Cronaca

La storia di Annunziata Verità, la staffetta partigiana che nel 1944 sopravvisse alla fucilazione

La storia di Annunziata Verità, la staffetta partigiana che nel 1944 sopravvisse alla fucilazione

Annunziata Verità nasce il 2 febbraio 1926 quando il fascismo è già saldamente al potere. In famiglia sono in otto: il padre (l’unico in grado di lavorare), madre, un figlio maschio e cinque femmine. La famiglia vive in profonda miseria e spesso frequenta la mensa dei poveri. «In estate – racconta Annunziata – cenavamo con pane e cocomero». Dalla città, Faenza, si trasferiscono a Reda, in campagna, ove il padre lavora (saltuariamente però) come bracciante agricolo.

Nunziatina frequenta la scuola fino alla terza elementare, poi smette, perché allora, a chi abitava in campagna, il Regno d’Italia non concedeva altro, perché si riteneva che l’istruzione non servisse a chi avrebbe lavorato la terra. Così, per aiutare la famiglia, tutti i figli dai 10 anni in su vanno a lavorare. Nunziatina va a servizio nelle case dei benestanti; poi, a 14 anni, va all’Omsa a cucire le calze (ricordate la pubblicità? Calze Omsa, che gambe!). Però ci resta poco perché rifiuta di lavorare 12 ore per una paga da fame. «Ero una ragazza ribelle già allora – ammette -; forse avevo preso dal babbo che aveva idee mazziniane e socialiste e discendeva da don Giovanni Verità: il fratello del nonno di mio babbo era il celebre prete di Modigliana».

Nel 1940 l’Italia entra in guerra. Nunziatina ha appena 14 anni, ma è vivace ed istintiva. Incontra in città un giovane su una carrozzina a rotelle, paralizzato dal busto in giù: è Achille Pantoli, anche lui un ribelle, un comunista, ridotto in quel modo dai fascisti che lo hanno massacrato di botte. Nunziatina ne è fortemente colpita a livello emotivo e quell’incontro la trasformerà in una coerente antifascista per tutta la vita. Nell’autunno del 1943, passeggiando in centro, incontra Silvio Corbari e Marx Emiliani che cercano di reclutare giovani perché stanno costituendo la prima banda partigiana faentina, La Scansi, senza attendere le direttive del Cln che tardavano a venire. Marx Emiliani – «nomen omen» si può ben dire in questo caso – è un giovane comunista che dopo l’8 settembre ha disertato in Jugoslavia, dove era soldato, e, tornato a Faenza, si è messo a raccogliere armi ed ora con una piccola banda di ardimentosi, servendosi di un camion sottratto ai tedeschi, di notte dà l’assalto alle caserme fasciste dei paesini della Romagna.

Nunziata svolge attività di supporto al gruppo. Marx (nome di battaglia abbreviato in «Max») è audace, ribelle e idealista. I due ragazzi si innamorano, ma la loro relazione dura ben poco. Il 4 novembre 1943, dopo l’ennesimo colpo notturno (questa volta contro la caserma dei carabinieri di Medicina), dopo alterne vicende la banda viene catturata. Max è gravemente ferito e verrà fucilato il 30 dicembre 1943 assieme al compagno Amerigo Donattini, a Bologna, nel poligono di Santa Viola. Annunziata entra organicamente nella Resistenza col ruolo di staffetta e mantiene i contatti con Silvio Corbari e la 28ª Gap; deve però usare molta prudenza perché, essendo noto ai fascisti il suo legame con Max, la Brigata Nera ne segue le mosse. «La fucilazione di Emiliani e Donattini – scrive Claudio Visani – porta allo sciogli-mento del gruppo cosiddetto del “camion fantasma”. Silvio Corbari decide allora di continuare in proprio la lotta nell’Appennino faentino e forlivese. Costituisce e comanda una unità partigiana indipendente composta da una cinquantina di uomini, nota come “Banda Corbari” con la quale per mesi si rende protagonista di azioni clamorose che hanno una vasta eco fra la popolazione, come l’assalto al presidio militare fascista di Tredozio e l’occupazione di quel paese per una decina di giorni».

Ma il 18 agosto 1944, complice una spiata, Corbari ed i suoi vengono localizzati e circondati dalle truppe nazifasciste a Ca’ Cornio, nei monti sopra Modigliana e Tredozio. Nella sparatoria Silvio rimane ferito e viene catturato assieme ad Adriano Casadei e Arturo Spazzoli. La sua compagna, Ines Versari, pure lei ferita ad una gamba, dopo aver ucciso un soldato tedesco che è riuscito ad entrare nella casa e sta per sparare al suo uomo, si suicida per non essere presa. Corbari e Casadei vengono portati a Castrocaro dove, verso le 13, sono impiccati sotto il portico della piazza del paese; Corbari viene appeso al cappio già morente. Arturo Spazzoli, già gravemente ferito, viene ucciso durante il trasporto dai fascisti che non sopportano i suoi lamenti. I quattro cadaveri vengono portati a Forlì, impiccati ai lampioni di piazza Saffi e lasciati a penzolare per alcuni giorni come tremendo monito alla popolazione.

