Posts by tag: archeologia

Cultura e Spettacoli 16 Aprile 2020

Rinviato il convegno scientifico legato alle celebrazioni del bicentenario della nascita di Giuseppe Scarabelli

E” rinviato a data da destinarsi il convegno scientifico «Bicentenario Scarabelliano 1820-2020», organizzato dal Comitato promotore per le celebrazioni dei 200 anni dalla nascita del geologo, archeologo, statista liberale e filantropo Giuseppe Scarabelli. Ad annunciarlo è Paolo Casadio Pirazzoli, presidente del Comitato promotore, che ufficializza una decisione a dire la verità scontata, alla luce del fatto che il convegno si sarebbe dovuto svolgere nelle giornate dal 23 al 25 aprile prossimi, vale a dire nel pieno delle misure restrittive legate alla pandemia Covid-19, prorogate dal Governo Conte fino al 3 maggio compreso.

Il convegno scientifico aveva in programma il riconoscimento internazionale a Imola della prima scuola italiana di archeologia preistorica, costituita nel 1850. La scuola imolese fu addirittura tra le prime in Europa: già nel 1850, infatti, Giuseppe Scarabelli illustrava per la prima volta scientificamente le armi antiche di pietra dura, sia paleolitiche sia neolitiche, da lui raccolte sui colli dell”imolese. Nel corso dell”appuntamento imolese, che fa parte del programma di celebrazioni del bicentenario, si sarebbe dovuta tenere anche la presentazione della Carta delle variazioni geologiche della pianura tra Imola e Ravenna sulla zona a valle di Imola, che completa lo studio scientifico fatto da Scarabelli su quella a monte, del bacino imbrifero del fiume Santerno. Un programma dunque ambizioso, che per ora dovrà aspettare tempi migliori. (r.cr.)

Nella foto il ritratto di Giuseppe Scarabelli (Archivio privato in uso all”Archivio fotografico Musei civici di Imola)

Rinviato il convegno scientifico legato alle celebrazioni del bicentenario della nascita di Giuseppe Scarabelli
Cronaca 2 Marzo 2020

Archeologia, i nostri antenati imolesi (quasi) etruschi

Alle radici dell’albero genealogico degli imolesi ci sono anche antenati (quasi) etruschi. Si tratta delle popolazioni dette «villanoviane», che vivevano nella nostra zona tra l’VIII e il VII secolo avanti Cristo, durante quella che gli storici chiamano «prima età del ferro».

L’aggettivo deriva da Villanova di Castenaso, dove nel 1853 il conte archeologo bolognese Giovanni Gozzadini scoprì e identificò le tracce della fase più antica della civiltà etrusca, sviluppatasi a partire dal I millennio avanti Cristo, sino allora sconosciuta in Italia, e che lo stesso Gozzadini volle associare al nome del luogo della scoperta. I nostri lontani progenitori vivevano in villaggi isolati, le cui tracce sono emerse, ad esempio, nel bolognese, ma anche a Verucchio in Romagna, e più vicino a noi, a Castel San Pietro, nella cava di Orto Granara, dove sul finire degli anni ’90 sono stati portati alla luce un villaggio e una necropoli, così come a Borgo Tossignano, dove nel 1956 sono state recuperate due tombe ancora integre nel podere Belgrado.

E a Imola. Qui nel 1977, nello scavo di Montericco per la realizzazione dell’ospedale nuovo, sono state scoperte otto tombe villanoviane, accanto a un insediamento umbro di epoca successiva. Nella frazione di Fabbrica, invece, già nel 1894 era stato rinvenuto un gruppo di oggetti in bronzo risalenti al periodo villanoviano (una porzione di falcetto, fram- menti di asce e una cuspide di lancia), forse messi da parte per essere rifusi in un secondo tempo. (lo.mi.)

L’articolo completo su «sabato sera» del 27 febbraio.

