Cultura e Spettacoli

Cultura e Spettacoli 31 Gennaio 2019

Sabato Tiziano Manzini porta in scena Nikola Tesla al teatro Cassero di Castello

La scienza per tutti va in scena al teatro comunale Cassero di Castel San Pietro sabato 2 febbraio (alle ore 21). Per la stagione di prosa della Bottega del Buonumore, che gestisce il teatro castellano, fa tappa sul Sillaro lo spettacolo-omaggio a Nikola Tesla E luce sia… per tutti, una produzione della compagnia bergamasca Teatro Pandemonium di e con l’attore Tiziano Manzini. Niente paura se non si ricorda esattamente per cosa è famoso l’inventore serbo vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento: sono infatti oltre duecento i brevetti ottenuti da quello che è considerato, per il suo importante apporto in diversi settori delle scienze applicate, «l’uomo che inventò il ventesimo secolo».

Ma perché portare la scienza a teatro? «L’anno scorso ricorreva il settantacinquesimo anniversario della morte del grande scienziato – spiega l’attore ed autore dello spettacolo Tiziano Manzini -. Per molteplici motivi Tesla è il padre di molte delle tecnologie moderne che oggi utilizziamo quotidianamente, come l’elettricità. Anche il cellulare che permette questa intervista è frutto degli studi di Tesla – scherza, ma non troppo -. Ma lo spettacolo racconta soprattutto il Tesla uomo e sognatore, capace di immaginare un futuro diverso e realizzarlo. Nella mia carriera teatrale, che dura ormai da oltre 35 anni, mi sono spesso confrontato con la rappresentazione di personaggi che per un motivo o per un altro mi hanno appassionato: ad esempio Giovanni XXIII o San Cristoforo. Anche Tesla mi ha colpito, soprattutto per la sua capacità visionaria di invenzione. Per questo ho voluto mettere in scena uno spettacolo a lui dedicato, perché Tesla è stato un genio in miseria, capace di grandi idee ed intuizioni tali da cambiare la nostra vita ma incapace di sfruttarne il potenziale economico. Un genio puro, votato solo all’invenzione e alla sua utilità per il miglioramento delle condizioni dell’umanità». (mi.mo.)

«E luce sia… per tutti» va in scena al teatro comunale Cassero sabato 2 febbraio alle 21. Biglietti: 10 euro intero, 8 ridotto (minori di 25 anni, adulti sopra i 65 anni, diversamente abili e soci di aziende, circoli ed associazioni secondo l’elenco esposto alla biglietteria del teatro).

L”articolo completo è sul «sabato sera» in edicola da giovedì 31 gennaio

Nella foto (di Gianfranco Rota) Tiziano Manzini

Sabato Tiziano Manzini porta in scena Nikola Tesla al teatro Cassero di Castello
Cultura e Spettacoli 30 Gennaio 2019

CooperAttivaMente presenta il libro di Tiziano Terzani “In America. Cronache da un mondo in rivolta'

«In America. Cronache da un mondo in rivolta». Il titolo potrebbe essere quello di un instant book, e forse lo è il libro di Tiziano Terzani pubblicato per Longanesi. Anche cinquant”anni dopo la stesura gli articoli che lo compongono, raccolti con lo solita attenzione dal romagnolo di Monte Catone Àlen Loreti, che ce ne parla prima della presentazione delle 20.45 di giovedì 31 gennaio nella sala Cidra di via Fratelli Bandiera 23.

Si tratta di articoli scritti per la rivista «L”Astrolabio» diretta da Ferruccio Parri, che segnano l”ingresso nella professione di Tiziano Terzani. Reduce dall”esperienza quale reclutatore di personale per la Olivetti, premiato con una borsa di studio della Columbia University che dal 1967 al 1969 gli consente di trasferirsi con la moglie Angela negli Stati Uniti. La possibilità di studiare, viaggiare e formarsi (imparerà anche le prime nozioni di cinese) non bastano al grande fiorentino che si offre anche di scrivere settimanalmente reportage per la rivista della sinistra italiana diretta da Parri. E” l”inizio di una avventura professionale a cui non si può che guardare con ammirazione, scoprendo la freschezza dei suoi racconti e, appunto, la loro terribile attualità.

Àlen Loreti di Terzani ha una conoscenza profonda (basti dire che ha curato il Meridiano Mondadori con tutte le opere) ci guida alla scoperta di un altro filone dorato del lavoro di Terzani.

