Posts by tag: seconda guerra mondiale

Cronaca 1 Ottobre 2021

Cerimonia a Ca’ Genasia per ricordare i caduti del Sap Montano Rino, Petit ed Elisa

Ogni anno i Comuni di Imola e di Riolo Terme e le Anpi locali danno appuntamento a inizio ottobre al monumento di Ca’ Genasia, in cima all’incrocio tra via Sabbioni e via Caduti di Toranello, in territorio di Riolo Terme, dove il 6 ottobre 1944, nello scontro con i soldati tedeschi, persero la vita due giovani combattenti imolesi del Sap Montano, Rino Ruscello di 17 anni e Marino Dalmonte (Petit), e la giovane staffetta Elisa Gambassi, che i nazisti avevano usato come scudo.

Quest’anno la cerimonia si svolgerà sabato 2 ottobre, alle ore 10.30. Interverranno un rappresentante del Comune di Imola, Marina Lo Conte, assessore di Riolo Terme, Valter Attiliani, dell’Anpi di Imola, e Anna Testa, presidente dell’Anpi di Riolo Terme. (lo.mi.)

Nella foto: la cerimonia del 2018

Cerimonia a Ca’ Genasia per ricordare i caduti del Sap Montano Rino, Petit ed Elisa
Cronaca 22 Settembre 2021

Zattaglia, anche il vicesindaco di Imola alla cerimonia per ricordare i caduti

Anche il vicesindaco di Imola Fabrizio Castellari è intervenuto sabato scorso a Zattaglia alla tradizionale cerimonia commemorativa per ricordare la Liberazione e per onorare la memoria di quanti hanno sacrificato la loro vita combattendo in quei lunghi mesi di 76 anni fa.

La cerimonia si è svolta al Sacrario della Friuli, presso il cimitero di Zattaglia, ed è stata organizzata dai Comuni di Brisighella, Casola Valsenio e Riolo Terme, assieme all’Associazione nazionale reduci della Friuli, con la collaborazione della Divisione Vittorio Veneto, Brigata Aeromobile Friuli e del 66° Reggimento Aeromobile Trieste. (lo.mi.) 

Nella foto: un momento della commemorazione a Zattaglia

Zattaglia, anche il vicesindaco di Imola alla cerimonia per ricordare i caduti
Cronaca 14 Maggio 2021

Imola ha ricordato le vittime del primo bombardamento aereo avvenuto il 13 maggio 1944

Nel 77° anniversario del primo bombardamento aereo su Imola, avvenuto il 13 maggio 1944, il sindaco Marco Panieri ha deposto una corona al monumento nella pineta del Macello (via Baviera Maghinardo) a ricordo delle vittime, 53 civili tra donne, bambini e anziani. Presenti fra gli altri anche il presidente dell’Anpi, Gabrio Salieri, la staffetta partigiana Virginia Manaresi e il vicesindaco Fabrizio Castellari.

Il 13 maggio 1944 le cosiddette «fortezze volanti» alleate sganciarono sulla città circa 300 bombe da 240 chili, da un’altezza di circa 6.800 metri. Nell’ambito della cerimonia, nel rispetto delle normative anti Covid in vigore, alcuni studenti della classe 3ªB della scuola media Innocenzo da Imola, con la docente Alessia Resce, hanno rievocato quei momenti terribili nell’ambito del progetto «Quando un posto diventa un luogo – Vedere voci 2021». (lo.mi.) 

Nella foto (di Isolapress): un momento della commemorazione  

Imola ha ricordato le vittime del primo bombardamento aereo avvenuto il 13 maggio 1944
Cronaca 19 Febbraio 2021

Dagli scavi per la fibra ottica spuntano i resti di un soldato tedesco caduto nella Seconda guerra mondiale

Nel tardo pomeriggio di ieri, i carabinieri sono intervenuti a Castel del Rio dopo che alcuni operai intenti ad effettuare scavi per la posa della fibra ottica hanno rinvenuto nel terreno resti umani, presumibilmente risalenti al periodo della seconda guerra mondiale.  

L’ulteriore scavo, fino ad una profondità di un metro e mezzo, ha portato alla luce ulteriori frammenti ossei, brandelli di stoffa e pezzi di scarpe che confermavano trattarsi di resti di un soldato tedesco caduto nella Linea gotica durante il conflitto mondiale. Le spoglie sono così state recuperate, non prima per i militari di aver informato gli organi per i Caduti della Difesa. Spetterà a loro dare un nome e una degna sepoltura al soldato tedesco. (da.be.)

