Posts by tag: archeologia

Cronaca 17 Ottobre 2019

Una conferenza del Cise sulla storia di Hapuseneb, amministratore egizio al tempo della regina Hatshepsut

Tamás Bács, capo del dipartimento di Egittologia della Eötvös Loránd University di Budapest, sarà a Imola domani, venerdì 18 ottobre, alle ore 18, presso l’auditorium Aldo Villa del museo di San Domenico in via Sacchi 4, per tenere una conferenza dal titolo «Un perfetto amministratore: il Sommo Sacerdote di Amon Hapuseneb». Tamás Bács si è diplomato al liceo nel 1978, poi si è laureato in archeologia ed egittologia. E’ stato dottore di ricerca, professore associato e, nel 2006, è stato nominato capo dipartimento. Fa parte della missione archeologica ungherese a Tebe, sul cui sito oggi sorgono Karnak e Luxor. Le sue aree di ricerca sono l’archeologia di Tebe e l’arte dell’Egitto.

Hapuseneb fu sacerdote di Amon a Karnak, entrando in carica all’inizio del periodo di coreggenza di Hatshepsut e Thutmose III, finché fu designato come principe ereditario e conte, tesoriere del re dell’Alto e Basso Egitto, supervisore dei sacerdoti dell’Alto e Basso Egitto e supervisore di tutti i lavori del re. Avvalendosi di questo enorme potere concessogli da Hatshepsut, fu coinvolto nei grandi progetti della regina faraone, compresa la preparazione della tomba per la regina, la costruzione del suo tempio a Deir El-Bahari e la spedizione nella terra di Punt (1479/3-1458/7 a.C.) con la quale gli Egizi avevano relazioni commerciali per procurarsi prodotti esotici, in particolare aromi e incenso.

In mezzo a questa miriade di impegni e in linea con il suo status sociale, Hapuseneb procedette a costruire per sé un monumento mortuario nella necropoli d’élite di Tebe, che per splendore e dimensioni era seconda solo a quella di Senenmut, l’architetto, capo di Stato, consigliere della regina Hatshepsut, la regina che volle diventare faraone. «Il professor Bàcs ci presenterà una rilettura aggiornata della figura di Hapuseneb e della sua grandiosa tomba – dice Fabrizia Fiumi, presidente del Cise – siamo felici di ospitare qui ad Imola studiosi di varie provenienze che testimoniano l’impegno del Cise alla qualità dei relatori e la diffusione degli studi egittologici». La stagione di conferenze è dedicata alla socia Nicoletta Pirazzoli, recentemente scomparsa. (r.cr.)

Nella foto l”archeologo e docente ungherese Tamás Bács

Una conferenza del Cise sulla storia di Hapuseneb, amministratore egizio al tempo della regina Hatshepsut
Cronaca 3 Ottobre 2019

Il fascino della regina faraone Hatshepsut e del suo tempio nella conferenza proposta dal Cise a palazzo Sersanti

Il Cise riprende le sue iniziative di divulgazione sull’archeologia e la cultura nell’Antico Egitto. La prima iniziativa che ha in programma è una conferenza che si terrà venerdì 4 ottobre, alle ore 18, presso la sala di palazzo Sersanti, in piazza Matteotti 4. L’ospite dell’iniziativa sarà Zbigniew Szafranski, direttore della missione archeologica polacco-egiziana di ricerca e conservazione del Tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari (Luxor), che parlerà sul tema La regina-faraone Hatshepsut sta tornando al suo tempio a Deir el-Bahari.