Àlen, la fortuna di essere in America aiuta l’audace Terzani che ci racconta quel mondo in rivolta, come spiega il titolo del libro. Perché queste cronache per «L’Astrolabio» sono importanti anche cinquant”anni dopo?
«Insieme alla moglie Angela Staude, autrice della prefazione, abbiamo scelto di mostrare i primi passi della sua vocazione giornalistica. Gran parte dei 50 articoli sono scritti da un Tiziano autodidatta non ancora giornalista. Virtualmente era ancora un manager dell’Olivetti, ma è grazie alla borsa di studio che lo porta a New York che decide di diventare giornalista e mollare la carriera aziendale. Le cronache sono il battesimo della sua carriera di reporter e rivelano i temi che lo motiveranno per tutta la vita: la passione per la politica internazionale, i destini dei popoli, i conflitti e i mutamenti del mondo».

La figura di Terzani giornalista, di rilevanza assoluta e mondiale, passa (purtroppo) in secondo piano rispetto ai suoi ultimi lavori che ne hanno fatto prevalere una immagine da «santone». Personalmente apprezzo la scelta della foto di copertina del libro che ci riconsegna un uomo che studia, visita, si interroga e pensa. Sono esagerato in queste considerazioni?
«Il proposito – annuisce Loreti – è lo stesso di cinque anni fa, quando pubblicammo i suoi diari “Un’idea di destino”, cioè restituire a Terzani un profilo umano e letterario smontando le etichette che gli sono state attribuite. Sulla pietra tombale che lo ricorda c’è una sola parola che scelse per definire se stesso: “viaggiatore”. Stiamo parlando di uomo che parlava cinque lingue, laureato in Giurisprudenza col massimo dei voti, che visse oltre quarant’anni “a giro per il mondo” e nonostante le migliaia di avventure non si convertì mai a nulla. Fino all’ultimo amava ripetere “sono un fiorentino che ha fatto tante esperienze”. Era figlio di un meccanico e di una sarta, una bella lezione di umiltà, un uomo coi piedi per terra… e li ha utilizzati per viaggiare». (pa.be.)

L”intervista completa è su «sabato sera» in edicola dal 31 gennaio

Nella foto Alen Loreti

CooperAttivaMente presenta il libro di Tiziano Terzani “In America. Cronache da un mondo in rivolta'
Cultura e Spettacoli 30 Gennaio 2019

«Cita a ciegas» e Gioele Dix da stasera sul palco dello Stignani

Arriva stasera, mercoledì 30 gennaio, al Teatro Stignani di Imola Cita a ciegas (Confidenze fatali), lo spettacolo in scena fino al 3 febbraio e prodotto dal Teatro Franco Parenti e dalla Fondazione Teatro della Toscana. La pièce è un testo dello scrittore e drammaturgo argentino Mario Diament tradotto, adattato e diretto da Andrée Ruth Shammah, che vede protagonisti Gioele Dix, Laura Marinoni, Elia Schilton e Sara Bertelà e Roberta Lanave.

La storia di Cita a ciegas (letteralmente «appuntamento al buio») inizia con un uomo cieco seduto su una panchina di un parco a Buenos Aires: è un famoso scrittore e filosofo – ispirato all’autore argentino Jorge Luis Borges – che era solito godersi l’aria mattutina. Quella mattina, la sua meditazione è interrotta da un uomo e, da qui, ha inizio una serie d’incontri e di dialoghi, che svelano legami tra i personaggi sempre più inquietanti, misteriosi e a tratti inaspettatamente divertenti.

«Nel buio della sala, il pubblico assiste agli incroci dei destini immerso nella bellezza delle parole e dei costumi – si legge nel comunicato stampa dello spettacolo -. Inebriati dalla recitazione sontuosa e dal susseguirsi degli eventi, gli spettatori sono trascinati in una danza vorticosa nella vita, che lascia senza fiato. Uno spettacolo che va dritto al cuore di chi ama un teatro in grado di stupire ed emozionare. Gioele Dix è lo Scrittore, gli occhi fissi del cieco e la capacità di scrutare e leggere dentro personaggi che entrano ed escono come guidati da un imperativo interiore. Laura Marinoni è la Donna: l’attrice infonde nel suo personaggio tanta forza e non solo rimpianti. Elia Schilton interpreta con rara finezza interpretativa il personaggio più sudamericano di tutti, il Bancario. Sara Bertelà, la Psicologa e Roberta Lanave, la Ragazza, completano un cast perfettamente congegnato dalla regia affilata, profonda e devota al testo di Andrée Ruth Shammah».

