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Economia 14 Maggio 2019

Le casette del latte non rendono più, l'azienda Baiavolpe ha chiuso le sue tra Imola e Vallata

I tempi d’oro dei distributori di latte crudo sono finiti. Ne è convinto Maurizio Ronchini, 28 anni, proprietario dell’azienda agricola Baiavolpe di Fontanelice che gestiva tre «casette del latte» tra Imola e Fontanelice. Questi distributori si sono diffusi nei comuni del circondario negli ultimi dieci-quindici anni, permettono di acquistare latte crudo prodotto dalle aziende agricole della zona e, talvolta, anche prodotti caseari o uova. Un’opportunità per gli agricoltori di vendere direttamente ai consumatori e una comodità per i cittadini che possono acquistare il famoso litro di latte oppure le uova ad ogni ora del giorno e della notte anche quando i normali negozi hanno la saracinesca abbassata.

Il latte è fresco ed è venduto ad un prezzo modico, solitamente il costo è di 1 euro al litro; non essendo pastorizzato occorre bollirlo prima di utilizzarlo e va consumato entro tre giorni. Ronchini ha rilevato le tre «casette» nel 2016 ma la realtà si è rivelata meno rosea di come gli era stata dipinta: «Ho acquistato i distributori tra aprile e marzo, uno è quello che si trova a Imola in via Pirandello, presso il Sante Zennaro, il secondo è a Borgo Tossignano e l’ultimo a Fontanelice. Nella mia azienda ho venti vacche da latte, pensavo fosse un modo per valorizzare il mio prodotto e ottenere un prezzo maggiore. Il latte crudo venduto alla grande distribuzione – spiega – rende appena 35 centesimi al litro, quindi sembrava conveniente guadagnare 1 euro al litro, pur aggiungendo le spese di gestione delle “casette”».

In qualche caso il produttore è uno solo, in altri la stessa «casetta» è utilizzata da diverse aziende per i singoli prodotti, ciascuna con le sue macchine, è il caso, ad esempio, di quella di Imola dove Ronchini vende solo il latte, un’altra azienda le uova e ci sarebbe una terza per i formaggi. Comunque sia, i costi si sono rivelati più alti di quanto il giovane agricoltore si aspettasse e i guadagni piuttosto magri. «Forse una volta la rendita era maggiore ma adesso erano soprattutto spese e impegno. Alla fine con il guadagno non riuscivo a coprire neanche lo stipendio dell’operaio che se ne occupava. La situazione non era più sostenibile – conclude Ronchini -. Penso che i distributori siano utilizzati prevalentemente da persone anziane. Per molti la soluzione più comoda rimane comprare il latte nei supermercati, perché non ci si deve andare apposta, non è da bollire e non è da consumare entro tre giorni».

Così a giugno dell’anno scorso ha chiuso i distributori di Fontanelice e Borgo, a novembre anche quello di Imola. Per le due «casette del latte» nei piccoli paesi della vallata del Santerno non sembra non esserci futuro, le attrezzature interne sono già state smantellate. (re.co.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 9 maggio

Nella foto la casetta del latte in via Pirandello a Imola

Le casette del latte non rendono più, l'azienda Baiavolpe ha chiuso le sue tra Imola e Vallata
Economia 8 Maggio 2019

I segreti del Carciofo Moretto di Brisighella, prodotto di stagione che cresce bene tra i calanchi esposti al sole

«Il 2019 potrebbe essere l’anno del rilancio del Carciofo Moretto di Brisighella». Questo, l’augurio di Franco Spada, agronomo e presidente del Consorzio di tutela e valorizzazione dell’olio di Brisighella Dop. La produzione è buona e si avverte ottimismo tra gli agricoltori. «Il progetto comprensoriale per il recupero storico di questo prodotto – continua Spada – si è interrotto circa due anni fa, ma occorre riprendere in mano il materiale che è stato preparato. Il Comitato promotore deve fare valutazioni sul disciplinare e reimpostare lo studio per la richiesta della Dop. Sarà difficile perché la zona di riferimento è veramente una micro area, ma sarebbe importante definirne i confini».

Una varietà rustica della più conosciuta pianta importata dai romani dalla Spagna e dall’Africa e arrivata sulle nostre tavole solo nel 1446. Varietà unica ed antica, che nel corso dei secoli non è mai stata oggetto di interventi di miglioramento genetico, così da conservare ancora oggi le peculiarità conferitegli dalle particolari condizioni della zona di produzione, circoscritta al solo territorio del comune della provincia di Ravenna. Diverse famiglie di agricoltori del brisighellese e del faentino coltivavano questa pianta, oggi prodotto di nicchia, già a metà del Novecento, come certificato da testimonianze orali raccolte dalla Provincia di Ravenna. In passato lo si coltivava prettamente nelle scarpate vicino alle case di campagna, dove la massaia buttava la cenere di camini e stufe a legna, ostacolando la presenza di roditori, ghiotti della sua radice.

