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Economia 21 Novembre 2019

Crisi Bio-On, la produzione è ferma, ma i dipendenti restano al lavoro anche se non pagati

La buona notizia (se così si può definire) è che non sono ancora state escluse «possibili prospettive di continuità per l’azienda», la cattiva è che «in attesa di aver concluso tutti i necessari e dovuti approfondimenti, verrà sospeso qualunque tipo di pagamento e quindi, a titolo esemplificativo, i pagamenti dovuti nei confronti di dipendenti, fornitori ed istituti di credito».

Avevamo già annunciato nei giorni scorsi (leggi l”articolo) la decisione di Luca Mandrioli, nominato dal Tribunale amministratore giudiziario di Bio-On fino al 30 aprile 2020, di procedere alla sospensione di tutti i pagamenti, stipendi compresi. Ora facciamo più diffusamente il punto sulla situazione della società bolognese attiva nel settore delle bioplastiche e quotata in borsa, finita nella bufera un mesetto fa all’indomani delle misure cautelari che hanno raggiunto i suoi vertici, ossia il presidente (ora dimissionario) Marco Astorri, il vicepresidente Guido Cicognani e il presidente del collegio sindacale Gianfranco Capodaglio, tutti e tre indagati per false comunicazioni sociali e manipolazione del mercato. Per Astorri il gip ha poi accolto la richiesta presentata dai suoi legali, sostituendo l’iniziale misura degli arresti domiciliari con un’altra misura interdittiva (in pratica gli è vietato svolgere le precedenti funzioni, così come a Cicognani e a Capodaglio).

L’operazione della guardia di finanza, che vede indagate altre sei persone (fra amministratori, sindaci, direttore finanziario e revisore), si è sviluppata soprattutto dal mese di luglio, quando è stata rilevata una forte anomalia nell’andamento del titolo di Bio-On a seguito della pubblicazione di un report da parte del fondo speculativo di investimento statunitense Quintessential, che ne metteva in discussione la veridicità dei dati contabili e la solidità finanziaria, definendo l’azienda un «castello di carte» e «una grande bolla», paragonandola al crac Parmalat. Da qui la necessità di dotare Bio-On di un amministratore che deve, tra le altre cose, verificare «la situazione contabile, economica e finanziaria» e accertare «la persistenza della continuità aziendale» anche in riferimento «all’andamento e al mantenimento dell’impianto di Castel San Pietro».

In via Legnana a Gaiana, infatti, nell’estate del 2018 è stato inaugurato il primo stabilimento produttivo, nel quale attualmente lavorano 50 dipendenti, molti dei quali giovani e con contratto a tempo indeterminato. Bio-On, se fino a quel momento aveva concentrato la sua attività nella commercializzazione di brevetti, ora iniziava anche a produrre la cosiddetta bioplastica Phas, ottenuta nutrendo batteri con scarti di barbabietola o melasso derivato dalla frutta all’interno di enormi fermentatori nei quali si agisce sulla pressione e la temperatura (stando all’indagine delle fiamme gialle, la produzione era molto inferiore a quella dichiarata dai vertici aziendali). Ora, con la scelta di Mandrioli di sospendere tutti i pagamenti (gli stipendi risultano versati fino a settembre), la produzione si è inevitabilmente fermata. «I fermentatori hanno smesso di produrre da lunedì 11 novembre – aggiorna Tiziana Roncassaglia della Filctem Cgil di Imola -, ma gli operai continuano a presidiare su un doppio turno perché è un impianto che non può essere spento. Anche i ricercatori continuano a lavorare dimostrando grande attaccamento all’azienda». (gi.gi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 21 novembre

Nella foto lo stabilimento Bio-On di Gaiana di Castel San Pietro

Crisi Bio-On, la produzione è ferma, ma i dipendenti restano al lavoro anche se non pagati
Cronaca 14 Novembre 2019

Tecnologia 5G, parla la Teko Telecom di Castel San Pietro: «La legge italiana tra le più restrittive in materia»

Tra le realtà che già da anni stanno lavorando allo sviluppo della tecnologia 5G c’è anche Teko Telecom, da non confondere con Telecom-Tim ma azienda del gruppo americano Jma Wireless, con sedi in via Meucci (ricerca e sviluppo), via Emilia ponente (stabilimento produttivo) e via Emilia levante (polo formativo, museo e foresteria). Teko Telecom sviluppa e realizza, ad esempio, gli apparati utilizzati dagli operatori telefonici per riprodurre il segnale delle reti radio-cellulari nelle zone meno coperte o in cui è necessaria una capacità maggiore, come metropolitane, stadi, grandi edifici.