Biglietto da 30 a 15 euro, ridotto da 25 a 12, fino a 20 anni 11 euro. Info: 0542/602600 o visitare il sito del Teatro Stignani. (re.cul.)

Nella foto: Gioele Dix in una scena dello spettacolo

«Cita a ciegas» e Gioele Dix da stasera sul palco dello Stignani
Cultura e Spettacoli 27 Gennaio 2019

Le curiosità del dialetto castellano nel vocabolarietto realizzato da Marisa Marocchi e Giorgio Biondi

La «manga ala raglà», «i côsp» e «la bandiga». Forse solo i più anziani oggi sanno che si tratta di termini ben precisi dei mestieri di sarto, calzolaio e muratore. Si tratta di alcuni degli oltre 400 termini in dialetto castellano raccolti e tradotti da Marisa Marocchi e Giorgio Biondi nel «Vocabolariàtt Castlàn-Itagliàn», arricchiti di spiegazioni sulle origini culturali e lessicali e presentato dall’Associazione Terra Storia Memoria in occasione della Giornata nazionale dei dialetti domenica 20 gennaio, in collaborazione con AuserArt, il centro sociale Scardovi e Pro Loco castellana.

Il prosieguo del lavoro avviato dallo stesso Biondi una decina di anni fa con il primo volume «Al Dialàtt Castlàn», che presentava la grammatica e diversi termini del dialetto castellano. «Era presente anche una piccola parte riservata ai mestieri, che ho pensato si potesse ampliare» spiega Marocchi. Da questo spunto è nato un primo vocabolario dedicato al mondo contadino, seguito ora da quello dei mestieri di sarto (sèrta e sèrt), muratore (muradaur) e calzolaio (calzuler), che è pure correlato di dvd per facilitare comprensione e pronuncia. Le professioni sono state scelte sulla base della disponibilità delle informazioni: non sono stati consultati, infatti, documenti o fonti cartacee, ma si è affidato l’intero processo di traduzione alle conoscenze linguistiche tramandate e consolidate di generazione in generazione.

Marocchi ha approfittato della sua esperienza nell’ambito dell’edilizia, maturata in trentasei anni di lavoro presso la Cooperativa edile di Castel San Pietro e poi nella Cesi, poi ci sono parole oggi andate in disuso, perché sono cambiati i tempi, le necessità, i modi di progettare e di costruire. «Ad esempio, nella costruzione c’erano la salghè e la stablidûra. Nell’abbigliamento del mastro muratore occorrevano la bustéina e al grinbèl. Po’ ui ìra al sbianchizén, al geòmetro e a la fén: la bandîga». L’esperienza personale si è rivelata utile anche per quanto riguarda l’ambito della sartoria: «Essendo figlia di una sarta conoscevo molti dei termini, ma ciononostante mi sono affidata alla consulenza di una signora del mestiere che mi ha aiutato con le voci più specifiche». Con tanto di curiosità, ad esempio, la «manga ala raglà» in sartoria indica una manica scesa e larga, comoda da infilare, che prende il nome dal generale inglese Raglan, eroe di Waterloo privo di un braccio. Altrettanto peculiari sono i «trasferimenti» dalla lingua francese nei termini dialettali della sartoria.

La sinergia con gli esperti del mestiere è continuata nella sezione dedicata ai calzolai. Nerino Boninsegna le ha ricordato, tra i tanti termini, lo «sparadèl», ovvero il guardolo, la striscia di gomma o cuoio cucita o incollata per unire bene suola e tomaia ovvero la scarpa stessa, da cui nasce il detto spesso citato quando si vuole indicare che una persona ha commesso un errore plateale: «L’è andéda fuori dallo sparadèl». Ma ci sono anche parole e termini che indicano oggetti oramai andati in disuso per il variare delle lavorazioni o delle migliorate condizioni di vita, come i côsp, sorta di zoccoli di legno usati come scarpe da chi aveva poco denaro.

