Posts by tag: archeologia

Cultura e Spettacoli 18 Gennaio 2021

A Varignana durante i lavori per il frantoio emergono vasca e fornace romana

Tra i progetti di Agrivar, l’azienda agricola di proprietà di Palazzo di Varignana (a sua volta controllata dal colosso dei servizi informativi bancari Crif), c’è anche l’avvio del frantoio in via Villalunga a San Nicolò di Varignana, nei pressi della via Emilia, a servizio degli oltre 100 mila olivi che l’azienda coltiva in 150 ettari sulle colline di Varignana. L’obiettivo di realizzare un proprio frantoio, però, è stato rinviato a ottobre del 2022 per il ritrovamento occasionale, durante i lavori di scavo per la sua costruzione, di importanti reperti archeologici. «A settembre del 2019 – racconta Chiara Del Vecchio, alla direzione delle Risorse umane di Palazzo di Varignana e del coordinamento generale di Agrivar –, la scavatrice ha incontrato qualcosa che ci è sembrato da subito di notevole importanza sotto l’aspetto archeologico». 

La ditta archeologica incaricata, sotto la direzione scientifica dei funzionari competenti per territorio della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio, ha potuto, quindi, intercettare e scavare stratigraficamente diverse strutture ed evidenze, riconducibili ad uno o più complessi rustici produttivi di età romana. «Tra le scoperte più rilevanti – segnalano dalla Soprintendenza –, un tratto di strada glareata, ovvero con il manto stradale in ciottoli e ghiaia battuti, alcune strutture murarie in fondazione e riferibili a diversi edifici, i resti di una fornace, una vasca rettangolare ben conservata e correlata, in alcune fasi, alla produzione del vino, numerose opere di canalizzazione e almeno un pozzo. Nonostante la conservazione di questi resti risulti notevolmente compromessa dalle lavorazioni agricole protrattesi nel tempo in quest’area, resta ancora ben leggibile l’organizzazione di spazi produttivi attrezzati con strutture dedicate a diverse e specifiche attività». (a.g.)

Ulteriori approfondimenti su «sabato sera» del 14 gennaio.

Nella foto: la vasca venuta alla luce durante gli scavi

A Varignana durante i lavori per il frantoio emergono vasca e fornace romana
Cultura e Spettacoli 9 Dicembre 2020

A distanza di 35 anni Imola avrà di nuovo il museo archeologico

Se ne parla da anni, è nei progetti della città da ancora più tempo, ma un passo alla volta il museo archeologico imolese sta concretamente prendendo forma. È presto detto: il prossimo anno vedrà il via il cantiere del primo lotto di realizzazione del museo (il bando è già pubblicato), quello che prevede di restaurare il chiostro rinascimentale del 1480 e di rendere visibile e visitabile la domus romana del primo secolo dopo Cristo, grazie a un fondo europeo assegnato nel 2016. «Si è trattato e si tratterà ancora di un percorso lungo e complesso, tra iter amministrativo, reperimento di fondi, progettazione e realizzazione, per questo è necessario procedere per step – contestualizza Claudia Pedrini, direttrice dei Musei civici -; ma alla fine del percorso Imola avrà di nuovo il Museo archeologico che manca da oltre trentacinque anni, dopo la chiusura nel 1985 dell’allora museo ospitato nei sotterranei del complesso di San Francesco (sotto l’attuale biblioteca comunale) aperto nel 1965».

Attualmente i Musei civici, nell’ex convento dei santi Nicolò e Domenico di origine duecentesca, comprendono le Collezioni d’arte della cit- tà, dal 2011 (ma la Pinacoteca era già aperta dal 1988), e il Museo di storia naturale già Scarabelli, dal 2013. Il nuovo Museo archeologico completerà di fatto l’offerta imolese, rendendo visibili i numerosi reperti rinvenuti in anni di scavi in città e nei dintorni, oggi custoditi nei depositi o temporaneamente «prestati» per mostre esterne. Si tratta, secondo Pedrini, di reperti «di qualità e importanza» provenienti da epoche diverse dalla preistoria al Medioevo.

