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Cronaca 21 Novembre 2018

Sarà ricoperto dalla ciclabile il mosaico appena scoperto nell'antica Claterna. A marzo pronto il museo a Ozzano

Nel cielo di Claterna, oltre ai droni che scattano foto aeree, aleggia una domanda: «Quale futuro attende il sito archeologico?». Non sempre le visioni sono unanimi, anche tra chi ha in mano la progettualità e lo sviluppo del territorio a cavallo tra i comuni di Ozzano e Castel San Pietro, unitamente agli organi periferici del Ministero dei beni culturali. A partire dal passato, dal 2005 in poi, quando Claterna ha vissuto quello che Luca Lelli, sindaco di Ozzano, ha definito il suo «boom economico». Erano gli anni dell’associazione Civitas Claterna, le risorse erano nettamente maggiori, per il semplice fatto che di reperti da considerare ce n’erano meno.

Oggi l’associazione ha cambiato pelle in una forma più snella, diventando il Centro studi Claterna Giorgio Bardella e Aureliano Dondi, ma nel contempo i ritrovamenti iniziano ad essere molti. Non sono più sporadici, messi in fila formano una vera e propria città. E si continua a scavare. Recentemente c’è da annoverare anche un passaggio di consegne avvenuto a giugno al vertice della Soprintendenza archeologica della Città metropo-itana di Bologna (che racchiude anche Modena, Reggio Emilia e Ferrara). Cristina Ambrosini ha preso il posto di Luigi Malnati, andato in pensione.

Ambrosini, bergamasca, dal 2012 lavora in Romagna come project manager nel progetto Città della cultura, poi come dirigente del Servizio politiche culturali, giovanili e sportive del Comune di Forlì. A Ozzano, da quando è stata nominata, è venuta già due volte. In molti ci vedono un segno di discontinuità positiva col passato. Questo perché, come detto, tra le questioni care da tempo agli amministratori e ai cittadini dei due comuni c’è il futuro dell’area di Claterna.

«Non è giunto il momento di mettere a disposizione della collettività il patrimonio archeologico che sta spuntando?» è stata la domanda della stampa. Ozzano si è attivata per trasformare la mostra sulla civiltà di Claterna, allestita da anni all’ultimo piano della biblioteca di piazza Allende, in un museo permanente vero e proprio. A marzo sarà pronto, con un lieve ritardo rispetto alla data di dicembre annunciata in estate.

«Sarà un cambio di paradigma – afferma sicuro il sindaco di Ozzano, Luca Lelli –. Il museo dovrà attenersi ad orari di apertura prestabiliti, ad un adeguamento delle sale e allo sviluppo della parte divulgativa». Tutte operazioni che ad oggi sono costate al Comune 26 mila euro. «Ma siamo certi che non finirà tutto con questo museo – aggiunge Lelli -. La sede naturale per un vero e proprio museo sulla città di Claterna è la “Casa gialla” della Soprintendenza a pochi passi dagli scavi (un vecchio colonico acquistato anni fa dalla Soprintendenza, ndr). Nella nostra fantasia abbiamo già immaginato l’allestimento di percorsi interattivi in 3D per i futuri visitatori» aggiunge Lelli.

Percorsi in grado di ricostruire con immagini e multimedialità il passato della città romana e dare l’illusione di un viaggio nel tempo a grandi e bambini. Esperienze attraverso tablet o applicazioni possibili oggi in molti musei del mondo. «Sembra futuristico, ma la tecnologia per farlo esiste ed è a disposizione» conclude Lelli. Non convince tutti, ad esempio, la scelta di ricoprire il mosaico appena emerso durante i lavori della ciclabile, con la pista stessa. Il ritrovamento, infatti, non ha fermato i lavori della ciclopedonale tra Ozzano e Osteria Grande, sul lato sud della via Emilia, «il tratto ozzanese sarà inaugurato entro dicembre» afferma Lelli. L’opera è costata al comune di Ozzano 290 mila euro, nella cifra sono incluse alcune spese accessorie, come il disboscamento attorno alla famosa «Casa gialla» e l’abbattimento di un fatiscente edificio di servizio.