Il tempio funerario di Hatshepsut, noto anche come Djeser-Djeser (Santo fra i Santi), è un tempio situato sotto le scogliere di Deir el-Bahari, sulla riva occidentale del Nilo, vicino alla Valle dei Re in Egitto. Il tempio funerario è dedicato alla divinità solare Amon-Ra, ed è considerato uno degli incomparabili monumenti dell’antico Egitto. Hatshepsut (1513/1507 a.C.circa – 16 gennaio 1458 a.C.) è stata una regina egizia, quinta sovrana della XVIII dinastia. E’ generalmente considerata dagli studiosi come uno dei migliori faraoni della storia egizia, avendo inoltre regnato molto più a lungo di ogni donna appartenente a tutte le altre dinastie native dell’Egitto. Definita «La prima grande donna della storia di cui noi abbiamo notizia», venne cancellata verso la fine del regno del Thutmose III e durante quello del figlio Amenofi da alcuni monumenti ed a alcune cronache faraoniche.

Presso il Tempio di Deir el-Bahari, molte statue furono rimosse e frantumate o sfigurate, per poi essere sepolte in un pozzo. Valorizzata come una delle donne preminenti nell’antichità, venne dipinta in epoca femminista come una bellissima donna, pacifista, distaccandosi quindi decisamente dall’immagine maggiormente accreditata nel XIX secolo, chevoleva Hatshepsut come un’assetata di potere, una matrignache aveva usurpato il trono diThutmose III. (r.cr.)

Nella foto l”archeologo Zbigniew Szafranski

Il fascino della regina faraone Hatshepsut e del suo tempio nella conferenza proposta dal Cise a palazzo Sersanti
Cronaca 4 Maggio 2019

Dagli scavi tra via Volturno e il parcheggio di via Oberdan sono emerse le mura difensive dell'antico castello

Una parte del castello che dà il nome alla cittadina, che oggi si espande tra il Sillaro e la via Emilia, è riapparsa grazie alle recenti indagini archeologiche propedeutiche ad un progetto di restauro conservativo delle antiche mura. Un progetto attualmente in fase di condivisione tra l’Amministrazione comunale del sindaco Fausto Tinti e la Soprintendenza di archeologia belle arti e paesaggio per la Città metropolitana di Bologna e le province di Modena Reggio Emilia e Ferrara. Per la precisione, i sondaggi propedeutici, iniziati a metà marzo nell’area fra via Volturno e il parcheggio di via Oberdan, hanno riportato alla luce alcuni tratti dell’antico impianto murario difensivo del castello.

Un’importante porzione è attualmente visibile ai curiosi nella trincea scavata proprio nell’area verde adiacente il parcheggio. Agli occhi dei comuni passanti potrebbe sembrare solo l’ennesimo pezzo di muro della cinta che circondava l’antico castello, ma Renata Curina, funzionario archeologico per la sede bolognese della Soprintendenza, spiega di cosa si tratta esattamente e soprattutto la sua importanza da un punto di vista storico-scientifico: «La porzione rinvenuta dimostra l’esistenza di strutture difensive che contraddistinguevano ed intervallavano il circuito murario vero e proprio di Castel San Pietro – spiega l’archeologa -. Non sappiamo se si tratta dell’antico accesso al castello, che sorgeva nello spazio occupato dall’attuale piazza centrale, piazza XX Settembre, oppure, piuttosto, un rivellino, un’ulteriore fortificazione indipendente che veniva eretta per una maggiore protezione dei punti sensibili. Ma questo ritrovamento conferma alcune ipotesi presenti in molti documenti storici e che avevamo già ipotizzato durante la campagna di scavi fatta nella piazza sul finire degli anni Novanta. Per la città si tratta di un bel colpo considerando il buono stato di conservazione dei reperti murari rinvenuti».

Già gli scavi iniziati nel 1994 in piazza XX Settembre per il rifacimento della pavimentazione, di fatto ampliati fra il 1997 e il 1998 fino a diventare uno dei più grandi cantieri archeologici urbani della regione per quei tempi, hanno portato alla luce un pezzo importante della storia della città. «Allora scavammo per capire perché i documenti del Trecento riportassero l’ordine di abbattere le case e i palazzi che sorgevano nell’area dell’attuale piazza» ricorda Maurizio Molinari, archeologo del Gruppo per la valorizzazione dei beni culturali e ambientali della Valle del Sillaro -. Oggi, grazie ai nuovi scavi tra via Volturno e il parcheggio di via Oberdan, viene confermata la presenza di fortificazioni aggiuntive adiacenti la vecchia rocca e le vicine mura». (mi.mo.)