Il cantiere, di cui è responsabile l’architetto Andrea Dal Fiume di Area Blu e al via il prossimo anno, segue il progetto realizzato dall’architetto Paolo Zermani con cui Imola ha avuto accesso a un finanziamento da 600 mila euro destinato a «progetti di qualificazione dei beni ambientali e culturali» dell’Asse 5 Por-Fesr 2014-2020, un finanziamento europeo assegnato tramite la Regione che, all’interno del medesimo pacchetto ha destinato fondi anche a Castel San Pietro Terme per la riqualificazione dell’Arena comunale. Al finanziamento comunitario Imola ha aggiunto un cofinanziamento all’opera di 940 mila euro (per un totale di 1 milione 540 mila euro). (mi.mo.)

Ulteriori approfondimenti su «sabato sera» del 3 dicembre.

Nella foto: lo stato attuale del primo chiostro di San Domenico

A distanza di 35 anni Imola avrà di nuovo il museo archeologico
Cultura e Spettacoli 16 Aprile 2020

Rinviato il convegno scientifico legato alle celebrazioni del bicentenario della nascita di Giuseppe Scarabelli

E” rinviato a data da destinarsi il convegno scientifico «Bicentenario Scarabelliano 1820-2020», organizzato dal Comitato promotore per le celebrazioni dei 200 anni dalla nascita del geologo, archeologo, statista liberale e filantropo Giuseppe Scarabelli. Ad annunciarlo è Paolo Casadio Pirazzoli, presidente del Comitato promotore, che ufficializza una decisione a dire la verità scontata, alla luce del fatto che il convegno si sarebbe dovuto svolgere nelle giornate dal 23 al 25 aprile prossimi, vale a dire nel pieno delle misure restrittive legate alla pandemia Covid-19, prorogate dal Governo Conte fino al 3 maggio compreso.

Il convegno scientifico aveva in programma il riconoscimento internazionale a Imola della prima scuola italiana di archeologia preistorica, costituita nel 1850. La scuola imolese fu addirittura tra le prime in Europa: già nel 1850, infatti, Giuseppe Scarabelli illustrava per la prima volta scientificamente le armi antiche di pietra dura, sia paleolitiche sia neolitiche, da lui raccolte sui colli dell”imolese. Nel corso dell”appuntamento imolese, che fa parte del programma di celebrazioni del bicentenario, si sarebbe dovuta tenere anche la presentazione della Carta delle variazioni geologiche della pianura tra Imola e Ravenna sulla zona a valle di Imola, che completa lo studio scientifico fatto da Scarabelli su quella a monte, del bacino imbrifero del fiume Santerno. Un programma dunque ambizioso, che per ora dovrà aspettare tempi migliori. (r.cr.)

Nella foto il ritratto di Giuseppe Scarabelli (Archivio privato in uso all”Archivio fotografico Musei civici di Imola)

Rinviato il convegno scientifico legato alle celebrazioni del bicentenario della nascita di Giuseppe Scarabelli
Cronaca 2 Marzo 2020

Archeologia, i nostri antenati imolesi (quasi) etruschi

Alle radici dell’albero genealogico degli imolesi ci sono anche antenati (quasi) etruschi. Si tratta delle popolazioni dette «villanoviane», che vivevano nella nostra zona tra l’VIII e il VII secolo avanti Cristo, durante quella che gli storici chiamano «prima età del ferro».

