Posts by tag: agroalimentare

Economia 5 Gennaio 2021

Il gruppo Eurovo celebra i 60 anni di Maia

Il gruppo Eurovo, leader in Europa nella produzione di uova e ovoprodotti e con sede commerciale a Imola, festeggia il sessantesimo anniversario di Maia. La storica azienda, fondata nel 1961 dalla famiglia Ricci a Pieve di Soligo (Treviso) e acquisita da Eurovo nel 2002, è stata la prima in Italia a commercializzare uova in guscio a marchio proprio ed è statapioniera nell’industrializzazione del settore, avvalendosi già dagli anni Ottanta di impianti tecnologici all’avanguardia, come la più grande pulcinaia robotizzata d’Europa dalla capacità di 120 mila capi.  

Tra le prime realtà in Italia a sviluppare tecniche di allevamento alternative e rispettose del benessere animale, Maia oggi presidia sia il segmento consumer sia quello professional con uova di altissima qualità, 100% italiane di categoria A, provenienti esclusivamente da allevamenti a terra, dove le galline sono libere di razzolare in ambiente coperto e di deporre le uova nei nidi, e raccolte entro poche ore dalla deposizione. Nella filiera di Maia sono presenti, oltre agli allevamenti a terra che ospitano 900 mila galline ovaiole, un mangimificio di proprietà, dove un team dedicato lavora per garantire la migliore qualità dei mangimi, formulati in modo bilanciato in base alle età e alle esigenze nutrizionali delle galline, e un centro di imballaggio. 

«Maia rappresenta da sessant’anni una vera eccellenza nel settore delle uova e degli ovoprodotti – spiega Federico Lionello, direttore Marketing e Commerciale del gruppo Eurovo – e siamo orgogliosi di aver raggiunto un traguardo così importante. Un marchio che, nella sua storia, ha sempre rappresentato al meglio il concetto di innovazione, valore che da sempre contraddistingue Gruppo Eurovo, e anticipato i trend del mercato, sia dal punto di vista dei prodotti sia delle tecniche di allevamento. Oggi Maia continua a rappresentare uno dei brand più innovativi sul fronte consumer e professional e non vediamo l’ora di affrontare nuove e ambiziose sfide per il futuro». (lo.mi.)

Nella foto: la sede commerciale del gruppo Eurovo, in via Ugo La Malfa a Imola

Il gruppo Eurovo celebra i 60 anni di Maia
Cronaca 2 Dicembre 2020

La giovane Angelica Monti studia il futuro dell’agricoltura mondiale

C’ anche l’imprenditrice 22enne di Riolo Terme Angelica Monti fra i 20 agricoltori selezionati a livello mondiale per il Gymnasium Oma (Organizzazione mondiale degli agricoltori), percorso di specializzazione internazionale per i giovani agricoltori che saranno così chiamati ad affrontare i principali temi agricoli internazionali, individuare le problematiche, ma soprattutto condividere le più diverse esperienze per  trovare insieme soluzioni comuni. Il Gymnasium, infatti, si pone come obiettivo quello di fornire ai futuri leader del settore tutti gli strumenti e le conoscenze gestionali affinché possano raggiungere al meglio tali ambiziosi obiettivi. «Un primo incontro interessante anche in considerazione delle sfide a cui siamo chiamati a rispondere a seguito della pandemia che ha coinvolto tutto il mondo agricolo. Problematiche comuni che abbiamo affrontato in un dialogo costruttivo e aperto abbattendo ogni confine e vedendo nell’altro una risorsa in termini di esperienze da poter replicare» ha dichiarato Angelica Monti al termine del primo meeting.

Angelica, 22 anni e prossima alla laurea in Economia e Marketing nel Sistema Agroindustriale presso l’Alma Mater Studiorum Università di Bologna, gestisce con la famiglia un’azienda sulle colline di Riolo Terme. L”attività principale è l”allevamento di bovini da carne di razza Romagnola. Insieme alla madre e alla sorella, si prende cura con passione del bestiame, investendo in genetica e innovazione. Amante della natura, Angelica è desiderosa di preservare la biodiversità agricola, punto di forza del Paese e di contribuire con la sua energia ed esperienza al prestigioso momento di dialogo internazionale costituto dal Gymnasium. (da.be.)