Il servizio completo è su «sabato sera» del 2 maggio

Nella foto un”immagine degli scavi

Dagli scavi tra via Volturno e il parcheggio di via Oberdan sono emerse le mura difensive dell'antico castello
Cultura e Spettacoli 16 Aprile 2019

Quando Imola era abitata dai Longobardi: alla scoperta dei tesori ritrovati a fine '800 nel nostro territorio

Immaginiamo di avere una macchina del tempo e di programmare un viaggio a ritroso di circa 1.460 anni. Ci ritroveremmo così nella seconda metà del VI secolo, quando Imola era abitata dai Longobardi. Di origine nordica, nel corso dei secoli erano arrivati prima in Pannonia, comprendente parte delle attuali Ungheria, Austria, Croazia e Slovenia e, in seguito, nel nostro Paese, dove dal 568 in poi, sotto la guida del re Alboino, hanno occupato il nord e il centro Italia. La loro egemonia sul territorio imolese è durata circa 200 anni, a partire dall’ultimo quarto del 500 fino alla seconda metà del 700, quando sopraggiunsero i Franchi di Carlo Magno.

Stando alle fonti, la nostra era considerata tra le città più importanti dell’antica Emilia e i Longobardi avrebbero avuto parte attiva nel suo completamento con la probabile ricostruzione del Castrum, sopra il monte Castellaccio. Il loro passaggio ha lasciato anche tracce tangibili arrivate fino a noi. Si tratta di oggetti rinvenuti già nell’800 sulle prime colline imolesi da Giuseppe Cerchiari. Altri reperti sono stati ritrovati invece a Villa Clelia e in via Appia.

Sei preziose fibule (spille) sono state presentate il 7 aprile al Museo di San Domenico, in occasione della visita guidata riservata ai titolari della Card Musei metropolitani Bologna. «Le fibule in questione – ci spiega l’archeologa dei Musei civici, Laura Mazzini – facevano parte di corredi funebri, anche se non ci sono giunte informazioni precise sulle modalità di ritrovamento, avvenute nella seconda metà ’800. Questi gioielli erano tipici dell’abbigliamento femminile ed è probabile che appartenessero a donne di alto rango. Diversi pezzi facevano parte della collezione Cerchiari».

Ma gli «ori dei barbari», così come li conosciamo oggi, sono costituiti anche da altri pezzi, tutti conservati sotto chiave al Museo di San Domenico da quando, a metà anni ’80, il vecchio museo archeologico nei sotterranei dell’ex convento di San Francesco ha chiuso i battenti. Negli anni seguenti questi reperti sono stati esposti solo in occasione di sporadiche mostre a Imola e in altre città. (lo.mi.)

In attesa del nuovo allestimento all”interno del complesso di San Domenico a Imola, un ampio servizio su una parte della collezione imolese è su «sabato sera» dell”11 aprile

Nella foto un paio di fibule ritrovate nel podere Cardinala, sui colli imolesi

Quando Imola era abitata dai Longobardi: alla scoperta dei tesori ritrovati a fine '800 nel nostro territorio
Cronaca 1 Aprile 2019

Inaugurato a Ozzano Emilia il museo “Città di Claterna', dedicato agli scavi dell'insediamento di epoca romana

Il museo “Città romana di Claterna” di Ozzano Emilia è realtà. Il taglio del nastro è avvenuto sabato 30 marzo, alla presenza del sindaco Luca Lelli, dell”assessore alla Cultura Marika Cavina, della soprintendente Cristina Ambrosini, della responsabile dell”Ibc della Regione Emilia-Romagna Fiamma Lenzi e del vicesindaco della Città metropolitana Fausto Tinti.