«La pianta – come ricorda il Crpv, il Centro ricerche produzioni vegetali di Cesena – si presenta come un cespuglio che può raggiungere un’altezza di 150 centimetri, il fusto è eretto con getti vegetativi basali, i carducci, che sono usati per la riproduzione». Colore violaceo con riflessi dorati, spine giallo nere ben formate e rigide, sapore leggermente amaro ma fresco e appetitoso. «Dal punto di vista agronomico – spiega ancora il Crpv – predilige i terreni siliceo-argillosi tipici dei calanchi romagnoli, ben esposti al sole». L’ortaggio sarebbe stato involontariamente «battezzato» Moretto dalla madre del ristoratore Nerio Raccagni. «Mia madre – racconta – diceva sempre che, così selvatico e difficile da pulire perché ti forava le mani, era brutto, spinoso e cattivo proprio come me. Siccome il mio soprannome era Moretto, lo diventò anche il carciofo».Oggigiorno questa varietà è coltivata da una trentina di produttori, cinque dei quali custodi del Carciofo Moretto, per un totale di circa 10 ettari.

«In realtà nel 2016 i custodi erano dieci – specifica ancora Spada – ma gli ultimi due anni sono stati particolarmente difficili per l’attacco indiscriminato dei topi sulle piante e per ridimensionamenti che hanno interessato alcuni produttori». Stefano Nannini è uno di loro, coltiva circa 4 mila piante in 5 mila metri quadrati in località Marzeno di Brisighella: «E’ un prodotto molto interessante – racconta -, tipico del luogo. Il Moretto è stato sempre legato a questi suoli che gli conferiscono profumi e sapori inconfondibili».

Ma è tempo di pensare al raccolto. «In due giorni – dice Silvano Neri dell’azienda “I frutti di stagione” di Brisighella, che in tre ettari di terreno coltiva 40 mila piante che danno 60 mila carciofi – è caduta l’acqua che serviva, è andata benissimo e a metà settimana cominciamo a raccogliere. Anzi, comincio a raccogliere perché faccio tutto da solo: la mattina presto o di notte, con la lampadina in testa come quelli che vanno a correre. Quando c’è buio e fresco si raccoglie meglio perché – spiega – il gambo si spezza e non si deve tagliare con le forbici e ci si può vestire più pesante. Le spine acute sono molto pungenti e occorre proteggersi bene».

E dal 2005 a Brisighella viene organizzata la Sagra del Carciofo Moretto, proprio per promuovere e valorizzare questa varietà rustica di carciofo. L”edizione di quest”anno è partita il 5 maggio e il prossimo appuntamento per gustare i piatti a base di questo ingrediente è domenica 12 maggio (al.gi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 2 maggio

I segreti del Carciofo Moretto di Brisighella, prodotto di stagione che cresce bene tra i calanchi esposti al sole
Cronaca 19 Febbraio 2019

Fino al 28 febbraio si può chiedere l'autorizzazione alla macellazione dei suini per uso familiare

Scade il 28 febbraio nei comuni del circondario imolese l’autorizzazione per richiedere la macellazione per uso familiare dei suini. Le carni non potranno entrare nel circuito commerciale, ma solo essere consumate in quello domestico-privato. Un’attività che oggi sopravvive in campagna e non solo, anche se in misura certamente ridotta rispetto al passato, intanto perché si è sviluppata una forte salumeria industriale ed artigianale, in secondo luogo perché molti preferiscono ormai comprare direttamente dai macelli la carne necessaria per fare i propri insaccati.

Determinante la denuncia all’Ausl con almeno 24 ore di anticipo, per consentire ad un veterinario pubblico di effettuare i controlli sanitari di routine. Richieste sempre più in calo anche nel nostro territorio come ci conferma Gabriella Martini, direttore del Servizio veterinario dell’Ausl di Imola. «Nel periodo da dicembre 2017 a febbraio 2018 le richieste sono state 262; a dicembre 2017, in particolare, erano 145. A dicembre 2018, le richieste sono scese a 123. Un numero che quasi sicuramente non aumenterà di tanto nel corso dei prossimi giorni. Un calo dovuto al caldo di dicembre, ricordiamoci che la temperatura è condizione necessaria per la conservazione dell’insaccato, ma anche per la mancanza di persone anziane abili per questa attività e che hanno piacere di riproporre ai familiari, per la mancanza ormai di locali idonei, non ci sono più tante case di campagna adatte a questo scopo e per un consumo più limitato di carne, soprattutto di maiale, sulle nostre tavole».

