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Imola 29 Ottobre 2019

Dimissioni Sangiorgi, i commenti delle forze di opposizione dentro e fuori dal consiglio comunale

Continuiamo a raccogliere i commenti del mondo politico alle dimissioni annunciate ieri sera in piazza dalla sindaca Manuela Sangiorgi, ormai ex M5s, cominciando da Giuseppe Palazzolo, capogruppo di Patto per Imola e candidato sindaco civico per il centrodestra alle elezioni del 2018, secondo il quale la fine dell’esperienza di governo pentastellata è dovuta soprattutto all’incapacità di dialogo della sindaca. «Una città si governa certamente con il coraggio e la determinazione, però non bisogna dimenticare di essere anche prudenti, avveduti e dialoganti – ragiona il consigliere comunale -. Questo è mancato, non si può dire sempre no, se lo dici devi avere anche una proposta alternativa. Insomma, puoi anche avere ragione, ma non puoi scontrarti con tutti: la ragione qualcuno deve dartela.  Se nessuno te la dà, devi porti qualche domanda». Secondo il civico, la Sangiorgi avrebbe dovuto ammettere gli errori commessi e comunicarli alla città. Il più grande di questi? Palazzolo ritiene che sia stata l’incapacità di leggere la situazione politica, soprattutto interna al Movimento 5Stelle. «Pensava: se mi dimetto, vanno a casa tutti e riteneva che questo avrebbe fermato la minoranza interna, ma non è andata così – sottolinea il consigliere -. E’ mancata la politica, necessaria soprattutto in un movimento che non ha regole di gestione interna e dove il sindaco vale quanto un attivista». L’ultima battuta è per quelle dimissioni annunciate in piazza senza avvertire nemmeno i suoi assessori: «Almeno un messaggio su whatsapp…».

Il segretario cittadino della Lega, Marco Casalini, si sofferma innanzitutto su quanto successo ieri sera: «La Sangiorgi ha spiazzato tutti con una scelta personale, si è visto dalla reazione dei suoi assessori, che hanno partecipato ad una serata teatrale, con finale che smonta tutto. Prima gli assessori che spiegano quel poco che è stato fatto e cosa intendono fare in futuro, poi lei, che parte lenta, si ferma e dopo diventa quasi un’altra persona. A livello istituzionale sarebbe stato più corretto convocare un consiglio comunale straordinario, dove anche gli altri potessero dire la loro. Invece ancora una scelta senza contraddittorio, almeno mi aspetto che oggi non scappi dopo avere annunciato le dimissioni». Passando alla lettura politica, Casalini ritiene che «tutto sia nato quando la Sangiorgi ha creduto di poter fare quello che voleva, poi ha sbattuto la testa contro il macchinario delle istituzioni. Imola fa parte di realtà più grandi, come consorzi ed enti di secondo grado, dove non puoi decidere da sola. Se prendi in mano una macchina dopo 70 di governo di altri è normale trovare muri, ma non puoi abbatterli con la testa, altrimenti te la rompi. Non era preparata ad amministrare ed è rimasta bruciata dal sistema. Quando invece ha cercato di accontentare il sistema, sulla discarica, sull’autodromo, sui rifiuti, ha creato ancora più problemi e ha scontentato il suo movimento». Per l”immediato futuro, il segretario della Lega spera in una gestione commissariale che permetta di tornare a una gestione «normale della città e delle partecipate». «Credo che ConAmi – chiosa – non possa finire così».

Giuseppina Brienza, coordinatrice di Italia in Comune per Imola e circondario, titola così la sua nota di commento alle dimissioni della sindaca: «Finalmente Imola può tornare a respirare». L’ex assessora alla Scuola dell’ultima Giunta Manca prosegue poi con queste parole: «Dopo un anno e quattro mesi di completo immobilismo, Imola può tornare a costruire il proprio futuro da protagonista e a ripensarsi in un ruolo all’altezza delle sue reali potenzialità, non soffocata da una sindaca in grado esclusivamente di sminuirla e svilirla. Che cosa rimane, infatti, del mandato di Manuela Sangiorgi? Niente. Il nulla. Il vuoto. E’ tempo di lasciarsi alle spalle gli errori e rimboccarsi le maniche. Senza Manuela Sangiorgi sarà più semplice per tutti».