Ricordiamo che già a partire dal 2006 era stato realizzato, al secondo piano del Palazzo della Cultura, uno spazio espositivo con in mostra alcuni reperti trovati nella località di Maggio, a fianco della via Emilia. Ora però la mostra, che fa parte del progetto “Civitas Claterna”, diventa stabile grazie al nuovo museo, più ampio e riallestito rispetto alla precedente esposizione, in stretta collaborazione con gli enti scientifici e culturali di riferimento e le associazioni culturali territoriali attive nel settore.

«Da oggi anche Ozzano ha il suo museo – ha sottolineato il sindaco Lelli – siamo davvero molto soddisfatti di questo importante traguardo raggiunto, al quale  abbiamo lavorato fin dall”inizio del mandato. Riuscire ad inaugurarlo prima della fine del mandato è la giusta chiusura del cerchio. Ora e” a disposizione di tutti e mi auguro che anche tanti ozzanesi abbiano voglia e curiosità per visitarlo. Intanto già dalla prossima settimana verranno in visita alcune scolaresche da Cesena, l”auspicio è che siano le prime di tante altre». «L”obiettivo del museo -aggiunge l”assessore Cavina – è quello di raccontare le vicende che caratterizzano la storia della Città di Claterna e del territorio di Ozzano sviluppando, attraverso l’esposizione di reperti e di alcuni materiali particolarmente significativi ed evocativi, un racconto storico completo ed attrattivo che illustrerà le origini dell’antica città e la sua riscoperta».  

All”inaugurazione è intervenuta anche la soprintendente Cristina Ambrosini la quale, nel ricordando quanto sancito dall”art. 9  della Costituzione Italiana, vale a dire che la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, ha messo in rilievo che il museo “Città di Claterna” è stato fortemente voluto dal Comune e lo Stato ha collaborato attraverso la Soprintendenza e l”Istituto regionale Ibc, insieme a tanti volontari e associazioni che dedicano agli scavi gran parte del loro tempo libero e agli sponsor grazie ai quali viene garantita l”attrezzatura necessaria per i lavori. «E” per i ragazzi, per ricordare loro il nostro passato e la storia di questi luoghi che gli archeologi continuano a portare alla luce importanti pezzi della nostra storia, ha concluso Ambrosini. (r.cr.)

Nella foto il taglio del nastro del museo “Città di Claterna”

Inaugurato a Ozzano Emilia il museo “Città di Claterna', dedicato agli scavi dell'insediamento di epoca romana
Cultura e Spettacoli 29 Marzo 2019

Inaugura domani il Museo città romana di Claterna a Ozzano Emilia

Da mostra permanente a museo vero e proprio. A Ozzano è tutto pronto per questo passaggio all’ultimo piano del palazzo della Cultura di piazza Allende: si chiamerà «Museo della città romana di Claterna» e manterrà il concept della mostra aperta per la prima volta nel 2006 ospitante i reperti della Roma antica ritrovati in gran parte nel territorio ozzanese, e sarà inaugurato, domani, sabato 30 marzo. I lavori di sistemazione dei 300 metri quadri delle sale museali sono da poco terminati. Durati undici mesi, con una progettazione che si protrae da almeno un anno e mezzo, vedono un investimento da parte del Comune di 24mila euro, spesi principalmente per il riallestimento, nuove teche, rifacimento di tutte le didascalie con traduzione in inglese, e nuovi punti luce. I lavori di progettazione sono stati affidati allo studio Bi-piu-ci di Modena, la stessa agenzia che ha curato il museo del gelato Carpigiani di Anzola Emilia.

Balzano agli occhi di chi ha avuto accesso in anteprima al museo i nuovi colori dell’allestimento. Quando in passato la sala era adibita a mostra, a detta di molti le sale erano buie. «Abbiamo scelto nuovi colori per le pareti, vinaccia e grigio neutro, che danno un impatto più elegante e leggero», assicura l’assessore alla Cultura Marika Cavina.