Una mutazione che, comunque, non deve far diminuire anche le regole igienico-sanitarie per le quali tanto si raccomanda anche l’azienda Ausl e che vengono riportate su una dettagliata e precisa «istruzione operativa», rilasciata a chi fa la domanda per la macellazione. Ma questa diventa l’occasione per ricordare una tradizione antica contadina, che viene ripresa oggi nelle tantissime feste e sagre del nostro territorio. «Da diversi anni – ricorda Giovanni Bettini, presidente della Clai – alla Festa del contadino a Sasso Morelli organizziamo la “Corsa del salame”, una sorta di ruba bandiera con al centro, invece del solito fazzoletto, un salame, e “L’arte dei norcini”, la dimostrazione da parte dei nostri maestri salumieri della lavorazione delle carni per produrre salsicce, salami, coppe, ciccioli. Un modo per ricordare, o raccontare, le tradizioni contadine. Oggi in pochi allevano maiali per poi ucciderli e quindi lavorare la carne, ma in molti vengono nei nostri punti vendita per acquistare la carne e preparare poi in casa le confezioni di insaccati».

E c’è anche chi organizza a Castel San Pietro “La gara dei salami”. «Nel nostro territorio – racconta Luigi Roli, presidente onorario della Società ciclistica Dal Fiume, che da dodici anni propone questa iniziativa – ogni anno almeno circa 25 persone aderiscono a questa competizione, segno che nelle nostre abitazioni la tradizione è ancora molto presente. E tanti sono anche i giovani che partecipano. Questo ci fa ben sperare per il futuro».

L’uccisione del maiale, dicevamo. Un rito, una festa. Il maièl, porz, ninín, gonc’, insomma il maiale lo si comprava dal mercatino di passaggio e, mangiando di tutto, ingrassava fino a Natale, tanto che la sua grassezza testimoniava implicitamente il benessere della famiglia che lo aveva nutrito; poi lo si uccideva e si dava inizio a quella che era una delle feste più importanti dell’anno. Sì, perché, era una vera ricchezza per tutta la famiglia. Il re della tavola in Emilia Romagna. Da animale esempio di ogni vizio, ad arca di abbondanza. E se è vero che mangia di tutto, lui stesso è a sua volta mangiato per intero. (al.gi.)

L”articolo completo è disponibile su «sabato sera» del 14 febbraio

Fino al 28 febbraio si può chiedere l'autorizzazione alla macellazione dei suini per uso familiare
Economia 13 Febbraio 2019

Alla scoperta del cardo, delle sue varietà e dei produttori che lo coltivano da Ponticelli a Ozzano Emilia

Gobbi e salsiccia ma, in mancanza di carne ricca, si potevano anche cuocere semplicemente in umido, come raccomandava già nel 1891 il gastronomo Pellegrino Artusi nel suo libro “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”. Il cardo era uno dei pochi prodotti invernali dell’orto e tipici di una civiltà contadina di inizio secolo, che cucinava in modo semplice e povero. Oggi questo prodotto ha meno successo. «Non è di consumo immediato – dice Michael Ferri, che a Ponticelli si prende cura di circa 100 quintali di cardi gobbi bianchi, soprattutto della varietà Gigante di Romagna -. Non è pratico perché deve essere lavorato, pulito e poi cucinato. La società è cambiata, non ha più tempo per certe cose».

Ma Michael ci crede e la sua produzione, grazie soprattutto alla vendita a filiera corta nei mercatini, finisce velocemente. «Nella vallata del Santerno siamo ormai gli unici – prosegue Ferri -. Iniziamo la raccolta a metà ottobre, poi andiamo avanti fino a febbraio. E’ il contorno di stagione. La quantità è in linea con lo scorso anno, anzi prevedo un 10-15 per cento in più, mentre il processo produttivo è leggermente ostacolato da bizzarrie climatiche, troppo caldo. Il gelo è fondamentale, dopo una gelata, infatti, la consistenza del cardo diventa migliore e più tenera. Il clima sta cambiando. La qualità comunque è ottima».

Lavoro in cucina e lavoro nei campi. «Occorre molta manodopera, i costi di produzione sono alti, c’è difficoltà di meccanizzazione nella maggior parte della lavorazione». Ma, nonostante questo, Ferri e la sua famiglia vanno avanti. «E’ anche una questione culturale». Una coltura di nicchia, insomma, prodotta e consumata localmente. «E’ tutta una questione di trovare la varietà giusta, con la giusta tecnica di produzione – spiega l’esperto di agricoltura biologica, ambiente ed agrobiodiversità, Stefano Tellarini – e in Emilia Romagna la varietà adatta è il cardo gigante di Romagna, coltivato con il sistema dell’interramento, che fa diventare il gambo bianco e lo rende più tenero e dolce. Una tipologia che ha fatto la sua comparsa ufficiale intorno agli anni Cinquanta». Ma noi siamo terra di confine e sulle nostre tavole arriva anche il cardo di fossa bolognese, un’altra storica produzione a consumo invernale delle campagne vicine che veniva consumato fresco in pinzimonio. Una coltura in pericolo di estinzione, visto che ormai sono in pochissimi a portarla avanti. Tra questi, l’ozzanese Mauro Gualandi, titolare dell’omonima azienda agricola, fondata oltre un secolo fa dal bisnonno Giovanni. «Per noi ormai è una tradizione di famiglia – ci spiega -. Ogni anno trapianto circa 4.500 cardi, della varietà bolognese Centofoglie. Quest’anno la produzione è stata ritardata dal fatto che a novembre, quando era il momento di mettere le piante in trincea, pioveva sempre».