I vocabolarietti hanno un obiettivo molto chiaro: liberare il dialetto dall’aura di volgarità che gli è stata attribuita con il passare degli anni. «Da sempre, è una lingua parlata dagli strati più poveri della popolazione, e indicativo di ciò è la totale assenza di termini dialettali relativi alle scienze o alla letteratura – spiega Marocchi – ma ciò non significa che si possa sminuirne lo status di lingua vera e propria, che peraltro era riconosciuta al Bolognese dallo stesso Dante Alighieri. Sarebbe bene mantenerla per quelli che sono i rapporti interpersonali, perché è in quell’ambito che sviluppa il massimo della espressività» continua. (ri.ra.)

L”articolo è su «sabato sera» del 24 gennaio

Nella foto Marisa Marocchi durante il recital per la presentazione del vocabolarietto al Centro Scardovi

Le curiosità del dialetto castellano nel vocabolarietto realizzato da Marisa Marocchi e Giorgio Biondi
Cultura e Spettacoli 26 Gennaio 2019

La riscoperta del barocco con il Collegium Pro Musica e Hans-Jorg Schellenberger

«Europa Barocca» è un concerto incentrato sui più grandi compositori barocchi, quali Fasch, Telemann, Rameau, Vivialdi e Janitsch, che si terrà sabato 26 gennaio alle 21 al teatro Stignani di Imola nell’ambito della rassegna Erf#StignaniMusica. Protagonisti saranno l’acclamato oboista tedesco Hans-Jörg Schellenberger e l’ensemble di fama internazionale Collegium Pro Musica, composto da Stefano Bagliano al flauto, Federico Guglielmo al violino, Alberto Pisani al violoncello e Massimiliano Faraci al clavicembalo.Il Barocco, solo di recente riscoperto nelle musiche dei suoi migliori autori, è capace di evocare, nel semplice tocco caratteristico del clavicembalo o nel suono dell’oboe, quelle atmosfere fastose e cariche che hanno caratterizzato l’Europa tra XVII e XVIII secolo.

In queste atmosfere è immerso il Collegium Pro Musica, ensemble tra i più significativi nell’interpretazione del repertorio barocco, che si esibirà insieme con il grande Hans-Jörg Schellenberger all’oboe, già diretto più volte da Karajan e da altri mostri sacri come Claudio Abbado, Carlo Maria Giulini e Riccardo Muti. «Europa Barocca» richiamerà «gli stili più puri del barocco – si legge nel comunicato stampa dell’evento -, con brani dell’eterno Vivaldi ma anche del quasi dimenticato Rameau, il clavicembalista che decise di essere autodidatta, e che solo di recente, nel ritrovato amore per questo genere di musica antica, sta venendo inserito nei repertori. Completano il programma brani dal sapore più germanico di autori come Fasch, Janitsch e Telemann, uno de più grandi musicisti tedeschi». Il programma prevede infatti il Quartetto in si bemolle maggiore per flauto, oboe, violino e basso continuo di Johann Friedrich Fasch, il Terzo Concerto, da «Pieces de clavecin en concerts», di Jean-Philippe Rameau, il Quartetto in sol maggiore per flauto, oboe, violino e basso continuo di Georg Philipp Telemann, il Quartetto in fa maggiore per flauto, oboe, violino e basso continuo di Johann Gottlieb Janitsch, e due brani di Antonio Vivaldi (Concerto in sol min. RV 105 per flauto, oboe, violino, violoncello e basso continuo, e Concerto in sol minore RV 107 per flauto, oboe, violino, violoncello e basso continuo).

Hans-Jörg Schellenberger è entrato nel 1971 nell’Orchestra sinfonica della Radio di Colonia come oboe solista sostituto, divenendone titolare dal 1975. Nel 1977 suonò regolarmente con l’Orchestra Filarmonica di Berlino sotto la direzione di Herbert von Karajan, e tre anni dopo venne nominato oboe solista. Da quel momento è considerato come uno dei migliori interpreti mondiali dello strumento. È stato membro dei Bläser der Berliner Philharmoniker, dell’ensemble Wien-Berlin nonché fondatore e leader dell’insieme Haydn di Berlino. Si è esibito in duo con il pianista Rudolf Koenen, col flautista Wolfgang Schulz e con l’arpista Margit-Anna Süß. Solista molto apprezzato, ha suonato con varie orchestre sotto la guida di direttori di fama internazionale e ha svolto un’intensa attività concertistica con i Berliner Kammermusik-Ensemble, l’Ensemble Wien-Berlin, i Berliner Solisten, i Bläser der Berliner Philharmoniker, i Berliner Kammersolisten, i Berliner Philharmonisches Orchester diretti da Claudio Abbado, e con l’Ensemble Wien, Maurizio Pollini e il Quartetto Accardo. Fondato nel 1990 dal flautista Stefano Bagliano, l’ensemble e orchestra barocca Collegium Pro Musica è una formazione a organico variabile specializzata nel repertorio barocco. Tra i gruppi italiani più significativi, ha all’attivo oltre venti registrazioni discografiche per etichette italiane e straniere e concerti in tutta Europa, Stati Uniti, Canada, Giappone, Cina, Israele e Turchia, in sale e per enti di assoluto prestigio come Carnegie Hall di New York, Ishibashi Memorial Hall di Tokio e Conservatorio Centrale di Pechino.