Negli ultimi tre anni lo sviluppo del settore ha portato l’azienda a potenziare il proprio organico, prevedendo ben 260 unità in più, e a progettare una nuova sede che nel 2020 sorgerà sull’area dell’ex Piana cosmetici. Lo scorso luglio ha lanciato il prototipo del suo primo prodotto 5G, sviluppato nelle sedi di Castel San Pietro e Dallas e destinato al mercato italiano, europeo e statunitense: un prodotto studiato per consentire connessioni wireless ultraveloci, di qualità, pervasive e affidabili in ambienti chiusi e, in particolare, nelle imprese 4.0, dove tutte le informazioni sui processi produttivi correranno sempre più in rete. Abbiamo chiesto a Luca D’Antonio, direttore area Strategy and Innovation di Teko Telecom, e al collega Marco Della Mora, responsabile dell’ufficio legale, di spiegarci che cosa comporterà la rivoluzione del 5G dal punto d ivista operativo.

Partiamo dalle basi: che cos’è il 5G?
«Il 5G è uno standard definito dall’organismo mondiale 3GPP. Significa “quinta generazione” e si riferisce all’evoluzione del sistema di telecomunicazione mobile, nato nei primi anni ’90 con il Gsm».

A quali esigenze darà risposta?
«Il 5G risponderà a tre diverse esigenze, individuate dall’Unione internazionale delle telecomunicazioni(Itu), organismo dell’Onu. Ap artire dal 2020 le comunicazioni mobili dovranno essere ad alta velocità, consentire alle macchine di interagire in modo autonomo e massivo, essere affidabili e a bassa latenza, cioè con tempi di risposta istantanei. Questo soprattutto per consentire lo sviluppo dell’Industria 4.0, dei robot, ma anche delle auto a guida autonoma e della telemedicina, tanto per fare qualche esempio. Il 4G non era in grado di gestire così tanti usi diversi in contemporanea».

Quali sono i limiti di legge che la rete 5G deve rispettare?
«Non si può aumentare in maniera indiscriminata la potenza delle antenne esistenti. La legge italiana sulle emissioni elettromagnetiche è la più restrittiva in Europa, se non nel mondo. Il livello stabilito in Italia per un campo elettromagnetico è di 6 volt per metro. L’Icnirp, Commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni non ionizzanti, ha stabilito che il limite massimo per la protezione degli esseri umani dalle radiazion ielettromagnetiche è di 61 volt per metro. In Austria, ad esempio, così come in molti altri Paesi europei e mondiali, il limite fissato dalla legge nazionale è di 60 volt per metro. L’Italia è dieci volte sotto i limiti di sicurezza stabiliti dall’Icnirp. Per quanto riguarda la potenza, invece, il limite Icnirp corrisponde a 10 watt al metro quadro. Il nostro limite corrisponde invece a 0,1 watt al metro quadro. E’ bene quindi che i cittadini siano consapevoli del fatto che la nostra legge ci tutela. L’Arpa poi verifica che i valori di riferimento delle emissioni siano rispettati». (lo.mi.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 14 novembre

Nella foto: da sinistra Luca D”Antonio e Marco della Mora nella sede «Teko Telecom-Jma Wireless» di Castel San Pietro Terme

Tecnologia 5G, parla la Teko Telecom di Castel San Pietro: «La legge italiana tra le più restrittive in materia»
Cronaca 11 Novembre 2019

“Settimane della sicurezza', primo incontro dedicato a salute e benessere nelle aziende

Il miglioramento degli stili di vita può contribuire a contrastare l’insorgenza nella popolazione delle patologie croniche (tumori, malattie cardiovascolari, diabete, disturbi articolari) e ad aumentare il benessere psico-fisico.
«Il luogo di lavoro – spiega Donatella Nini, direttore facente funzione del servizio di Prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell’Ausl di Imola – rappresenta una situazione favorevole per raggiungere, attraverso il medico competente, una parte rilevante della popolazione, al fine di migliorarne gli stili di vita, sia attraverso l’informazione sia con l’adozione di buone pratiche aziendali. L’adesione a percorsi di questo tipo avviene al momento su base volontaria».