Tra i commenti registriamo, infine, quello di Serse Soverini, deputato eletto nel collegio di Imola e da poco entrato nel Pd, che si rivolge direttamente alla sindaca dimissionaria: «Cara sindaca, oramai “ex”, dopo che per sedici lunghi e sofferti mesi tutti hanno cercato di comprendere la nuova situazione e la sua solitudine, dopo la conclusiva manifestazione di narcisismo in piazza, ieri sera, dopotutto temo che sarà ricordata come colei che ha fatto un passo indietro proprio quando c”era  bisogno di farne due in avanti. Con diverse aggravanti: lascia una città umiliata, un”amministrazione bloccata e un”economia abbandonata a se stessa». Durissimo il giudizio finale: «Lei ha tradito il suo elettorato, che si aspettava ben altro. In qualità di deputato del collegio imolese, pur non essendo cittadino, aggiungo che ha mancato di rispetto alla città e ai doveri di rappresentante di una comunità sana e orgogliosa». (mi.ta.)

Nelle foto Giuseppe Palazzolo e Marco Casalini (foto tratte dai rispettivi profili Facebook)

Dimissioni Sangiorgi, i commenti delle forze di opposizione dentro e fuori dal consiglio comunale
Cronaca 9 Luglio 2019

In preparazione il nuovo bando per canile e gattile che introdurrà la gestione associata a partire dal 2020

Cosa ne pensano gli attuali gestori di canile e gattile del nuovo regolamento per cani e gatti e, soprattutto, della gestione unificata delle due strutture comunali a partire da gennaio 2020? In teoria, il bando che sta per pubblicare il Comune non permetterebbe ai due gestori attuali, la coop. Coala che gestisce il canile dal 2010 e la coop. Gatto Nero il gattile dal 2012, di concorrere alla riassegnazione se non attraverso un’ati, un’associazione temporanea di imprese, dato che non possiedono, individualmente, le caratteristiche richieste.

Serena Mirri di Coala non si sbilancia troppo: «Attenderemo il bando per decidere, è ancora tutto da valutare». Gatto Nero, nelle parole dell’operatrice Cristina Ferri, sembra più decisa verso la fine di un’esperienza: «Aspettiamo di vedere il bando, ma non credo che saremo interessate a partecipare perché ad oggi il conto economico è sfavorevole, sono anni che diciamo che la quota di gestione del gattile non copre le spese».

Nel frattempo, le due coop. si dicono, invece, soddisfatte del testo del nuovo regolamento approvato all’unanimità nel Consiglio comunale del 18 giugno, anche perché hanno potuto leggerlo e fare osservazioni prima dell’approvazione. (mi.mo.)

Nella foto operatrici della cooperativa Coala che gestisce il canile di Imola

In preparazione il nuovo bando per canile e gattile che introdurrà la gestione associata a partire dal 2020
Cronaca 27 Giugno 2019

Buona Settimana di Marco Raccagna: Festival neonazi lasciato a secco di alcoolici finisce in un flop

Ostritz è una città tedesca situata nel land della Sassonia. Appartiene al circondario di Görlitz. Nel suo territorio si trova l’antica abbazia di St. Marienthal ed è lambita dal fiume Nysa Luzycka, che la separa dalla Polonia. Ha circa 2.500 abitanti. E’ lì, nella «bassa» d’Europa – ma potrebbe essere stato in Veneto o Lombardia o nell’Emilia profonda o nel Lazio… o, a dire il vero, ovunque – che sabato appena trascorso si è tenuto il festival neonazista – o semplicemente di destra, fate voi – dall’emblematico titolo «Scudo e spada». Rock metallico a tutto volume dalla band d’occasione e centinaia di teste rasate e simboli nazisti e vandalismi vari, con gli abitanti rinchiusi nelle loro case ad aspettare che la devastazione avesse fine.