Biglietto da 20 a 12 euro, ridotto da 17 a 10, biglietto a 1 euro per gli studenti imolesi di ogni ordine e grado e per gli allievi della Scuola di Musica Vassura Baroncini. Info: 0542/25747.

Nella foto alcuni musicisti dell’ensemble Collegium Pro Musica con, nel riquadro, Hans-Jorg Schellenberger

La riscoperta del barocco con il Collegium Pro Musica e Hans-Jorg Schellenberger
Cultura e Spettacoli 26 Gennaio 2019

Misteri, paure e amore nel romanzo di Gabriella Pirazzini ambientato all'isola d'Elba

«L’isola non ha sapore. Odore, questo sì. Odore del vento che trapassa eucalipti e agavi, facendo ondeggiare fin nelle chiome le palme. E poi le bandiere. Degli hotel, dei residence, delle case. Bianco blu e verde i colori, e il mare su cui si riflette il grigio delle nubi, a strisce variegate, un po’ bianche dove il sole vorrebbe buttarsi fuori. E poi il rumore. Rumore delle onde, banale, ma c’è. Forte. Onde piccole sulla sabbia, onde larghe al largo, increspature ricorrenti e continue sospinte dal vento che si acuisce, e fa venire la pelle d’oca sulle gambe nude. Rumore del mare che fracassa la riva. E poi rumore del caterpillar intento al ripascimento del litorale, per ricolmare la mareggiata di due giorni fa. Due giorni fa io non ero qui». Ti fa tuffare immediatamente dentro alla storia, con uno sguardo che disegna velocemente e profondamente il panorama per poi convergere sul protagonista, l’inizio del nuovo romanzo di Gabriella Pirazzini, La misura (Giraldi editore). Nuovo e primo, in quanto la nota giornalista imolese – che per anni ha guidato Con i piedi per terra su Telesanterno e ora segue Con i frutti della terra che è una produzione Tam Tam Videopro in onda su Trc – finora si era dedicata con successo ai racconti ma non aveva mai dato alle stampe un romanzo.

Lo fa con questa storia profonda e delicata, dove le parole coinvolgono portando con loro sentimenti, introspezioni, dubbi e aneliti di speranza, e poi si fermano, concentrando l’attenzione su un momento, uno sprazzo di luce o un abisso più fondo, disegnando la vita. È la storia di una vacanza che, improvvisamente, evidenzia disagi e malesseri, apre prospettive, crea possibilità. È il racconto di una relazione, che si modifica e cresce, si arrotola su se stessa, sembra ripartire, ma chissà… È uno sguardo sull’interiorità degli uomini e delle donne, sulle loro paure, sulle loro speranze, sul destino a cui non si può sfuggire. Forse. Ed è anche un mistero da scoprire, un intrigo da svelare, un segreto che spunta e colpisce. Un libro che si legge chiedendosi con curiosità come andrà a finire, e che al contempo invita a riflettere, a interrogarsi su dubbi e insoddisfazioni su cui nella vita, prima o poi, si inciampa. E, a proposito di come finirà, bisogna prestare attenzione agli ultimi capitoli perché le possibilità, nella carta stampata come nella realtà, sono sempre numerose, e Gabriella Pirazzini trova un modo intelligente e curioso per mostrarlo.

«È nato come un finto romanzo – racconta quando la incontriamo, davanti ad un caffè -: le prime dieci righe sono nate all’isola d’Elba, dove ero andata a trovare un’amica. Le ho scritte d’impulso, di getto, con emozione. Poi, con il tempo, ci sono tornata sopra e ho immaginato una storia, quella di un francese attratto dall’isola d’Elba, che poi diventa il protagonista del romanzo. Avevo anche pensato di scrivere la storia di Etienne alternata a quella di un altro francese, che all’Elba c’è stato in esilio, Napoleone, immaginando i suoi giorni sull’isola».