Nella foto: Angelica Monti

La giovane Angelica Monti studia il futuro dell’agricoltura mondiale
Economia 27 Dicembre 2019

Cesac inaugura sei nuovi silos per cereali a Medicina: “Superata la crisi, ora si investe'

Sei nuovi silos per i cereali sono stati realizzati nello stabilimento Cesac di via Nuova a Medicina. “L’ampliamento – ha commentato il presidente Michele Filippini durante la cerimonia di inaugurazione – è il segno del ritrovato stato di salute di Cesac, caratterizzato da una rinnovata vitalità in tutte le nostre attività”.  I silos sono costati 670 mila euro di cui 234.000 euro finanziati nell”ambito del Programma di sviluppo rurale della Regione. Le nuove strutture hanno una capacità di 437 metri cubi ciascuno, pari a 340 tonnellate che si aggiungono ai silos esistenti che possono contenere 7.200 tonnellate di prodotto. “L”investimento – prosegue Filippini – permetterà a Cesac di operare con sempre maggiore efficacia nella differenziazione e valorizzazione dei conferimenti dei soci. I nuovi silos consentiranno uno stoccaggio che mantenga separate le partite più pregiate rispetto alla massa del prodotto di base”.

La Cesac, storica cooperativa con sede a Conselice e sei stabilimenti dislocati fra le province di Ferrara e Bologna, sembra aver superato le gravi difficoltà di un anno e mezzo fa, quando dovette affrontare una dolorosa e complessa riorganizzazione per superare la crisi economico-finanziaria (una perdita di 1,7 milioni di euro sul bilancio 2017) che ne mise a rischio la sopravvivenza. Elemento cardine della ristrutturazione fu la cessione a Patfrut, altra cooperativa con sede a Monestirolo, nel ferrarese, del ramo d’azienda orticolo e quarta gamma ovvero gli impianti di lavorazione e confezionamento e lo stabilimento medicinese di via Canale. 

Ora, il futuro si presenta più roseo, tanto che l’azienda ha ricominciato a investire. “I conferimenti totali – motiva Filippini – per il 2019 sono pari a 632.581 quintali, sostanzialmente in linea con i dati del 2018 nonostante un anno climaticamente molto difficile per tutte le coltivazioni. A ciò si aggiunge la conferma di aver garantito un buon rendimento di prodotto per tutti i nostri soci: come in passato, infatti, abbiamo garantito una remunerazione ai soci superiore a quella dei nostri competitor”.

“Superato il periodo di crisi grazie anche al supporto di tutto il sistema cooperativo – Daniele Passini presidente di Confcooperative Bologna -, Cesac si ripropone oggi nuovamente a guida di un importante programma di valorizzazione delle produzioni cerealicole dei soci, mediante processi di selezione e lavorazione dei cereali conferiti, che ne esaltino la qualità a favore dei produttori, attraverso la collocazione in processi di filiera di alta gamma nella lavorazione delle farine per la produzione di pasta e prodotti da forno. Adesso ci le condizioni per aprire nuove azioni di sviluppo nell’interesse dei soci”. (l.a)

Nella foto l”inaugurazione dei nuovi silos

Cesac inaugura sei nuovi silos per cereali a Medicina: “Superata la crisi, ora si investe'
Cronaca 17 Ottobre 2019

Il weekend di dodici foodblogger provenienti da tutta Italia in visita alla cooperativa Clai

Dodici foodblogger italiani in visita alla cooperativa Clai. E” successo lo scorso fine settimana, nell”ambito del progetto Discovery Clai, che ha portato un gruppo fra i più popolari foodblogger (1.500.000 utenti su Facebook e oltre 250.000 su Instagram) a compiere un tour «trai valori, l”arte del saper fare, la cultura e il legame che la cooperativa è riuscita a costruire nel tempo con il territorio», racconta l”ufficio stampa dell”azienda di Sasso Morelli. Il giro ha toccato lo stabilimento dove nascono i salumi, il centro direzionale Villa La Babina, la palestra del Volley Clai e le Macellerie del Contadino. Non sono inoltre mancate puntate in alcuni ristoranti del territorio, da “La Sterlina”, proprio a Sasso Morelli al “Pancake”.

