. Su un ettaro di terreno alleviamo chiocciole delle varietà Helix aspersa muller ed Helix aspersa maxima con il metodo Cherasco, seguendo cioè il ciclo naturale all’aperto e senza l’uso di mangimi. In questo modo otteniamo prodotti biologici destinati alla ristorazione e alla cosmesi. Dal 2015 siamo arrivati a pieno regime. Dopo un anno, abbiamo creato il marchio Dadisten, registrato a livello europeo, con cui vendiamo cosmetici a base di bava di lumaca. E’ un mercato di nicchia, che però offre tanti spunti. Siamo tra i pochi a produrre una linea che va dallo shampoo, alla crema per il corpo e per il viso, con una concentrazione di bava al 70 per cento».

Le proprietà di questo ingrediente naturale sono molteplici. «La bava di lumaca – prosegue – è ricca di allantoina, efficace contro l’acne e le irritazioni della pelle. Inoltre, ha proprietà elasticizzanti e anti-età». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» dell”11 ottobre

Nella foto un prodotto a marchio Dadisten dell”azienda BioVilla

La bava di lumache? Ottima base per prodotti cosmetici: l'esperienza dell'azienda BioVilla
Economia 17 ottobre 2018

Il regno delle lumache è a Imola in Pedagna: Enea Xheka racconta come è nata l'idea di allevarle

Da circa un anno nel quartiere Pedagna c’è… il regno delle lumache. Si chiama infatti così l’attività che Enea Xheka, trentaduenne di origine albanese, ha avviato su un terreno in via Punta, già di proprietà della Cesi e finito all’asta dopo l’entrata in liquidazione della cooperativa edile imolese.

Xheka non ama parlare di sé, anche se avrebbe molto da raccontare. «Sono arrivato in Italia e a Imola nel 1999 con un mio amico – riassume -. Avevo solo 13 anni ed ero clandestino. Fino a quando non sono diventato maggiorenne sono stato a Santa Caterina. Ho studiato all’Ecap per diventare elettricista e poi ho fatto qualsiasi tipo di lavoro». E’ stato anche dipendente proprio della Cesi, nel settore strade, fino a quando, nel 2014, la cooperativa edile non è entrata in liquidazione. «Non ci credo ancora che sia andata a finire così – dice – ci tenevo tanto a quella azienda. Ero fiero di dire “lavoro per la Cesi”. La gente, anche se ero albanese, mi guardava in un altro modo».

Xheka si è aggiudicato quel lotto, di poco più di 1,4 ettari, all’asta del 28 gennaio 2017, spuntandola tra altri quindici offerenti. «Il sogno mio e di mio fratello Martin, di due anni più piccolo – racconta – è sempre stato quello di lavorare la terra, anche se non ne sappiamo niente di agricoltura. Siamo nati in città, a Elbasan, a pochi chilometri da Tirana. Abbiamo comprato questo terreno senza sapere bene cosa farne. Volevamo fare qualcosa di innovativo e abbiamo cercato su Internet. All’inizio avevamo pensato alle erbe officinali per le case farmaceutiche. Poi, per caso, a tutti e due è venuta la stessa idea: perché non fare un allevamento di lumache?».

Partito da zero, Xheka ha cominciato a raccogliere informazioni, a visitare altri allevamenti e a partecipare agli incontri tenuti dall’Istituto internazionale di elicicoltura a Cherasco, in provincia di Cuneo, il più autorevole punto di riferimento in materia. Lì ha deciso di scegliere il metodo messo a punto proprio dall’Istituto ed è partito lo scorso aprile con circa 40 mila riproduttori della varietà Helix aspersa maxima, in 40 recinti da 45 metri per 3 metri e mezzo, ognuno diviso in due settori, uno per la riproduzione e uno per l’ingrasso delle lumache, che vengono alimentate solo con un misto di bietola, insalata amara, cavoli e frutta.

Niente mangime. «In questo modo – spiega – si riesce a fare un ciclo naturale biologico completo. Se segui alla lettera il disciplinare, che spiega tutto passo passo, anche una persona senza esperienza come me ce la può fare. Magari questo può dare speranza anche ad altri giovani. Il prossimo anno conto di arrivare a regime, anche se già quest’anno ho avuto i primi risultati. L’Istituto di Cherasco garantisce il ritiro completo del prodotto, ma non c’è un’esclusiva». L’obiettivo, infatti, è arrivare anche alla vendita diretta dal prossimo anno. (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» dell”11 ottobre

Il regno delle lumache è a Imola in Pedagna: Enea Xheka racconta come è nata l'idea di allevarle
Economia 2 ottobre 2018

L'azienda Caci di Imola base di partenza per promuovere e valorizzare le noci italiane di varietà Chandler

Le noci 100% italiane partono da Imola per conquistare la penisola e il web. Prende infatti il via dall”azienda imolese Caci un progetto di promozione e valorizzazione delle noci italiane Chandler, che sarà accompagnato su internet dall”hashtag #amoreperlaterra e che si propone di diffondere tra i cittadini il gusto per un consumo consapevole di noci nazionali, sostenendo, in questo modo, i nostri produttori.

La base di partenza, come detto, è l”azienda agricola Caci di Imola, dalla quale avrà inizio, a metà ottobre, la raccolta dei frutti di 33 ettari di noceto, impiantato nel 2006. La produzione prevista va dai 1.200 ai 1.400 quintali di noci essiccate, che saranno lavorate direttamente in azienda per garantire una filiera corta e controllata in ogni fase. E per la commercializzazione ci si affida a internet: per acquistare le noci a chilometro zero, a 6 euro al chilo (la confezione è di 2,5 chilogrammi, per 15 euro in tutto di spesa, spedizione compresa), è sufficiente visitare il sito www.fruttaebacche.it. Frutta e bacche è un marchio dell”azienda ravennate Euro Company, leader nazionale nel settore della frutta secca e dei frutti disidratati, con oltre 17 mila tonnellate di prodotti venduti, per un totale di oltre 100 milioni di confezioni, realizzate attraverso 28 linee di confezionamento.