Nella primavera del 1944 iniziano i bombardamenti su Faenza e Annunziata, con tutta la famiglia, si trasferisce in campagna nella località detta «Le Balze», fra Marzeno e Modigliana, trovando alloggio in una vecchia caserma dismessa. La famiglia Verità si sistema al pian terreno, mentre il primo piano è occupato dalla famiglia di un feroce repubblichino appartenente ad una spietata squadra di Camicie Nere comandate dal capo della Gnr faentina, il sanguinario Raffaele Raffaeli. Nel lugubre panorama della ferocia e delle stragi commesse in Emilia Romagna dalle Brigate Nere, Faenza è certamente uno dei luoghi dove la repressione fascista ha raggiunto il massimo dell’abominio e della crudeltà.

Contrariato dal comportamento della magistratura, che spesso mandava assolti gli antifascisti da lui catturati, Raffaeli (che con il terrore che esercitava godeva di un potere incontrastato) decide di farsi un «suo tribunale» in una villa requisita a Castel Raniero, dove tortura, condanna e massacra gli antifascisti che riesce a catturare. I Gap faentini decidono, per rappresaglia, di ucciderne il padre, Natale Raffaeli, anch’egli feroce gerarca e capo dei fascisti di Marzeno, essendo egli, per le sue abitudini regolari, un bersaglio più facile da colpire. L’agguato avviene sulla strada Faenza-Modigliana, nelle prime ore del mattino dell’11 agosto 1944. Ma per circostanze fortuite all’appuntamento con la morte non si presenta, su una motocicletta, il bersaglio atteso, ma il coinquilino di Annunziata, il «camerata» Domenico Sartoni. Dopo un attimo di incertezza i gappisti lo giustiziano al posto di Raffaeli essendo comunque anch’egli un noto torturatore.

E questa imprevista circostanza causa una svolta drammatica alla vita di Annunziata. Le camicie nere, furenti, attuano immediatamente un massiccio rastrellamento, catturando una quarantina di civili abitanti nelle case vicine. Fra di essi Annunziata, catturata mentre andava a fare la spesa, che essendo nota come collaboratrice dei partigiani ed abitando nella stessa casa di Sartoni, era la più indiziata come basista dell’attentato. I prigionieri vengono portati nel covo delle camicie nere a Villa San Prospero, picchiati ed interrogati. Una disperata mediazione del vescovo di Faenza, monsignor Battaglia, ottiene solo di limitare a cinque il numero dei condannati a morte: quattro contadini del posto, del tutto estranei all’attentato, e Annunziata Verità. «Ci legarono a uno a uno i polsi – racconta Annunziata:-, poi ci legarono tutti e cinque assieme, ci misero allineati di schiena, le braccia sollevate appoggiate al muro di cinta del cimitero di Rivalta e la fronte a premere contro le mani intrecciate. Rimasi ammutolita, incapace anche di piangere; altri non ce la fecero: piangevano, urlavano, chiamavano i loro cari».

Poi, il comandante del plotone di esecuzione, Raffaele Raffaeli, fece allineare le vittime di fronte al muro del cimitero. La prima a destra era Annunziata, dietro di lei il suo carnefice Francesco Schiumarini, un avanzo di galera affermatosi con il fascismo. Il plotone sparò e le cinque vittime caddero l’una sull’altra in un lago di sangue. Poi Raffaeli diede a ciascuna di esse il colpo di grazia alla testa con la pistola. Ma Annunziata viene solo sfiorata alla tempia: è ferita, ma miracolosamente viva. Al processo il suo carnefice, Schiumarini, per alleviare la sua posizione, dirà di averla voluta risparmiare, ma era una bugia. Invece, molto probabilmente Schiumarini, come gli altri del plotone, aveva sparato, come in uso, ad altezza d’uomo ed Annunziata, essendo molto piccola, era stata colpita non nel tronco ma nelle braccia tenute alte sopra la testa, entrambe trapassate dai proiettili.

«Per molti minuti – racconta ancora Annunziata – rimasi immobile sotto quei cadaveri, inondata dal loro sangue e semi svenuta. Sentii i fascisti andare via, poi un lungo silenzio. Più tardi arrivarono delle persone, aprii gli occhi e ad una di esse sussurrai Aiutami, ti prego. Fece un salto indietro e con un urlo scappò via». Nonostante il dolore delle ferite Annunziata si alzò, attraversò il fiume Marzeno e si nascose in un campo di granoturco; dopo una breve sosta per calmarsi, capire cosa le era successo e pensare cosa fare, si rimise in cammino e giunse sulle colline che sovrastano Santa Lucia, dove una donna le medicò le ferite. (be.be.)

Il servizio completo e altri approfondimenti sono disponibili su «sabato sera» del 2 maggio. La storia di Annunziata Verità è stata raccolta e trasformata nel libro “La ragazza ribelle” (Carta Bianca Editore) dal giornalista bolognese Claudio Visani. Il servizio riprende e racconta la vicenda e il libro. 

Nelle foto: Annunziata Verità da giovane e oggi, accanto alle lapidi dei fucilati nel cimitero di Rivalta

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