Posts by tag: aziende

Economia 19 Aprile 2019

Parziale chiusura durante le feste pasquali per la Cooperativa Ceramica e per la Florim di Mordano

Anche il settore ceramico risente del rallentamento che sta riguardando l’economia italiana. Secondo Confindustria Ceramica, «nel 2018 l’industria italiana delle piastrelle, dopo un quinquennio di continua crescita, ha registrato una battuta d’arresto di produzione, vendite ed export». Un trend che a fine anno il presidente di Confindustria ceramica, Giovanni Savorani, motivava in questi termini: «Il commercio internazionale di tutti i settori risente delle crescenti tensioni commerciali a livello mondiale, e in particolare tra Stati Uniti e Cina, che generano incertezza presso consumatori e operatori professionali. Recenti analisi dimostrano che i Paesi che soffrono maggiormente di questa situazione sono i forti esportatori e quelli dall’elevato debito pubblico, condizioni entrambe che riguardano l’Italia».

I dati Istat, riportati da Unioncamere Emilia Romagna, dicono che nel 2018 il settore dell’industria ceramica, alla voce export, è l’unico ad aver chiuso con una dinamica negativa (-3,5%). Questo è il contesto che sul finire del 2018 ha spinto alcune aziende ad allungare la tradizionale fermata natalizia per evitare un accumulo eccessivo di scorte. Le fermate si ripeteranno in via eccezionale anche in occasione delle prossime festività pasquali. E’ anche vero che quest’anno il calendario vede cadere nella stessa settimana il Lunedì di Pasqua e il 25 Aprile, concomitanza che ha fatto optare anche le aziende del nostro territorio per una chiusura straordinaria.

In Cooperativa ceramica d’Imola il «fermo» andrà dal 20 aprile al 5 maggio compresi. Dei circa 1.160 lavoratori all’attivo faranno eccezione gli impiegati e gli addetti del magazzino spedizioni oggi centralizzato in via Correcchio e sempre aperto. Inoltre, nello stabilimento di Faenza i tre reparti di rettifica, lappatura e cernita resteranno chiusi solo a rotazione. Questo per permettere alle maestranze di evadere una grossa commessa, arrivata un paio di settimane fa da un nuovo cliente americano. Anche alla Florim di Mordano, dove lavora una settantina di addetti, il reparto grès andrà in ferie dal 20 aprile al 1° maggio compresi. Forni sempre accesi, invece, nel nuovo reparto 4.0, oggi interconnesso al nuovo polo produttivo che l’azienda ha avviato a inizio anno a Fiorano Modenese, che continuerà a produrre le grandi lastre. Il mercato premia i grandi formati, che nel 2018 in Florim hanno visto aumentare le vendite di circa il 3%. (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 18 aprile

Parziale chiusura durante le feste pasquali per la Cooperativa Ceramica e per la Florim di Mordano
Economia 10 Aprile 2019

Da anni Lem Carni e Imola Bevande alimentano la solidarietà donando le eccedenze al Banco Alimentare

La legge antisprechi, la cosiddetta legge Gadda dal nome della prima firmataria, è entrata in vigore il 14 settembre 2016. Si tratta per intenderci della normativa nata per favorire e incentivare, attraverso vari strumenti (sgravi fiscali, politiche educative, campagne di sensibilizzazione, semplificazione delle procedure), il recupero e la donazione delle eccedenze di cibo, farmaci e altri prodotti. Uno strumento certamente utile per combattere gli sprechi e dare una mano a chi, come la Fondazione Banco Alimentare, si occupa da anni della raccolta e del recupero di generi alimentari per ridistribuirli ad associazioni e strutture caritative.

Ma c’è anche chi non ha avuto bisogno di leggi per fare una scelta chiara di solidarietà. È il caso di alcune aziende del territorio che da tanti anni collaborano con il Banco Alimentare fornendo regolarmente i loro prodotti vicini alla data di scadenza. Tra queste c’è la Lem Carni, l’azienda di Toscanella che produce e vende carne di qualità in tutta Italia ed esporta in vari paesi europei. Fondata da Giambattista Lama, tuttora titolare, attualmente la Lem Carni conta una sessantina di dipendenti, ha una rete di 120 agenti commerciali. Il fatturato annuo solo commerciale (escludendo quindi le filiere produttive) è di 20 milioni di euro. Con una filosofia che punta alla qualità, la stessa che la Lem offre anche a chi è meno fortunato, attraverso la beneficenza. Come nasce la scelta di collaborare con il Banco Alimentare e con altre realtà caritative? Lama risponde con semplicità: «Io ho fatto la gavetta e la gavetta è una grande maestra. Nella vita ho avuto la fortuna di avere una bella famiglia e il lavoro giusto, che mi ha permesso di creare piccoli capitali che ci coprono per il futuro. Perché non fare beneficenza? La famiglia Lama è molto attenta alle realtà come il Banco, non abbiamo bisogno dileggi, perché abbiamo le nostre motivazioni».