Azioni di promozione della salute possono essere attuate con costi tutto sommato contenuti rispetto ai benefici che si possono ottenere.
«La pianificazione di un efficace piano di promozione della salute in azienda – spiega Monica Milani,della società Evimed – è un investimento che consente all’azienda di ottenere sempre un ritorno economico».

Se ne parlerà nel convegno Promozione della salute in azienda: progetti di benessere per i lavoratori, in programma domani, nella sala grande di palazzo Sersanti (ore 14.30), in piazza Matteotti 8.
Jgor Moretto, della società Evimed e specialista in Medicina del lavoro, spiegherà come ottimizzare la quotidianità per un futuro di qualità; Alberto Bonamigo, coordinatore progetti di medicina preventiva per la società Evimed, presenterà il progetto P4P, che porta la prevenzione nelle grandi aziende; Cristina Neretti, dell’Ausl Imola, spiegherà a sua volta il progetto di promozione della salute nei luoghi di lavoro della Regione Emilia Romagna, a cui aderiscono anche sei aziende del territorio, per un totale di circa 2 mila lavoratori raggiunti; infine, Vincenzo D’Elia, dell’Ausl di Bologna, porterà l’esperienza di promozione della salute all’interno dell’Ausl di Bologna.
Al termine, è previsto un «live show» con Paolo Vincenzi, della società Ths e specialista in Cardiologia, durante il quale sarà possibile provare le nuove strumentazioni che consentono di testare, anche in azienda, la mobilità cervicale, l’insufficienza venosa e la densitometria ossea. (r.cr.)

“Settimane della sicurezza', primo incontro dedicato a salute e benessere nelle aziende
Economia 18 Ottobre 2019

Crisi Mercatone Uno, torna in ballo l'ipotesi di lasciare il centro direzionale di Imola giudicato troppo oneroso

L’ipotesi di trasferire altrove gli uffici della sede imolese del gruppo Mercatone Uno ritorna in ballo. Lo farebbe supporre quanto affermato dai commissari straordinari Antonio Cattaneo, Giuseppe Farchione e Luca Gratteri, durante l’incontro al ministero dello Sviluppo economico (Mise) dello scorso 8 ottobre. «I commissari – ci aggiorna Stefano Biosa, della Filcams-Cgil di Bologna, presente all’incontro a Roma – hanno parlato della sede di Imola solo in termini di costi, oltre 1 milione all’anno, ma non di ricollocazione del personale. E questo ci lascia perplessi. Oggi in via Molino Rosso lavorano solo 12 persone su un unico piano, su un totale di una cinquantina di lavoratori effettivi a tempo indeterminato, che da quando l’ex proprietà Shernon Holding è fallita e i punti vendita sono stati chiusi, sono in cassa integrazione. I 12 addetti sono amministrativi che curano gli adempimenti e la contabilità al servizio della procedura di amministrazione straordinaria. Quanto detto fa quindi pensare che per i commissari quello non sia più strategico, forse perché, se l’azienda verrà acquisita a pezzi, non servirà più una sede amministrativa unica».

L’intenzione di trasferire gli uffici amministrativi nel bolognese era già stata annunciata ai sindacati nel luglio 2018, da parte dell’allora proprietà Shernon Holding. Poi però non se ne fece nulla. L’immobile, così come la grande biglia dedicata al ciclista Marco Pantani inaugurata nel 2005, restano di proprietà della società Cve, una delle tante controllate dalla famiglia del fondatore del gruppo Mercatone Uno, ma non tra quelle finite in amministrazione straordinaria. A tutt’oggi Cve è sotto sequestro preventivo, in relazione al procedimento penale in corso al tribunale di Bologna per bancarotta fraudolenta che vede coinvolti gli ex soci e le figlie del fondatore Cenni. Dunque, al momento, la vendita dell’immobile è fuori discussione. Lo scorso 8 ottobre, al Mise, i commissari straordinari hanno fatto il punto anche sul piano di cessione dei punti vendita del gruppo.