La filiera corta non è l”unico beneficio del progetto imolese, che strizza l”occhio anche al mangiare sano. Le proprietà delle noci sono infatti molteplici: contengono un’alta concentrazione di acidi grassi Omega-3, che contribuiscono alla salute soprattutto perché riducono il rischio di malattie cardiovascolari, contribuiscono a mantenere sotto controllo il livello di colesterolo nel sangue e contengono quantità importanti di vitamine e minerali, in particolare la vitamina E, che protegge le cellule dallo stress ossidativo e il fosforo, che contribuisce al normale metabolismo energetico.

Passando invece alla noce Chandler, si tratta di una varietà originaria della California settentrionale, che prende il nome dal professor W.H. Chandler, che l”ha selezionata all’University of California U.C. Davis nel 1979. Tale tipo di noce ha trovato in Emilia Romagna il suo terreno ideale per diventare un prodotto di qualità, che presenta caratteristiche ben riconoscibili rispetto alle altre varietà di noci: l”ovale della forma, il colore chiaro con leggere sfumature scure, la pezzatura medio-grossa, il guscio sottile e liscio, il gheriglio chiaro, facile da sgusciare e con un sapore delicato, non privo di retrogusto che assomiglia al miele.

L'azienda Caci di Imola base di partenza per promuovere e valorizzare le noci italiane di varietà Chandler
Economia 29 settembre 2018

La Tre Monti della famiglia Navacchia in tv tra i «Signori del Vino» di Romagna su Rai2

Anche la Tre Monti, l’azienda vitivinicola di via Lola condotta dalla famiglia Navacchia, sulle colline sopra Imola, partecipa a «I signori del vino», il popolare programma nato da un’idea di Marcello Masi e Rocco Tolfa, già direttore e vicedirettore del Tg2. La trasmissione va in onda su Rai2 ogni sabato alle ore 18.05 e racconta le eccellenze enologiche italiane.

In un simile contesto è più che naturale che i due conduttori abbiano posato lo sguardo sull’azienda imolese, che insieme alla forlivese Drei Donà rappresenterà la Romagna.  «Questa trasmissione è un palcoscenico importante a livello nazionale e di prestigio. La soddisfazione è grande perché sono stati loro a cercarci. Hanno degustato il nostro albana secco biologico Vigna della Rocca durante una presentazione a Roma e da lì è scattato l’interesse per il vitigno», racconta David Navacchia che insieme al fratello Vittorio porta avanti l’azienda di famiglia, sotto lo sguardo attento del padre Sergio, che ha fondata l’azienda con la moglie Thea. 

Dall’intervista in vigna a Vittorio, fino alle riprese delle anfore in cui nasce la Vitalba, albana secco che continua a mietere riconoscimenti e premi anche a livello internazionale. «L’albana prodotta ad Imola – tiene a sottolineare David Navacchia – pur nella diversità degli esiti, penso a Codronchio, della Fattoria Monticino Rosso, e Gioja, dell’azienda agricola Giovannini, oltre che ai nostri Vigna della Rocca, Vitalba e Casa Lola, sta emergendo nel panorama nazionale e non ha più nulla da invidiare a quelle prodotte a Bertinoro e Faenza. Questa è una soddisfazione per tutto il territorio imolese, segno di un lavoro continuo fatto in vigna ed in cantina, alla ricerca dell’eccellenza». 

L’unico problema è che la produzione non ha detto quanto avverrà esattamente la messa in onda della puntata, forse oggi oppure in una delle prossime. La curiosità è d’obbligo. 

Nelle foto: Rocco Tolfa e Marcello Masi assieme alla famiglia Navacchia (David, Vittorio e il padre Sergio) di fronte alle anfore in terracotta ove viene posta a macerare l’uva da cui si ottiene il «Vitalba»

La Tre Monti della famiglia Navacchia in tv tra i «Signori del Vino» di Romagna su Rai2
Economia 24 settembre 2018

Astro Turrini confermato presidente di Coldiretti imolese: guiderà l'associazione per i prossimi cinque anni

Astro Turrini, 57 anni, allevatore di Casalfiumanese, è stato confermato presidente della Coldiretti imolese per i prossimi cinque anni. Turrini, al suo secondo mandato, ha dichiarato di voler «proseguire nella gestione collegiale, di confronto con tutte le realtà locali, per portare avanti sul territorio le battaglie di Coldiretti per l’indicazione obbligatoria dell’origine dei prodotti, per dare garanzie di qualità e sicurezza ai consumatori e per la creazione di politiche di filiera che diano sicurezza ai produttori agricoli sugli sbocchi delle proprie produzioni».

L’assemblea dei soci ha anche votato un nuovo consiglio, spiega Coldiretti Bologna «con l’immissione di nuove leve provenienti da Coldiretti Giovani impresa». Il nuovo consiglio di Imola è composto dai dieci presidenti di sezione eletti nelle assemblee di fine estate. Il 27 settembre i presidenti delle varie sezioni saranno chiamati a eleggere i nuovi organi provinciali della Coldiretti di Bologna, di cui la sezione imolese rappresenta un’importante articolazione.

L’articolo completo è su «sabato sera» del 20 settembre

Nella foto il nuovo consiglio di Coldiretti imolese

Astro Turrini confermato presidente di Coldiretti imolese: guiderà l'associazione per i prossimi cinque anni

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