Foto d’archivio

Dagli scavi per la fibra ottica spuntano i resti di un soldato tedesco caduto nella Seconda guerra mondiale
Cronaca 30 Dicembre 2020

Bambini del ’44, la storia dei fratelli Naldi finisce anche sul New York Times. Il racconto inedito del medicinese Andrea Brini

La storia ormai la conoscono tutti, nelle ultime settimane ha fatto il giro del web finendo anche su giornali, come il New York Times, radio e televisioni. Il 96enne Martin Adler desiderava rivedere tre bambini con i quali si era fatto una foto nel ’44, quando da soldato aveva combattuto lungo la Linea Gotica. Grazie alla figlia che aveva postato quella foto sui social e alle ricerche e al passaparola che ne sono scaturiti, Adler ha potuto rivedere in collegamento video Bruno, Mafalda e Giuliana Naldi, che oggi hanno rispettivamente 83, 82 e 79 anni e vivono proprio a Castel San Pietro Terme.

Per ben due volte nei giorni scorsi l’Amministrazione comunale ha ospitato i tre castellani, che sono stati intervistati nella sala del Consiglio comunale per due diverse trasmissioni Rai, “Che succ3de?”con Geppi Cucciari e “I fatti vostri” con Giancarlo Magalli.

Ma c’è una parte della storia che non è stata ancora pubblicamente raccontata. Nei giorni scorsi Andrea Brini, medicinese appassionato di storia locale trasferitosi quest’anno a Bologna, ha contattato il Comune di Castel San Pietro sulla pagina facebook istituzionale, offrendo di spiegare come aveva contribuito a far ritrovare i tre fratelli castellani, riuscendo a datare e a localizzare correttamente la foto scattata 76 anni fa.  Dopo un attento studio dei ruolini di marcia e dei documenti, insieme al giornalista Matteo Incerti che gli aveva chiesto aiuto, è giunto alla soluzione grazie a un’informazione che gli aveva dato anni fa suo nonno materno. «Considerato che la foto era stata scattata fra fine settembre e ottobre ’44 – spiega Andrea Brini -, attraverso lo studio delle cartine e degli articoli abbiamo ricostruito tutta l’avanzata del Battaglione 339 che andava verso la Valle dell’Idice e, giunto a Monterenzio, avanzò fino a Monte Iano, Ca’ del Vento e Montecuccoli, dove c’è il Farneto. A fine ottobre ‘44 il Battaglione era dunque a Montecalderaro e vi rimase fino a novembre. Mio nonno, che accompagnavo sempre nei boschi alla ricerca di reperti della Seconda Guerra Mondiale, mi diceva sempre che i soldati americani arrivavano tutti infangati, invece nella foto Adler era pulito, quindi si doveva trovare molto prima di Monte Grande, fra Monterenzio e Montecalderaro, e la fotografia doveva essere stata scattata verso il 15 ottobre». (da.be.)

PER SAPERNE DI PIU”

Bambini del ’44, la storia dei fratelli Naldi finisce anche sul New York Times. Il racconto inedito del medicinese Andrea Brini
Cronaca 5 Settembre 2020

«Monte Battaglia luogo di storia e di pace 1944-2020», domani la commemorazione con l’intervento del senatore Manca

Tradizionale commemorazione a Monte Battaglia, che quest’anno prende il nome di «Monte Battaglia luogo di storia e di pace 1944-2020» in programma domani, domenica 6 settembre, a partire dalle ore 9.30, con la posa delle corone di alloro ai cippi del Ponte del Cantone, Sant’Apollinare, San Ruffillo con la presenza di amministratori dei Comuni di Cotignola e Casola Valsenio.

Dalle 10.30, a Monte Battaglia, concerto del corpo bandistico Venturi di Casola Valsenio e, alle 11, cerimonia di commemorazione con saluto del sindaco di Casola Valsenio e dell’amministrazione comunale di Fontanelice e intervento del senatore Daniele Manca. Quest’anno, in base alle regole di contenimento del contagio da Coronavirus, il tradizionale stand gastronomico a cura dell’Anpi non potrà essere allestito. (r.cr.)