La stessa attenzione e motivazioni simili contraddistinguono anche l’esperienza di Imola Bevande. Anche per Giuseppe Sgalaberni, amministratore e proprietario, insieme al fratello Luca, dell’azienda di Mordano nata nel 1992 e che impiega oggi una quarantina di persone, la relazione con il Banco Alimentare è consolidata e quasi naturale.«Nel nostro contesto è molto facile avere prodotti vicino alla scadenza – spiega -. La collaborazione è cominciata con il primo presidente Giovanni De Santis e l’abbiamo consolidata con il direttore Gianluca Benini. Riteniamo eticamente corretto mettere a disposizione le merci piuttosto che buttarle via, creando un’utilità per altre persone. Il nostro standard di vendita è di 90 giorni, non andiamo oltre per scelta aziendale, quando oltrepassiamo il limite mettiamo le merci a disposizione del Banco, al quale forniamo le bevande anche per gli eventi, le cene e altre attività». (mi.ta.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 4 aprile

Nella foto: a sinistra Giuseppe Sgalaberni, a destra Giambattista Lama

Da anni Lem Carni e Imola Bevande alimentano la solidarietà donando le eccedenze al Banco Alimentare
Economia 8 Aprile 2019

Operazione salvataggio e rilancio per la Wegaplast, cosa è stato fatto per rimettere l'azienda in sicurezza

«Il nostro scopo è ristrutturare e rilanciare Wegaplast, salvaguardando nella misura maggiore possibile le maestranze». Paolo Finatti ha le idee molto chiare. Da inizio anno, dopo il suo ingresso nel rinnovato consiglio di amministrazione guidato però sempre dal presidente Alberto Ponzellini, ha di fatto preso le redini dell’azienda per far fronte a una situazione che lui stesso non ha esitato a definire «drammatica». Un punto quasi di non ritorno per l’azienda dozzese del settore della plastica, specializzata nella progettazione e produzione di stampi su misura, così come nello stampaggio di componentistica destinata per il 72% al mondo dell’automotive e in percentuale minore per gli elettrodomestici. In totale, circa 1.500 diversi articoli, spesso difficili da realizzare sia dal punto di vista tecnico sia estetico, per marchi come Lamborghini, Fiat, Maserati, Magneti Marelli, Bmw, Jaguar.

«Il primo problema che si è evidenziato – riassume Finatti, che in passsato ha ricoperto incarichi presso realtà importanti come Barilla, Coca Cola e Lar- è legato ai mercati e agli scenari esterni, che negli ultimi anni sono cambiati molto. Wegaplast non ha messo in campo tutti gli strumenti necessari per rispondere a questo cambiamento e si è ritrovata impreparata ad affrontare una situazione sempre più calante per quanto riguarda la marginalità. L’obiettivo del 2019 è riportare l’azienda in pareggio e con il contributo dei lavoratori sarà fattibile. In questi primi tre mesi di lavoro – va al sodo il manager – abbiamo messo a punto un piano industriale che ha convinto tre banche ad aprire nuove linee di credito, diverse dalle precedenti. Abbiamo chiuso accordi con tutti i fornitori per piani di rientro, siamo riusciti coinvolgere i clienti e a dimostrare loro che Wegaplast sta cambiando velocemente pelle ed è pronta per essere di nuovo un partner affidabile».

Ancora più incisivo l’intervento sulla riorganizzazione interna. Ad oggi Wegaplast conta 129 addetti, 7 dei quali nello stabilimento di Budrio. «Non parliamo di esuberi, ma di ricollocazione – precisa Finatti – per un bilanciamento corretto tra lavoratori diretti, impegnati cioè alle macchine, e indiretti, di supporto alla produzione. Colloquiamo in modo costante con i sindacati e stiamo cercando la condivisione nelle soluzioni gestionali. Per alcune funzioni è stata aperta una procedura per l’uscita di una ventina di persone su base volontaria. La cassa integrazione è già aperta, ma non la stiamo utilizzando». 