Nella foto: a sinistra il Museo della civiltà villanoviana a Villanova di Castenaso, con la ricostruzione di una tipica capanna

Archeologia, i nostri antenati imolesi (quasi) etruschi
Cronaca 29 Febbraio 2020

Archeologia, sotto la sede della Coop. trasporti Imola un villaggio di capanne e una necropoli

Là dove oggi ci sono la sede e il parcheggio della Cti, in via Ca’ di Guzzo, nel 1999 è stato scoperto un villaggio villanoviano. In origine comprendeva capanne circolari, che in un secondo tempo hanno lasciato il posto a un grande edificio porticato a forma di elle, segno di un progressivo arricchimento dell’abitato. E’ stata inoltre trovata una necropoli a nord e a ovest del sito, composta da dieci tombe (quattro femminili e sei maschili), la maggior parte con ricchi corredi all’interno, a indicare un certo livello di agiatezza delle persone ivi sepolte. Si trattava di casse di legno, all’interno delle quali erano presenti l’urna con le ceneri derivanti dalla cremazione del corpo e numerosi oggetti: vasellame, oggetti di ornamento personale, armi o utensili.

La tomba numero 4, in particolare, è stata attribuita a un uomo per la presenza di una lancia, di uno scudo miniaturizzato, un rasoio e spilloni. Il rito funebre villanoviano prevedeva an- che l’aggiunta nella cassa di legno contenente le ceneri di tazze, coppe e boccali per le bevande, così come di piatti contenenti cibi. A differenza delle altre tombe, però, qui mancavano le ceneri, cosa che ha fatto supporre agli archeologi una morte in battaglia lontano dal luogo di origine o un particolare rito funebre, legato a una distinzione di ruolo o di rango.

Secondo gli studiosi, il nucleo di Pontesanto si inserisce in un più ampio panorama di numerosi villaggi agricoli documentati, tra l’VIII e il VII secolo avanti Cristo, in un’area irregolare compresa tra Carpi, Rubiera e Imola. «La ricchezza delle tombe imolesi – aggiunge la Mazzini – testimonia la presenza in loco di una aristocrazia, con un elevato potenziale economico e una autorità politico-militare sul territorio da questa controllato».

Ulteriori approfondimenti su «sabato sera» del 27 febbraio.

Nella foto: reperti villanoviani in mostra al museo di San Domenico a Imola

L’articolo completo su «sabato sera» del 27 febbraio.

Nella foto:

Archeologia, sotto la sede della Coop. trasporti Imola un villaggio di capanne e una necropoli
Cronaca 6 Febbraio 2020

Tracce di epoca romana ritrovate a Imola durante gli scavi per i due parcheggi da realizzare accanto a casa Alzheimer

Gli scavi per la realizzazione di due nuovi parcheggi accanto a Casa Alzheimer a Imola hanno portato alla luce, nei giorni scorsi, tracce di epoca romana. Il cantiere è stato quindi sospeso per dare modo agli archeologi di effettuare i rilievi di prassi su quelli che potrebbero essere i resti di una strada. Che il complesso Osservanza sia collocato su un sito di rilevanza archeologica è noto da tempo. Nel corso degli anni, infatti, si sono susseguiti numerosi ritrovamenti. Già nel 2007 era emersa una strada romana, non distante da una necropoli rinvenuta nei pressi del teatro di via Venturini.

Pochi anni dopo, nell’area dell’ex chiesa ottagonale sono venuti alla luce un pozzo e una fornace del XVII secolo. A questi si sono aggiunti i resti di un lazzaretto risalente al 1630, con le spoglie delle vittime della peste nera di manzoniana memoria. Più in profondità, sempre nel 2007 è stata ritrovata una tomba villanoviana dell’VIII-IX secolo avanti Cristo. Nel 2016, infine, gli ultimi lavori di riqualificazione del parco hanno portato alla luce, a circa 60 centimetri di profondità tra il padiglione 13 e il teatro, 74 tombe appartenenti a una necropoli di epoca tardoantica (III-VI secolo dopo Cristo). (lo.mi.)

Tracce di epoca romana ritrovate a Imola durante gli scavi per i due parcheggi da realizzare accanto a casa Alzheimer
Cultura e Spettacoli 24 Gennaio 2020

La missione archeologica italiana di inizio Novecento a Eliopoli nella prima conferenza di primavera del Cise

La prima conferenza di primavera organizzata dal Cise di Imola avrà luogo venerdì 24 gennaio alle ore 18, presso l’auditorium Aldo Villa del museo di San Domenico, quando Federica Ugliano, assegnista di ricerca presso l’Università di Pisa e research fellow presso il museo Egizio di Torino, proporrà una conferenza dal titolo Scavare un museo: «Eliopoli e la missione archeologica italiana» (1903-1906). Federica Ugliano ha conseguito un dottorato di ricerca in studi umanistici (Scienze dei beni culturali) presso l’Università degli Studi di Trento, con una tesi dedicata allo studio della collezione predinastica del museo Egizio di Torino, che ha preso in particolare considerazione gli elementi legati all’ornamentazione personale e alla costruzione di identità nell’Egitto predinastico.