E invece no, non è andata così. Venerdì infatti, il giorno prima di «Scudo e spada», i cittadini di Ostritz si sono precipitati nell’unico supermercato del paese e hanno comprato tutte le casse di birra, facendo sì che il sabato mancasse la «linfa vitale» del festival di «barbari». Le useranno non per ubriacarsi nelle loro case ma per una festa di paese di prossima organizzazione. Il genio e l’iniziativa dei paesani hanno rotto lo «scudo», ma a spuntare la «spada» ci ha pensato la polizia, che prima ha perquisito le poche decine di teste rasate restate comunque al festival e poi gli ha fatto rovesciare a terra l’alcool che si erano portati da casa. Insomma, una tristezza infinita di festival.

Tutto il contrario della manifestazione che, nello stesso giorno, Ostritz ha organizzato, con una bella performance artistica fatta da un collettivo locale, che ha distribuito 2.262 paia di scarpe lungo una strada. Uno per ogni profugo morto nel 2018 nel Mediterraneo. Chi l’avrebbe mai detto, nella profonda Germania ai confini con la Polonia c’è da imparare qualcosa. E cosa? Che la birra non è né di destra né di sinistra? Può darsi, ma non credo sia questo il punto. Forse c’è da pensare che l’ineluttabilità delle cose alla fine non esiste e siamo sempre noi i protagonisti più o meno avvertiti e consapevoli delle nostre decisioni. C’è forse da imparare che, a forza di voltare la testa da un’altra parte e aspettare che «passi la nottata», non si arriverà da nessuna parte. Le cose non cambieranno se tutti aspetteremo che le cambi qualcun altro. E avranno ragione quelli che «la politica fa schifo»e che «sono tutti uguali», quelli a cui va di traverso chi ha acquisito una competenza attraverso un percorso di studi e di lavoro, quelli dalla rivoltella facile, quelli che con «onestà onestà» hanno scoperto il non saper far nulla, quelli che ridono sempre in giacca e cravatta e quelli che indossano felpe in televisione, quelli che «gli ultrà son bravi ragazzi» a cui piace il calcio, quelli che «prima gli italiani» e poi «prima gli emiliano-romagnoli» e poi «prima gli imolesi» e poi prima quelli della mia strada e poi prima quelli del mio condominio e poi prima io.

A Ostritz, invece, non hanno aspettato. Magari si sono incontrati o telefonati o non lo so, ma hanno pensato a cosa fare, a come agire concretamente, senza alcuna violenza, senza contrapposizioni che cercassero l’«incidente». Allora potremmo farlo anche in Italia, allargando magari un po’ il campo. Basterebbe che tutti insieme comprassimo tutti i telefonini in vendita in Italia, così da non permettere più a chi ci governa di fare dirette o selfie, oppure ci mettessimo a pensare alle parole che fanno ancora di noi un popolo, ai concetti e ai principi che ci tengono ancora insieme e li mettessimo davanti ai nostri egoismi, alle nostre incazzature, al qualunquismo di cui tutti siamo vittima, alle formulette di alleanze che non hanno né capo né coda. Così che, invece che dividerci sul prima io o prima tu, sapessimo ricominciare da un prima noi e tutte le cose che ci rendono più liberi e più felici insieme, in un vero e proprio rinascimento da costruire giorno dopo giorno. Buona settimana

Buona Settimana di Marco Raccagna: Festival neonazi lasciato a secco di alcoolici finisce in un flop
Cronaca 13 Giugno 2019

Buona Settimana di Marco Raccagna: In quale terreno germogliano i voti che fanno crescere il consenso alla Lega

I ballottaggi della domenica appena trascorsa confermano a mio avviso i dati di fondo del primo turno, forse in realtà avvicinandosi di più a quelli delle europee, nel senso della vittoria del centrodestra. Infatti il Pd e il centrosinistra tengono e si confermano i veri avversari del centrodestra a trazione leghista. Tuttavia cedono due simboli come Ferrara e Forlì e perdono cinque capoluoghi di provincia. Il M5S continua la propria emorragia di consensi e la Lega si afferma essere la reale vincitrice della tornata di elezioni, in generale.