«Per il museo è stata aggiunta anche una nuova risorsa – prosegue Lelli -, quella del “conservatore e responsabile dei servizi educativi e didattici del museo”». La scelta è caduta su Roberta Michelini, 52 anni, archeologa, collaboratrice del Comune e già in forza a quella che fu l’associazione Civitas Claterna. Affiancherà Aurora Salomoni, direttrice del museo e della concomitante biblioteca. L’incarico del conservatore durerà un anno. Ma è prevista la stabilizzazione della nuova figura tramite un bando pubblico nel 2020, per il quale è stata messa in preventivo una voce d’uscita di 20mila euro all’anno. Diverso discorso invece per i volontari. Anche loro faranno parte del personale museale. Già impiegati nei servizi bibliotecari, «saranno formati con un apposito corso – afferma l’assessore Cavina – per l’apertura/chiusura del museo e la prima accoglienza dei visitatori».

Se da una parte, dunque, gli oneri saranno maggiori – con 24 ore minime di apertura settimanale come condizione necessaria allo status di museo -, dall’altra sono indubbi i vantaggi. Primo, quello ozzanese sarà inserito nell’elenco dei musei nazionali. Secondo, si potrà attingere ai fondi destinati alla cultura provenienti dall’Unione europea, dal Ministero dei beni culturali e a cascata dalla Regione Emilia Romagna.

Per la realizzazione del nuovo museo, non sono mancati altri adempimenti di natura più tecnica. «Tra tutti, i più complessi sono la regolazione della luce e dell’umidità, che devono rientrare in determinati parametri per non danneggiare le opere – prosegue Cavina -. I reperti appartengono alla collettività. Perciò la Soprintendenza ha il ruolo di monitorarne la conservazione. Ci siamo attenuti alle loro indicazioni anche sui sistemi d’allarme. Partivamo avvantaggiati perché la mostra permanente rispettava già gran parte dei criteri richiesti. Dunque, una volta presentata la documentazione, sia al Ministero sia alla Soprintendenza coi quali abbiamo avuto scambi molto positivi, il percorso è stato tutto in discesa». (ti.fu.)

L’inaugurazione avverrà sabato 30 marzo alle 10 nella Sala Grandi del palazzo della Cultura, in piazza Allende 18, con interventi di autorità, taglio del nastro e visita alle 11, e rinfresco. Nel pomeriggio si potrà partecipare dalle 15.30 alle 17 ad un laboratorio didattico per bambini tra 6 e 8 anni, o dalle 15.45 alle 17 a una visita guidata al museo (per entrambi occorre inviare un’email a museo@comune.ozzano.bo.it entro giovedì 28 marzo). Gli orari per visitare il nuovo museo ozzanese saranno poi lunedì 14.30-18.30, martedì 9-13, mercoledì 14.30-18.30, giovedì 9-13, venerdì 14.30-18.30, sabato 8.30-12.30 (orario invernale) o dal lunedì al sabato dalle 8.30 alle 12.30 (orario estivo). L’ingresso è gratuito, salvo per le visite guidate (di singoli o di gruppi) che costano 86 euro.

L”articolo completo è su «sabato sera» in edicola da giovedì 28 marzo

Inaugura domani il Museo città romana di Claterna a Ozzano Emilia
Cultura e Spettacoli 22 Gennaio 2019

La fascia in mosaico policromo ritrovata in via San Pier Crisologo oltre un secolo fa è visibile al museo Scarabelli

All’ingresso del Museo Scarabelli, sulla sinistra, non passa inosservata una bella fascia in mosaico policromo. E’ stata ritrovata nel 1895, in via San Pier Grisologo, al di sotto del piano stradale e all’altezza dell’edificio che poi sarebbe diventato il cinema Centrale. Gli scavi hanno portato alla luce sette ambienti.