Il sindaco Lelli ammette di aver ipotizzato, insieme al «collega» Fausto Tinti di Castel San Pietro, una qualche modalità per rendere fruibile o almeno visibile il mosaico: «Avevamo proposto di coprire con un vetro il tratto di pista oppure di deviarlo». Ma la Soprintendenza e gli archeologi hanno risposto picche. «Atti vandalici e intemperie potrebbero danneggiare il mosaico», motiva Saura Sermenghi presidente del «Centro studi Claterna». (ti.fu.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 15 novembre

Nella foto il mosaico appena riemerso nel sito dell”antica città romana di Claterna

Sarà ricoperto dalla ciclabile il mosaico appena scoperto nell'antica Claterna. A marzo pronto il museo a Ozzano
Cronaca 21 Novembre 2018

Grazie alla geomagnetica ricostruito il perimetro dell'antica Claterna, che sorgeva tra Ozzano e Castel San Pietro

Un pezzo alla volta, riemerge dalla profondità della terra che per più di 1500 anni l’ha tenuta sepolta l’antica città di Claterna. Le recenti scoperte pongono un’ulteriore conferma del ruolo strategico dell’insediamento romano nel periodo imperiale fiorito tra il I e il II secolo dopo Cristo, fino ad arrivare al suo definitivo abbandono nel VI secolo, durante il quale pare che abbia avuto un’importanza simile a Bologna (all’epoca Bononia).

L’ultima campagna di scavi, compiuta nel tratto lungo 600 metri della via Emilia, tra le frazioni di Maggio e Osteria Grande per 300 metri a nord e sud dall’asse della strada consolare, ne ha delineato un quadro forse completo, con tanto di edifici pubblici, quali un foro, un teatro, un mosaico, un probabile impianto termale, oltre alle pavimentazioni di pregio rinvenute negli anni scorsi e alla già nota Domus del fabbro. Ma la vera novità di quest’anno è che per dare una mano a ricostruire il perimetro e cosa rimane ancora dell’antica città, coperta da qualche palmo di terra, si è ricorsi alla geomagnetica. «Una novità assoluta» dicono dalla Soprintendenza.

Claudio Negrelli, docente di topografia medioevale all’Univerità Ca’ Foscari di Venezia nonché responsabile scientifico dell’associazione culturale Centro Studi Claterna Giorgio Bardella e Aureliano Dondi, spiega: «Nell’ultimo anno di scavi è stato determinante l’apporto di questa modalità di ricerca, in particolare di uno strumento chiamato magnetometro. Lo ha usato Stefano Campana, docente dell’Università di Siena, che finalmente è riuscito così a delineare tutto o quasi il territorio di Claterna (16 ettari su 18).

Il rilevamento magnetico si basa sull’individuazione dei cambiamenti del campo magnetico terrestre causati dalla variazione della geologia del terreno o dalla presenza nel sottosuolo di strutture ed oggetti che possono dar luogo ad ano-malie. Tali anomalie si riflettono anche nella vegetazione, che può avere una sottilissima variazione nello spettro elettromagnetico se ad esempio una pianta cresce in corrispondenza di un manufatto sepolto. Tale variazione è captabile dal magnetometro, che lavora in abbinamento alle foto aeree».

Lo strumento, in sostanza, invia e riceve un segnale che viene distorto a seconda della risposta data dal terreno, più o meno «ricco» di oggetti sepolti». Possiamo accontentarci? Niente affatto. «La nostra speranza, in futuro, è poter utilizzare anche il georadar, una tecnologia in grado di rilevare dati fino a 4-5 metri di profondità – dettaglia Negrelli -. Nel caso di aree vaste, con il georadar potremmo vedere visualizzate sul monitor in tempo reale le strutture sepolte con una definizione a 3D». Materiale che sarà oggetto di analisi nei prossimi mesi.