Questa settimana non mi interessa analizzare il voto o i flussi o i perché nazionali e locali che hanno guidato il voto. Vorrei invece spenderequeste righe per toccare l’humus di questo voto, andando oltre la contingenza. E facendo così dare qualche spunto o porre qualche dubbioper meglio comprendere quello che Alessandro Baricco ha chiamatoun vero e proprio «assalto al palazzo». Certo, fatto assolutamente con i mezzi della democrazia, ma un po’ di questo comunque si tratta e la bandiera della Lega posta sopra lo striscione per Giulio Regeni nel municipio di Ferrara appena «espugnato» dalle truppe di Salvini lo esemplifica molto bene. L’élite, in particolare di sinistra, ha creduto in questi anni, e in parte crede ancora, che vi sia una bella fetta della popolazione italiana, europea e americana che in sostanza vive nell’ignoranza, mostra disinteresse per i fatti e per ogni tipo di erudimento culturale, così come per ogni tipo di ragionamento ed analisi.

Stiamo a noi, in Italia è stato certamente così. Costoro hanno indicato e indicano in questa massa informe il bacino a cui Salvini e la Lega attingono. E se non fosse così? Se, al contrario, oggi la digitalizzazione e la socializzazione via web delle nostre vite avesse prodotto una società dove esiste un vero e proprio individualismo di massa? Nel senso che il web, pur con tutte le sue nevrosi e «patacche» e conseguenze negative, ha reso certo ognuno di noi più solo, ma forse allo stesso tempo ci ha reso tutti, ognuno al proprio livello, più consapevoli, più capaci di affermare «io esisto, penso e ho un’opinione su questa cosa», senza accontentarci più del «dobbiamo fare così» dettoci da un partito, da un’azienda o da un membro di un’ élite, fosse essa economica oculturale o politica. Insomma, ci si può ritrovare in tanti attorno ad un partito o a un’idea o ad un sentimento, ma ognuno con la propria individuale consapevolezza. La massa esiste ancora, ma non è più informe come un tempo. E la maggioranza dei suoi componenti, guardando all’élite politica ed economica che aveva guidato fin qui il Paese, ha deciso di non fidarsi più e si è voltata altrove.

E’ verso questa popolazione e il resto dei cittadini che la Lega di Salvini si è mossa, contrapponendosi ad una sinistra che ha continuato a parlare dei soliti temi nei soliti modi: per esempio, «Europa sì ma è da cambiare» oppure «la solidarietà prima di tutto, ma la sicurezza anche», dando in sostanza messaggi deboli. E deboli non nel sensodell’approccio comunicativo, ma nella sostanza. La sinistra continua infatti a cullarsi, e ora più di 5 anni fa (il famoso 41% del 2014), nel definire le cose per poterne essere rassicurata; nel porre delle etichette, per non averne più paura, o perché incapace di analisi più precise, vedete il fascista a Salvini. Evitando sistematicamente pensieri scomodi, radicalità più appuntite, analisi coraggiose e veritiere di cosa sta accadendo, visioni audaci per cui lottare.

E in questo modo parlare alle élite e anche rappresentarle, ma partendo dal rappresentare i «perdenti» innanzi tutto o, almeno, gli «arrabbiati», sempre non siano la stessa cosa. E’ a costoro e a tutti gli altri che si è rivolta la Lega, con il suo razzismo, con il suo machismo di ritorno, con l’abilità comunicativa del suo leader, con il suo disprezzo per le intelligenze e la sua radicalità nel voler ridare i soldi agli italiani tutti, in un Paese dove l’ineguaglianza della distribuzione del denaro è una bestemmia e una vergogna inenarrabile. E fin qui «ha avuto ragione». Buona settimana.