Il bando per la presentazione di proposte vincolanti di acquisto scade il 31 ottobre, data decisiva per capire le sorti del gruppo finito una prima volta in amministrazione straordinaria, venduto in parte al gruppo Cosmo (13 punti vendita) e in parte a Shernon Holding (55 punti vendita più il centro direzionale). Quest’ultima, dopo nemmeno un anno di gestione, è fallita lo scorso maggio e si è riaperta l’amministrazione straordinaria. «E’ stato comunicato – prosegue Biosa – che sono stati contattati 144 potenziali investitori, sia italiani che esteri. Di questi, 24 soggetti, del settore dell’arredamento ma non solo, hanno manifestato il loro interesse; il numero dovrebbe salire a 30 entro fine mese. Solo in 11, però, hanno finora già avuto accesso alle informazioni aziendali. Bisogna poi vedere se queste manifestazioni di interesse si tradurranno in vere e proprie proposte di acquisto, per cui, al momento, non c’è niente di definito». (lo. mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 17 ottobre

Crisi Mercatone Uno, torna in ballo l'ipotesi di lasciare il centro direzionale di Imola giudicato troppo oneroso
Economia 18 Ottobre 2019

Sulla vicenda Cogne anche un'interrogazione in Regione dopo l'appello dei sindacati

La notizia dell’imminente vendita della Cogne macchine tessili al gruppo francese Nsc ha suscitato un’alzata di scudi sul fronte sia sindacale che politico. A Imola la Cognetex, fondata nel 1938, ha fatto storia segnando lo sviluppo produttivo locale, anche se l’attuale società è stata costituita solo cinque anni or sono per rilevare il ramo d’azienda della storica azienda, nel tempo passata al gruppo Sant’Andrea Novara (ex Finlane), finito in concordato nel 2013 e in seguito posto in liquidazione. Dopo la pubblicazione sul «sabato sera» della scorsa settimana dell’articolo in cui il presidente Manlio Nobili spiegava le ragioni della scelta di vendere la società ai concorrenti del gruppo francese Nsc (che in passato erano però già stati partner della Cognetex nella società Euroschor), Fim, Fiom, Uilm di Imola hanno inviato agli organi di stampa una dura replica, in attesa del tavolo di crisi in Città metropolitana previsto per il 30 ottobre.

«L’ingegner Nobili – scrivono – ha ribadito che nella trattativa, ormai conclusa e non in fase di conclusione, ci sarebbe una clausola di salvaguardia territoriale per l’azienda e per i lavoratori. Purtroppo, ad oggi, ufficialmente nulla ci è stato fornito in merito». E ancora: «Nel 2014 ci furono date garanzie di sviluppo e investimenti, che nel corso di questo quinquennio non abbiamo riscontrato, nonostante più volte nel corso degli incontri aziendali avessimo manifestato perplessità sullo stato di obsolescenza dei prodotti e soprattutto dei macchinari aziendali. L’azione di rinascita, auspicata e promessa, in realtà mai si è materializzata nel quinquennio e l’epilogo a cui stiamo assistendo era facilmente prevedibile sin dal 2014».

In realtà, in questi ultimi anni l’azienda ha messo a punto il prototipo di un nuovo filatoio, riuscendo ad aggiudicarsi, per il suo progetto, i fondi europei di Horizon 2020. E, stando a quanto dichiarato dal presidente Nobili a «sabato sera», la situazione finanziaria dell’impresa è sana. Eppure i sindacati definiscono l’attuale gestione «un fallimento totale sotto ogni profilo dal punto di vista imprenditoriale. La vendita proprio a Nsc Group dimostra tale fallimento e consegna la Cogne nelle mani di coloro che sono stati criticati perla precedente gestione e a cui ci si era contrapposti per evitare la chiusura nel 2014». A fronte, si legge nel comunicato, della «resa incondizionata» della proprietà, Fim, Fiom, Uilm promettono battaglia: «Ci opporremo all’epilogo finale con ogni mezzo consentito dalla normativa. Pretendiamo di essere al tavolo delle trattative di cessione, così come nel 2014 la nuova cordata ci chiese di essere al suo fianco nell’operazione». E concludono la nota stampa invocando la discesa in campo dei consiglieri regionali del territorio «a strenua difesa e salvaguardia di questi posti di lavoro».