Riguardo al futuro prossimo dell’azienda, Pinatti spiega: «Nei prossimi anni Htplastic è interessata a entrare nella compagine azionaria di Wegaplast. Nell’ottica delle sinergie, Wegaplast è tra le aziende con un passato molto importante, una “tecnicità” forte e una validità certificata, ma a bassa produttività. Abbiamo già avviato inoltre una collabroazione con l’azienda modenese Lar, impegnata anch’essa nel settore della plastica, ma con tipi di produzioni diversi rispetto a Wegaplast». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 4 aprile

Nella foto: il reparto produttivo alla «Wegaplast» di Toscanella (isolapress)

Operazione salvataggio e rilancio per la Wegaplast, cosa è stato fatto per rimettere l'azienda in sicurezza
Economia 7 Aprile 2019

Il software “So-Fair' dell'azienda Sofos di Imola utilizzato dal Vinitaly che apre il 7 aprile a Verona

Il Vinitaly, la famosa fiera dedicata al vino, aprirà i battenti oggi, 7 aprile,  a Verona. Un’edizione 2019 che promette di superare i quasi 4.500 stand e le 128 mila presenze dell’anno scorso. Una macchina complessa che richiede tempi rapidi e massima sicurezza, dietro questa organizzazione c’è un pezzetto di made in Imola che si chiama So-Fair. Si tratta di un software realizzato da Sofos, software house nata nel 1986, che utilizza principalmente tecnologie Microsoft e Autodesk. Fornisce consulenza e sviluppo di software a medie e grandi aziende, private e pubbliche, e da oltre vent’anni realizza applicazioni modulari per l’industria fieristica ora riunite sotto il brand So-Fair.

«L’industria fieristica ha esigenze particolari, l’organizzazione richiede molto tempo, mentre l’allestimento deve avvenire rapidamente, l’evento si svolge tutto in pochi giorni e a seguire c’è il disallestimento anch’esso altrettanto veloce – racconta Ambra Bedetti responsabile del progetto So-Fair per Sofos -. Non ci possono essere ritardi. Tutto deve funzionare alla perfezione. Anche il software deve rispettare queste esigenze». La trasformazione digitale è un passaggio obbligato anche per il mondo delle fiere e So-Fair fornisce soluzioni che aiutano i vari attori coinvolti, organizzatori, espositori e allestitori. Le applicazioni software di So-Fair sono state adottate oltre che da Veronafiere anche da Bolognafiere, Italian Exhibition Group (che segue Fiera Rimini e Fiera di Vicenza), Riva del Garda Fiere e Congressi e da varie segreterie organizzative come Conference Service ed allestitori come GiPlanet. Inoltre vengono utilizzate nell’organizzazione di eventi nazionali ed internazionali, anche all’estero come il Miami Funer, Interior Mabel a Kiev, AquaTherm a Mosca, Kiev e Almaty.

So-Fair è utilizzabile anche per eventi espositivi di vario genere, a Imola, ad esempio, il Club romagnolo auto e moto d’epoca si affida ai suoi software per organizzare il Crame, la mostra scambio che ogni anno porta in autodromo per tre giorni migliaia e migliaia di visitatori e centinaia di espositori. «So-Fair è stato realizzato con l’obiettivo di fornire una piattaforma completa per la gestione di una manifestazione fieristica – spiega Bedetti -, questo non toglie che, se occorre, si possa connettere con i sistemi Erp e Crm in uso (ad esempio SalesForce)». Il Vinitaly ha adottato So-Fair oramai da nove anni, lo utilizza per gestire rapidamente e in tutta sicurezza le attività di «vendita» degli spazi e dei servizi fieristici alle migliaia di espositori. (r.cr.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 4 aprile

Il software “So-Fair' dell'azienda Sofos di Imola utilizzato dal Vinitaly che apre il 7 aprile a Verona
Economia 2 Aprile 2019

La Cefla realizzerà la nuova sede Teapak in via Gambellara come “general contractor', ovvero referente generale del progetto

La nuova sede dell’azienda imolese TeaPak, di prossima costruzione in via Gambellara, sarà realizzata da Cefla. La cooperativa si è aggiudicata la commessa nel ruolo di “general contractor”, ovvero referente generale per la realizzazione dell’intero progetto, anche dal punto di vista edile. Un ruolo che esula dall’ambito tradizionale di attività rappresentato dalla sua divisione engineering, specializzata in impiantistica civile e industriale e nei sistemi di recupero e produzione di energia e impianti di cogenerazione.