La trincea in questione è una fossa di circa 80 centimetri di profondità, dove i fusti vengono collocati in verticale e coperti con un telo nero, per proteggerli dalla luce e dal freddo; in questo modo possono vegetare fino a metà febbraio. Una pratica d’altri tempi. Proprio per sensibilizzare sulla tutela e sul recupero di uno dei prodotti agricoli che hanno contribuito a impreziosire la biodiversità emiliana, la Fondazione bolognese Fico per l’educazione alimentare e alla sostenibilità ha recentemente organizzato a Bologna nello Spazio 118 Eataly World di via Paolo Canali 8, una mostra fotografica dal titolo Archeologia orticola: il salvataggio del cardo di fossa bolognese, visitabile fino al 20 febbraio. Far vedere le fasi di lavorazione, dalla selezione dei semi, che veniva direttamente curata dai contadini, alla vendita dei prodotti può invogliare, perché no, anche il suo consumo. (al.gi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 7 febbraio

Nella foto il cardo romagnolo

Alla scoperta del cardo, delle sue varietà e dei produttori che lo coltivano da Ponticelli a Ozzano Emilia
Economia 11 Febbraio 2019

Eurovo presenta il progetto “Abbiamo la ricerca nel Dna' e dona 300.000 euro a tre istituti della regione

Eurovo continua a investire sul territorio. Dopo la scelta di sponsorizzare l’Andrea Costa Basket, lo scorso 30 gennaio il gruppo padovano delle uova, con sede e allevamenti anche a Imola e Mordano, ha presentato il nuovo progetto “Abbiamo la ricerca nel Dna”, per sostenere con 300 mila euro la ricerca scientifica condotta da tre realtà di spicco della nostra regione: l’Istituto ortopedico Rizzoli, l’Ail di Ferrara e l’Istituto oncologico romagnolo.

Per annunciare il progetto Eurovo ha scelto proprio Imola, «non solo perché questo è il territorio che ha permesso a Eurovo di svilupparsi – ha sottolineato Silvia Lionello, direttrice Servizi del gruppo – ma anche perché al centro del triangolo Bologna, Ferrara e Forlì, in cui operano le tre eccellenze che il gruppo ha deciso di supportare». E’ proprio Silvia, nipote dei fondatori, Rainieri e Anita, ad aver fortemente voluto questa iniziativa. «Per Eurovo – ha motivato – essere un’impresa che guarda al futuro significa sostenere quei progetti che concretamente aspirano al miglioramento della salute. Crediamo che le aziende debbano dimostrare con fatti concreti, anche con un orizzonte più ampio del ristretto ambito aziendale specifico, l’attenzione alle persone».

Ricerca scientifica e ricerca aziendale. Dal 2012 gli investimenti fatti da Eurovo in innovazione sono aumentati a ritmo esponenziale. «Nell’arco temporale 2012-2018 – conferma il direttore generale di Eurovo, Ireno Lionello – gli investimenti sono cresciuti di circa due terzi. Nel 2019 la crescita continua rispetto all’anno precedente di un più 8 per cento e, nel 2020, è previsto un ulteriore 10 per cento. Possiamo dire che la ricerca è nel Dna della nostra azienda, perché fa parte da sempre del nostro modo di fare impresa, per questo abbiamo deciso di dare questo titolo all’iniziativa. Siamo nati sessant’anni fa da un’idea imprenditoriale di mio padre e sin da allora abbiamo investito in ricerca. La ricerca è ciò che ha favorito lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi e così in tre generazioni, sia la passione, ma anche l’innovazione e l’automazione dei processi, hanno reso una piccola impresa basata sulla sgusciatura manuale di uova il grande gruppo che siamo adesso». Eurovo, infatti, è presente non solo in Italia ma anche in Europa con 17 stabilimenti produttivi, 1.500 dipendenti e un fatturato che nel 2018 ha raggiunto i 650 milioni di euro. (lo.mi.)

Il servizio completo è su «sabato sera» del 7 febbraio    

Nella foto la presentazione del progetto di Eurovo al Sersanti il 30 gennaio

Eurovo presenta il progetto “Abbiamo la ricerca nel Dna' e dona 300.000 euro a tre istituti della regione
Economia 5 Febbraio 2019

Alla coop Clai 4 milioni di euro dal Bando di filiera: nel dettaglio i progetti finanziati

Come anticipato la scorsa settimana (leggi qui), la Clai è tra le 1.300 aziende che nel 2018 hanno vinto il Bando di filiera inserito nel Programma di sviluppo rurale 2014-2020 della Regione Emilia Romagna. La cooperativa agroalimentare imolese si è aggiudicata 4 milioni di contributi europei per progetti orientati al miglioramento della qualità di produzione, alla sostenibilità ambientale e finalizzati a ottimizzare il sistema di tracciabilità del prodotto, investimenti il cui importo complessivo supera gli 11 milioni di euro.