Nel frattempo, nella Domus del fabbro sono proseguite le ricerche nella nuova area aperta verso nord. «La scoperta più importante è stata quella di un secondo peristilio, un’area cortiliva porticata dotata di pozzo sulla quale affacciava una cucina. Sono stati anche scoperti un altro cortile e altri ambienti, questi ultimi intonacati» dicono dalla Soprintendenza. La domus insomma sta prendendo sempre più forma, è proseguito anche il progetto di ricostruzione delle strutture antiche, ad esempio ri-dificando uno dei pozzi ritrovati negli anni scorsi. Poi, c’è il teatro. Oggi è stato portato allo scoperto ed è possibile vederne il perimetro per intero. (ti.fu.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 15 novembre

Nella foto la Domus del fabbro (foto da drone di Paolo Nanni)

Grazie alla geomagnetica ricostruito il perimetro dell'antica Claterna, che sorgeva tra Ozzano e Castel San Pietro
Cultura e Spettacoli 11 Novembre 2018

Le antiche tradizioni del mese di novembre, tra festività religiose, credenze popolari e piatti tipici

Il primo giorno di novembre, Ognissanti, è una grande festività religiosa dedicata a tutti i santi, ma nella tradizione pagana (Romagna, terra celtica) si festeggiava il Capodanno, col ritorno sulla terra dei defunti. I Celti erano un popolo dedito all’agricoltura e alla pastorizia per cui la fine dell’estate, con la fine dei raccolti, diventava anche la fine dell’anno: la fine di una stagione per iniziarne una nuova: l’inizio dell’anno nel calendario contadino.

Quando la Chiesa impose le proprie regole e il proprio calendario liturgico, dedicò il giorno 1 ai Santi e il 2 alla commemorazione dei defunti. E’ rimasta però l’usanza pagana di fare opere di bene in memoria dei defunti e cioè la «fava dei morti». Un tempo si cuocevano fave, ceci, fagioli e lupini da mangiare in famiglia e da offrire ai poveri che quel giorno chiedevano l’elemosina, la carité di mort, e che in cambio dicevano preghiere per i defunti della famiglia.

La mattina del giorno dei morti i bambini dovevano alzarsi presto per andare al cimitero, perché dopo i genitori dovevano lavorare. Partivano da casa che era ancora buio, con tanta voglia di dormire ancora, ma li consolava l’idea che tra le bancarelle dei fiori c’era spesso qualcuno che vendeva castagne, brustulline e lupini. Nelle campagne c’era poi un’usanza molto antica, quella di rifare i letti con lenzuola pulite perché i defunti, così voleva la tradizione, per un giorno sarebbero ritornati sulla terra fra i loro cari, sarebbero ritornati a riposare nei loro letti.

Sarebbero ritornati a visitare le loro case e allora occorreva lasciare anche la tavola apparecchiata e il fuoco acceso, perché potessero mangiare e riscaldarsi. I Celti credevano infatti che alla vigilia di ogni nuovo anno il Signore della Morte, il Principe delle Tenebre, chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti e che tutte le leggi dello spazio e del tempo fossero sospese e quindi fosse permesso al mondo degli spiriti di unirsi al mondo dei viventi. Un’antica usanza di questo periodo dell’anno è dunque quella delle «fave dei morti», che si riallaccia probabilmente alla cultura dei Celti. Ma perché proprio il nome «fava»? Che cosa ha a che fare questa pianta erbacea leguminosa, coi dolci e con quei biscotti che troviamo in questi giorni nelle botteghe dei fornai, nelle bancarelle dei mercati e naturalmente nelle case dove ancora vi è l’usanza di fare i dolci?

La fava è una specie erbacea, originaria dell’Asia occidentale, coltivata per i semi, utilizzati a scopo alimentare e consumati soprattutto freschi, crudi o cotti. E’ una pianta annuale diffusa anche nella pianura Padana, seminata generalmente in marzo e raccolta in estate. Secondo gli antichi, le fave, quelle vere, i semi commestibili di color verdastro, contenevano le anime dei morti, quindi erano cibo di rito nella ricorrenza. Presso i Romani le fave erano sempre presenti nei conviti funebri, cotte nell’acqua con l’osso di prosciutto. La fava si offriva alle Parche, a Plutone e a Proserpina ed era celebre per le cerimonie superstiziose. I fiori della fava erano considerati un segno lugubre e le fave, i semi, soprattutto quelli neri, erano considerati un’offerta funebre. Gli Egizi invece consideravano questo legume cosa immonda, quindi non la mangiavano e nemmeno osavano toccarla. (ve.mo.)