All’appello dei sindacati hanno subito risposto nei giorni scorsi i consiglieri regionali del Pd, Roberto Poli e Francesca Marchetti, che martedì 15 ottobre hanno presentato alla Giunta regionale un’interrogazione a risposta immediata. «Va assicurata continuità produttiva e tecnologica l’azienda e garantita una prospettiva occupazionale per i 27 dipendenti – afferma Poli -. A quanto si apprende, l’intero pacchetto azionario è stato ceduto al gruppo francese Nsc e l’accordo verrà chiuso entro il 30 novembre. Abbiamo voluto rispondere immediatamente alle organizzazioni sindacali territoriali, vista la preoccupante situazione per il futuro dei lavoratori e per le prospettive di sviluppo e rilancio dello stabilimento». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 17 ottobre

Sulla vicenda Cogne anche un'interrogazione in Regione dopo l'appello dei sindacati
Economia 18 Ottobre 2019

Crisi La Perla, al posto dei 126 esuberi cassa integrazione e incentivi all'esodo grazie alla pre-intesa firmata in Regione

All’azienda di intimo La Perla la prospettiva dei 126 esuberi lascia il posto alla cassa integrazione straordinaria per 12 mesi e a un piano di incentivi all’esodo. E’ questo il risultato raggiunto dalla pre-intesa siglata lo scorso 3 ottobre in Regione e portata al ministero dello Sviluppo economico (Mise) l’8 ottobre. La fermezza dei sindacati e la protesta delle lavoratrici, che non si è mai arrestata dal giugno scorso quando sono stati annunciati gli esuberi, sono riusciti a far cambiare atteggiamento alla proprietà, la società di investimento olandese Tennor Holding, in un primo tempo irremovibile sulla propria decisione. La pre-intesa è stata firmata da azienda, sindacati di categoria (Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil), Rsu e Città metropolitana, ma anche dal presidente regionale Stefano Bonaccini e dai rappresentanti dell’Agenzia regionale per il lavoro.

«Non potevamo accettare che l’azienda venisse smantellata o ridotta – afferma Bonaccini -, ma soprattutto dovevamo impegnarci a garantire il futuro di lavoratrici e lavoratori e delle loro famiglie. La pre-intesa è stata un passo avanti fondamentale per salvare quelle che per noi sono le cose più importanti: produzione nel territorio e posti di lavoro». La pre-intesa ha messo nero su bianco il ricorso agli ammortizzatori sociali (cassa integrazione guadagni straordinaria per riorganizzazione per sei mesi rinnovabili per altri sei, per i lavoratori a rotazione), ad esodi volontari incentivati e ai pre-pensionamenti.

«Avevamo proposto la cassa integrazione straordinaria per riorganizzazione complessa – spiega Roberto Guarinoni, segretario generale della Filctem-Cgil di Bologna -, ma all’incontro dell’8 ottobre a Roma, al ministero ci è stato detto che questa tipologia di ammortizzatore sociale comporta delle difficoltà per il nostro caso. Ricorreremo quindi a un altro strumento, sempre cassa integrazione straordinaria, della validità di un anno». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 17 ottobre

Nella foto il presidio delle lavoratrici sotto la sede della Regione

Crisi La Perla, al posto dei 126 esuberi cassa integrazione e incentivi all'esodo grazie alla pre-intesa firmata in Regione
Cronaca 17 Ottobre 2019

Il weekend di dodici foodblogger provenienti da tutta Italia in visita alla cooperativa Clai

Dodici foodblogger italiani in visita alla cooperativa Clai. E” successo lo scorso fine settimana, nell”ambito del progetto Discovery Clai, che ha portato un gruppo fra i più popolari foodblogger (1.500.000 utenti su Facebook e oltre 250.000 su Instagram) a compiere un tour «trai valori, l”arte del saper fare, la cultura e il legame che la cooperativa è riuscita a costruire nel tempo con il territorio», racconta l”ufficio stampa dell”azienda di Sasso Morelli. Il giro ha toccato lo stabilimento dove nascono i salumi, il centro direzionale Villa La Babina, la palestra del Volley Clai e le Macellerie del Contadino. Non sono inoltre mancate puntate in alcuni ristoranti del territorio, da “La Sterlina”, proprio a Sasso Morelli al “Pancake”.