«Sappiamo – ci spiega Laura Mazzini, archeologa dei Musei civici – che la fascia, lunga oltre 4 metri (407×50,8 centimetri), separava in due parti un grande ambiente, databile attorno alla metà del I secolo avanti Cristo. Di solito questa soluzione era impiegata nelle sale da pranzo (triclinia) e divideva la zona riservata ai convitati da quella di servizio e di passaggio. Le due zone erano distinte anche dalle diverse dimensioni delle tessere nere su sfondo bianco del mosaico a pavimento. Si tratta di uno dei pezzi più belli di tutta l’Italia settentrionale e infatti è stato più volte esposto in occasione di mostre».

La fascia presenta una ghirlanda di frutti, foglie e tre maschere teatrali: Dioniso e due satiri. «Qui – conclude l’archeologa – la tematica conviviale, espressa dal luogo di rinvenimento e dalla decorazione, si collega per la presenza delle maschere al teatro, alla musica e in particolare a Dioniso e al suo corteo, che sono all’origine delle forme teatrali più antiche. Una fascia simile era presente, ad esempio, nella famosa Casa del Fauno a Pompei, tra le più antiche della città distrutta dal Vesuvio. Oggi si può ammirare al Museo archeologico nazionale di Napoli».

Sullo stesso argomento leggi qui.

Il servizio completo è su «sabato sera» del 10 gennaio

Nella foto dei Musei Civici la fascia scoperta in via San Pier Crisologo

La fascia in mosaico policromo ritrovata in via San Pier Crisologo oltre un secolo fa è visibile al museo Scarabelli
Cultura e Spettacoli 15 Gennaio 2019

Le case popolari di via Manfredi nascondevano un raffinato mosaico romano del II secolo dopo Cristo

Nel settembre 1958 i lavori all’Istituto autonomo case popolari (Iacp) hanno permesso di scoprire in via Manfredi un mosaico di 417,5×186,5 centimetri, risalente alla seconda metà del II secolo dopo Cristo. «Lo schema decorativo del campo – riporta la scheda conservata ai Musei civici di Imola -, che fonde esagoni e motivi stellari, e conosce varianti numerose sia nella composizione che nel colore, è largamente diffuso in Italia. L’inizio di questo sistema decorativo si ha nella Casa di Livia sul Palatino», dimora romana attribuita con qualche incertezza alla moglie di Augusto, oggi meravigliosamente restaurata e visitabile.

Tornando a Imola, gli scavi condotti tra gli anni ’50 e ’60 nello stesso isolato hanno permesso di scoprire anche altri mosaici a sfondo bianco.

Un servizio completo su tante meraviglie ritrovate a Imola è su «sabato sera» del 10 gennaio

Nella foto un particolare del mosaico ritrovato in via Manfredi

Le case popolari di via Manfredi nascondevano un raffinato mosaico romano del II secolo dopo Cristo
Cronaca 21 Novembre 2018

Sarà ricoperto dalla ciclabile il mosaico appena scoperto nell'antica Claterna. A marzo pronto il museo a Ozzano

Nel cielo di Claterna, oltre ai droni che scattano foto aeree, aleggia una domanda: «Quale futuro attende il sito archeologico?». Non sempre le visioni sono unanimi, anche tra chi ha in mano la progettualità e lo sviluppo del territorio a cavallo tra i comuni di Ozzano e Castel San Pietro, unitamente agli organi periferici del Ministero dei beni culturali. A partire dal passato, dal 2005 in poi, quando Claterna ha vissuto quello che Luca Lelli, sindaco di Ozzano, ha definito il suo «boom economico». Erano gli anni dell’associazione Civitas Claterna, le risorse erano nettamente maggiori, per il semplice fatto che di reperti da considerare ce n’erano meno.