La Regione ha distribuito in totale circa 135 milioni, utili a realizzare in tutta l’Emilia Romagna 55 progetti ad alto tasso di innovazione del valore complessivo di 360 milioni. Nel dettaglio, un progetto presentato da Clai riguarda la filiera della carne suina, per il quale la cooperativa ha ottenuto un finanziamento economico di oltre 3 milioni e 400 mila euro a fronte di un investimento da 9 milioni e mezzo di euro; un secondo progetto è relativo alla filiera della carne bovina del valore di 1 milione e 700 mila euro e per il quale sono stati stanziati 664 mila euro. Le risorse sono state impiegate per investimenti in tecnologie e macchinari e per un progetto di ricerca e sviluppo in collaborazione con l’Università di Bologna.

«Sono stati effettuati investimenti sull’intera linea di produzione – conferma Rudy Magnani, responsabile dello stabilimento Clai di Sasso Morelli -; innovazione sia nella tecnologia utilizzata sia nei processi di controllo che vengono fatti in linea. Siamo in grado di andare ad analizzare tutta la materia prima che processiamo. Questa è una garanzia per la sicurezza alimentare del prodotto. Queste macchine consentono anche di analizzare il contenuto esatto di grasso presente all’interno del prodotto e, di conseguenza, di correggerlo per ottenere una standardizzazione di valori nutrizionali in termini di grasso».

Migliorate anche le celle di stoccaggio. «Queste – prosegue Magnani – sono state completamente demolite, i vecchi impianti avevano oltre 30 anni. Sono state implementate celle nuove, più igieniche ed ecologiche: utilizziamo un fluido refrigerante con gas naturale e riduciamo i consumi energetici. Abbiamo centralizzato la produzione di freddo con nuove tecnologie per il risparmio energetico. Inoltre, sono stati acquistati impianti per stagionare meglio il prodotto e per aumentare la capacità produttiva. Infine, ci siamo dotati di etichettatrici indispensabili per i mercati esteri».

Un altro filone di innovazione riguarda i progetti di ricerca e sviluppo in collaborazione con l’Università di Bologna, in particolare con il dipartimento di Scienze e tecnologie alimentari. «Da anni – spiega il responsabile di stabilimento – si è instaurato un rapporto stretto con l’Università. Il progetto di ricerca e sviluppo vincitore del Bando è partito nel 2018 e riguarda la messa a punto di un salame in grado di rispondere alle esigenze dei consumatori, non solo in termini di origini dell’animale, ma anche sugli aspetti nutrizionali, salutistici e di qualità sensoriale del prodotto finito». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 31 gennaio

Alla coop Clai 4 milioni di euro dal Bando di filiera: nel dettaglio i progetti finanziati
Economia 29 Gennaio 2019

Alta qualità, benessere degli animali, trasparenza verso il consumatore: così Clai ha vinto il Bando di filiera della Regione

La Clai ha vinto nei giorni scorsi il Bando di filiera finanziato dell’Unione Europea e inserito nel Programma di Sviluppo Rurale 2014-2020 della Regione Emilia-Romagna. La cooperativa imolese ha ottenuto l’importante risultato presentando due progetti di filiera bovina e suina che si prefiggono questi obiettivi: miglioramento della qualità della produzione, sostenibilità ambientale, perfezionamento del sistema di tracciabilità del prodotto per garantire la massima trasparenza al cliente.

Il Piano di Innovazione di filiera si inserisce in una realtà come la Clai che da più di 50 anni adotta i più alti standard al fine di assicurare il benessere degli animali e la migliore qualità nel sistema di trasformazione e lavorazione. In particolare, attraverso un’attività di ricerca prevista dal Piano stesso, l”azienda di Sasso Morelli studierà la possibilità di fornire al consumatore carni fresche e salumi ad alto valore aggiunto, accompagnati da un’etichettatura intelligente che dia  informazioni non solo legate all”origine dell’animale, ma anche agli aspetti nutrizionali, salutistici e di qualità sensoriale del prodotto finito. 