In questo caso, Cefla sale un ulteriore gradino, che la porterà a gestire l’intera commessa, dalla posa della prima pietra alla consegna dello stabilimento ultimato. «In realtà – precisa il presidente, Gianmaria Balducci – Cefla non è al suo debutto come general contractor. Stiamo già svolgendo delle attività in questa veste. Per esempio, la riqualificazione della centrale di cogenerazione del quartiere Tor di valle di Roma, per conto di Acea e in partnership con General Electrics, appalto complessivo di circa 28 milioni e mezzo di euro». Un’opera ultimata alla fine del 2017, che oggi fornisce energia termica ai circa 40 mila residenti del quartiere della capitale, mentre l’energia elettrica prodotta è utilizzata nell’impianto di depurazione delle acque reflue o ceduta alla rete di distribuzione.

«A livello internazionale, invece – elenca il presidente – stiamo seguendo la realizzazione di un hotel in Algeria; in questo caso una commessa da circa 10 milioni. Se ci riferiamo però al territorio imolese, in questo senso il nostro può considerarsi un debutto». Per portare a termine lo stabilimento progettato dallo studio bolognese Open Project e consegnarlo chiavi in mano al committente entro febbraio 2020, questa la scadenza stabilita, Cefla si avvarrà della collaborazione di altre cooperative del territorio. «La volontà – conferma Balducci – è di unire le competenze del territorio. Cefla in ambito impiantistico, Cims e Cti in ambito civile. Abbiamo partecipato alla gara con una squadra che in termini di expertise e know how fosse completa e in grado di soddisfare tutte le esigenze richieste. Era importante la presenza di Cefla come general contractor per la solidità finanziaria e tecnica e per riuscire a garantire il livello qualitativo richiesto dall’investitore». Nello specifico parliamo del gruppo americano Yogi Tea, che nel 1999 ha acquisito l’imolese TeaPak e che per la nuova sede della sua filiale italiana investirà in totale oltre 25 milioni di euro. (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 28 marzo

Nella foto la centrale di cogenerazione del quartiere Tor di Valle a Roma, realizzata da Cefla

La Cefla realizzerà la nuova sede Teapak in via Gambellara come “general contractor', ovvero referente generale del progetto
Economia 26 Marzo 2019

Sacmi è partner del Mit, la più importante realtà universitaria del mondo nella ricerca applicata all'industria

Si chiama Massachusetts Institute of Technology, più semplicemente Mit ed è la principale realtà universitaria del mondo nel campo della ricerca applicata all”industria. Dal 1° marzo Sacmi ne è ufficialmente partner, essendo diventata membro dell”Industrial Liason Program del Mit. Tale collaborazione consentirà alla cooperativa imolese di relazionarsi con le avanguardie tecnologiche sviluppate da scienziati e ricercatori di fama internazionale, con l”obiettivo di «individuare nuove soluzioni di grande impatto per il business e l”opportunità – si legge in una nota dell”azienda – di sviluppare una vera e propria osmosi di competenze tra personale Sacmi e ricercatori del Mit».

L”accordo è stato firmato dal presidente di Sacmi Imola, Paolo Mongardi e dall”executive director Mit corporate relations, Karl F. Koster proprio nell”anno in cui la grande coop imolese festeggia i suoi primi cento anni di storia. «È grazie all’innovazione continua se l’azienda è cresciuta sui mercati internazionali sino a guadagnarsi un ruolo da protagonista tra i player globali dell’impiantistica industriale – sottolinea il presidente Mongardi -. Incrementare ancora la nostra capacità di generare innovazione è l’obiettivo della collaborazione con il Mit, un accordo che il Consiglio di Amministrazione Sacmi ha voluto e perseguito con grande determinazione».

La collaborazione darà modo a Sacmi di accedere alle attività e ai servizi dell”istituto nel campo della ricerca applicata ai diversi settori industriali di interesse, consentendo inoltre al personale imolese di partecipare al regolare programma di conferenze e workshop di ricerca della struttura. Al Mit sarà poi organizzato, una volta all”anno, un incontro mirato alla pianificazione strategica delle attività e, a seguire, una delegazione del Mit guidata dal “program director” e dai membri delle facoltà interessate a sviluppare collaborazioni con Sacmi farà visita all’azienda.

Ma non è finita qui. Il gruppo imolese avrà anche l’opportunità di entrare in contatto con la “startup community” dell’Istituto, vale a dire con oltre 1.600 imprese emergenti e potrà coinvolgere personale dell”istituto americano (studenti e ricercatori) nello sviluppo non solo delle attività di ricerca all’estero, ma anche nella realizzazione di progetti mirati attraverso un periodo di soggiorno e lavoro in Sacmi.  E la formazione permanente del personale, che a Sacmi sta particolarmente a cuore dal momento che vi investe oltre 23mila ore l’anno, potrà completarsi accedendo ai diversi programmi di formazione continua proposti dal Mit. (r.cr.)