L’aggettivo deriva da Villanova di Castenaso, dove nel 1853 il conte archeologo bolognese Giovanni Gozzadini scoprì e identificò le tracce della fase più antica della civiltà etrusca, sviluppatasi a partire dal I millennio avanti Cristo, sino allora sconosciuta in Italia, e che lo stesso Gozzadini volle associare al nome del luogo della scoperta. I nostri lontani progenitori vivevano in villaggi isolati, le cui tracce sono emerse, ad esempio, nel bolognese, ma anche a Verucchio in Romagna, e più vicino a noi, a Castel San Pietro, nella cava di Orto Granara, dove sul finire degli anni ’90 sono stati portati alla luce un villaggio e una necropoli, così come a Borgo Tossignano, dove nel 1956 sono state recuperate due tombe ancora integre nel podere Belgrado.

E a Imola. Qui nel 1977, nello scavo di Montericco per la realizzazione dell’ospedale nuovo, sono state scoperte otto tombe villanoviane, accanto a un insediamento umbro di epoca successiva. Nella frazione di Fabbrica, invece, già nel 1894 era stato rinvenuto un gruppo di oggetti in bronzo risalenti al periodo villanoviano (una porzione di falcetto, fram- menti di asce e una cuspide di lancia), forse messi da parte per essere rifusi in un secondo tempo. (lo.mi.)

L’articolo completo su «sabato sera» del 27 febbraio.

Nella foto: a sinistra il Museo della civiltà villanoviana a Villanova di Castenaso, con la ricostruzione di una tipica capanna

Archeologia, i nostri antenati imolesi (quasi) etruschi
Cronaca 29 Febbraio 2020

Archeologia, sotto la sede della Coop. trasporti Imola un villaggio di capanne e una necropoli

Là dove oggi ci sono la sede e il parcheggio della Cti, in via Ca’ di Guzzo, nel 1999 è stato scoperto un villaggio villanoviano. In origine comprendeva capanne circolari, che in un secondo tempo hanno lasciato il posto a un grande edificio porticato a forma di elle, segno di un progressivo arricchimento dell’abitato. E’ stata inoltre trovata una necropoli a nord e a ovest del sito, composta da dieci tombe (quattro femminili e sei maschili), la maggior parte con ricchi corredi all’interno, a indicare un certo livello di agiatezza delle persone ivi sepolte. Si trattava di casse di legno, all’interno delle quali erano presenti l’urna con le ceneri derivanti dalla cremazione del corpo e numerosi oggetti: vasellame, oggetti di ornamento personale, armi o utensili.

La tomba numero 4, in particolare, è stata attribuita a un uomo per la presenza di una lancia, di uno scudo miniaturizzato, un rasoio e spilloni. Il rito funebre villanoviano prevedeva an- che l’aggiunta nella cassa di legno contenente le ceneri di tazze, coppe e boccali per le bevande, così come di piatti contenenti cibi. A differenza delle altre tombe, però, qui mancavano le ceneri, cosa che ha fatto supporre agli archeologi una morte in battaglia lontano dal luogo di origine o un particolare rito funebre, legato a una distinzione di ruolo o di rango.

Secondo gli studiosi, il nucleo di Pontesanto si inserisce in un più ampio panorama di numerosi villaggi agricoli documentati, tra l’VIII e il VII secolo avanti Cristo, in un’area irregolare compresa tra Carpi, Rubiera e Imola. «La ricchezza delle tombe imolesi – aggiunge la Mazzini – testimonia la presenza in loco di una aristocrazia, con un elevato potenziale economico e una autorità politico-militare sul territorio da questa controllato».

Ulteriori approfondimenti su «sabato sera» del 27 febbraio.

Nella foto: reperti villanoviani in mostra al museo di San Domenico a Imola

L’articolo completo su «sabato sera» del 27 febbraio.