L”articolo completo è su «sabato sera» dell”8 novembre

Le antiche tradizioni del mese di novembre, tra festività religiose, credenze popolari e piatti tipici
Cultura e Spettacoli 7 Novembre 2018

Alla Festa della Storia di Castel San Pietro giovedì 8 novembre una serata dedicata alla Costituzione

Giovedì 8 novembre, alle 20.30, serata dedicata alla Costituzione all’interno della 15a Festa internazionale della Storia che si sta svolgendo a Castel San Pietro Terme.

Nella sala Sassi (via Fratelli Cervi 3) si terrà infatti l’incontro dal titolo «Le culture politiche dell’Assemblea Costituente della Repubblica Italiana», promosso dal Centro Studi “Alcide De Gasperi” di Castel San Pietro.

Relatore dell”appuntamento, a ingresso gratuito, sarà Domenico Cella, presidente dell’Istituto regionale di studi sociali e politici “A. De Gasperi” di Bologna, che illustrerà e commenterà le discussioni nate all’interno della Commissione incaricata di redigere una proposta di Costituzione.

In modo particolare la conferenza approfondirà e commenterà i temi oggetto della prima Sottocommissione, quella che si occupava di diritti e doveri dei cittadini: il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona, il controllo sociale della vita economica, i partiti politici nella Costituzione.

Argomenti che si inseriscono nel tema generale di questa edizione della Festa internazionale, dedicata a «I volti della storia – culture incontri patrimoni» e che prevede iniziative fino al 30 novembre.

Nella foto l”immagine ufficiale dell”edizione 2018 della Festa internazionale della Storia

Alla Festa della Storia di Castel San Pietro giovedì 8 novembre una serata dedicata alla Costituzione
Cultura e Spettacoli 5 Novembre 2018

In concorso al Festival dei Popoli di Firenze il documentario «Pentcho» dell'imolese Sonne Film

«Bratislava, 1940. È un mattino di sole di maggio quando dal porto sul Danubio si muove il Pentcho, un malandato battello a pale con a bordo 500 ebrei. Al timone c’è un ex capitano di sottomarini russo che si è assunto il compito di portare tutti in salvo lontano dalla vecchia Europa. Nessuno sa che per riuscire nell’intento dovranno superare frontiere inaccessibili, sabotaggi, acque minate, tempeste e che questa odissea alla fine si concluderà dopo quattro lunghissimi anni».

Viene presentato così Pentcho, il nuovo documentario prodotto dall’imolese Sonne Film, che sarà in concorso alla 59a edizione del Festival dei Popoli di Firenze, con proiezione lunedì 5 novembre alle 21.15 al cinema teatro Alfieri.

Il regista Stefano Cattini, già premiato al Festival dei Popoli e finalista presso il David di Donatello, a quasi ottant’anni di distanza da questi eventi poco noti, ripercorre il viaggio del Pentcho, attraverso interviste e racconti dei protagonisti di questo viaggio incredibile e con immagini tratte dal presente: «È la storia di un vecchio e sovraccarico battello fluviale – si legge nel comunicato stampa – costretto ad affrontare il mare aperto per fuggire dall’Europa nazista», la cui incredibile avventura «testimonia una delle pagine più belle dei tempi della Shoah e allo stesso tempo del ruolo imprescindibile avuto dalla Marina Militare Italiana, nel salvataggio dei fuggitivi dopo un rocambolesco naufragio».

Il documentario è prodotto da Sonne Film con Rai Cinema e Mosaic Films.

Nella foto il produttore Giangiacomo De Stefano della Sonne Film

In concorso al Festival dei Popoli di Firenze il documentario «Pentcho» dell'imolese Sonne Film
Cronaca 5 Novembre 2018

Il 5 novembre a Ozzano una serata dedicata alle donne che hanno combattuto per la giustizia e i diritti

La sezione Tonino Pirini dell’Anpi, nel 70° anniversario della Costituzione, con il patrocinio del Comune, organizza un incontro sul tema «Donne combattenti – Le battaglie delle donne per la libertà, la giustizia, i diritti», che avrà luogo alle ore 20.30 di lunedì 5 novembre presso la sala Claterna, in piazza Allende 18.

