Posts by tag: mafia

Cronaca 18 Febbraio 2020

La legalità secondo Daniele Nicastro. A Mordano incontro con l'autore di libri per ragazzi

Si parlerà di legalità con l”autore di libri per ragazzi Daniele Nicastro alla biblioteca comunale di Mordano, questa sera, alle ore 20.30.
«E” roba per i mafiosi – scrive nel suo libro Grande (edizioni Einaudi Ragazzi) in cui tratta il tema della mafia – e io non sono uno di loro, nemmeno ci assomiglio! Me li immagino con la lupara e lo stuzzicadenti in bocca… Ok, forse sto esagerando, sono così nei film, che ne so io come sono nella vita reale?».
La legalità secondo Daniele Nicastro. A Mordano incontro con l'autore di libri per ragazzi
Cronaca 31 Ottobre 2018

Film «I cento passi» e incontro con il fratello di Peppino Impastato per gli studenti di Medicina

Giuseppe Impastato, più conosciuto come Peppino, giornalista e attivista di Democrazia proletaria, noto per le sue denunce contro le attività criminose di Cosa Nostra, è stato assassinato il 9 maggio 1978. Martedì 23 ottobre, gli studenti delle classi terze della scuola secondaria «Simoni» si sono recati alla sala del Suffragio per vedere il film I cento passi, dedicato alla vita e all’omicidio di Peppino Impastato.

Proiezione alla quale è seguito un incontro-dibattito con Giovanni Impastato, fratello di Peppino, da anni impegnato perché la figura e il pensiero del fratello non vengano dimenticati. «Giovanni risponde al nostro invito già da diversi anni sempre con molto entusiasmo ed è un onore avere fra noi il cantore del messaggio di Peppino Impastato», ha spiegato dal palco l’assessore alla Scuola Dilva Fava. La proiezione del film diretto da Marco Tullio Giordana è stato l’apice di un percorso di studio e approfondimento sulla mafia e sui personaggi coraggiosi che l’hanno combattuta, focalizzando la figura di Peppino Impastato come centrale nella discussione che in questi mesi ha coinvolto gli insegnanti dell’Istituto comprensivo di Medicina e in particolare il professor Matteo Marabini.

Al termine del film i ragazzi hanno lungamente applaudito. Applauso replicato quando Giovanni Impastato è salito sul palco. Una testimonianza diretta – quella di Impastato – per comprendere meglio un periodo buio e violento della storia italiana e – per i ragazzi medicinesi – un’occasione per conoscere la storia di Peppino, «un ragazzo come loro» che decise di portare avanti la sua battaglia fino alla fine. (Redazione cronaca)

Nella foto: Dilva Fava, assessore alla scuola del Comune di Medicina insieme a Giovanni Impastato, fratello di Peppino, il giornalista ucciso dalla mafia

Film «I cento passi» e incontro con il fratello di Peppino Impastato per gli studenti di Medicina
Cronaca 22 Maggio 2018

Legalità, a Borgo si combattono le mafie anche con la casa per il Dopo di noi

In tema di lotta alla mafia un’idea intelligente è quella del riutilizzo per scopi sociali dei beni confiscati a persone condannate per criminalità organizzata.  E’ quanto sta per accadere, ad esempio, a Borgo Tossignano, dove un appartamento di via Roma, appartenuto alla ‘ndrina calabrese dei Maesano, sarà riutilizzato per scopi sociali. E’ l’obiettivo al quale sta lavorando il Comune da quando in dicembre l’Agenzia nazionale per i beni confiscati ha segnalato la disponibilità dell’immobile. «Abbiamo formalizzato la nostra manifestazione di interesse  – conferma il sindaco Clorinda Mortero -, ma non è stato ancora emesso il decreto si assegnazione».