In via Gambellara, la visita si è svolta, oltre che nei locali di produzione dei salumi fatti con carne 100% italiana, anche nell”impianto biogas, che permette alla cooperativa di autoprodursi energia elettrica e calore attraverso sottoprodotti e scarti della trasformazione delle carni. Inoltre, i 12 blogger del cibo hanno scoperto la “Scuola di taglio dei maestri salumieri Clai”, dove si sono cimentati nel taglio dei salumi, approfondendo origine, proprietà nutrizionali, modalità di presentazione e conservazione dei prodotti. Altre visite e incontri significativi hanno riguardato: le ragazze del Volley Csi Clai e Francesco Spadoni, accompagnato dalla moglie Anna Maria Loreti, che nel 1969 pose le basi per la nascita della Libertas Clai Imola; il presidente del Banco Alimentare Stefano Dalmonte; la casa di accoglienza “Anna Guglielmi” di Montecatone, oltre alla puntata alla pizzeria Pummà di Bologna, dove i blogger sono stati impegnati a “scuola di pizza”, realizzandone quattro tipi con prodotti Clai e altri 100% italiani.

Ancora in casa Clai da segnalare la tappa a Villa La Babina, centro direzionale della cooperativa, dove il presidente Clai Giovanni Bettini ha condotto gli ospiti in visita guidata nel parco restaurato e inserito nel circuito dei “Grandi giardini italiani”, l”incontro con il direttore generale Pietro D”Angeli e con il direttore marketing Gianfranco Delfini per conoscere i dati economici e la diffusione commerciale dell”azienda e le puntate alle Macellerie del Contadino di Pedagna e vicolo Inferno. (r.cr.)

Nelle foto quattro momenti della visita dei 12 foodblogger alla Clai

Il weekend di dodici foodblogger provenienti da tutta Italia in visita alla cooperativa Clai
Economia 14 Maggio 2019

Le casette del latte non rendono più, l'azienda Baiavolpe ha chiuso le sue tra Imola e Vallata

I tempi d’oro dei distributori di latte crudo sono finiti. Ne è convinto Maurizio Ronchini, 28 anni, proprietario dell’azienda agricola Baiavolpe di Fontanelice che gestiva tre «casette del latte» tra Imola e Fontanelice. Questi distributori si sono diffusi nei comuni del circondario negli ultimi dieci-quindici anni, permettono di acquistare latte crudo prodotto dalle aziende agricole della zona e, talvolta, anche prodotti caseari o uova. Un’opportunità per gli agricoltori di vendere direttamente ai consumatori e una comodità per i cittadini che possono acquistare il famoso litro di latte oppure le uova ad ogni ora del giorno e della notte anche quando i normali negozi hanno la saracinesca abbassata.

Il latte è fresco ed è venduto ad un prezzo modico, solitamente il costo è di 1 euro al litro; non essendo pastorizzato occorre bollirlo prima di utilizzarlo e va consumato entro tre giorni. Ronchini ha rilevato le tre «casette» nel 2016 ma la realtà si è rivelata meno rosea di come gli era stata dipinta: «Ho acquistato i distributori tra aprile e marzo, uno è quello che si trova a Imola in via Pirandello, presso il Sante Zennaro, il secondo è a Borgo Tossignano e l’ultimo a Fontanelice. Nella mia azienda ho venti vacche da latte, pensavo fosse un modo per valorizzare il mio prodotto e ottenere un prezzo maggiore. Il latte crudo venduto alla grande distribuzione – spiega – rende appena 35 centesimi al litro, quindi sembrava conveniente guadagnare 1 euro al litro, pur aggiungendo le spese di gestione delle “casette”».