Ha collaborato al riallestimento della collezione torinese, di cui ha curato la sezione predinastica. Ha partecipato a diversi scavi in Italia e ha lavorato in Egitto come membro della missione archeologica italiana presso il tempio di Milioni di Anni di Amenhotep II, Tebe Ovest, Luxor (centro di egittologia Francesco Ballerini,2007- 2011) e della missione della New York University presso il sito di Abido (Institute of Fine Arts, 2013). Tra i suoi interessi rientrano la cultura materiale e l’evoluzione sociale nel periodo predinastico, la storia della ricerca archeologica agli inizi del XX secolo e lo studio degli archivi egittologici. Il suo progetto di ricerca attuale riguarda la ricontestualizzazione del materiale predinastico proveniente dagli scavi di Ernesto Schiaparelli a Eliopoli, conservato presso il museo Egizio di Torino. (r.c.)

Nella foto Federica Ugliano

La missione archeologica italiana di inizio Novecento a Eliopoli nella prima conferenza di primavera del Cise
Cronaca 17 Ottobre 2019

Una conferenza del Cise sulla storia di Hapuseneb, amministratore egizio al tempo della regina Hatshepsut

Tamás Bács, capo del dipartimento di Egittologia della Eötvös Loránd University di Budapest, sarà a Imola domani, venerdì 18 ottobre, alle ore 18, presso l’auditorium Aldo Villa del museo di San Domenico in via Sacchi 4, per tenere una conferenza dal titolo «Un perfetto amministratore: il Sommo Sacerdote di Amon Hapuseneb». Tamás Bács si è diplomato al liceo nel 1978, poi si è laureato in archeologia ed egittologia. E’ stato dottore di ricerca, professore associato e, nel 2006, è stato nominato capo dipartimento. Fa parte della missione archeologica ungherese a Tebe, sul cui sito oggi sorgono Karnak e Luxor. Le sue aree di ricerca sono l’archeologia di Tebe e l’arte dell’Egitto.

Hapuseneb fu sacerdote di Amon a Karnak, entrando in carica all’inizio del periodo di coreggenza di Hatshepsut e Thutmose III, finché fu designato come principe ereditario e conte, tesoriere del re dell’Alto e Basso Egitto, supervisore dei sacerdoti dell’Alto e Basso Egitto e supervisore di tutti i lavori del re. Avvalendosi di questo enorme potere concessogli da Hatshepsut, fu coinvolto nei grandi progetti della regina faraone, compresa la preparazione della tomba per la regina, la costruzione del suo tempio a Deir El-Bahari e la spedizione nella terra di Punt (1479/3-1458/7 a.C.) con la quale gli Egizi avevano relazioni commerciali per procurarsi prodotti esotici, in particolare aromi e incenso.

In mezzo a questa miriade di impegni e in linea con il suo status sociale, Hapuseneb procedette a costruire per sé un monumento mortuario nella necropoli d’élite di Tebe, che per splendore e dimensioni era seconda solo a quella di Senenmut, l’architetto, capo di Stato, consigliere della regina Hatshepsut, la regina che volle diventare faraone. «Il professor Bàcs ci presenterà una rilettura aggiornata della figura di Hapuseneb e della sua grandiosa tomba – dice Fabrizia Fiumi, presidente del Cise – siamo felici di ospitare qui ad Imola studiosi di varie provenienze che testimoniano l’impegno del Cise alla qualità dei relatori e la diffusione degli studi egittologici». La stagione di conferenze è dedicata alla socia Nicoletta Pirazzoli, recentemente scomparsa. (r.cr.)