In via Gambellara, la visita si è svolta, oltre che nei locali di produzione dei salumi fatti con carne 100% italiana, anche nell”impianto biogas, che permette alla cooperativa di autoprodursi energia elettrica e calore attraverso sottoprodotti e scarti della trasformazione delle carni. Inoltre, i 12 blogger del cibo hanno scoperto la “Scuola di taglio dei maestri salumieri Clai”, dove si sono cimentati nel taglio dei salumi, approfondendo origine, proprietà nutrizionali, modalità di presentazione e conservazione dei prodotti. Altre visite e incontri significativi hanno riguardato: le ragazze del Volley Csi Clai e Francesco Spadoni, accompagnato dalla moglie Anna Maria Loreti, che nel 1969 pose le basi per la nascita della Libertas Clai Imola; il presidente del Banco Alimentare Stefano Dalmonte; la casa di accoglienza “Anna Guglielmi” di Montecatone, oltre alla puntata alla pizzeria Pummà di Bologna, dove i blogger sono stati impegnati a “scuola di pizza”, realizzandone quattro tipi con prodotti Clai e altri 100% italiani.

Ancora in casa Clai da segnalare la tappa a Villa La Babina, centro direzionale della cooperativa, dove il presidente Clai Giovanni Bettini ha condotto gli ospiti in visita guidata nel parco restaurato e inserito nel circuito dei “Grandi giardini italiani”, l”incontro con il direttore generale Pietro D”Angeli e con il direttore marketing Gianfranco Delfini per conoscere i dati economici e la diffusione commerciale dell”azienda e le puntate alle Macellerie del Contadino di Pedagna e vicolo Inferno. (r.cr.)

Nelle foto quattro momenti della visita dei 12 foodblogger alla Clai

Il weekend di dodici foodblogger provenienti da tutta Italia in visita alla cooperativa Clai
Economia 11 Ottobre 2019

Trattativa con i francesi di Ncs per la vendita della Cogne, sindacati in agitazione, la proprietà: «Mercato in crisi»

Trattativa in corso tra Cogne macchine tessili e i francesi del gruppo Nsc per la cessione dell’azienda imolese del meccanotessile. La notizia ha il sapore di un déjà vu, dato che Nsc è già stata partner della storica Cognetex all’interno della società Euroschor, costituita durante la gestione della famiglia Orlandi. La novità ha cominciato a circolare dopo che il gruppo transalpino ha ufficializzato sul proprio sito internet l’esistenza di un accordo, firmato il 27 settembre con la proprietà dell’impresa imolese, per l’acquisizione di tutte le quote societarie entro il 30 novembre, «previa realizzazione di alcune condizioni sospensive».

Un fulmine a ciel sereno per i sindacati, che hanno subito chiesto chiarimenti alla proprietà. «Nel pomeriggio di venerdì 4 ottobre- si legge nella nota inviata alla stampa il giorno seguente – si è svolto l’incontro urgente chiesto da Fim, Fiom, Uilm territoriali, insieme alle Rsu, con la direzione di Cogne macchine tessili, in merito alle notizie apprese, non dalla società, ma dal sito web del gruppo francese Nsc riguardanti l’acquisizione dell’intero pacchetto azionario di Cogne. Subito dopo l’incontro, Fim, Fiom e Uilm hanno informato in assemblea i 27 lavoratori e lavoratrici della Cogne, fortemente preoccupati per il futuro e la tenuta occupazionale del sito produttivo di Imola, anche perché l’azienda si era impegnata con gli stessi lavoratori e rappresentanti sindacali a comunicare preventivamente eventuali cambiamenti. Impegno evidentemente disatteso». E accusano: «Questo accordo con Nsc annulla e rinnegale dure lotte dei lavoratori Cogne,dal 2000 al 2014,  per riportare interra imolese gli storici marchimeccanotessili». I sindacati hanno quindi chiesto alla Città metropolitana la convocazione di un tavolo di crisi «per la salvaguardia del patrimonio produttivo ed occupazionale», occasione in cui vogliono incontrare anche i francesi di Nsc. In quella sede, chiederanno conto «del piano industriale predisposto per il sito di Imola, auspicando una soluzione che metta al centro la continuità produttiva e la salvaguardia dei posti di lavoro».