In qualche caso il produttore è uno solo, in altri la stessa «casetta» è utilizzata da diverse aziende per i singoli prodotti, ciascuna con le sue macchine, è il caso, ad esempio, di quella di Imola dove Ronchini vende solo il latte, un’altra azienda le uova e ci sarebbe una terza per i formaggi. Comunque sia, i costi si sono rivelati più alti di quanto il giovane agricoltore si aspettasse e i guadagni piuttosto magri. «Forse una volta la rendita era maggiore ma adesso erano soprattutto spese e impegno. Alla fine con il guadagno non riuscivo a coprire neanche lo stipendio dell’operaio che se ne occupava. La situazione non era più sostenibile – conclude Ronchini -. Penso che i distributori siano utilizzati prevalentemente da persone anziane. Per molti la soluzione più comoda rimane comprare il latte nei supermercati, perché non ci si deve andare apposta, non è da bollire e non è da consumare entro tre giorni».

Così a giugno dell’anno scorso ha chiuso i distributori di Fontanelice e Borgo, a novembre anche quello di Imola. Per le due «casette del latte» nei piccoli paesi della vallata del Santerno non sembra non esserci futuro, le attrezzature interne sono già state smantellate. (re.co.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 9 maggio

Nella foto la casetta del latte in via Pirandello a Imola

Le casette del latte non rendono più, l'azienda Baiavolpe ha chiuso le sue tra Imola e Vallata
Economia 8 Maggio 2019

I segreti del Carciofo Moretto di Brisighella, prodotto di stagione che cresce bene tra i calanchi esposti al sole

«Il 2019 potrebbe essere l’anno del rilancio del Carciofo Moretto di Brisighella». Questo, l’augurio di Franco Spada, agronomo e presidente del Consorzio di tutela e valorizzazione dell’olio di Brisighella Dop. La produzione è buona e si avverte ottimismo tra gli agricoltori. «Il progetto comprensoriale per il recupero storico di questo prodotto – continua Spada – si è interrotto circa due anni fa, ma occorre riprendere in mano il materiale che è stato preparato. Il Comitato promotore deve fare valutazioni sul disciplinare e reimpostare lo studio per la richiesta della Dop. Sarà difficile perché la zona di riferimento è veramente una micro area, ma sarebbe importante definirne i confini».

Una varietà rustica della più conosciuta pianta importata dai romani dalla Spagna e dall’Africa e arrivata sulle nostre tavole solo nel 1446. Varietà unica ed antica, che nel corso dei secoli non è mai stata oggetto di interventi di miglioramento genetico, così da conservare ancora oggi le peculiarità conferitegli dalle particolari condizioni della zona di produzione, circoscritta al solo territorio del comune della provincia di Ravenna. Diverse famiglie di agricoltori del brisighellese e del faentino coltivavano questa pianta, oggi prodotto di nicchia, già a metà del Novecento, come certificato da testimonianze orali raccolte dalla Provincia di Ravenna. In passato lo si coltivava prettamente nelle scarpate vicino alle case di campagna, dove la massaia buttava la cenere di camini e stufe a legna, ostacolando la presenza di roditori, ghiotti della sua radice.

«La pianta – come ricorda il Crpv, il Centro ricerche produzioni vegetali di Cesena – si presenta come un cespuglio che può raggiungere un’altezza di 150 centimetri, il fusto è eretto con getti vegetativi basali, i carducci, che sono usati per la riproduzione». Colore violaceo con riflessi dorati, spine giallo nere ben formate e rigide, sapore leggermente amaro ma fresco e appetitoso. «Dal punto di vista agronomico – spiega ancora il Crpv – predilige i terreni siliceo-argillosi tipici dei calanchi romagnoli, ben esposti al sole». L’ortaggio sarebbe stato involontariamente «battezzato» Moretto dalla madre del ristoratore Nerio Raccagni. «Mia madre – racconta – diceva sempre che, così selvatico e difficile da pulire perché ti forava le mani, era brutto, spinoso e cattivo proprio come me. Siccome il mio soprannome era Moretto, lo diventò anche il carciofo».Oggigiorno questa varietà è coltivata da una trentina di produttori, cinque dei quali custodi del Carciofo Moretto, per un totale di circa 10 ettari.