Sacmi è partner del Mit, la più importante realtà universitaria del mondo nella ricerca applicata all'industria
Economia 12 Marzo 2019

Calano a Imola le imprese agricole femminili. Il racconto di alcune imprenditrici del settore

Al 31 dicembre 2018 a Imola le imprese attive femminili nel settore Agricoltura, Silvicoltura e Pesca erano 172, tre in meno rispetto alla fine del 2017. Una leggera flessione che riflette il panorama del circondario, della provincia di Bologna e della regione Emilia Romagna. Nel circondario, infatti, sempre nel-lo stesso settore, a dicembre si contavano 395 imprese in rosa (nel 2017 erano 414), in provincia 2.015 (nel 2017 erano 2.094), in regione erano 85.006, 102 unità in meno rispetto alla fine del 2017. Dati forniti dal Registro delle imprese delle Camere di commercio elaborati da Unioncamere Emilia Romagna che, pur riflettendo un segno meno, raccontano di donne che hanno fatto del lavoro nell’agricoltura un’opportunità, una scelta in un settore difficile che ha conosciuto crisi profonde e che rappresenta una sfida continua.

Per alcune il «fare agricoltura» è stato naturale, perché figlie di genitori agricoltori, per altre la scelta è stata dettata dall’amore o dalla necessità. Altre ancora hanno avuto l’opportunità di svolgere altre attività, ma poi il richiamo della terra le ha riportate ad occuparsi di piante e animali. C’è la storia di Luana Tampieri, 32 anni, imolese, un diploma di tecnico nella gestione aziendale, una laurea in economia e un lavoro presso due studi contabili di Imola e presso un’azienda controllata del gruppo Hera. «Poi ho capito – racconta lei stessa – che quella non poteva essere la mia vita “chiusa in un ufficio”, ho quindi scelto di rimanere nel settore agricolo investendo tempo e denaro nell’azienda di famiglia». Dall’anno scorso Luana è presidente di “Donne in campo Emilia Romagna”, l’associazione della Cia, Confederazione italiana agricoltori, che si occupa delle politiche femminili.

Flavia Montroni ha un anno in più e quando l’abbiamo raggiunta telefonicamente stava guidando il trattore nel terreno di famiglia a Castel San Pietro. Noi donne riusciamo a fare tante cose insieme. «E’ vero – ci ha detto -, ma la terra non aspetta. Adesso, ad esempio, dietro al trattore, che ho dovuto imparare a guidare, ho altri collaboratori che attendono il mio passaggio per continuare il lavoro. Mi sono laureata nella progettazione delle aree verdi, ma quando è stato il momento di scegliere se andare a Torino per proseguire la specialistica ho pensato agli sforzi dei miei genitori e per non perdere ciò che avevano conquistato con la fatica ho deciso di rimanere e di dedicarmi all’agricoltura. Ho scelto la praticità. Avevo bisogno di muovermi».

E poi le storie di Giulia Serrao e Alice Padula, associate alla Coldiretti di Imola. «Sono nativa di Roma – racconta Giulia Serrao, 44 anni titolare del Podere Colombara a Ponticelli – ma sono arrivata a Imola partendo da Siena per amore. Mio marito abitava a Imola ed è stato naturale seguirlo. L’avvio nel mondo dell’agricoltura lo abbiamo deciso tardi, insieme». Laureata in Biologia e finito il dottorato non aveva prospettive, ma una cosa era certa. «Amo tantissimo gli animali e la natura e andando in giro in mountain bike un giorno abbiamo visto un posto bellissimo, ce ne siamo innamorati e abbiamo dato avvio alla produzione e vendita di albicocche». Lavoro, però, troppo impegnativo e poco remunerativo. «E allora ci siamo inventati una nuova attività, abbiamo avviato un laboratorio per l’essicazione di frutta biologica. Abbiamo dovuto imparare tante cose, e ancora stiamo imparando». Da un’intuizione, un’attività condivisa che, giorno dopo giorno, aumenta la sua produzione.