Nell’attesa il Comune ha già candidato il progetto ai fondi erogati dalla Città metropolitana per il Dopo di noi. «A Borgo – spiega il sindaco – è radicata l’esperienza dell’associazione La Giostra che organizza in paese dei momenti di vita autonoma al di fuori dell’abitazione familiare per i ragazzi disabili. Ad oggi vengono ospitati da un privato, noi vorremmo utilizzare proprio l’alloggio di via Roma per questa attività e per altre sempre di matrice sociale». L’appartamento a suo tempo è stato ristrutturato, ma è vuoto ormai da una decina d’anni (da quando il proprietario, Fiorello Maesano, è stato arrestato). «Serviranno dei lavori anche per l’eventuale abbattimento delle barriere architettoniche. Abbiamo stimato 55 mila euro di interventi, il bando prevede un cofinanziamento del 90 per cento, sarebbe la ciliegina sulla torta. Comunque vogliamo destinare l’alloggio a quella attività – conclude decisa il sindaco -. La palazzina ha l’ascensore, si trova nel centro del paese, i ragazzi possono uscire a piedi in sicurezza: è l’ideale».

Ad oggi ci sono ben 119 immobili confiscati alla criminalità organizzata in Emilia Romagna e come tali potenzialmente assegnabili dall’Agenzia nazionale ad enti locali, forze dell’ordine o altri soggetti per essere riutilizzati come luoghi di pubblica utilità, restituiti alla comunità e alla legalità. Sono visibili con tutti i dettagli nella banca dati www.mappalaconfisca.com, che viene costantemente aggiornata.

Per quanto riguarda il circondario imolese, oltre all’alloggio di via Roma a Borgo ancora da assegnare, c’è un appartamento di circa 60 metri quadri con box auto in un condominio di via Manfredi a Imola,  che apparteneva a Giuseppe Gagliandro, originario di Taranto. E’ stato già assegnato alla Compagnia dei carabinieri di Imola, che lo utilizza oramai da cinque anni come alloggio di servizio.

Un altro caso particolare riguarda Medicina: nel 2017 ai vigili del fuoco volontari è stato assegnato un fuoristrada appartenuto alla criminalità calabrese; l’hanno rimesso a nuovo ed ora è rinato come mezzo attrezzato in caso di allagamenti. (l.a.) 

Altri particolari nel “sabato sera” in edicola dal 17 maggio. 

Nella foto la palazzina dove si trova l’appartamento assegnato ai carabinieri a Imola

Legalità, a Borgo si combattono le mafie anche con la casa per il Dopo di noi
Cronaca 22 Maggio 2018

Legalità, parla Margherita Asta: «La mafia ci riguarda tutti, al nord come al sud»

«Attenzione a pensare che la mafia sia qualcosa che non ci riguarda, perché chi ha pigiato il pulsante quel giorno ha visto che c”era un”auto con delle persone che non c”entravano nulla, ma ha azionato ugualmente il detonatore. La strage di Pizzolungo ci fa capire che la mafia non guarda in faccia a nessuno». Margherita Asta aveva undici anni il 2 aprile del 1985 quando sua madre, Barbara Rizzo, e i suoi fratellini di sei anni, Giuseppe e Salvatore, morirono nell’esplosione destinata ad uccidere il giudice Carlo Palermo. La donna stava accompagnando i figli a scuola, furono dilaniati. Un eccidio avvenuto nel trapanese per mano della mafia. Oggi Margherita abita a Parma ed è impegnata nel testimoniare e tenere vivo il ricordo di quanto accaduto con l’associazione Libera. Mercoledì 23 maggio sarà a Imola per un evento che culminerà con l’intitolazione del giardino antistante il Teatro Osservanza proprio a sua madre e ai suoi fratelli, vittime innocenti. A promuovere l’evento è Adriana Cogode, commissaria straordinaria del Comune.