«Monte Battaglia luogo di storia e di pace 1944-2020», domani la commemorazione con l’intervento del senatore Manca
Cultura e Spettacoli 28 Luglio 2020

Posizionata (coperta) la statua del Generale Anders che liberò Imola. Presentazione a ottobre

Il Giardino Wladyslaw Anders di via della Resistenza si arrichisce della statua del generale che gli ha dato il nome.
Venerdì 17 luglio, l’associazione Eredità e memoria, che sta lavorando alla realizzazione di un memoriale dedicato al II° Corpo d’armata polacco che ha liberato Imola il 14 aprile del 1945, ha deciso di “dare un segnale” del proseguimento dei lavori di riqualificazione dell’area nonostante il clima di incertezza generato dal lockdown, che ha costretto a posticipare l’inaugurazione prevista in occasione delle celebrazioni per l’anniversario della Liberazione.

«La scultura, opera dell’insigne Maestro Enzo Luigi Mattei come le altre già presenti nel Giardino, resterà velata fino alla cerimonia ufficiale di insediamento e presentazione alla cittadinanza – spiega Gabriele Ravanelli, presidente dell’associazione –, che avverrà nei primi quindici giorni del prossimo mese di ottobre».
Successivamente, la statua potrebbe essere nuovamente coperta fino al completamento dei lavori di riqualificazione dell’area e all’inaugurazione ufficiale (r.cr.)

Posizionata (coperta) la statua del Generale Anders che liberò Imola. Presentazione a ottobre
Cronaca 8 Gennaio 2020

Studenti dell'Innocenzo da Imola in Bielorussia sui luoghi della Seconda guerra mondiale

Capita che, nel centenario della nascita di Primo Levi, Arena Ricchi, presidente dell’associazione imolese Insieme per un futuro migliore (che da 1997 si occupa dell’accoglienza di minori bielorussi in viaggi di risanamento, di aiuto e sostegno alle popolazioni colpite dal disastro di Chernobyl) e presidente nazionale Avib, si imbatta nell’articolo di un giornale bielorusso nel quale si racconta della permanenza del chimico italiano nella cittadina di Staryje Doroghi, dopo la liberazione dal campo di concentramento.
E’ nato così, grazie all’interesse e al pieno coinvolgimento della scuola secondaria di primo grado a indirizzo musicale “Innocenzo da Imola”, un bando per studenti delle classie seconde e terze, per rendere omaggio alla figura del partigiano torinese e anche a quella di tutti gli internati italiani (ebrei, civili e militari), protagonisti spesso anonimi della Seconda Guerra Mondiale. Nella realizzazione del progetto sono state coinvolte l’Ambasciata italiana a Minsk e l’Ambasciata bielorussa a Roma.

Gli studenti che hanno aderito (22 in totale: 9 della II A; 6 della III A; 1 della II B e 6 della III B) hanno dovuto presentare un elaborato a scelta tra poesia, racconto breve, pagina di diario e lettera, rispettando tre temi: il valore della memoria, il sistema concentrazionario dei lager nazisti, il tema della memoria e il dovere di non dimenticare.
Ha vinto il concorso Aqeel Muhammad con la poesia “Auschwitz nascosta”; seconda piazza per Viola Baldisserri con una poesia sul tema della memoria e il dovere di non dimenticare; terza classificata Lucrezia Gandolfi Colleoni con la poesia “Questo è un posto”; quarta Laura Papageorgiou con una lettera e quinto posto per Fatima Ennissioui con una poesia.
I vincitori del bando parteciperanno il prossimo mese di marzo a un viaggio formativo che li porterà a visitare i luoghi calcati dagli Italiani durante la Seconda Guerra Mondiale; oltre a Staryje Doroghi si visiteranno i 13 km di trincea nella località di Korma, dove i ragazzi avranno modo di conoscere anche i luoghi dai quali provengono i ragazzi ospitati dall’associazione imolese. (r.cr.)