«In realtà nel 2016 i custodi erano dieci – specifica ancora Spada – ma gli ultimi due anni sono stati particolarmente difficili per l’attacco indiscriminato dei topi sulle piante e per ridimensionamenti che hanno interessato alcuni produttori». Stefano Nannini è uno di loro, coltiva circa 4 mila piante in 5 mila metri quadrati in località Marzeno di Brisighella: «E’ un prodotto molto interessante – racconta -, tipico del luogo. Il Moretto è stato sempre legato a questi suoli che gli conferiscono profumi e sapori inconfondibili».

Ma è tempo di pensare al raccolto. «In due giorni – dice Silvano Neri dell’azienda “I frutti di stagione” di Brisighella, che in tre ettari di terreno coltiva 40 mila piante che danno 60 mila carciofi – è caduta l’acqua che serviva, è andata benissimo e a metà settimana cominciamo a raccogliere. Anzi, comincio a raccogliere perché faccio tutto da solo: la mattina presto o di notte, con la lampadina in testa come quelli che vanno a correre. Quando c’è buio e fresco si raccoglie meglio perché – spiega – il gambo si spezza e non si deve tagliare con le forbici e ci si può vestire più pesante. Le spine acute sono molto pungenti e occorre proteggersi bene».

E dal 2005 a Brisighella viene organizzata la Sagra del Carciofo Moretto, proprio per promuovere e valorizzare questa varietà rustica di carciofo. L”edizione di quest”anno è partita il 5 maggio e il prossimo appuntamento per gustare i piatti a base di questo ingrediente è domenica 12 maggio (al.gi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 2 maggio

I segreti del Carciofo Moretto di Brisighella, prodotto di stagione che cresce bene tra i calanchi esposti al sole
Cronaca 19 Febbraio 2019

Fino al 28 febbraio si può chiedere l'autorizzazione alla macellazione dei suini per uso familiare

Scade il 28 febbraio nei comuni del circondario imolese l’autorizzazione per richiedere la macellazione per uso familiare dei suini. Le carni non potranno entrare nel circuito commerciale, ma solo essere consumate in quello domestico-privato. Un’attività che oggi sopravvive in campagna e non solo, anche se in misura certamente ridotta rispetto al passato, intanto perché si è sviluppata una forte salumeria industriale ed artigianale, in secondo luogo perché molti preferiscono ormai comprare direttamente dai macelli la carne necessaria per fare i propri insaccati.

Determinante la denuncia all’Ausl con almeno 24 ore di anticipo, per consentire ad un veterinario pubblico di effettuare i controlli sanitari di routine. Richieste sempre più in calo anche nel nostro territorio come ci conferma Gabriella Martini, direttore del Servizio veterinario dell’Ausl di Imola. «Nel periodo da dicembre 2017 a febbraio 2018 le richieste sono state 262; a dicembre 2017, in particolare, erano 145. A dicembre 2018, le richieste sono scese a 123. Un numero che quasi sicuramente non aumenterà di tanto nel corso dei prossimi giorni. Un calo dovuto al caldo di dicembre, ricordiamoci che la temperatura è condizione necessaria per la conservazione dell’insaccato, ma anche per la mancanza di persone anziane abili per questa attività e che hanno piacere di riproporre ai familiari, per la mancanza ormai di locali idonei, non ci sono più tante case di campagna adatte a questo scopo e per un consumo più limitato di carne, soprattutto di maiale, sulle nostre tavole».

Una mutazione che, comunque, non deve far diminuire anche le regole igienico-sanitarie per le quali tanto si raccomanda anche l’azienda Ausl e che vengono riportate su una dettagliata e precisa «istruzione operativa», rilasciata a chi fa la domanda per la macellazione. Ma questa diventa l’occasione per ricordare una tradizione antica contadina, che viene ripresa oggi nelle tantissime feste e sagre del nostro territorio. «Da diversi anni – ricorda Giovanni Bettini, presidente della Clai – alla Festa del contadino a Sasso Morelli organizziamo la “Corsa del salame”, una sorta di ruba bandiera con al centro, invece del solito fazzoletto, un salame, e “L’arte dei norcini”, la dimostrazione da parte dei nostri maestri salumieri della lavorazione delle carni per produrre salsicce, salami, coppe, ciccioli. Un modo per ricordare, o raccontare, le tradizioni contadine. Oggi in pochi allevano maiali per poi ucciderli e quindi lavorare la carne, ma in molti vengono nei nostri punti vendita per acquistare la carne e preparare poi in casa le confezioni di insaccati».