Qual è il messaggio che si auspica arrivi agli imolesi dall’intitolazione del giardino alla memoria di sua madre e dei suoi fratellini?
«Che è importante “fare memoria” non come semplice ricordo ma come voglia di riscatto e di dire basta. Ed è importante anche a Imola perché le mafie non sono solo nelle regioni del meridione, lo vediamo col maxi processo alla ‘ndrangheta in corso in Emilia. Tra l’altro non si conosce ancora fino in fondo la verità su quanto accadde a Pizzolungo, sono stati condannati i vertici di Cosa Nostra (all’ergastolo i boss Totò Riina, Vincenzo Virga e Baldassarre Di Maggio) ma il giudice Carlo Palermo arrivò a Trapani in febbraio e l”attentato ci fu in aprile, diede fastidio a qualcuno oppure c’è qualcos’altro, che aveva a che fare con le indagini che seguiva da prima, sul traffico di droga e armi…».

Cosa l’ha aiutata a superare un dolore così grande?
«Il dolore non si supera, ma ci si può convivere meglio e l”impegno con Libera mi ha aiutato a metabolizzare la perdita (nel ’93 è morto anche il padre, Nunzio). A Brescia un detenuto, durante gli incontri organizzati nelle carceri, mi ha chiesto di dedicare ai suoi compagni di cella il mio libro (“Sola con te in un futuro aprile” che Asta ha scritto per Fandango a quattro mani con la giornalista Michela Gargiulo, ndr), affinché facesse riflettere anche loro come aveva fatto con lui. Questi sono i semi che io e gli altri famigliari delle vittime di mafia cerchiamo di mettere in campo e a me danno il senso all”essere rimasta in vita, perché quel giorno avrei dovuto esserci anch”io in macchina, solo per un caso, perché i miei fratelli litigarono, non andai a scuola con loro. Credo di essere rimasta in vita perché dovevo fare la mia parte: dalla morte dei nostri cari far rifiorire voglia di speranza e cambiamento».

Le nostre zone si sono sentite per anni immuni alla mafia. Poi le inchieste Black Monkey ed Aemilia ci hanno mostrato che non era così.
«In Emilia Romagna ci sono tante iniziative con molta partecipazione di studenti e adulti, i cittadini cercano sempre più di fare la propria parte ed essere vigili. Ma occorre essere responsabili nelle scelte del nostro quotidiano, non cercare scorciatoie, penso sempre alla consulente coinvolta nel processo Aemilia che diceva “loro hanno i soldi…”. La mafia garantisce una falsa sicurezza, poi incendi e minacce…».

In tema di lotta alla mafia cosa si sente di dire al futuro Governo e al sindaco di Imola che verrà?
«In generale, che non si deve nascondere tutto sotto il velo della “sicurezza” di cui si parla tanto, bensì rafforzare i servizi sociali perché i mafiosi si radicano dove c”è la povertà, dove con i loro soldi riescono a garantire cose che lo Stato con sempre meno fondi non riesce a fare. Poi, occorrono controlli più sistematici sugli appalti e formazione per funzionari e impiegati pubblici. Il nuovo Governo dovrebbe garantire maggior autonomia alla magistratura e risorse economiche anche alle forze dell”ordine». (l.a.)  

L’articolo completo e ulteriori approfondimenti sul tema sul “sabato sera” in edicola da giovedì 17 maggio. 

Nella foto Margherita Asta (immagine tratta dalla sua pagina Facebook)

Legalità, parla Margherita Asta: «La mafia ci riguarda tutti, al nord come al sud»
Cronaca 1 Maggio 2018

Stato-mafia, Nando Dalla Chiesa e Stefania Pellegrini sulla sentenza: “La trattativa c'è stata'. VIDEO

“La sentenza è arrivata e, seppur in primo grado, ci dice che la trattativa è esistita non si trattava di fantasie di procuratori invasati”. Così Nando Dalla Chiesa a margine dell”incontro imolese di qualche giorno fa per parlare del suo nuovo libro “Per fortuna faccio il prof” organizzato da Luisa Rago. “Essendo stato in parlamento posso dire che quanto è stato chiesto nel papello di Totò Riina in parlamento è arrivato e qualche volta è diventato anche legge”.