Il dibattito su questo tema, che vede protagoniste le donne, dalla Seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri, sarà organizzato secondo la seguente scaletta di interventi.

Parteciperanno Luca Alessandrini (Istituto storico Parri Emilia Romagna) che introdurrà l’argomento; Francesco Chicca, che parlerà del ruolo delle donne polacche nella Battaglia di Bologna; sarà poi la volta della presentazione della partigiana Gina Negrini, raccontata da Benedetta Carmignani,accompagnata al pianoforte da Emiliano Minoccheri (Ozzano teatro ensemble, compagnia Le Saracinesche); seguiranno «Sebben che siamo donne paura non abbiamo, le conquiste sindacali e parlamen-tari», testimonianza di Adriana Lodi; «Al fronte anche per noi, le donne curde contro l’Isis» (in-tervento di David Issamadden, presidente delle Comunità curde in Italia); «Per la legalità contro la mafia – chi ha scelto di non esserci sapeva che c’eravamo», a cura di Sabrina Natali, in rappresentanza delle donne delle Agende rosse Mario Rostagno di Modena e provincia.

Nella foto i gruppi per la difesa della donna, che nacquero nei giorni della Seconda guerra mondiale

Il 5 novembre a Ozzano una serata dedicata alle donne che hanno combattuto per la giustizia e i diritti
Cultura e Spettacoli 4 Novembre 2018

La storia del Tabernacolo di Montefune di Castel del Rio e della Pala di Fiesole del Beato Angelico

In occasione di un’anteprima della presentazione del libro «Ipotesi di ricostruzione del Tabernacolo di Montefune e della Pala di Fiesole del Beato Angelico» di Emilio Prantoni, si è svolta, negli spazi della Sala Magnus, una conferenza dal titolo «Il Tabernacolo di Montefune di Castel del Rio, opera del Beato Angelico», i cui relatori sono stati lo stesso Emilio Prantoni e padre Vincenzo Caprara, Priore del convento di San Domenico a Fiesole.

La storia del Tabernacolo di Montefune è legata a quella del trittico di San Domenico a Fiesole, dipinto dal Beato Angelico, del quale faceva parte in origine. Il Tabernacolo aveva due angeli adoranti sui lati e un Hecce Homos ull’usciolo. Emilio Prantoni ha già ricostruito le vicende di questo tabernacolo, alienato dalla composizione originaria, del quale si erano perse le tracce.

L’ipotesi, solidamente dimostrata, era che il tabernacolo fosse stato portato nella chiesa di Montefune, frazione di Castel del Rio e che, successivamente smembrato, le sue parti superstiti siano finite nei musei del Louvre e dell’Ermitage.

La storia del Tabernacolo di Montefune e della Pala di Fiesole è descritta in due pubblicazioni di Bacchilega editore, scritte da Emilio Prantoni: «Il tabernacolo di Montefune del Beato Angelico – Vicende e peripezie di un”eccellenza artistica nella valle del Santerno» e «Ipotesi di ricostruzione del Tabernacolo di Montefune e della Pala di Fiesole del Beato Angelico».

Ricordiamo inoltre che martedì 13 novembre, per il ciclo di incontri «I martedì del Pio Suffragio», l’associazione culturale San Macario propone la conferenza dal titolo «Il ciborio del polittico del Beato Angelico». Il relatore sarà il professor Prantoni, che durante la serata, oltre a illustrare i tormentati percorsi dei vari frammenti del Tabernacolo e le curiose e complicate vicende di questa opera d’arte del Beato Angelico nella sua completezza, esporrà il modello del Tabernacolo, da poco ricostruito grazie al lavoro di artigiani locali, nelle condizioni e nelle proporzioni in cui si doveva trovare quando fu posto per la prima volta sotto la pala d’altare nel convento di San Domenico a Fiesole.