Nella foto l”archeologo e docente ungherese Tamás Bács

Una conferenza del Cise sulla storia di Hapuseneb, amministratore egizio al tempo della regina Hatshepsut
Cronaca 3 Ottobre 2019

Il fascino della regina faraone Hatshepsut e del suo tempio nella conferenza proposta dal Cise a palazzo Sersanti

Il Cise riprende le sue iniziative di divulgazione sull’archeologia e la cultura nell’Antico Egitto. La prima iniziativa che ha in programma è una conferenza che si terrà venerdì 4 ottobre, alle ore 18, presso la sala di palazzo Sersanti, in piazza Matteotti 4. L’ospite dell’iniziativa sarà Zbigniew Szafranski, direttore della missione archeologica polacco-egiziana di ricerca e conservazione del Tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari (Luxor), che parlerà sul tema La regina-faraone Hatshepsut sta tornando al suo tempio a Deir el-Bahari.

Il tempio funerario di Hatshepsut, noto anche come Djeser-Djeser (Santo fra i Santi), è un tempio situato sotto le scogliere di Deir el-Bahari, sulla riva occidentale del Nilo, vicino alla Valle dei Re in Egitto. Il tempio funerario è dedicato alla divinità solare Amon-Ra, ed è considerato uno degli incomparabili monumenti dell’antico Egitto. Hatshepsut (1513/1507 a.C.circa – 16 gennaio 1458 a.C.) è stata una regina egizia, quinta sovrana della XVIII dinastia. E’ generalmente considerata dagli studiosi come uno dei migliori faraoni della storia egizia, avendo inoltre regnato molto più a lungo di ogni donna appartenente a tutte le altre dinastie native dell’Egitto. Definita «La prima grande donna della storia di cui noi abbiamo notizia», venne cancellata verso la fine del regno del Thutmose III e durante quello del figlio Amenofi da alcuni monumenti ed a alcune cronache faraoniche.

Presso il Tempio di Deir el-Bahari, molte statue furono rimosse e frantumate o sfigurate, per poi essere sepolte in un pozzo. Valorizzata come una delle donne preminenti nell’antichità, venne dipinta in epoca femminista come una bellissima donna, pacifista, distaccandosi quindi decisamente dall’immagine maggiormente accreditata nel XIX secolo, chevoleva Hatshepsut come un’assetata di potere, una matrignache aveva usurpato il trono diThutmose III. (r.cr.)

Nella foto l”archeologo Zbigniew Szafranski

Il fascino della regina faraone Hatshepsut e del suo tempio nella conferenza proposta dal Cise a palazzo Sersanti
Cronaca 4 Maggio 2019

Dagli scavi tra via Volturno e il parcheggio di via Oberdan sono emerse le mura difensive dell'antico castello

Una parte del castello che dà il nome alla cittadina, che oggi si espande tra il Sillaro e la via Emilia, è riapparsa grazie alle recenti indagini archeologiche propedeutiche ad un progetto di restauro conservativo delle antiche mura. Un progetto attualmente in fase di condivisione tra l’Amministrazione comunale del sindaco Fausto Tinti e la Soprintendenza di archeologia belle arti e paesaggio per la Città metropolitana di Bologna e le province di Modena Reggio Emilia e Ferrara. Per la precisione, i sondaggi propedeutici, iniziati a metà marzo nell’area fra via Volturno e il parcheggio di via Oberdan, hanno riportato alla luce alcuni tratti dell’antico impianto murario difensivo del castello.

Un’importante porzione è attualmente visibile ai curiosi nella trincea scavata proprio nell’area verde adiacente il parcheggio. Agli occhi dei comuni passanti potrebbe sembrare solo l’ennesimo pezzo di muro della cinta che circondava l’antico castello, ma Renata Curina, funzionario archeologico per la sede bolognese della Soprintendenza, spiega di cosa si tratta esattamente e soprattutto la sua importanza da un punto di vista storico-scientifico: «La porzione rinvenuta dimostra l’esistenza di strutture difensive che contraddistinguevano ed intervallavano il circuito murario vero e proprio di Castel San Pietro – spiega l’archeologa -. Non sappiamo se si tratta dell’antico accesso al castello, che sorgeva nello spazio occupato dall’attuale piazza centrale, piazza XX Settembre, oppure, piuttosto, un rivellino, un’ulteriore fortificazione indipendente che veniva eretta per una maggiore protezione dei punti sensibili. Ma questo ritrovamento conferma alcune ipotesi presenti in molti documenti storici e che avevamo già ipotizzato durante la campagna di scavi fatta nella piazza sul finire degli anni Novanta. Per la città si tratta di un bel colpo considerando il buono stato di conservazione dei reperti murari rinvenuti».