La storia di Alice Padula, 32 anni, è ancora più originale. «Io sono estetista, ma da tre anni sono diventata coltivatrice diretta per esigenza. Già nel tempo libero aiutavo mio marito nell’allevamento di galline, conigli a Borgo Tossignano e andavo con lui nelle fiere e mercati di animali vivi. Praticamente da part-time questo lavoro è diventato il mio. Ho dovuto adattarmi tantissimo. Quando prima andavo a lavorare entravo in un bel salone profumato, oggi gli odori che sento sono sicuramente diversi. Il contatto con la natura, però, è irrinunciabile». Queste, e tante altre, sono storie che rimangono troppo spesso nascoste. «Di donne che lavorano in agricoltura – sottolinea Luana – se ne parla troppo poco. La capacità imprenditoriale femminile nel settore agricolo è ancora poco apprezzata». (al.gi)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 7 marzo

Nella foto da sinistra Flavia Montroni, Luana Tampieri e Giulia Serrao

Calano a Imola le imprese agricole femminili. Il racconto di alcune imprenditrici del settore
Cronaca 8 Marzo 2019

Ad Alessandra Lucaroni il premio per la “camionista dell'anno', messo in palio dal Roberto Nuti Group di Castel Guelfo

Viene da Monterotondo, in provincia di Roma, la vincitrice della decima edizione del premio Sabo Rosa, dedicato nella ricorrenza dell”8 marzo alle donne che lavorano in un campo di solito ritenuto appannaggio degli uomini, vale a dire la filiera del trasporto pesante: guida, logistica, officine e ricambi. Alessandra Lucaroni è stata votata come “camionista dell”anno” dalla giuria composta dalle dipendenti del main sponsor, il Roberto Nuti Group, che ha la sua sede centrale a Castel Guelfo e che da oltre mezzo secolo è leader nel settore dei veicoli industriali con i ricambi a marchio Sabo. La votazione del Sabo Rosa, che è attribuito una volta all”anno, è avvenuta online, sulla base delle candidature pervenute via web.

La vincitrice gestisce a Fiano Romano l”officina di famiglia “Ormia”, specializzata nei mezzi Scania e nota nell”ambiente come “L”Officina delle Donne”. Il premio vinto lo ha dedicato a suo padre, fondatore dell”officina di cui oggi la figlia è titolare e che le ha trasmesso l’amore per la meccanica. «Fin da bambina – racconta Alessandra Lucaroni -. sono stata il ”maschiaccio” di casa e sono cresciuta accanto a mio padre che riparava mezzi dell’esercito, e da li è sbocciato l’amore. Mi ricordo ancora l”emozione fortissima che provavo quando mi faceva salire sui carri armati»”.

La camionista dell”anno 2019 si è dunque ritagliata, con molta determinazione, uno spazio riconosciuto e apprezzato in un ambiente solitamente considerato per soli uomini. «Si deve partire con l”idea che non esistono lavori da uomini o da donne – sottolinea – e che nel lavoro contano solo la passione, l’impegno e il cuore che uno mette in ciò che fa. È chiaro che all”inizio è complicato farsi rispettare, e occorre metterci un carattere forte e magari fare il doppio della fatica per essere accettate. Una volta abbattuti i muri, però, e si riesce a mostrare quanto si vale, lo scetticismo finisce e ci si trova in un mondo appassionato di meccanica in cui è facile farsi ascoltare perché si conosce la materia e si sa quello che si dice. Oggi i camionisti ci chiamano e dicono ”pensaci tu, mi fido di te”. È il miglior complimento possibile».

Nella sua azienda lo scorso anno è stato assunto un meccanico donna e in squadra ci sono anche due magazziniere che masticano meccanica ogni giorno. E con una piena e impegnativa carriera lavorativa Alessandra concilia anche una famiglia. «Sono mamma di tre figli maschi di 27,18 e 16 anni – scherza -, quindi sono circondata da uomini ovunque, che però tengo a bada senza troppi problemi. Per conciliare famiglia e lavoro occorrono tanto amore e tanta pazienza, e soprattutto correre sempre, perché la casa e l”officina richiedono tempo e attenzioni. I miei figli hanno accettato di buon grado il mio ruolo e spero di vedere almeno uno di loro in officina accanto a me, per poter passare le consegne alla terza generazione, perché vorrei che il sogno di mio padre possa proseguire ancora nel tempo».

Il premio Sabo Rosa è stato consegnato da Elisabetta Nuti, direttore finanziario del Roberto Nuti Group e presidente della giuria, che commenta: «Per la decima edizione la giuria ha deciso di premiare la tenacia e l”imprenditorialità di Alessandra Lucaroni, capace di raccogliere il testimone dell”azienda di famiglia dalle mani del padre e di portare la propria officina a un traguardo impensabile anche solo dieci anni fa. E” bello immaginare la soddisfazione del papà di Alessandra, nel saperla realizzata in ciò che sempre ha amato, senza dimenticare il valore della famiglia e degli affetti». (r.cr.)