«All’interno di questo piano – spiega il direttore generale della Clai, Pietro D’Angeli – vogliamo mettere a punto nuove tecnologie di produzione e realizzazione di prodotti innovativi per il mercato. Studieremo gli effetti migliorativi degli interventi che attueremo sulla filiera delle carni fresche e sui prodotti stagionati per rispondere alle attuali esigenze dei consumatori. Confidiamo che possano contribuire allo sviluppo della Clai sia nei mercati esteri che in quello italiano ed attrarre altri giovani. In questo ambito gli obiettivi del gruppo sono chiari: istruire e formare studenti pronti per il mondo del lavoro. Da molti anni Clai sta attuando progetti di alternanza scuola-lavoro con Istituti Superiori di 2° grado e ha raggiunto accordi con l”Università di Bologna per tirocini curricolari e realizzato tirocini estivi con istituti tecnici». Oltre che con le scuole superiori, la cooperativa ha progetti attivi con vari enti di formazione, come lo Ial Emilia Romagna per la formazione di “Tecnici della produzione e promozione delle tipicità enogastronomiche e del territorio”, IreCoop Emilia Romagna e Fism Toscana.   

Per quanto riguarda invece il Bando di filiera della Regione, l”assessore all”Agricoltura Simona Caselli informa che «con il bando chiuso nel 2018 abbiamo messo a disposizione 135 milioni di euro per sostenere piani di investimento puntando in particolare su progetti ad alto tasso di innovazione: un elemento strategico e decisivo per tutte le aziende aggiudicatarie, come l’importante realtà di Clai, in grado di rafforzare la competitività dell’agroalimentare dell’Emilia-Romagna sui mercati nazionali e internazionali. Oltre all’innovazione e sempre in un’ottica espansiva dei nostri prodotti, il bando ha favorito l’aggregazione tra imprese agricole, di trasformazione e commercializzazione. I 55 progetti finanziati, che coinvolgono oltre 1.300 aziende agricole, attiveranno un volume complessivo di investimenti superiore ai 360 milioni di euro, facendo così anche da volano di crescita per altri settori economici». (r.eco.) 

Alta qualità, benessere degli animali, trasparenza verso il consumatore: così Clai ha vinto il Bando di filiera della Regione
Economia 2 Gennaio 2019

Con la Legge di Bilancio riduzione delle accise sulla birra e aliquota più bassa per i birrifici artigianali

Taglio di un c e n t e s i m o dell’accisa applicata alla birra, che dal 2019 dovrebbe così scendere da 3 euro a 2,99 ad ettolitro. E riduzione del 40% dell’aliquota per chi produce fino a 10 mila ettolitri, come i birrifici artigianali. Misure introdotte con un emendamento alla manovra approvato dalla commissione Bilancio della Camera, tese a favorire un settore cresciuto molto negli ultimi anni, sia in termini di produzione, sia in termini di consumo della bevanda fermentata e diventate legge con l”approvazione definitiva della legge di Bilancio 2019 negli ultimi giorni del vecchio anno.

Stando ai dati dell’osservatorio regionale del commercio Emilia Romagna, la birra è per lo più bevuta a cena e preferita da oltre il 33% dei consumatori, appena 7 punti percentuali in meno del vino (scelto dal 40% dei consumatori), che vanta però una ben più lunga tradizione nazionale. Si tratta dunque di una riduzione delle tasse quantomai necessaria per far decollare il settore. Fra i Paesi europei, infatti, la tassazione applicata in Italia alla produzione di birra è tra le più alte. Non solo. Sempre in tema brassicolo, il Belpaese si distingue anche per un’altra curiosa anomalia: ovvero, che l’accisa sugli alcolici viene applicata alla birra ma non al vino. In pratica, la «bionda» è l’unica bevanda alcolica definita «da pasto» a pagarla, più simile ad un bicchiere di rum che ad un calice di rosso.

La riduzione delle accise si traduce, secondo le stime, in un risparmio fino a 140 mila euro all’anno per i produttori più vicini al limite dei 10 mila ettolitri annui e più ridotto, in proporzione, per i produttori più piccoli, come quelli del nostro territorio: due birrifici e una «beer firm» (ovvero birrificio con impianto in affitto) che nel 2018 hanno fermentato fra i 110 e i 400 ettolitri di bionde. «Per noi significherebbe un risparmio di circa seimila euro annui, se ci basiamo sulla produzione di 400 ettolitri di quest’anno – quantifica Pierpaolo Mirri del birrificio agricolo Claterna di Castel San Pietro -. Un aiuto concreto per abbassare i prezzi ed avere così un prodotto più competitivo, oppure per sostenere le spese o nuovi investimenti».

Claterna è presente sul mercato dal 2014, prima come «beer firm» con la produzione delocalizzata a Fabriano ed ora come vero e proprio birrificio, inaugurato nel 2017, grazie ad un investimento importante. «Abbiamo poi inaugurato da poco la nuovissima «tap room», uno spazio dedicato a degustazioni e visite guidate con vetrata a vista sul nostro impianto e spillatrici per assaggi a chilometro zero», aggiunge il birraio castellano. Recentemente il birrificio castellano ha presentato una nuova birra in collaborazione con l’associazione marronai alidosiani di Castel del Rio, fermentata aggiungendo, appunto, farina di marroni locali. «Un microbirrificio, per sopravvivere in un mercato dove dettano legge i grandi marchi, deve puntare su innovazione e creatività», conclude Mirri.