Di Napoleone però non c’è traccia.

«No, perché scrivendo ho preso un’altra strada. Ho sviluppato molto Etienne, che è diventato il protagonista, ma ho dato vita anche ad altri personaggi, come la moglie di Etienne, e un’altra donna (di cui non sveliamo troppo, Ndr) che all’inizio era marginale ma è diventata via via centrale. Sono stati importanti anche i consigli che mi hanno dato Marilù Oliva, che avevo conosciuto anni fa e che ha scritto la prefazione al romanzo, e la mia editor Silvia Fraccaro che ha vissuto la storia insieme a me. È stato un lavoro lungo e attento».

Il romanzo mette lo sguardo dentro ad una coppia, tra difficoltà, ferite, rancori, gioie, amore, speranze, inglobando poi chi sta attorno a loro.

«È un romanzo di relazione, poiché racconta la difficoltà di una coppia alle prese con un nodo irrisolto».

E c’è un momento importante: il viaggio, che porta ad una svolta di vita.

«Il viaggio determina sempre un cambiamento. Qui, poi, porta e trovare il proprio passato e il proprio senso».

Un tema importante, di cui scrivi in tante sfaccettature e contrari, è la paura: paura di essere solo, di amare, di andare, di restare, di crescere, di rimanere bloccati, di trovare risposte, di non trovarle…

«È un tema fondamentale. Cristina Valenti, che mi ha presentato a Bologna, ha detto che “paura” è la parola più presente nel romanzo… le ha contate!», ride.

Proprio perché le sfaccettature della vita sono infinite… un finale non bastava?

«Il finale della prima versione del romanzo era uno, il primo dell’ultimo capitolo, quello che spinge alle ricerche per annientare i segreti. Ma poi ho continuato a pensare e sono nati altri due epiloghi, per cui ho voluto pubblicarli, per lasciare un finale aperto, e sottolineare come segreti e bugie lascino sempre tracce indelebili. Nel romanzo, è il personaggio maschile quello che si interroga di più, anche se in realtà ognuno cerca la salvezza, benché a volte lo facciano con bugie o stratagemmi».

L”articolo completo è sul «sabato sera» in edicola da giovedì 24 gennaio

Nella foto (di Isolapress) Gabriella Pirazzini con il suo libro «La misura»

Misteri, paure e amore nel romanzo di Gabriella Pirazzini ambientato all'isola d'Elba
Cultura e Spettacoli 25 Gennaio 2019

Apre domani allo Stignani la prevendita per lo spettacolo «Cita a ciegas» di Gioele Dix

Dopo il successo dello spettacolo di Pierfrancesco Favino, il Teatro Stignani di Imola è pronto ad abbracciare un altro grande interprete. Dal 30 gennaio al 3 febbraio, infatti, a Imola arriverà Gioele Dix con il suo «Cita a ciegas» (Confidenze fatali),

«Un thriller appassionante, un avvincente intreccio di incontri apparentemente casuali dove violenza e inquietudine serpeggiano dentro rapporti… chiamiamoli d’amore». Ecco come viene presentata al pubblico la pièce prodotta dal Teatro Franco Parenti e Fondazione Teatro della Toscana, ispirata al testo dello scrittore e drammaturgo argentino Mario Diament poi tradotto, adattato e diretto da Andrée Ruth Shammah. Insieme a Gioele Dix saliranno sul palco Laura Marinoni, Elia Schilton, Sara Bertelà e Roberta Lanave.

Da domani, sabato 26 gennaio, intanto, la biglietteria del teatro, in via Verdi 1/3 sarà aperta per la prevendita, dalle ore 16 alle 19. Dalle ore 20 dello stesso giorno partirà la vendita online dei biglietti ancora disponibili sul sito del Teatro Stignani, oppure sul circuito Vivaticket. Sarà possibile acquistare tagliandi in prevendita anche martedì 29, dalle 10 alle 12. (d.b.)