E c’è anche chi organizza a Castel San Pietro “La gara dei salami”. «Nel nostro territorio – racconta Luigi Roli, presidente onorario della Società ciclistica Dal Fiume, che da dodici anni propone questa iniziativa – ogni anno almeno circa 25 persone aderiscono a questa competizione, segno che nelle nostre abitazioni la tradizione è ancora molto presente. E tanti sono anche i giovani che partecipano. Questo ci fa ben sperare per il futuro».

L’uccisione del maiale, dicevamo. Un rito, una festa. Il maièl, porz, ninín, gonc’, insomma il maiale lo si comprava dal mercatino di passaggio e, mangiando di tutto, ingrassava fino a Natale, tanto che la sua grassezza testimoniava implicitamente il benessere della famiglia che lo aveva nutrito; poi lo si uccideva e si dava inizio a quella che era una delle feste più importanti dell’anno. Sì, perché, era una vera ricchezza per tutta la famiglia. Il re della tavola in Emilia Romagna. Da animale esempio di ogni vizio, ad arca di abbondanza. E se è vero che mangia di tutto, lui stesso è a sua volta mangiato per intero. (al.gi.)

L”articolo completo è disponibile su «sabato sera» del 14 febbraio

Fino al 28 febbraio si può chiedere l'autorizzazione alla macellazione dei suini per uso familiare
Economia 13 Febbraio 2019

Alla scoperta del cardo, delle sue varietà e dei produttori che lo coltivano da Ponticelli a Ozzano Emilia

Gobbi e salsiccia ma, in mancanza di carne ricca, si potevano anche cuocere semplicemente in umido, come raccomandava già nel 1891 il gastronomo Pellegrino Artusi nel suo libro “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”. Il cardo era uno dei pochi prodotti invernali dell’orto e tipici di una civiltà contadina di inizio secolo, che cucinava in modo semplice e povero. Oggi questo prodotto ha meno successo. «Non è di consumo immediato – dice Michael Ferri, che a Ponticelli si prende cura di circa 100 quintali di cardi gobbi bianchi, soprattutto della varietà Gigante di Romagna -. Non è pratico perché deve essere lavorato, pulito e poi cucinato. La società è cambiata, non ha più tempo per certe cose».

Ma Michael ci crede e la sua produzione, grazie soprattutto alla vendita a filiera corta nei mercatini, finisce velocemente. «Nella vallata del Santerno siamo ormai gli unici – prosegue Ferri -. Iniziamo la raccolta a metà ottobre, poi andiamo avanti fino a febbraio. E’ il contorno di stagione. La quantità è in linea con lo scorso anno, anzi prevedo un 10-15 per cento in più, mentre il processo produttivo è leggermente ostacolato da bizzarrie climatiche, troppo caldo. Il gelo è fondamentale, dopo una gelata, infatti, la consistenza del cardo diventa migliore e più tenera. Il clima sta cambiando. La qualità comunque è ottima».

Lavoro in cucina e lavoro nei campi. «Occorre molta manodopera, i costi di produzione sono alti, c’è difficoltà di meccanizzazione nella maggior parte della lavorazione». Ma, nonostante questo, Ferri e la sua famiglia vanno avanti. «E’ anche una questione culturale». Una coltura di nicchia, insomma, prodotta e consumata localmente. «E’ tutta una questione di trovare la varietà giusta, con la giusta tecnica di produzione – spiega l’esperto di agricoltura biologica, ambiente ed agrobiodiversità, Stefano Tellarini – e in Emilia Romagna la varietà adatta è il cardo gigante di Romagna, coltivato con il sistema dell’interramento, che fa diventare il gambo bianco e lo rende più tenero e dolce. Una tipologia che ha fatto la sua comparsa ufficiale intorno agli anni Cinquanta». Ma noi siamo terra di confine e sulle nostre tavole arriva anche il cardo di fossa bolognese, un’altra storica produzione a consumo invernale delle campagne vicine che veniva consumato fresco in pinzimonio. Una coltura in pericolo di estinzione, visto che ormai sono in pochissimi a portarla avanti. Tra questi, l’ozzanese Mauro Gualandi, titolare dell’omonima azienda agricola, fondata oltre un secolo fa dal bisnonno Giovanni. «Per noi ormai è una tradizione di famiglia – ci spiega -. Ogni anno trapianto circa 4.500 cardi, della varietà bolognese Centofoglie. Quest’anno la produzione è stata ritardata dal fatto che a novembre, quando era il momento di mettere le piante in trincea, pioveva sempre».