Se l’emendamento è stato accolto positivamente dalle associazioni di categoria, tra gli addetti ai lavori prevale comunque la cautela. «La riduzione delle accise per i piccoli produttori indipendenti è sicuramente importante – commenta Marco Tampieri del birrificio imolese Hopinion -. Va detto, però, che il limite dei diecimila ettolitri annui si riferisce ad una dimensione già medio-grande se paragonata ai veri piccoli birrifici che sono la maggior parte e che per lo più producono, mediamente, 500-1.000 ettolitri di birra all’anno». Il birrificio Hopinion nato in via Pasquala nel 2017. Oggi, al secondo anno di attività e quindi ancora in fase di rodaggio, produce circa 250 ettolitri all’anno di birre agricole, utilizzando cioè oltre il 51% di materie prime prodotte in proprio. La società, infatti, gestisce luppoleti a Dozza e a Castel San Pietro, da cui ricava i fiori destinati alle birre a marchio Hopinion. «Utilizzare materie prime auto-prodotte non è una condizione sufficiente per abbassare le spese – precisa però Tampieri -. Ridurre le accise, invece, influisce direttamente e concretamente sul prezzo di vendita. Ma ritengo che si possa fare anche di più per sostenere le piccole aziende italiane che producono birra artigianale agricola. Fare la birra e venderla non è un gioco, anche se si è mossi dalla passione. Anche quando la produzione va bene, non è facile entrare nei canali di distribuzione, spesso monopolio dei grandi marchi con più potere commerciale. La vera sfida quindi – conclude Tampieri – è trovare le strade per far arrivare il prodotto al pubblico».

Per far conoscere le sue produzioni, il «birrificio» «Non retorico» punta da sempre sugli eventi. Quest’anno la «beer firm» imolese ha prodotto 110 ettolitri delle proprie birre, fra cui una stagionale con l’albicocca reale di Imola, presso il birrificio Bellazzi di San Lazzaro. «Ma stiamo anche valutando di diventare un vero e proprio birrificio», dice Andrea Sangiorgi, birraio del «beer firm». «La riduzione delle imposte è certamente positiva ma sarebbe da modificare anche il metodo con cui si calcola la tassa, che misura il grado alcolico potenziale e non conta le perdite in fase di produzione. Inoltre – aggiunge Sangiorgi – bisognerebbe proteggere la vera birra artigianale da quella industriale, che spesso si definisce arti-gianale creando confusione sul mercato».

Sono oltre trenta le attività fra birrifici, «beer firm» e «brew pub» che producono birre artigianali entro un raggio di 30 chilometri da Imola.

Numeri che dimostrano la forte crescita del settore delle birre artigianali made in Italy: Coldiretti Emilia Romagna conta infatti ben 117 micro-birrifici nella sola regione di riferimento (nel 2010 erano appena 24) su un totale di oltre 1.500 in tutta la penisola (secondo il database online microbirrifici.org). (mi.mo.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 20 dicembre

Nella foto Pierpaolo Mirri del birrificio Claterna di Castel San Pietro

Con la Legge di Bilancio riduzione delle accise sulla birra e aliquota più bassa per i birrifici artigianali
Economia 5 Luglio 2018

Food blogger e influencer web le nuove modalità di promozione dei prodotti CLAI

Nonostante siano passati più di vent’anni (erano i primi anni Novanta), chi non ricorda gli sketch di Giovanni Rana alle prese con Marilyn Monroe o Stalin? Allora la scelta dell’imprenditore della pasta fresca di apparire in prima persona negli spazi pubblicitari televisivi e della carta stampata, come testimonial di se stesso e della genuinità del proprio prodotto, fu tanto inusuale quanto vincente: l’intuizione di un marketing personalizzato, infatti, lo rese noto al grande pubblico e trasformò il piccolo pastificio aperto nel 1961 nell’odierno colosso dell’alimentare, che vanta una sede produttiva anche oltreoceano.Le strategie di marketing e pubblicità possono notevolmente influire sul successo di un’azienda.

In pratica, non solo è importante che gli ingredienti del prodotto di un’azienda agroalimentare siano buoni, ma anche che le basi del proprio marketing aziendale siano attuali o addirittura possano precorrere i tempi. Lo sa bene la cooperativa agricola Clai, che da qualche anno ha scelto di differenziare il proprio marketing aziendale puntando contemporaneamente sulle pubblicità tradizionali, quelle online e gli eventi in store.Da un anno a questa parte, inoltre, ha affidato il ruolo di direttore marketing a Gianfranco Delfini, già impegnato nel settore per il salumificio Fratelli Veroni.

«Al mio arrivo ho trovato un’azienda con una buona presenza sul web e sui social network – racconta Delfini -, da un lato maggiore rispetto alla media del settore salumi, dall’altro strutturata attraverso contenuti differenziati e di qualità come ricette, consigli per l’uso dei prodotti e quiz attraverso cui far interagire il pubblico con il marchio. Un’ottima base di partenza per strutturare progetti mirati ai target da conquistare».