F,oto tratta dalla pagina facebook del Teatro Stignani

Apre domani allo Stignani la prevendita per lo spettacolo «Cita a ciegas» di Gioele Dix
Cultura e Spettacoli 25 Gennaio 2019

Sabato 26 gennaio a Castel San Pietro arriva il “Teen day', con musica e tante proposte per i più giovani

Si chiama “Teen day” ed è la novità che l”assessorato alle Politiche giovanini del Comune di Castel San Pietro Terme promuove sabato 26 gennaio per i ragazzi dagli 11 ai 20 anni. A partire dalle 17, alla Bocciofila di Castel San Pietro Terme, si susseguiranno a entrata libera tante attività, organizzate da tanti soggetti diversi: Educativa Castello Open Group, Spazio Life, Radio Immaginaria, Pro Loco, Sol.co Imola, Asp Circondario Imolese, in collaborazione con Sol.co Salute, Unità di strada Vivere, Sol.co Prossimo, Auser e associazioni di calcio A.C. Osteria Grande, Libertas Castel San Pietro, Edu In-Forma(Zione).

I ragazzi potranno giocare al “calcetto camminato integrato” oppure partecipare alle iniziative “Slam Poetry” e “Labs experience”. Inoltre, sono previste le premiazioni dei quattro contest conclusi nei giorni scorsi: quello canoro “Teen day factor”, il video concorso #facceriderecontest, il foto concorso #guardaoltrecontest e il concorso di scrittura #storietraleditacontest. In serata poi spazio alle esibizioni di The Argonauts Project”, “Kid Nota”, “Young Brama”, “Lil Santos”, Dj Martin. L”evento è aperto a tutti i giovani, non solo di Castel San Pietro Terme.

«Il Teen Day e i contest sono nati dalla volontà di promuovere la cultura espressa dai giovani del territorio – spiega l”assessore alle Politiche giovanili Fabrizio Dondi -. La proposta dei contest è partita dagli educatori di strada che da un anno operano a Castel San Pietro e si è integrata con quella degli operatori di Spazio Life e Pro Loco di una giornata di valorizzazione delle attività culturali e aggregative che la città offre ai suoi giovani. L”assessorato ha fatto proprie queste proposte, invitando attorno a un tavolo altre realtà particolarmente attive nella rete per l”adolescenza castellana, in particolare i giovani speaker di Radioimmaginaria che da quattro anni operano con successo anche sul nostro territorio, gli educatori dei centri giovanili di Castel San Pietro e Osteria Grande e i rappresentanti della bocciofila di viale Terme, riconosciuto punto di ritrovo giovanile».

Per info e contatti: 347 2717771 – 333 2741652

Sabato 26 gennaio a Castel San Pietro arriva il “Teen day', con musica e tante proposte per i più giovani
Cultura e Spettacoli 25 Gennaio 2019

La Rocca di Dozza ospita un'antologica di Vittoriana Benini, cento tele dagli anni Novanta

C’è la gioia del colore, ma anche la velata malinconia della caducità delle cose, degli affetti, delle persone. Questa è la pittura di Vittoriana Benini, che sa restituirci quel momento di vita e lasciarlo continuare per sempre. Un attimo, che l’artista mordanese sa cogliere in modo ottimo. Attimi eterni, sguardi fermati per sempre in quel preciso istante in cui dialogano con altri sguardi, con altre figure, ciascuna nella medesima condizione di fragilità umana, che nella coralità della composizione trova la forza di sfidare il tempo. Una sfida che costituisce la missione dell’artista. Tutto questo emerge con palese evidenza nella mostra antologica di Vittoriana Benini dal titolo Io Vittoriana, allestita nella rocca di Dozza fino a domenica 3 febbraio (dal lunedì al sabato ore 10-12.30 e 14.30-17, domenica e festivi 10-19.30).

Una mostra davvero antologica, con un centinaio di tele esposte, dagli anni ”90 ad oggi, con un cospicuo corpus proveniente da collezioni private; ricca e bella, perché ogni sala presenta opere capaci di accendere un faro, di attirare e catturare l’attenzione dello spettatore.Un’operazione culturale che consente davvero di cogliere la complessità e ricchezza artistica, riflesso di quella umana, della pittrice, da tempo protagonista di una ricerca figurativa del tutto personale, in grado di attirare l’attenzione, fra gli altri, di Vittorio Sgarbi e Carlo Lucarelli, oltre che riscuotere ampi consensi in tutta Italia e negli Stati Uniti. «Un’antologica in vita, perché voglio vederla anch’io, con tutte queste opere insieme, per la prima volta» scherza l’artista, con la disinvoltura di chi sa portare con lieta spensieratezza capelli color azzurro, leggeri come un soffio di primavera.