Buona Settimana di Marco Raccagna: In quale terreno germogliano i voti che fanno crescere il consenso alla Lega
Cronaca 6 Giugno 2019

Buona Settimana di Marco Raccagna: La Repubblica sotto scacco di populismo e sovranismo

12.718.641 per la Repubblica e 10.718.502 per la Monarchia, con tanto di 1.498.136 schede nulle o bianche. Così il popolo italiano si pronunciò il 2 giugno 1946 e da allora in questa data festeggiamo la Repubblica, a parte una lunga parentesi tra il 1978 e il 2001, in cui la ricorrenza veniva celebrata la prima domenica di giugno, a causadell’allora crisi economica. Fu quello un referendum divisivo, dopo una quasi guerra civile, preludio di un’altrettanta enorme divisione che di lì a pochi mesi sarebbe esplosa ed avrebbe imprigionato l’Italia per decenni, quella tra i democratici cristiani e i comunisti, l’irrompere della «guerra fredda», con partiti, movimenti e cittadini legati alla «frontiera» americana ed altri alla «promessa» sovietica di un possibile mondo migliore.

Eppure, in quegli anni di ricostruzione dopo una guerra devastante, sia materialmente che umanamente, sia come nazione e popolo; in quegli anni di grande divisione circa il futuro dell’Italia; in quegli anni di grandi ideologie e di divisioni tra est e ovest; anche in quegli anni seppe nascere e attecchire un sentimento comune della Repubblica. Sentimento comune che, certo, fu bistrattato a più riprese, da una parte e dall’altra, e poi drammaticamente attaccato negli «anni di piombo» del terrorismo di destra e di sinistra. Ma quel sentimento seppe resistere e anzi, proprio attraverso quelle dure prove, potéforse rafforzarsi.

Allora, esiste ancora oggi un sentimento comune della Repubblica? Nella mente, nel cuore e nelle parole del Presidente Mattarella certamente esiste, ma esiste anche la preoccupazione di un suo dissolvimento sotto i colpi di una certa cultura oggi al governo del Paese. Il sovranismo e il populismo non avranno sfondato in Europa, ma in Italia godono di ottima salute. Tuttavia, il voto europeo getta una luce diversa sull’attualità politica italiana, facendola forse apparire più come un’avventura e una tentazione piuttosto che un discorso politico strutturato e coerente. Abbiamo al governo due partiti e due culture politiche pericolose, che teorizzano la ricerca costante di un nemico al fine di distogliere l’attenzione dai problemi reali, sia a livello locale che a livello nazionale e planetario. Due culture che aizzano l’odio e indicano da tweetter o facebook i deboli o le persone da colpire. Un governo e due partiti (Lega e 5Stelle e anche il presidente della Camera, Fico) che ignorano e disattendono a più non posso l’articolo 2 della Costituzione: quello dove si parla di garanzia per i diritti inviolabili dell’uomo e del dovere alla solidarietà.

Xenofobia, spiritosaggini, autoritarismo, attacco alle competenze di ogni genere, uso spregiudicato della comunicazione digitale e non (dicono una balla, tanto poi tocca agli altri provare che lo è) sono prassi quotidiana in Italia. E non c’entra Casapound. Queste cose le abbiamo al governo e, soprattutto, nel suo sottobosco spregiudicatamente tenuto al guinzaglio. La risposta allora alla domanda iniziale è che in questa Italia ne resta ben poco di sentimento condiviso della Repubblica. Ed è grave, non per retorica, ma per sostanza. Al governo si dicono nazionalisti, ma sono il contrario. Dividere, fomentare l’odio, respingere la solidarietà umana, essere marginalizzati e marginali nel mondo, credere che la storia d’Italia inizi nel marzo del 2018, non aumenta il pesonazionale, ma anzi deforma e colpisce a morte il nostro essere unanazione e un popolo.

Per questo, e per una lunga serie di motivi che dirò in futuro, la battaglia politica dovrebbe percorrere più strade e sicuramente due: da un lato le cose da fare, in particolare l’economia; dall’altro un vero e proprio rinascimento che rivoluzioni e formi ancora una volta la cultura del Paese, perché il 2 giugno festeggiamo l’ultimo atto di una «rivoluzione» che allora avvenne, la nascita della Repubblica e poi della nostra Costituzione. Buona settimana.

Imola

Buona Settimana di Marco Raccagna: La Repubblica sotto scacco di populismo e sovranismo

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