Oggi l’associazione ha cambiato pelle in una forma più snella, diventando il Centro studi Claterna Giorgio Bardella e Aureliano Dondi, ma nel contempo i ritrovamenti iniziano ad essere molti. Non sono più sporadici, messi in fila formano una vera e propria città. E si continua a scavare. Recentemente c’è da annoverare anche un passaggio di consegne avvenuto a giugno al vertice della Soprintendenza archeologica della Città metropo-itana di Bologna (che racchiude anche Modena, Reggio Emilia e Ferrara). Cristina Ambrosini ha preso il posto di Luigi Malnati, andato in pensione.

Ambrosini, bergamasca, dal 2012 lavora in Romagna come project manager nel progetto Città della cultura, poi come dirigente del Servizio politiche culturali, giovanili e sportive del Comune di Forlì. A Ozzano, da quando è stata nominata, è venuta già due volte. In molti ci vedono un segno di discontinuità positiva col passato. Questo perché, come detto, tra le questioni care da tempo agli amministratori e ai cittadini dei due comuni c’è il futuro dell’area di Claterna.

«Non è giunto il momento di mettere a disposizione della collettività il patrimonio archeologico che sta spuntando?» è stata la domanda della stampa. Ozzano si è attivata per trasformare la mostra sulla civiltà di Claterna, allestita da anni all’ultimo piano della biblioteca di piazza Allende, in un museo permanente vero e proprio. A marzo sarà pronto, con un lieve ritardo rispetto alla data di dicembre annunciata in estate.

«Sarà un cambio di paradigma – afferma sicuro il sindaco di Ozzano, Luca Lelli –. Il museo dovrà attenersi ad orari di apertura prestabiliti, ad un adeguamento delle sale e allo sviluppo della parte divulgativa». Tutte operazioni che ad oggi sono costate al Comune 26 mila euro. «Ma siamo certi che non finirà tutto con questo museo – aggiunge Lelli -. La sede naturale per un vero e proprio museo sulla città di Claterna è la “Casa gialla” della Soprintendenza a pochi passi dagli scavi (un vecchio colonico acquistato anni fa dalla Soprintendenza, ndr). Nella nostra fantasia abbiamo già immaginato l’allestimento di percorsi interattivi in 3D per i futuri visitatori» aggiunge Lelli.

Percorsi in grado di ricostruire con immagini e multimedialità il passato della città romana e dare l’illusione di un viaggio nel tempo a grandi e bambini. Esperienze attraverso tablet o applicazioni possibili oggi in molti musei del mondo. «Sembra futuristico, ma la tecnologia per farlo esiste ed è a disposizione» conclude Lelli. Non convince tutti, ad esempio, la scelta di ricoprire il mosaico appena emerso durante i lavori della ciclabile, con la pista stessa. Il ritrovamento, infatti, non ha fermato i lavori della ciclopedonale tra Ozzano e Osteria Grande, sul lato sud della via Emilia, «il tratto ozzanese sarà inaugurato entro dicembre» afferma Lelli. L’opera è costata al comune di Ozzano 290 mila euro, nella cifra sono incluse alcune spese accessorie, come il disboscamento attorno alla famosa «Casa gialla» e l’abbattimento di un fatiscente edificio di servizio.

Il sindaco Lelli ammette di aver ipotizzato, insieme al «collega» Fausto Tinti di Castel San Pietro, una qualche modalità per rendere fruibile o almeno visibile il mosaico: «Avevamo proposto di coprire con un vetro il tratto di pista oppure di deviarlo». Ma la Soprintendenza e gli archeologi hanno risposto picche. «Atti vandalici e intemperie potrebbero danneggiare il mosaico», motiva Saura Sermenghi presidente del «Centro studi Claterna». (ti.fu.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 15 novembre

Nella foto il mosaico appena riemerso nel sito dell”antica città romana di Claterna

Sarà ricoperto dalla ciclabile il mosaico appena scoperto nell'antica Claterna. A marzo pronto il museo a Ozzano
Cronaca 21 Novembre 2018

Grazie alla geomagnetica ricostruito il perimetro dell'antica Claterna, che sorgeva tra Ozzano e Castel San Pietro

Un pezzo alla volta, riemerge dalla profondità della terra che per più di 1500 anni l’ha tenuta sepolta l’antica città di Claterna. Le recenti scoperte pongono un’ulteriore conferma del ruolo strategico dell’insediamento romano nel periodo imperiale fiorito tra il I e il II secolo dopo Cristo, fino ad arrivare al suo definitivo abbandono nel VI secolo, durante il quale pare che abbia avuto un’importanza simile a Bologna (all’epoca Bononia).