Ed in effetti i temi cari alla pittrice ci sono tutti: la figura femminile, i ritratti, i fiori e la musica, i clown e le bambole, il cavalluccio a dondolo, i burattini. Tutti elementi che rimandano al suo mondo da bambina. Echi del passato che portano oggi alla grande capacità compositiva ed al pieno equilibrio cromatico fra colore e composizione: e proprio questa è la forza suggestiva che dà dimensione scultorea, a tutto tondo, alle sue tele, dove il colore ad olio, i pizzi e la matericità di certe forme di collage sono elementi fondanti della sua cifra stilistica. In tutto questo, un ruolo fondante lo giocano gli sguardi ed i volti, sia che si tratti di figure umane, che di bambole o burattini. Sguardi e volti a volte definiti, talvolta indefiniti, proprio per far cogliere meglio l’attimo, per lasciare allo spettatore la possibilità di prendere quell’indefinito e farne base per la propria interpretazione. Come nel ritratto a carboncino di Umberto Folli, omaggio al proprio maestro, ed ancora nel quadro L’estasi della musicista, in cui la condizione della donna ritratta emerge con tutta la sua forza suggestiva proprio dal non finito, da quel suo volto che la pittrice lascia volutamente sfumato.Lo sguardo del ritratto di Carlo Lucarelli, che accoglie il visitatore all’entrata, va allora rivisto all’uscita della mostra, per coglierne appieno il senso. Uno sguardo che invita ad entrare nell’esposizione, come in un viaggio fra tutte le situazioni raffigurate dalla pittrice, ma avvertendo nel contempo di essere pronti a subirne le conseguenze, emotivamente parlando. Perché la gestione delle emozioni che scaturiscono dalla visione delle tele è una responsabilità tutta dello spettatore. Che deve essere attrezzato, per andare oltre a quanto appare a prima vista. Perché le tele di Vittoriana Benini sono ricche: di colori, di simboli, di particolari tutti da scoprire poco alla volta e da assaporare poi tutti insieme, in una visione complessiva del quadro. Lo testimoniano bene opere quali Fuori scena, dove la maschera della vita rimane sempre sul volto dell’attore, od ancora Artisti di strada, ispirato ai buskers a Ferrara o Carta sospetta, che ha suscitato grande interesse alla mostra allestita al Complesso dei Dioscuri al Quirinale, nel 2013.

L”articolo completo è sul «sabato sera» in edicola da giovedì 24 gennaio

Nella foto (di Isolapress) Vittoriana Benini con alcuni suoi quadri in mostra a Dozza

La Rocca di Dozza ospita un'antologica di Vittoriana Benini, cento tele dagli anni Novanta
Cultura e Spettacoli 25 Gennaio 2019

«C'era una volta la guerra», spettacolo di Emergency in scena questa sera al teatro Cassero

«Utopia non è una parola adatta soltanto ai sognatori, ai poeti o ai pazzi. Non significa fuga dalla realtà, ma capacità di immaginare qualcosa che non c’è ancora e dargli la possibilità di accadere»: così si legge nelle note stampa dello spettacolo in scena venerdì 25 gennaio alle 21 al teatro Cassero di Castel San Pietro, nell”ambito della rassegna di prosa curata dalla Bottega del Buonumore. C’era una volta la guerra è uno spettacolo prodotto da Emergency Ong Onlus, scritto e diretto da Patrizia Pasqui e interpretato da Mario Spallino. Lo spettacolo ripercorre la storia degli ultimi decenni perché vuole mostrare che un mondo senza guerra è possibile, che non è un”utopia, anche perché, come diceva Oscar Wilde, «una carta del mondo che non includa Utopia non è degna neppure di uno sguardo, perché lascia fuori il solo paese al quale l’umanità è sempre in procinto di approdare. E quando l’umanità vi approda, guarda avanti e, vedendo un paese migliore, alza le vele». Sulla scena prenderanno vita le storia di persone che negli anni si sono opposte al meccanismo della guerra, come ad esempio il comandante sovietico Vasilij Archipov che, nel 1962, si oppose al lancio del siluro nucleare nonostante il suo sottomarino fosse attaccato dagli statunitensi, scongiurando così una guerra nucleare. Lo spettacolo sarà accompagnato da musiche e canzoni originali, scritte da Guido Tongiorgi.

Biglietto: intero 10 euro, ridotto 8 euro. Prenotazioni: 335/5610895.

Nella foto Mario Spallino in scena

«C'era una volta la guerra», spettacolo di Emergency in scena questa sera al teatro Cassero

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