Nando Dalla Chiesa è professore ordinario di Sociologia della criminalità organizzata all”Universita Statale di Milano, ma è stato anche parlamentare per tre legislature con i Verdi e i Democratici e sottosegretario alla Pubblica istruzione nel Governo Prodi. Il figlio del generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa si interessa di mafia e antimafia da sempre, oggi è direttore dell”Osservatorio sulla criminalità organizzata, presidente onorario di Libera e presidente della Scuola di formazione dedicata ad Antonino Caponnetto

Sulla stessa lunghezza d”onda anche Stefania Pellegrini, titolare del corso Mafia e antimafia della facoltà di Giurisprudenza dell”Universita di Bologna e referente di Libera Emilia Romagna. “La trattativa c”è stata tra pezzi dello Stato e della criminalità organizzata mancano ancora le responsabilità politiche di chi gestiva questa trattativa dall”alto, che è costata la vita a molte persone”. (l.a.)

Nella foto Luisa Rago, Nando Dalla Chiesa e Stefania Pellegrini durante l”incontro a Imola

Stato-mafia, Nando Dalla Chiesa e Stefania Pellegrini sulla sentenza: “La trattativa c'è stata'. VIDEO
Cronaca 16 Aprile 2018

Infiltrazioni mafiose, terrorismo, furti. Per Adriana Cogode: “Garantire la sicurezza è il dovere principale'

Infiltrazioni mafose, terrorismo, furti e vandalismi, microcriminalità. La sicurezza, reale o percepita, è diventata argomento di ogni discussione politica e tra cittadini. La commissaria straordinaria Adriana Cogode, che reggerà Imola fino alle prossime elezioni amministrative, presiede il comitato circondariale per l’ordine e la sicurezza; inoltre continua a ricoprire il ruolo di viceprefetto vicario a Bologna e di presidente della commissione di vigilanza pubblici spettacoli per tutta la provincia. Quindi, chi meglio di lei può fare un quadro della situazione in città. A partire dal protocollo su legalità e prevenzione in materia di appalti pubblici ed edilizia privata, che lei stessa ha siglato a metà marzo in veste di Comune di Imola e con la prefettura come controparte. Testo che era già stato elaborato in accordo con il sindaco Daniele Manca prima delle sue dimissioni.

Già ci sono le certificazioni antimafia previste dalle norme nazionali e regionali. Perché anche un protocollo su appalti ed edilizia privata?

«La normativa assegna al prefetto il rilascio della documentazione antimafia, che in generale è obbligatoria nel caso di contratti tra una ditta e la pubblica amministrazione quando si supera il valore delle “soglie comunitarie” (quelle al di sotto delle quali le procedure sono più snelle, Ndr). Però, se lo si ritiene opportuno, possono essere siglati dei protocolli d’intesa per introdurre modalità diverse, ovvero abbassare le soglie. L’obiettivo è sempre la prevenzione. In Emilia Romagna il primo protocollo è del 2010 tra la Regione e le nove prefetture in relazione alla prima legge regionale che prevedeva le comunicazioni antimafia anche nell’ambito dell’edilizia privata con una soglia sopra i 70 mila euro, le famose Scia».

Quali sono le particolarità del protocollo imolese?

«Ad esempio la richiesta dell’informazione antimafia anche per le convenzioni urbanistiche stipulate dai Comuni per lottizzazioni dove gli oneri di urbanizzazione vanno a scomputo (ad esempio la realizzazione di un marciapiede oppure una scuola, Ndr). Inoltre sono state abbassate a 250 mila euro la soglia per gli appalti e a 50 mila euro per i servizi e non c’è soglia per le attività a rischio di filiera, i trasporti, la lavorazione del ferro…».

Dal suo osservatorio il nostro territorio è a rischio di infiltrazioni mafiose?