Il servizio completo è su «sabato sera» del 1° novembre

Nella foto Emilio Prantoni nell”anteprima di Castel del Rio illustra il suo lavoro

La storia del Tabernacolo di Montefune di Castel del Rio e della Pala di Fiesole del Beato Angelico
Cronaca 5 Ottobre 2018

Ca' Genasia, domani 6 ottobre la cerimonia di commemorazione dei partigiani uccisi nel 1944

In occasione del 73° anniversario della Resistenza, i Comuni e le sezioni Anpi di Imola e di Riolo Terme organizzano la manifestazione a ricordo dei partigiani del Sap Montano, che si terrà sabato 6 ottobre, alle ore 11, presso il Monumento al partigiano di Ca’ Genasia, in via Sabbioni; inter-verranno Claudio Frati, assessore del Comune di Imola, Francesca Merlini, vice sindaco del Comune di Riolo Terme, e Romano Bacchi-lega, dell’Anpi di Imola. Saranno presenti anche alcune classi di istituti comprensivi di Imola e di Riolo Terme.

II Battaglione Sap Montano partecipò attivamente alla lotta ai nazifascismi, infatti fu costituito quando gli sviluppi della guerra di liberazione suggerirono la necessità di affrontare la nuova situazione derivata dalla liberazione di Roma, avvenuta il 4 giugno 1944, e dalle forze tedesche in ritirata, il Comando unico Emilia Romagna (Cumer), in accordo col Comando partigiano del Cln di Imola, convenne sull’opportunità di costituire un’unità partigiana omogenea di media entità nelle colline alla sinistra del Santerno, nelle località di Torano, Monte-catone, Monte della Valle, Casalfiumanese, e sulle colline della destra, nelle località di Ghian-dolino, Goccianello, Bergullo, Pediano, Toranello, Codrignano, Montemeldola. Alcune di queste fanno parte del Comune di Riolo Bagni.

La nuova unità, in base agli indirizzi e agli obiettivi del movimento partigiano imolese, doveva servire di collegamento con la 36ª Brigata Garibaldi Bianconcini con la funzione specifica, nell’ipotesi di una ritirata dei tedeschi, di operare assieme a reparti della 36ª e altre Sap e Gap per la liberazione di Imola.

Il sanguinoso episodio di Ca’ Genasia ebbe avvio sulla strada Imola-Codrignano, quando, presso Cà Bella Rosa, Rino, Petit e Giuliano attaccarono un carro tedesco: un soldato rimase ucciso e il carico fu abbandonato nelle mani dei partigiani. Stavano portando le vettovaglie e le munizioni verso le proprie basi quando arrivarono una quarantina di tedeschi con due autoblindo che li individuarono e diedero loro la caccia.

I partigiani si organizzarono per resistere sotto Monte Tomba ma, poiché le autoblindo non riuscivano a salire la strada fangosa, i tedeschi desistettero dall’ingaggiare il combattimento. Al calar della notte i partigiani decisero di lasciare la zona, eccetto Rino e Petit, che restarono a Ca’ Genasia.

Il mattino seguente giunse la notizia che Rino e Petit erano morti.

L”articolo completo è su «sabato sera» del 4 ottobre

La foto è tratta dal sito del Comune di Imola

Ca' Genasia, domani 6 ottobre la cerimonia di commemorazione dei partigiani uccisi nel 1944
Cronaca 2 Ottobre 2018

Scadrà il 9 ottobre il bando per la vendita dello storico «Al Camaroun» di Ozzano

Il Comune di Ozzano ha deciso di mettere in vendita lo storico locale da ballo (dancing) «Al Camaroun», gestito dal circolo Arci Tolara, tempio della Filuzzi, nel quale nel corso degli anni sono passate tantissime orchestre di liscio e non solo. L’immobile e l’area circostante ai civici 2 e 4 di via Tolara di Sotto sono stati inseriti per la prima volta nel piano comunale delle alienazioni nel corso dell’estate e nei giorni scorsi è stato pubblicato il relativo bando. Complessivamente, parliamo di una superficie fondiaria di 6.825 metri quadrati, non lontano dalla rotonda sulla via Emilia. Si parte da una base d’asta di 905 mila euro e per presentare le offerte c’è tempo fino alle ore 12 di martedì 9 ottobre.