Ad Alessandra Lucaroni il premio per la “camionista dell'anno', messo in palio dal Roberto Nuti Group di Castel Guelfo
Economia 6 Marzo 2019

Enertronica ingloba l'Elettronica Santerno, la fusione per incorporazione sarà effettiva entro giugno

Elettronica Santerno diventa Enertronica Santerno. Una differenza di due sole lettere che però condensano al loro interno l’importante cambiamento in atto per l’azienda di via della Concia, produttrice di inverter applicati al settore fotovoltaico, così come all’automazione civile e industriale. Nata nel 1970 nella vallata del Santerno (da qui il riferimento rimasto nel suo nome, anche se nel tempo la sede si è spostata prima a Imola e poi a Castel Guelfo), Elettronica Santerno era entrata nel gruppo padovano Carraro nel 2006, diventando rapidamente leader di mercato nel settore fotovoltaico e passando nel giro di pochi anni da un fatturato di 11 milioni a oltre 140 milioni di euro. Fino a quando la bolla del settore non è scoppiata, anche per effetto della scomparsa degli incentivi pubblici. Dal 2010 al 2016 si è quindi verificata una forte contrazione dei volumi, del fatturato e del numero di dipendenti (da 250 a 125), quest’ultimo ottenuto attraverso una serie di drastiche ristrutturazioni.

Alla fine del 2016 la proprietà dell’azienda (51%) è passata dal gruppo Carraro ad Enertronica, società quotata in borsa sul mercato Aim Italia, dedicato alle piccole e medie imprese in cerca di capitali per finanziare la propria crescita. La società, nata nel 2005 a Frosinone da uno spin off universitario, progetta, installa e gestisce impianti fotovoltaici di piccola taglia, fornendo un prodotto «chiavi in mano», pronto per la messa in servizio. Dopo il passaggio di proprietà, Elettronica Santerno ha assorbito tutte le attività industriali del gruppo laziale.

A due anni esatti di distanza, lo scorso dicembre, Enertronica ha ottenuto il controllo anche delle restanti quote societarie di Elettronica Santerno, raggiungendo un accordo con il gruppo Carraro che ha ceduto il 49% procedendo a un aumento di capitale per 4,1 milioni di euro. Il contratto prevedeva anche l’impegno, da parte di Enertronica, di procedere alla fusione per incorporazione. La società Elettronica Santerno sarà quindi estinta. «L’impegno alla fusione – ci spiega l’amministratore delegato di Enertronica e di Elettronica Santerno, Vito Nardi – è per sancire la centralità del progetto Santerno all’interno del gruppo Enetronica, che con la fusione prenderà il nome di Enetronica Santerno. Per lo stesso motivo, la sede legale sarà trasferita da Milano a Castel Guelfo. La fusione è un passaggio formale che serve anche a ottimizzare la gestione delle risorse, eliminando duplicazioni e sovrapposizioni societarie e amministrative. Oggi, ad esempio, abbiamo due distinti Consigli di amministrazione. Il marchio verrà conservato. Elettronica Santerno è un brand importante dal punto di vista commerciale, apprezzato e noto nel mondo».

La fusione diventerà effettiva entro giugno. Al 31 ottobre scorso Enertronica aveva un fatturato di 4 milioni e 167 mila euro, con ricavi in diminuzione del 73%, contrazione dovuta, si legge nel progetto di fusione, «ai volumi significativi registrati nell’anno precedente». Sempre alla fine di ottobre il fatturato di Elettronica Santerno era di circa 14 milioni e 400 mila euro, in flessione dell’8% rispetto allo stesso periodo del 2017, «principalmente per effetto di slittamento/ritardo di alcune commesse nel settore fotovoltaico». A fine anno l’azienda di Poggio Piccolo contava 97 dipendenti. «I dati definitivi del 2018 li avremo a inizio maggio – anticipa l’amministratore delegato -. Nel 2016 abbiamo chiuso a meno 10 milioni di euro, nel 2017 siamo andati vicino al pareggio, la variazione del risultato netto è evoluta in termini di miglioramento».