Dal canto suo il presidente di Cogne macchine tessili, Manlio Nobili, si dice «molto amareggiato» e accetta di spiegarci le motivazioni alla base di questa non facile scelta, dopo tutte le difficoltà superate per aggiudicarsi il ramo di azienda nel 2014, creando una cordata di imprese e privati (Curti, Elettrotecnica Imolese, lo stesso Nobili e Roberto Aponi), e per rilanciare un’impresa ormai morta. «E’ da un anno e mezzo che non vendiamo una macchina – ci dice senza giri di parole -, le ultime due sono state consegnate in Cina a gennaio, a partire da ordini risalenti agli ultimi mesi del 2017. Il mercato mondiale delle macchine per la lana e l’acrilico è in crisi e questo va a colpire sia i Paesi produttori di questo tipo di fibre così come delle macchine per lavorarle. Il 90 percento dei nostri clienti è in Cina e Iran. L’Iran è sotto embargo, mentre tutta la Cina, dove ci sarebbero dei progetti interessanti, è ferma perché sta pensando a come andrà a finire la guerra dei dazi. Con che cosa sopravviviamo? Con i ricambi per le nostre macchine e facendo conto terzi, ma non può essere che una azienda con una certa dimensione possa vivere facendo soltanto conto terzi, che da noi impegna circa 5 o 6 persone su untotale di poco meno di 30 addetti». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 10 ottobre

Nella foto il nuovo filatoio messo a punto dalla Cogne macchine tessili

Trattativa con i francesi di Ncs per la vendita della Cogne, sindacati in agitazione, la proprietà: «Mercato in crisi»
Economia 2 Ottobre 2019

Dove vanno i rifiuti prodotti dalle aziende? Facciamo il punto con il direttore del Consorzio Astra di Faenza

Ridurre e differenziare i rifiuti è ormai questione di sopravvivenza e tutti siamo chiamati a fare la nostra parte. Ma cosa accade quando i rifiuti che sono stati più o meno scrupolosamente raccolti proseguono il loro viaggio dal cassonetto in poi? Qual è la loro effettiva destinazione finale? I meccanismi di smaltimento e recupero sono gestiti fino in fondo? E come? A questo proposito lo scorso anno il consorzio Astra, che riunisce 32 imprese attive nel settore dei servizi ambientali da Reggio Emilia a Rimini (tra cui le imolesi Cuti-Consai, Car, Zini Elio, la mordanese Remaind, le castellane Trascoop e Marchesini), aveva lanciato un preoccupante allarme: non si sa più dove collocare i rifiuti prodotti dalle aziende, che rappresentano i tre quarti del totale di rifiuti generati ogni anno in Italia. Gli impianti che gestiscono i rifiuti non recuperabili sono ormai saturi. Abbiamo chiesto al direttore del consorzio, Boris Pesci, di aggiornarci in proposito.

A un anno di distanza, è cambiato qualcosa?
«Ci sono ancora difficoltà nello smaltimento finale. Come consorzio ci siamo dati da fare per acquisire nuovi impianti finali di smaltimento nelle Marche e a Sogliano (Forlì-Cesena), per cui, mentre un anno fa eravamo molto in difficoltà, oggi possiamo dare una risposta più ampia ai nostri clienti. Ma il problema resta. Alla fine dell’anno prevediamo addirittura un peggioramento, perché a Castel Maggiore chiuderà l’unica discarica che abbiamo in Emilia Romagna per rifiuti pericolosi. Mancano anche impianti di destinazione finale per quegli inerti che non trovano sbocchi sul mercato, anche perché la crisi dell’edilizia è ancora tangibile: non si fanno più le grandi opere infrastrutturali, tipo la quarta corsia dell’A14 di cui si parla tutti gli anni, ma poi non si sa quando si farà. Se prima della crisi negli impianti di recupero entrava 100 e usciva 100, oggi entra il 50 ed esce il 30. Ciò che rimane si accumula e bisogna portarlo da qualche parte. In Emilia Romagna mancano anche gli impianti di destino finale degli inerti, dove poter collocare, ad esempio, il semplice terreno vagliato. Dove portiamo questo materiale se il mercato non lo vuole? Se poi ci riferiamo a tipologie di rifiuti più particolari, come i rifiuti industriali pericolosi, siamo in crisi totale, perché gli inceneritori dell’Emilia Romagna non riescono a smaltire tutto ciò che l’industria regionale produce».

E quindi dove vanno a finire questi rifiuti… rifiutati?
«Li mandiamo negli inceneritori della Lombardia e, soprattutto, in Germania. Anche il cemento amianto, l’«eternit», finisce prevalentemente in Germania. Questo materiale, in realtà, necessita di uno smaltimento molto semplice, dato che alla fine viene solo depositato in discarica e coperto di terra. Ma in Italia è un problema fare una discarica di cemento-amianto, che io chiamerei “stoccaggio definitivo”, dato che questo materiale non ha cicli di recupero e che la parola “discarica” dà fastidio».