«Non ho elementi per dirlo, qualche interdittiva è stata adottata: meno di cinque su 70 mila abitanti. In tutta la provincia di Bologna sono state adottate negli ultimi dodici mesi 23-24 interdittive contro migliaia e migliaia di pratiche conclusesi invece positivamente». 

Sempre in tema di sicurezza, le nuove norme introdotte per contrastare il terrorismo e tutelare i cittadini dal rischio di panico in occasione di grandi eventi richiedono procedure molto impegnative e onerose nell’organizzazione delle manifestazioni.

«Il dovere principale di chi governa è la sicurezza a tutti i livelli e il decreto Minniti ha valorizzato moltissimo il ruolo del sindaco in tal senso. Ma è fondamentale anche la sensibilizzazione culturale del cittadino, un atteggiamento partecipativo e collaborativo in considerazione di qualcosa che si spera non si veri? cherà mai, ma che non dobbiamo sottovalutare».

Quindi dobbiamo aspettarci transenne e metal detector durante «Imola in Musica»?

«Si sta lavorando ad un piano, confortato dalle valutazioni dei comitati per l’ordine e la sicurezza pubblica e dalle commissioni provinciale e comunale di vigilanza sui locali di pubblico spettacolo, tenendo conto degli indicatori di rischio previsti in relazione al numero delle persone e ai luoghi stessi. Verosimilmente in piazza ci sarà una certa concentrazione di persone e quindi transenne e controlli con metal detector».

Anche per «Imola di mercoledì» avremo le transenne?

«Non credo. La chiave di lettura è la concentrazione stabile delle persone; in una situazione dinamica è diverso».

Sempre a proposito di sicurezza, quando lei si è insediata in città a fine gennaio assistevamo ad una recrudescenza di microcriminalità: furti in case e negozi, vandalismi. Ora sembra tutto passato.

«In effetti in quel periodo si è sviluppata un’ondata di microcriminalità, poi le forze di polizia hanno messo in campo un’azione incisiva di controllo del territorio e di prevenzione. Azione che continua e che in futuro vedrà iniziative sempre più stringenti, a cominciare dall’installazione di impianti di videosorveglianza. Abbiamo già approvato il progetto, che ora è al vaglio del comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, e quanto prima sarà attuato. Poi c’è stata l’istituzione del Comitato circondariale per l’ordine e la sicurezza pubblica, che presiedo, e vede attorno al tavolo tutte le forze di polizia locali e i sindaci; ci siamo già incontrati due volte e avremo un ulteriore incontro nei prossimi giorni nel quale aff ronteremo altri temi, in particolare la violenza contro le donne, che vorrei monitorare».

l.a.

L”articolo completo su «sabato sera» del 12 aprile

Nella foto: il Commissario straordinatio Adriana Cogode nell”ufficio del Sindaco, in Municipio a  Imola

Infiltrazioni mafiose, terrorismo, furti. Per Adriana Cogode: “Garantire la sicurezza è il dovere principale'
Cronaca 6 Aprile 2018

Io non taccio, la battaglia del giornalista Paolo Borrometi contro la mafia

Paolo Borrometi è un giornalista siciliano di 35 anni, per la precisione ragusano, che vive sotto scorta da quattro anni per le sue inchieste di mafia. Laureato in Giurisprudenza, ha collaborato con il Giornale di Sicilia, l”Agi (Agenzia giornalistica Italia) e ha fondato la testata giornalistica di inchieste online La Spia. L”attività del sito gli ha portato da subito diverse minacce da parte della criminalità organizzata ragusana e siracusana. Poi, una sua inchiesta ha contribuito allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune di Scicli. Nel 2014 è stato aggredito, la porta di casa incendiata ed è costretto a trasferirsi a Roma. Un anno dopo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli ha conferito l”onorificenza di Cavaliere dell”Ordine al merito della Repubblica italiana.