Studenti dell'Innocenzo da Imola in Bielorussia sui luoghi della Seconda guerra mondiale
Cronaca 6 Maggio 2019

La storia di Annunziata Verità, la staffetta partigiana che nel 1944 sopravvisse alla fucilazione

Annunziata Verità nasce il 2 febbraio 1926 quando il fascismo è già saldamente al potere. In famiglia sono in otto: il padre (l’unico in grado di lavorare), madre, un figlio maschio e cinque femmine. La famiglia vive in profonda miseria e spesso frequenta la mensa dei poveri. «In estate – racconta Annunziata – cenavamo con pane e cocomero». Dalla città, Faenza, si trasferiscono a Reda, in campagna, ove il padre lavora (saltuariamente però) come bracciante agricolo.

Nunziatina frequenta la scuola fino alla terza elementare, poi smette, perché allora, a chi abitava in campagna, il Regno d’Italia non concedeva altro, perché si riteneva che l’istruzione non servisse a chi avrebbe lavorato la terra. Così, per aiutare la famiglia, tutti i figli dai 10 anni in su vanno a lavorare. Nunziatina va a servizio nelle case dei benestanti; poi, a 14 anni, va all’Omsa a cucire le calze (ricordate la pubblicità? Calze Omsa, che gambe!). Però ci resta poco perché rifiuta di lavorare 12 ore per una paga da fame. «Ero una ragazza ribelle già allora – ammette -; forse avevo preso dal babbo che aveva idee mazziniane e socialiste e discendeva da don Giovanni Verità: il fratello del nonno di mio babbo era il celebre prete di Modigliana».

Nel 1940 l’Italia entra in guerra. Nunziatina ha appena 14 anni, ma è vivace ed istintiva. Incontra in città un giovane su una carrozzina a rotelle, paralizzato dal busto in giù: è Achille Pantoli, anche lui un ribelle, un comunista, ridotto in quel modo dai fascisti che lo hanno massacrato di botte. Nunziatina ne è fortemente colpita a livello emotivo e quell’incontro la trasformerà in una coerente antifascista per tutta la vita. Nell’autunno del 1943, passeggiando in centro, incontra Silvio Corbari e Marx Emiliani che cercano di reclutare giovani perché stanno costituendo la prima banda partigiana faentina, La Scansi, senza attendere le direttive del Cln che tardavano a venire. Marx Emiliani – «nomen omen» si può ben dire in questo caso – è un giovane comunista che dopo l’8 settembre ha disertato in Jugoslavia, dove era soldato, e, tornato a Faenza, si è messo a raccogliere armi ed ora con una piccola banda di ardimentosi, servendosi di un camion sottratto ai tedeschi, di notte dà l’assalto alle caserme fasciste dei paesini della Romagna.

Nunziata svolge attività di supporto al gruppo. Marx (nome di battaglia abbreviato in «Max») è audace, ribelle e idealista. I due ragazzi si innamorano, ma la loro relazione dura ben poco. Il 4 novembre 1943, dopo l’ennesimo colpo notturno (questa volta contro la caserma dei carabinieri di Medicina), dopo alterne vicende la banda viene catturata. Max è gravemente ferito e verrà fucilato il 30 dicembre 1943 assieme al compagno Amerigo Donattini, a Bologna, nel poligono di Santa Viola. Annunziata entra organicamente nella Resistenza col ruolo di staffetta e mantiene i contatti con Silvio Corbari e la 28ª Gap; deve però usare molta prudenza perché, essendo noto ai fascisti il suo legame con Max, la Brigata Nera ne segue le mosse. «La fucilazione di Emiliani e Donattini – scrive Claudio Visani – porta allo sciogli-mento del gruppo cosiddetto del “camion fantasma”. Silvio Corbari decide allora di continuare in proprio la lotta nell’Appennino faentino e forlivese. Costituisce e comanda una unità partigiana indipendente composta da una cinquantina di uomini, nota come “Banda Corbari” con la quale per mesi si rende protagonista di azioni clamorose che hanno una vasta eco fra la popolazione, come l’assalto al presidio militare fascista di Tredozio e l’occupazione di quel paese per una decina di giorni».