In passato la Cina riusciva a incamerare molti rifiuti, prodotti anche dall’Italia. Ora qual è la situazione?
«Negli ultimi vent’anni in Italia abbiamo detto che recuperavamo la plastica, ma in realtà l’abbiamo portata quasi tutta in Cina. Per cui, quando dal 1° gennaio 2018 la Cina ha tagliato le importazioni dall’Europa di plastica e carta, c’è stato un tracollo. Se prima usciva 100, oggi la quota di rifiuti che va in Cina è pari a 5. E si tratta di materiale di qualità molto buona, che non è certo quella delle differenziate. Di quel 95 per cento che la Cina non prende più non sappiamo cosa farcene, perché non ci sono impianti di recupero a sufficienza né c’è domanda di plastica riciclata, proveniente sia dai rifiuti urbani domestici sia dal comparto produttivo della filiera italiana, che da solo produce il 75 per cento del totale. Per la carta, fortunatamente, le cartiere italiane danno ancora una buona risposta, anche se il prezzo è crollato e quindi gli impianti di recupero sono comunque in difficoltà». (lo.mi.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 26 settembre

Nella foto uno degli impianti di stoccaggio di Astra

Dove vanno i rifiuti prodotti dalle aziende? Facciamo il punto con il direttore del Consorzio Astra di Faenza
Cronaca 27 Settembre 2019

Inaugurata la nuova palazzina uffici della storica Buton, la «città del brandy» oggi del gruppo Montenegro

Festa alla «Città del brandy», a cavallo tra i comuni di Ozzano e San Lazzaro, dove avviene il processo di lavorazione e di invecchiamento del brandy Vecchia Romagna, nonché la produzione e il confezionamento diA maro Montenegro. E’ la storica Buton, oggi appartenente al gruppo Montenegro, che lo scorso 13 settembre ha inaugurato la palazzina degli uffici, ristrutturata di recente secondo criteri green. Oltre ai prodotti alcolici, nel sito emiliano di via Tomba Forella, avviene anche la lavorazione e il confezionamento di Olio Cuore. Questo perché al gruppo Montenegro, fondato nel 1885 a Bologna dal giovane erborista Stanislao Cobianchi e oggi con sede principale a Zola Predosa, fanno capo noti brand della tradizione italiana come, appunto, olio Cuore, Bonomelli, thè Infrè, spezie Cannamela, polenta Valsugana e pizza Catarì.

«E’ stata una giornata importante per noi, per due motivi – ha dichiarato Marco Ferrari, amministratore delegato di gruppo Montenegro -: abbiamo inaugurato la nuova veste dello stabilimento produttivo, che rappresenta il cuore della nostra produzione liquoristica e, soprattutto, condiviso questo momento di festa con tutti i colleghi che quotidianamente contribuiscono al successo di gruppo Montenegro e con le loro famiglie». Per l’occasione, infatti, si sono aperte le porte dello stabilimento alle famiglie dei circa 150 dipendenti, in un Family open day. I partecipanti hanno così potuto scoprire l’origine dei prodotti del gruppo, visitare stabilimento e cantine, ma anche cimentarsi in diverse discipline sportive, sotto la guida di istruttori dedicati.

La «Città del brandy» è uno dei cinque stabilimenti del settore più attrezzati d’Europa e leader dell’industria liquoristica in Italia, per dimensioni e tipologia di produzione. Si estende infatti su un’area di circa 155 mila metri quadri, su cui sorgono oltre 38 mila metri quadri di strutture produttive. «La ristrutturazione esterna e interna della palazzina uffici – fa sapere l’azienda – ha contribuito a ridurne l’impatto ambientale, grazie ad alcuni interventi volti all’efficientamento energetico, come ad esempio l’installazione di nuovi infissi a bassa trasmittanza termica e l’utilizzo di materiali di isolamento termico di ultima generazione. Inoltre, l’impiego esclusivo della tecnologia led consentirà un risparmio energetico fino al 60 percento rispetto ai neon tradizionali, mentre l’aumento delle superfici finestrate permetterà l’integrazione dell’apporto di illuminazione naturale». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 26 settembre

Nella foto il taglio del nastro

Inaugurata la nuova palazzina uffici della storica Buton, la «città del brandy» oggi del gruppo Montenegro

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