Nella foto:

Archeologia, sotto la sede della Coop. trasporti Imola un villaggio di capanne e una necropoli
Cronaca 6 Febbraio 2020

Tracce di epoca romana ritrovate a Imola durante gli scavi per i due parcheggi da realizzare accanto a casa Alzheimer

Gli scavi per la realizzazione di due nuovi parcheggi accanto a Casa Alzheimer a Imola hanno portato alla luce, nei giorni scorsi, tracce di epoca romana. Il cantiere è stato quindi sospeso per dare modo agli archeologi di effettuare i rilievi di prassi su quelli che potrebbero essere i resti di una strada. Che il complesso Osservanza sia collocato su un sito di rilevanza archeologica è noto da tempo. Nel corso degli anni, infatti, si sono susseguiti numerosi ritrovamenti. Già nel 2007 era emersa una strada romana, non distante da una necropoli rinvenuta nei pressi del teatro di via Venturini.

Pochi anni dopo, nell’area dell’ex chiesa ottagonale sono venuti alla luce un pozzo e una fornace del XVII secolo. A questi si sono aggiunti i resti di un lazzaretto risalente al 1630, con le spoglie delle vittime della peste nera di manzoniana memoria. Più in profondità, sempre nel 2007 è stata ritrovata una tomba villanoviana dell’VIII-IX secolo avanti Cristo. Nel 2016, infine, gli ultimi lavori di riqualificazione del parco hanno portato alla luce, a circa 60 centimetri di profondità tra il padiglione 13 e il teatro, 74 tombe appartenenti a una necropoli di epoca tardoantica (III-VI secolo dopo Cristo). (lo.mi.)

Tracce di epoca romana ritrovate a Imola durante gli scavi per i due parcheggi da realizzare accanto a casa Alzheimer
Cultura e Spettacoli 24 Gennaio 2020

La missione archeologica italiana di inizio Novecento a Eliopoli nella prima conferenza di primavera del Cise

La prima conferenza di primavera organizzata dal Cise di Imola avrà luogo venerdì 24 gennaio alle ore 18, presso l’auditorium Aldo Villa del museo di San Domenico, quando Federica Ugliano, assegnista di ricerca presso l’Università di Pisa e research fellow presso il museo Egizio di Torino, proporrà una conferenza dal titolo Scavare un museo: «Eliopoli e la missione archeologica italiana» (1903-1906). Federica Ugliano ha conseguito un dottorato di ricerca in studi umanistici (Scienze dei beni culturali) presso l’Università degli Studi di Trento, con una tesi dedicata allo studio della collezione predinastica del museo Egizio di Torino, che ha preso in particolare considerazione gli elementi legati all’ornamentazione personale e alla costruzione di identità nell’Egitto predinastico.

Ha collaborato al riallestimento della collezione torinese, di cui ha curato la sezione predinastica. Ha partecipato a diversi scavi in Italia e ha lavorato in Egitto come membro della missione archeologica italiana presso il tempio di Milioni di Anni di Amenhotep II, Tebe Ovest, Luxor (centro di egittologia Francesco Ballerini,2007- 2011) e della missione della New York University presso il sito di Abido (Institute of Fine Arts, 2013). Tra i suoi interessi rientrano la cultura materiale e l’evoluzione sociale nel periodo predinastico, la storia della ricerca archeologica agli inizi del XX secolo e lo studio degli archivi egittologici. Il suo progetto di ricerca attuale riguarda la ricontestualizzazione del materiale predinastico proveniente dagli scavi di Ernesto Schiaparelli a Eliopoli, conservato presso il museo Egizio di Torino. (r.c.)

Nella foto Federica Ugliano

La missione archeologica italiana di inizio Novecento a Eliopoli nella prima conferenza di primavera del Cise
Cronaca 17 Ottobre 2019

Una conferenza del Cise sulla storia di Hapuseneb, amministratore egizio al tempo della regina Hatshepsut

Tamás Bács, capo del dipartimento di Egittologia della Eötvös Loránd University di Budapest, sarà a Imola domani, venerdì 18 ottobre, alle ore 18, presso l’auditorium Aldo Villa del museo di San Domenico in via Sacchi 4, per tenere una conferenza dal titolo «Un perfetto amministratore: il Sommo Sacerdote di Amon Hapuseneb». Tamás Bács si è diplomato al liceo nel 1978, poi si è laureato in archeologia ed egittologia. E’ stato dottore di ricerca, professore associato e, nel 2006, è stato nominato capo dipartimento. Fa parte della missione archeologica ungherese a Tebe, sul cui sito oggi sorgono Karnak e Luxor. Le sue aree di ricerca sono l’archeologia di Tebe e l’arte dell’Egitto.