La trincea in questione è una fossa di circa 80 centimetri di profondità, dove i fusti vengono collocati in verticale e coperti con un telo nero, per proteggerli dalla luce e dal freddo; in questo modo possono vegetare fino a metà febbraio. Una pratica d’altri tempi. Proprio per sensibilizzare sulla tutela e sul recupero di uno dei prodotti agricoli che hanno contribuito a impreziosire la biodiversità emiliana, la Fondazione bolognese Fico per l’educazione alimentare e alla sostenibilità ha recentemente organizzato a Bologna nello Spazio 118 Eataly World di via Paolo Canali 8, una mostra fotografica dal titolo Archeologia orticola: il salvataggio del cardo di fossa bolognese, visitabile fino al 20 febbraio. Far vedere le fasi di lavorazione, dalla selezione dei semi, che veniva direttamente curata dai contadini, alla vendita dei prodotti può invogliare, perché no, anche il suo consumo. (al.gi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 7 febbraio

Nella foto il cardo romagnolo

Alla scoperta del cardo, delle sue varietà e dei produttori che lo coltivano da Ponticelli a Ozzano Emilia
Economia 11 Febbraio 2019

Eurovo presenta il progetto “Abbiamo la ricerca nel Dna' e dona 300.000 euro a tre istituti della regione

Eurovo continua a investire sul territorio. Dopo la scelta di sponsorizzare l’Andrea Costa Basket, lo scorso 30 gennaio il gruppo padovano delle uova, con sede e allevamenti anche a Imola e Mordano, ha presentato il nuovo progetto “Abbiamo la ricerca nel Dna”, per sostenere con 300 mila euro la ricerca scientifica condotta da tre realtà di spicco della nostra regione: l’Istituto ortopedico Rizzoli, l’Ail di Ferrara e l’Istituto oncologico romagnolo.

Per annunciare il progetto Eurovo ha scelto proprio Imola, «non solo perché questo è il territorio che ha permesso a Eurovo di svilupparsi – ha sottolineato Silvia Lionello, direttrice Servizi del gruppo – ma anche perché al centro del triangolo Bologna, Ferrara e Forlì, in cui operano le tre eccellenze che il gruppo ha deciso di supportare». E’ proprio Silvia, nipote dei fondatori, Rainieri e Anita, ad aver fortemente voluto questa iniziativa. «Per Eurovo – ha motivato – essere un’impresa che guarda al futuro significa sostenere quei progetti che concretamente aspirano al miglioramento della salute. Crediamo che le aziende debbano dimostrare con fatti concreti, anche con un orizzonte più ampio del ristretto ambito aziendale specifico, l’attenzione alle persone».

Ricerca scientifica e ricerca aziendale. Dal 2012 gli investimenti fatti da Eurovo in innovazione sono aumentati a ritmo esponenziale. «Nell’arco temporale 2012-2018 – conferma il direttore generale di Eurovo, Ireno Lionello – gli investimenti sono cresciuti di circa due terzi. Nel 2019 la crescita continua rispetto all’anno precedente di un più 8 per cento e, nel 2020, è previsto un ulteriore 10 per cento. Possiamo dire che la ricerca è nel Dna della nostra azienda, perché fa parte da sempre del nostro modo di fare impresa, per questo abbiamo deciso di dare questo titolo all’iniziativa. Siamo nati sessant’anni fa da un’idea imprenditoriale di mio padre e sin da allora abbiamo investito in ricerca. La ricerca è ciò che ha favorito lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi e così in tre generazioni, sia la passione, ma anche l’innovazione e l’automazione dei processi, hanno reso una piccola impresa basata sulla sgusciatura manuale di uova il grande gruppo che siamo adesso». Eurovo, infatti, è presente non solo in Italia ma anche in Europa con 17 stabilimenti produttivi, 1.500 dipendenti e un fatturato che nel 2018 ha raggiunto i 650 milioni di euro. (lo.mi.)