La notizia ha creato una certa fibrillazione tra gli ozzanesi e non solo che da decenni non perdevano occasione per un ballo sulla pista. «L’area, inizialmente di proprietà dell’Opera Pia dei Poveri Vergognosi di Bologna, è stata ceduta al Comune di Ozzano nel 2002 – ricostruisce il sindaco, Luca Lelli -. Da tempo siamo in contatto con il circolo Arci Tolara, ci siamo confrontati sulle difficoltà crescenti che stanno incontrando e la cosa ci dispiace. Ultimamente, abbiamo accorciato il periodo di affidamento in gestione all’Arci a soli tre anni e abbiamo deciso di abbassare il canone d’affitto portandolo a 3 mila euro l’anno, che il circolo ha sempre pagato. Tuttavia, la situazione ci ha portato a prendere la decisione di vendere».

Il primo passo è stato quello di cambiare la destinazione d’uso. «Da area destinata ad attrezzature ludiche e ricreative è diventata produttiva» dettaglia Lelli. Una scelta non casuale, considerando la collocazione a ridosso della zona artigianale e industriale. L’affidamento in gestione all’Arci scadrà il 31 dicembre di quest’anno. A quel punto, spetterà all’acquirente, se nel frattempo avremo ricevuto delle proposte formali, decidere se prolungare la gestione dell’Arci per un periodo o meno. Con la cifra che si potrebbe realizzare stiamo già pensando a tre destinazioni differenti» aggiunge il sindaco.

gi.gi.

L”articolo completo su «sabato sera» del 27 settembre.

Nella foto: il logo dello storico locale e come si presenta oggi il dancing «Al Camaroun»

Scadrà il 9 ottobre il bando per la vendita dello storico «Al Camaroun» di Ozzano
Cronaca 1 Ottobre 2018

C’erano una volta… i Mondiali di ciclismo, alla Fiera del Santerno nel 1968 presenta Gianni Boncompagni

Il 23 settembre è stato un giorno di festa per Imola graziealla consegna del Grifo d’oro Città di Imola a Vittorio Adorni in occasione dei 50 anni dalla vittoria ai Campionati Mondiali di ciclismo su strada, disputatisi a Imola l’1 settembre 1968, sul circuito dei tre Monti con arrivo in autodromo.

Quell”anno qualcuno ricorderà che fu davvero un periodo di grande festa per tutta la città. Per l’occasione fu istituito anche il Comitato promotore cittadino di Imola dei campionati mondiali di ciclismo su strada 1968, presidente il sindaco Amedeo Ruggi. Perfino la Fiera del Santerno che si svolse dal 25 agosto all”1 settembre, per l”occasione venne ribattezzata “Fiera dei mondiali” proprio per la concomitanza con l’avvenimento ciclistico. 

E fu davvero un anno speciale per la mostra campionaria che attirerò più pubblico del solito soprattutto la sera di venerdì 30 agosto. Nel teatro all’aperto del cortile delle scuole Carducci fu organizzato il “Gala Musicale dei Campionati del Mondo di Ciclismo” in onore dei partecipanti alla gara su due ruote, “i più noti dei quali – è annunciato dai giornali dell’epoca – saranno presenti e si esibiranno in alcuni divertenti ed originali interventi, anche nell’interpretazione di alcune canzoni”. Sul palcoscenico “cantanti di chiara fama, quali Gianni Pettenati e Marisa Sannia”. Lo spettacolo sarà presentato da Gianni Boncompagni”.

Storie e avvenimenti di un passato che ritorna ricostruiti, questi come altri, dalla giornalista imolese Alessandra Giovannini. “Ripercorrere la storia della Fiera del Santerno di Imola che ci ha tenuto compagnia dal 1947 al 1992, vuol dire far riemergere nomi, attività, avvenimenti – racconta -. Momenti della storia di Imola che sto raccogliendo nella pubblicazione di prossima uscita e dal titolo Fiera del Santerno: storia di una città”. La giornalista ha anche un appello da lanciare: “Per aggiungere pezzi importanti sono indispensabili anche i ricordi che molti imolesi e non solo hanno nei cassetti perché tutti, almeno una volta, siamo andati alla Fiera del Santerno! Chiunque avesse qualche cosa da poter aggiungere alle pagine del libro può contattarmi scrivendo ad antalex2@libero.it oppure telefonando al 3472375848”. (r.c.)

C’erano una volta… i Mondiali di ciclismo, alla Fiera del Santerno nel 1968 presenta Gianni Boncompagni

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