Dallo scorso anno Clai collabora con alcuni food blogger, non solo dei recensori ma in alcuni casi vere e proprie star del web. Le opinioni di alcuni contano così tanto da fare marketing?
«Per il secondo anno collaboriamo con una decina di food blogger fra i più seguiti d’Italia, provenienti da differenti regioni, che ogni settimana propongono nel nostro sito e nei loro spazi online proprie ricette realizzate con i nostri prodotti. La forza dei food blogger è la loro naturalezza, ognuno ha il proprio stile di cucinare e comunicare e per questo ognuno di loro raggiunge un pubblico diverso. C’è perfino chi taglia il salame senza preoccuparsi della forma obliqua cui in Emilia Romagna facciamo grande attenzione, ma è proprio la diversità la vera ricchezza. In pratica attraverso i food blogger ci raccontiamo zona per zona. E partendo dal web riusciamo ad arrivare nelle microaree dei consumatori veri. L’opposto dello spot televisivo». (mi.mo.)

L”intervista completa è sul “sabato sera” del 5 luglio

Nella foto i food blogger che ad aprile hanno partecipato al “Blogger Day” organizzato nella sede del “Sonia Peronaci Factory” a Milano

Food blogger e influencer web le nuove modalità di promozione dei prodotti CLAI
Economia 5 Luglio 2018

Deloitte premia la cooperativa Clai per performance e impegno verso le persone

Fra le motivazioni con cui la Clai, cooperativa della frazione di Sasso Morelli, è stata premiata fra le “Best managed companies” da Deloitte, azienda di consulenza e revisione prima al mondo in termini di ricavi e numero di professionisti, c’è l’impegno verso le persone, oltre alla strategia, le competenze e le performance. Un impegno che «si basa sulla continuità generazionale, cioè sulle persone e sulla trasmissione di conoscenze e competenze, sulla crescita di anno in anno, con nuove assunzioni di giovani, e sulla sostenibilità», ha spiegato il direttore generale Pietro D’Angeli ritirando il premio alla Borsa di Milano. E grazie a questa politica aziendale, l’età media dei circa 500 lavoratori della cooperativa agroalimentare non supera i 43 anni di età. «Le nuove assunzioni sono importanti per la crescita aziendale, ma per poter assumere – rimarca D’Angeli – occorre che l’azienda sia in crescita. Clai negli ultimi anni ha centrato l’obiettivo di vendere di più sia in Italia sia all’estero. E grazie a questa crescita costante, dal 2001 al 2017 il nostro organico è cresciuto da 359 a 493 persone».

Chi assumete?
«Da un lato, per certi ruoli cerchiamo personale qualificato con esperienza; dall’altro, giovani anche alla prima esperienza lavorativa. Per questa seconda ricerca è efficace il rapporto di collaborazione instaurato con le scuole. Molte delle nostre professionalità tecniche provengono dal corso di laurea in Tecnologie alimentari dell’università di Bologna. Ad esempio i responsabili dei nuovi settori Ricerca e Sviluppo e Qualità sono neolaureati che hanno da poco concluso il percorso di studi. Ci è capitato anche di essere oggetto di tesi da parte di alcuni laureandi, sia sui prodotti sia sull’organizzazione cooperativa. Nei settori della produzione, invece, assumiamo neodiplomati che iniziano il percorso di formazione interno all’azienda che li potrà poi portare a crescere e fare carriera. All’interno dei nostri punti-vendita ospitiamo spesso giovani studenti degli istituti alberghieri di Castel San Pietro e Riolo Terme per stage e tirocini lavorativi. I giovani sono una presenza importante per mantenere giovane un’azienda, non solo nell’età media del personale ma anche per la freschezze delle idee e una diversa visione del mondo; ma per noi è altresì importante l’intergenerazionalità, il dialogo fra generazioni diverse, la maniera di una volta per tramandare il sapere artigianale».

Un valore tipico della cooperazione…
«Crediamo davvero nei valori della cooperazione. Da noi le persone sono importanti e cerchiamo di farle stare bene non per buonismo ma perché crediamo che sia il modo più efficace e più efficiente per una corretta e sana gestione aziendale. Siamo stati fra le prime aziende del territorio ad adottare un sistema retributivo integrativo sulla base di obiettivi aziendali prestabiliti; abbiamo una politica che va incontro alle esigenze degli studenti e delle neomamme con orari ridotti e possibilità di turni; dallo scorso anno abbiamo attivato una piattaforma di welfare aziendale per fornire servizi ai nostri dipendenti. Per noi – conclude D’Angeli – questa politica aziendale non genera maggiori costi ma migliori conti». (mi.mo.)

Altri particolari sul “sabato sera” del 5 luglio

Nella foto i trofei della Deloitte per le best managed companies  

Deloitte premia la cooperativa Clai per performance e impegno verso le persone

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