Ma il 18 agosto 1944, complice una spiata, Corbari ed i suoi vengono localizzati e circondati dalle truppe nazifasciste a Ca’ Cornio, nei monti sopra Modigliana e Tredozio. Nella sparatoria Silvio rimane ferito e viene catturato assieme ad Adriano Casadei e Arturo Spazzoli. La sua compagna, Ines Versari, pure lei ferita ad una gamba, dopo aver ucciso un soldato tedesco che è riuscito ad entrare nella casa e sta per sparare al suo uomo, si suicida per non essere presa. Corbari e Casadei vengono portati a Castrocaro dove, verso le 13, sono impiccati sotto il portico della piazza del paese; Corbari viene appeso al cappio già morente. Arturo Spazzoli, già gravemente ferito, viene ucciso durante il trasporto dai fascisti che non sopportano i suoi lamenti. I quattro cadaveri vengono portati a Forlì, impiccati ai lampioni di piazza Saffi e lasciati a penzolare per alcuni giorni come tremendo monito alla popolazione.

Nella primavera del 1944 iniziano i bombardamenti su Faenza e Annunziata, con tutta la famiglia, si trasferisce in campagna nella località detta «Le Balze», fra Marzeno e Modigliana, trovando alloggio in una vecchia caserma dismessa. La famiglia Verità si sistema al pian terreno, mentre il primo piano è occupato dalla famiglia di un feroce repubblichino appartenente ad una spietata squadra di Camicie Nere comandate dal capo della Gnr faentina, il sanguinario Raffaele Raffaeli. Nel lugubre panorama della ferocia e delle stragi commesse in Emilia Romagna dalle Brigate Nere, Faenza è certamente uno dei luoghi dove la repressione fascista ha raggiunto il massimo dell’abominio e della crudeltà.

Contrariato dal comportamento della magistratura, che spesso mandava assolti gli antifascisti da lui catturati, Raffaeli (che con il terrore che esercitava godeva di un potere incontrastato) decide di farsi un «suo tribunale» in una villa requisita a Castel Raniero, dove tortura, condanna e massacra gli antifascisti che riesce a catturare. I Gap faentini decidono, per rappresaglia, di ucciderne il padre, Natale Raffaeli, anch’egli feroce gerarca e capo dei fascisti di Marzeno, essendo egli, per le sue abitudini regolari, un bersaglio più facile da colpire. L’agguato avviene sulla strada Faenza-Modigliana, nelle prime ore del mattino dell’11 agosto 1944. Ma per circostanze fortuite all’appuntamento con la morte non si presenta, su una motocicletta, il bersaglio atteso, ma il coinquilino di Annunziata, il «camerata» Domenico Sartoni. Dopo un attimo di incertezza i gappisti lo giustiziano al posto di Raffaeli essendo comunque anch’egli un noto torturatore.

E questa imprevista circostanza causa una svolta drammatica alla vita di Annunziata. Le camicie nere, furenti, attuano immediatamente un massiccio rastrellamento, catturando una quarantina di civili abitanti nelle case vicine. Fra di essi Annunziata, catturata mentre andava a fare la spesa, che essendo nota come collaboratrice dei partigiani ed abitando nella stessa casa di Sartoni, era la più indiziata come basista dell’attentato. I prigionieri vengono portati nel covo delle camicie nere a Villa San Prospero, picchiati ed interrogati. Una disperata mediazione del vescovo di Faenza, monsignor Battaglia, ottiene solo di limitare a cinque il numero dei condannati a morte: quattro contadini del posto, del tutto estranei all’attentato, e Annunziata Verità. «Ci legarono a uno a uno i polsi – racconta Annunziata:-, poi ci legarono tutti e cinque assieme, ci misero allineati di schiena, le braccia sollevate appoggiate al muro di cinta del cimitero di Rivalta e la fronte a premere contro le mani intrecciate. Rimasi ammutolita, incapace anche di piangere; altri non ce la fecero: piangevano, urlavano, chiamavano i loro cari».

Poi, il comandante del plotone di esecuzione, Raffaele Raffaeli, fece allineare le vittime di fronte al muro del cimitero. La prima a destra era Annunziata, dietro di lei il suo carnefice Francesco Schiumarini, un avanzo di galera affermatosi con il fascismo. Il plotone sparò e le cinque vittime caddero l’una sull’altra in un lago di sangue. Poi Raffaeli diede a ciascuna di esse il colpo di grazia alla testa con la pistola. Ma Annunziata viene solo sfiorata alla tempia: è ferita, ma miracolosamente viva. Al processo il suo carnefice, Schiumarini, per alleviare la sua posizione, dirà di averla voluta risparmiare, ma era una bugia. Invece, molto probabilmente Schiumarini, come gli altri del plotone, aveva sparato, come in uso, ad altezza d’uomo ed Annunziata, essendo molto piccola, era stata colpita non nel tronco ma nelle braccia tenute alte sopra la testa, entrambe trapassate dai proiettili.