Hapuseneb fu sacerdote di Amon a Karnak, entrando in carica all’inizio del periodo di coreggenza di Hatshepsut e Thutmose III, finché fu designato come principe ereditario e conte, tesoriere del re dell’Alto e Basso Egitto, supervisore dei sacerdoti dell’Alto e Basso Egitto e supervisore di tutti i lavori del re. Avvalendosi di questo enorme potere concessogli da Hatshepsut, fu coinvolto nei grandi progetti della regina faraone, compresa la preparazione della tomba per la regina, la costruzione del suo tempio a Deir El-Bahari e la spedizione nella terra di Punt (1479/3-1458/7 a.C.) con la quale gli Egizi avevano relazioni commerciali per procurarsi prodotti esotici, in particolare aromi e incenso.

In mezzo a questa miriade di impegni e in linea con il suo status sociale, Hapuseneb procedette a costruire per sé un monumento mortuario nella necropoli d’élite di Tebe, che per splendore e dimensioni era seconda solo a quella di Senenmut, l’architetto, capo di Stato, consigliere della regina Hatshepsut, la regina che volle diventare faraone. «Il professor Bàcs ci presenterà una rilettura aggiornata della figura di Hapuseneb e della sua grandiosa tomba – dice Fabrizia Fiumi, presidente del Cise – siamo felici di ospitare qui ad Imola studiosi di varie provenienze che testimoniano l’impegno del Cise alla qualità dei relatori e la diffusione degli studi egittologici». La stagione di conferenze è dedicata alla socia Nicoletta Pirazzoli, recentemente scomparsa. (r.cr.)

Nella foto l”archeologo e docente ungherese Tamás Bács

Una conferenza del Cise sulla storia di Hapuseneb, amministratore egizio al tempo della regina Hatshepsut
Cronaca 3 Ottobre 2019

Il fascino della regina faraone Hatshepsut e del suo tempio nella conferenza proposta dal Cise a palazzo Sersanti

Il Cise riprende le sue iniziative di divulgazione sull’archeologia e la cultura nell’Antico Egitto. La prima iniziativa che ha in programma è una conferenza che si terrà venerdì 4 ottobre, alle ore 18, presso la sala di palazzo Sersanti, in piazza Matteotti 4. L’ospite dell’iniziativa sarà Zbigniew Szafranski, direttore della missione archeologica polacco-egiziana di ricerca e conservazione del Tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari (Luxor), che parlerà sul tema La regina-faraone Hatshepsut sta tornando al suo tempio a Deir el-Bahari.

Il tempio funerario di Hatshepsut, noto anche come Djeser-Djeser (Santo fra i Santi), è un tempio situato sotto le scogliere di Deir el-Bahari, sulla riva occidentale del Nilo, vicino alla Valle dei Re in Egitto. Il tempio funerario è dedicato alla divinità solare Amon-Ra, ed è considerato uno degli incomparabili monumenti dell’antico Egitto. Hatshepsut (1513/1507 a.C.circa – 16 gennaio 1458 a.C.) è stata una regina egizia, quinta sovrana della XVIII dinastia. E’ generalmente considerata dagli studiosi come uno dei migliori faraoni della storia egizia, avendo inoltre regnato molto più a lungo di ogni donna appartenente a tutte le altre dinastie native dell’Egitto. Definita «La prima grande donna della storia di cui noi abbiamo notizia», venne cancellata verso la fine del regno del Thutmose III e durante quello del figlio Amenofi da alcuni monumenti ed a alcune cronache faraoniche.