Nardi è comunque fiducioso. «Il 2019 – prosegue – si prospetta un anno con numeri molto interessanti e ordini acquisiti per un valore tra i 40 e i 50 milioni di euro. Si tratta al 90 per cento di commesse all’estero, come la fornitura per il più grande impianto fotovoltaico dell’America Latina, in Brasile, del valore di 20 milioni di dollari, e altri importanti lavori in Sudafrica, Spagna, Vietnam. Stiamo anche lavorando intensamente per aumentare il livello di produzione interna. Ciò non significa che ridurremo il ricorso a terzisti, ma a fronte dei volumi in aumento l’azienda sta cercando di darsi una struttura più stabile. Già ora stiamo assumendo personale al ritmo di 2 o 3 addetti al mese: ingegneri elettronici ed elettrotecnici, ma anche operai». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 28 febbraio

Nella foto la sede di Elettronica Santerno a Castel Guelfo

Enertronica ingloba l'Elettronica Santerno, la fusione per incorporazione sarà effettiva entro giugno
Economia 4 Marzo 2019

Un finanziamento di 400.000 euro dal programma Horizon 2020 per il montascale Sirena della Tgr di Ozzano Emilia

Si chiama Sirena ed è un montascale a ruote che consente di trasportare anche le sedie a rotelle. E’ il progetto con cui l’azienda ozzanese Tgr ha partecipato al programma Horizon 2020, ottenendo un finanziamento a fondo perduto di circa 400 mila euro, che consentirà di coprire circa il 70% dei costi di sviluppo e realizzazione.

Nel 2018 Tgr ha festeggiato i suoi primi 40 anni di attività. L’azienda di via Lombardia, che oggi ha 15 dipendenti, era nata per lanciare sul mercato un ciclomotore elettrico. Il successo sulla stampa non è stato seguito dal successo nelle vendite e la produzione si è poi concentrata sui montascale per il trasporto merci. Le richieste dei clienti hanno in seguito indotto la famiglia Toselli a sviluppare anche prodotti per il trasporto di persone e a specializzarsi negli ausili che permettono ad anziani e disabili di superare le barriere architettoniche. Un business, quest’ultimo, che è arrivato a coprire il 90% del fatturato complessivo, di circa 2 milioni di euro.

«Di solito – ci spiega la titolare Patrizia Toselli, figlia del fondatore – i montascale a ruote hanno la poltrona incorporata. In commercio esistono già prodotti che permettono di trasportare anche una persona sulla propria carrozzina, ma sono difficili da guidare. Il nostro obiettivo era quindi mettere a punto un montascale facile da guidare, più stabile sulle scale, smontabile in modo da poter essere caricato facilmente in auto». Anche per Tgr l’apporto dei fondi europei è stato determinante. «Senza contributi non avremmo potuto affrontare un progetto di questo tipo – sottolinea -. Dieci anni fa, quando c’era più marginalità, potevamo investire molto in ricerca e sviluppo. Ora non più». Fondamentale è stato anche il supporto di una società esterna specializzata in bandi europei. «Abbiamo avviato il percorso nel 2017, superando il primo step al primo tentativo, cosa che ha stupito anche Confindustria Emilia – racconta -. Senza la consulenza di una società specializzata non saremmo riusciti a compilare in maniera corretta i documenti secondo tutti i criteri richiesti dalla Commissione europea. E già così è stato molto complicato» ammette.

La prima tranche di finanziamenti è arrivata lo scorso aprile. La fase di messa a punto del prototipo di Sirena è tuttora in corso. «Al momento – ci aggiorna – stiamo effettuando i test sull’autonomia del montascale. Stiamo anche cercando di migliorare il suo movimento sui pianerottoli. Entro aprile 2020 dovremo essere pronti per il mercato». Mercato che però sta diventando sempre più complesso. «Oggi gli acquisti nel settore sanitario avvengono attraverso gare – spiega Toselli – e purtroppo il risultato dipende solo dal prezzo. Per aziende come la nostra, che realizzano prodotti di qualità ma più cari rispetto ad altri, è penalizzante. Nelle gare, infatti, non viene attribuito alcun punteggio, ad esempio, al grado di sicurezza del prodotto. Questo si traduce per noi in un calo del mercato, che ci porta a puntare di nuovo sui montacarichi per il trasporto merci e ad espandere i rapporti con l’estero». (lo.mi.)

Nella foto Patrizia Toselli, titolare della Tgr, con il montascale Sirena

Un finanziamento di 400.000 euro dal programma Horizon 2020 per il montascale Sirena della Tgr di Ozzano Emilia

Cerca

Seguici su Facebook

ABBONATI AL SABATO SERA

Font Resize
Contrast