Domani, sabato 7 aprile, sarà a Medicina alle ore 17.30 invitato dal presidio Libera Alberto Giacomelli del circondario imolese e dall’assessorato alla Cultura del Comune di Medicina. “Io non taccio” è il titolo del suo libro in cui ha raccolto le storie di altri giornalisti minacciati o costretti a vivere sotto scorta. 

Come mai ha deciso di fare il giornalista dopo la laurea in Giurisprudenza invece di fare l’avvocato? 
“Negli anni del liceo ho “incontrato” la storia di Giovanni Spampinato, un giornalista, una delle vittime di mafia e terrorismo del nostro Paese e mi stupii perchè quando se ne parlava la stragrande maggioranza dei miei conterranei non lo conosceva e quei pochi dicevano “se l’è andata a cercare”, “in provincia di Ragusa la mafia non c’è”. Questo atteggiamento mi ha fatto inorridire. Una persona non “se la va a cercare” se fa il proprio dovere. E ho deciso che quando sarei stato più grande volevo fare il giornalista per comprendere su cosa stava indagando Spampinato. Così negli anni del liceo ho iniziato delle collaborazioni con delle testate giornalistiche continuate anche all’università”. Ho studiato la provincia di Ragusa la più ricca della Sicilia, dove abbiamo un numero di sportelli bancari superiore a Palermo e perfino alla capitale economia italiana, a Milano, in percentuale sulla popolazione. Mi sono messo a studiare le origini mafiose e i traffici. Per un certo periodo ho fatto il praticantato legale, poi mi sono successe le visissitudini ben note e ho chiuso con l’ambito forense”  

Vicissitudini sono le minacce continue, l’incendio della porta di casa e perfino un’aggresione. Ora vive sotto scorta da quattro anni.
“Sto affrontando 14 processi in cui sono parte offesa nei confronti di una trentina di appartenenti ai clan di due province diverse. E ho dovuto anche drammaticamente rendermi conto che le cose che dicevano a Spampinato sono le stesse cose che dicevano a me. Io credo che il giornalista sia una delle professioni più importante perché le mafie non possono essere sconfitte solo dalle forze dell’ordine o dai magistrati ma dalla conoscenza e per questo occorre la nostra professione. L’articolo 21 della Costituzione non indica solo il diritto e dovere di informare ma anche quello della popolazione di essere informati della popolazione, affinché la gente sia libera di poter decidere da che parte stare”.

Perché ha scelto La Spia come nome del sito web di inchieste giornalistiche di cui è il direttore?
Un appellativo negativo in terra di mafia.“Proprio per quel motivo. E’ una provocazione. Mi chiamavano sbirro e spione invece per me gli sbirri sono i tutori della legalità e lo spione nell’accezione che dicono i mafiosi è la persona che denuncia e fa il proprio dovere di cittadini e non di sudditi”.  

Processi come Black Monkey o Aemilia hanno fatto capire che anche da noi c’è la mafia. Come vede la situazione delle infiltrazioni mafiose dalle nostre parti, in Emilia Romagna?
Non a caso un collega straordinario come Giovanni Tizian ha subito lo stesso tentativo di intimidazione (dagli imputati del processo Black Monkey nato proprio da un’inchiesta sul gioco d’azzardo partita da Imola, il Comune di Imola si è costituto parte civile nel processo, nrd). Purtroppo il negazionismo e il riduzionismo complicano la situazione perché non fanno altro che dare la possibilità alle organizzazioni mafiose di insediarsi. Al sud le magie hanno anche un controllo anche militare del territorio, al nord il controllo è sostanzialmente e questo le ha rese meno visibili ma straordinariamente attive negli investimenti. Questo riduzionismo della gente e della classe politica ha creato l’humus ideale non solo centro e nord ma a livello europeo”.

L”incontro è presso la sala Auditorium del Palazzo della comunità in via Pillio 1.

l.a.

Nella foto Paolo Borrometi (dalla sua pagina Facebook)

Io non taccio, la battaglia del giornalista Paolo Borrometi contro la mafia

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