Presso il Tempio di Deir el-Bahari, molte statue furono rimosse e frantumate o sfigurate, per poi essere sepolte in un pozzo. Valorizzata come una delle donne preminenti nell’antichità, venne dipinta in epoca femminista come una bellissima donna, pacifista, distaccandosi quindi decisamente dall’immagine maggiormente accreditata nel XIX secolo, chevoleva Hatshepsut come un’assetata di potere, una matrignache aveva usurpato il trono diThutmose III. (r.cr.)

Nella foto l”archeologo Zbigniew Szafranski

Il fascino della regina faraone Hatshepsut e del suo tempio nella conferenza proposta dal Cise a palazzo Sersanti
Cronaca 4 Maggio 2019

Dagli scavi tra via Volturno e il parcheggio di via Oberdan sono emerse le mura difensive dell'antico castello

Una parte del castello che dà il nome alla cittadina, che oggi si espande tra il Sillaro e la via Emilia, è riapparsa grazie alle recenti indagini archeologiche propedeutiche ad un progetto di restauro conservativo delle antiche mura. Un progetto attualmente in fase di condivisione tra l’Amministrazione comunale del sindaco Fausto Tinti e la Soprintendenza di archeologia belle arti e paesaggio per la Città metropolitana di Bologna e le province di Modena Reggio Emilia e Ferrara. Per la precisione, i sondaggi propedeutici, iniziati a metà marzo nell’area fra via Volturno e il parcheggio di via Oberdan, hanno riportato alla luce alcuni tratti dell’antico impianto murario difensivo del castello.

Un’importante porzione è attualmente visibile ai curiosi nella trincea scavata proprio nell’area verde adiacente il parcheggio. Agli occhi dei comuni passanti potrebbe sembrare solo l’ennesimo pezzo di muro della cinta che circondava l’antico castello, ma Renata Curina, funzionario archeologico per la sede bolognese della Soprintendenza, spiega di cosa si tratta esattamente e soprattutto la sua importanza da un punto di vista storico-scientifico: «La porzione rinvenuta dimostra l’esistenza di strutture difensive che contraddistinguevano ed intervallavano il circuito murario vero e proprio di Castel San Pietro – spiega l’archeologa -. Non sappiamo se si tratta dell’antico accesso al castello, che sorgeva nello spazio occupato dall’attuale piazza centrale, piazza XX Settembre, oppure, piuttosto, un rivellino, un’ulteriore fortificazione indipendente che veniva eretta per una maggiore protezione dei punti sensibili. Ma questo ritrovamento conferma alcune ipotesi presenti in molti documenti storici e che avevamo già ipotizzato durante la campagna di scavi fatta nella piazza sul finire degli anni Novanta. Per la città si tratta di un bel colpo considerando il buono stato di conservazione dei reperti murari rinvenuti».

Già gli scavi iniziati nel 1994 in piazza XX Settembre per il rifacimento della pavimentazione, di fatto ampliati fra il 1997 e il 1998 fino a diventare uno dei più grandi cantieri archeologici urbani della regione per quei tempi, hanno portato alla luce un pezzo importante della storia della città. «Allora scavammo per capire perché i documenti del Trecento riportassero l’ordine di abbattere le case e i palazzi che sorgevano nell’area dell’attuale piazza» ricorda Maurizio Molinari, archeologo del Gruppo per la valorizzazione dei beni culturali e ambientali della Valle del Sillaro -. Oggi, grazie ai nuovi scavi tra via Volturno e il parcheggio di via Oberdan, viene confermata la presenza di fortificazioni aggiuntive adiacenti la vecchia rocca e le vicine mura». (mi.mo.)

Il servizio completo è su «sabato sera» del 2 maggio

Nella foto un”immagine degli scavi

Dagli scavi tra via Volturno e il parcheggio di via Oberdan sono emerse le mura difensive dell'antico castello

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