L’ultima campagna di scavi, compiuta nel tratto lungo 600 metri della via Emilia, tra le frazioni di Maggio e Osteria Grande per 300 metri a nord e sud dall’asse della strada consolare, ne ha delineato un quadro forse completo, con tanto di edifici pubblici, quali un foro, un teatro, un mosaico, un probabile impianto termale, oltre alle pavimentazioni di pregio rinvenute negli anni scorsi e alla già nota Domus del fabbro. Ma la vera novità di quest’anno è che per dare una mano a ricostruire il perimetro e cosa rimane ancora dell’antica città, coperta da qualche palmo di terra, si è ricorsi alla geomagnetica. «Una novità assoluta» dicono dalla Soprintendenza.

Claudio Negrelli, docente di topografia medioevale all’Univerità Ca’ Foscari di Venezia nonché responsabile scientifico dell’associazione culturale Centro Studi Claterna Giorgio Bardella e Aureliano Dondi, spiega: «Nell’ultimo anno di scavi è stato determinante l’apporto di questa modalità di ricerca, in particolare di uno strumento chiamato magnetometro. Lo ha usato Stefano Campana, docente dell’Università di Siena, che finalmente è riuscito così a delineare tutto o quasi il territorio di Claterna (16 ettari su 18).

Il rilevamento magnetico si basa sull’individuazione dei cambiamenti del campo magnetico terrestre causati dalla variazione della geologia del terreno o dalla presenza nel sottosuolo di strutture ed oggetti che possono dar luogo ad ano-malie. Tali anomalie si riflettono anche nella vegetazione, che può avere una sottilissima variazione nello spettro elettromagnetico se ad esempio una pianta cresce in corrispondenza di un manufatto sepolto. Tale variazione è captabile dal magnetometro, che lavora in abbinamento alle foto aeree».

Lo strumento, in sostanza, invia e riceve un segnale che viene distorto a seconda della risposta data dal terreno, più o meno «ricco» di oggetti sepolti». Possiamo accontentarci? Niente affatto. «La nostra speranza, in futuro, è poter utilizzare anche il georadar, una tecnologia in grado di rilevare dati fino a 4-5 metri di profondità – dettaglia Negrelli -. Nel caso di aree vaste, con il georadar potremmo vedere visualizzate sul monitor in tempo reale le strutture sepolte con una definizione a 3D». Materiale che sarà oggetto di analisi nei prossimi mesi.

Nel frattempo, nella Domus del fabbro sono proseguite le ricerche nella nuova area aperta verso nord. «La scoperta più importante è stata quella di un secondo peristilio, un’area cortiliva porticata dotata di pozzo sulla quale affacciava una cucina. Sono stati anche scoperti un altro cortile e altri ambienti, questi ultimi intonacati» dicono dalla Soprintendenza. La domus insomma sta prendendo sempre più forma, è proseguito anche il progetto di ricostruzione delle strutture antiche, ad esempio ri-dificando uno dei pozzi ritrovati negli anni scorsi. Poi, c’è il teatro. Oggi è stato portato allo scoperto ed è possibile vederne il perimetro per intero. (ti.fu.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 15 novembre

Nella foto la Domus del fabbro (foto da drone di Paolo Nanni)

Grazie alla geomagnetica ricostruito il perimetro dell'antica Claterna, che sorgeva tra Ozzano e Castel San Pietro

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