«Per molti minuti – racconta ancora Annunziata – rimasi immobile sotto quei cadaveri, inondata dal loro sangue e semi svenuta. Sentii i fascisti andare via, poi un lungo silenzio. Più tardi arrivarono delle persone, aprii gli occhi e ad una di esse sussurrai Aiutami, ti prego. Fece un salto indietro e con un urlo scappò via». Nonostante il dolore delle ferite Annunziata si alzò, attraversò il fiume Marzeno e si nascose in un campo di granoturco; dopo una breve sosta per calmarsi, capire cosa le era successo e pensare cosa fare, si rimise in cammino e giunse sulle colline che sovrastano Santa Lucia, dove una donna le medicò le ferite. (be.be.)

Il servizio completo e altri approfondimenti sono disponibili su «sabato sera» del 2 maggio. La storia di Annunziata Verità è stata raccolta e trasformata nel libro “La ragazza ribelle” (Carta Bianca Editore) dal giornalista bolognese Claudio Visani. Il servizio riprende e racconta la vicenda e il libro. 

Nelle foto: Annunziata Verità da giovane e oggi, accanto alle lapidi dei fucilati nel cimitero di Rivalta

La storia di Annunziata Verità, la staffetta partigiana che nel 1944 sopravvisse alla fucilazione
Cronaca 3 Marzo 2019

Castel San Pietro, consegnata in consiglio comunale al fratello Marino la piastrina di Enrico Cattani, caduto sul Don

Emozioni e commozione in apertura della seduta del Consiglio comunale di martedì 19 febbraio, con la cerimonia di consegna ai familiari della piastrina di riconoscimento dell’artigliere alpino Enrico Cattani, caduto nella seconda guerra mondiale durante la campagna di Russia. Un gesto simbolico con il quale l’Amministrazione comunale di Castel San Pietro ha voluto rendere omaggio a questo concittadino caduto in guerra, rievocarne la memoria storica e ricordarlo insieme alla sua famiglia.

Il sindaco Fausto Tinti ha innanzitutto riepilogato la vicenda. Enrico Cattani, arruolato nel 3° Reggimento artiglieria alpina, 36ª Batteria Gruppo val Piave, Divisione Julia, partì giovanissimo per la Russia e si pensa sia caduto il 20 gennaio 1943. La sua piastrina, rinvenuta a Voronez, nel bacino del Don, era venuta in possesso dell’associazione “Armir il ritorno dall’oblio” di Bari, che aveva incaricato della consegna Mauro Caselli, presidente dell’associazione di promozione sociale “I sempar in baraca” di Crevalcore. Il presidente Caselli si era quindi messo in contatto con il sindaco Tinti, che a sua volta aveva coinvolto gli uffici demografici comunali per la ricerca dei familiari e per l’organizzazione della consegna.

Il sindaco ha poi ringraziato per l’impegno profuso il presidente Caselli e per la partecipazione alla cerimonia anche gli altri rappresentati dell’associazione di Crevalcore e la delegazione del Gruppo alpini di Castel San Pietro Terme, guidata dal capogruppo Leonardo Bondi. Fra gli applausi della Giunta, del Consiglio comunale e degli ospiti presenti, il presidente Caselli e il sindaco Tinti hanno quindi consegnato la piastrina, incorniciata insieme a una foto in divisa del giovane Enrico, all’unico ancora vivente dei suoi cinque fratelli, Marino Cattani, che era accompagnato dai figli Sandra e Giuseppe.

La famiglia Cattani è una famiglia storica di Castel San Pietro Terme. Oltre a Marino (che si era trasferito a Dozza nel 2008), gli uffici demografici del Comune erano riusciti a rintracciare anche un altro familiare di Enrico, Roveno Ronchi, figlio della sorella Albertina, deceduta nel 2006. Questo nipote, che risiede a Castel San Pietro Terme con la moglie Paola Menetti, non ha però potuto essere presente alla cerimonia. (r.cr.)

Castel San Pietro, consegnata in consiglio comunale al fratello Marino la piastrina di Enrico Cattani, caduto sul Don

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