Il servizio completo è su «sabato sera» del 7 febbraio    

Nella foto la presentazione del progetto di Eurovo al Sersanti il 30 gennaio

Eurovo presenta il progetto “Abbiamo la ricerca nel Dna' e dona 300.000 euro a tre istituti della regione
Economia 5 Febbraio 2019

Alla coop Clai 4 milioni di euro dal Bando di filiera: nel dettaglio i progetti finanziati

Come anticipato la scorsa settimana (leggi qui), la Clai è tra le 1.300 aziende che nel 2018 hanno vinto il Bando di filiera inserito nel Programma di sviluppo rurale 2014-2020 della Regione Emilia Romagna. La cooperativa agroalimentare imolese si è aggiudicata 4 milioni di contributi europei per progetti orientati al miglioramento della qualità di produzione, alla sostenibilità ambientale e finalizzati a ottimizzare il sistema di tracciabilità del prodotto, investimenti il cui importo complessivo supera gli 11 milioni di euro.

La Regione ha distribuito in totale circa 135 milioni, utili a realizzare in tutta l’Emilia Romagna 55 progetti ad alto tasso di innovazione del valore complessivo di 360 milioni. Nel dettaglio, un progetto presentato da Clai riguarda la filiera della carne suina, per il quale la cooperativa ha ottenuto un finanziamento economico di oltre 3 milioni e 400 mila euro a fronte di un investimento da 9 milioni e mezzo di euro; un secondo progetto è relativo alla filiera della carne bovina del valore di 1 milione e 700 mila euro e per il quale sono stati stanziati 664 mila euro. Le risorse sono state impiegate per investimenti in tecnologie e macchinari e per un progetto di ricerca e sviluppo in collaborazione con l’Università di Bologna.

«Sono stati effettuati investimenti sull’intera linea di produzione – conferma Rudy Magnani, responsabile dello stabilimento Clai di Sasso Morelli -; innovazione sia nella tecnologia utilizzata sia nei processi di controllo che vengono fatti in linea. Siamo in grado di andare ad analizzare tutta la materia prima che processiamo. Questa è una garanzia per la sicurezza alimentare del prodotto. Queste macchine consentono anche di analizzare il contenuto esatto di grasso presente all’interno del prodotto e, di conseguenza, di correggerlo per ottenere una standardizzazione di valori nutrizionali in termini di grasso».

Migliorate anche le celle di stoccaggio. «Queste – prosegue Magnani – sono state completamente demolite, i vecchi impianti avevano oltre 30 anni. Sono state implementate celle nuove, più igieniche ed ecologiche: utilizziamo un fluido refrigerante con gas naturale e riduciamo i consumi energetici. Abbiamo centralizzato la produzione di freddo con nuove tecnologie per il risparmio energetico. Inoltre, sono stati acquistati impianti per stagionare meglio il prodotto e per aumentare la capacità produttiva. Infine, ci siamo dotati di etichettatrici indispensabili per i mercati esteri».

Un altro filone di innovazione riguarda i progetti di ricerca e sviluppo in collaborazione con l’Università di Bologna, in particolare con il dipartimento di Scienze e tecnologie alimentari. «Da anni – spiega il responsabile di stabilimento – si è instaurato un rapporto stretto con l’Università. Il progetto di ricerca e sviluppo vincitore del Bando è partito nel 2018 e riguarda la messa a punto di un salame in grado di rispondere alle esigenze dei consumatori, non solo in termini di origini dell’animale, ma anche sugli aspetti nutrizionali, salutistici e di qualità sensoriale del prodotto finito». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 31 gennaio

Alla coop Clai 4 milioni di euro dal Bando di filiera: nel dettaglio i progetti finanziati

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