Già gli scavi iniziati nel 1994 in piazza XX Settembre per il rifacimento della pavimentazione, di fatto ampliati fra il 1997 e il 1998 fino a diventare uno dei più grandi cantieri archeologici urbani della regione per quei tempi, hanno portato alla luce un pezzo importante della storia della città. «Allora scavammo per capire perché i documenti del Trecento riportassero l’ordine di abbattere le case e i palazzi che sorgevano nell’area dell’attuale piazza» ricorda Maurizio Molinari, archeologo del Gruppo per la valorizzazione dei beni culturali e ambientali della Valle del Sillaro -. Oggi, grazie ai nuovi scavi tra via Volturno e il parcheggio di via Oberdan, viene confermata la presenza di fortificazioni aggiuntive adiacenti la vecchia rocca e le vicine mura». (mi.mo.)

Il servizio completo è su «sabato sera» del 2 maggio

Nella foto un”immagine degli scavi

Dagli scavi tra via Volturno e il parcheggio di via Oberdan sono emerse le mura difensive dell'antico castello
Cultura e Spettacoli 16 Aprile 2019

Quando Imola era abitata dai Longobardi: alla scoperta dei tesori ritrovati a fine '800 nel nostro territorio

Immaginiamo di avere una macchina del tempo e di programmare un viaggio a ritroso di circa 1.460 anni. Ci ritroveremmo così nella seconda metà del VI secolo, quando Imola era abitata dai Longobardi. Di origine nordica, nel corso dei secoli erano arrivati prima in Pannonia, comprendente parte delle attuali Ungheria, Austria, Croazia e Slovenia e, in seguito, nel nostro Paese, dove dal 568 in poi, sotto la guida del re Alboino, hanno occupato il nord e il centro Italia. La loro egemonia sul territorio imolese è durata circa 200 anni, a partire dall’ultimo quarto del 500 fino alla seconda metà del 700, quando sopraggiunsero i Franchi di Carlo Magno.

Stando alle fonti, la nostra era considerata tra le città più importanti dell’antica Emilia e i Longobardi avrebbero avuto parte attiva nel suo completamento con la probabile ricostruzione del Castrum, sopra il monte Castellaccio. Il loro passaggio ha lasciato anche tracce tangibili arrivate fino a noi. Si tratta di oggetti rinvenuti già nell’800 sulle prime colline imolesi da Giuseppe Cerchiari. Altri reperti sono stati ritrovati invece a Villa Clelia e in via Appia.

Sei preziose fibule (spille) sono state presentate il 7 aprile al Museo di San Domenico, in occasione della visita guidata riservata ai titolari della Card Musei metropolitani Bologna. «Le fibule in questione – ci spiega l’archeologa dei Musei civici, Laura Mazzini – facevano parte di corredi funebri, anche se non ci sono giunte informazioni precise sulle modalità di ritrovamento, avvenute nella seconda metà ’800. Questi gioielli erano tipici dell’abbigliamento femminile ed è probabile che appartenessero a donne di alto rango. Diversi pezzi facevano parte della collezione Cerchiari».

Ma gli «ori dei barbari», così come li conosciamo oggi, sono costituiti anche da altri pezzi, tutti conservati sotto chiave al Museo di San Domenico da quando, a metà anni ’80, il vecchio museo archeologico nei sotterranei dell’ex convento di San Francesco ha chiuso i battenti. Negli anni seguenti questi reperti sono stati esposti solo in occasione di sporadiche mostre a Imola e in altre città. (lo.mi.)

In attesa del nuovo allestimento all”interno del complesso di San Domenico a Imola, un ampio servizio su una parte della collezione imolese è su «sabato sera» dell”11 aprile

Nella foto un paio di fibule ritrovate nel podere Cardinala, sui colli imolesi

Quando Imola era abitata dai Longobardi: alla scoperta dei tesori ritrovati a fine '800 nel nostro territorio
Cronaca 1 Aprile 2019

Inaugurato a Ozzano Emilia il museo “Città di Claterna', dedicato agli scavi dell'insediamento di epoca romana

Il museo “Città romana di Claterna” di Ozzano Emilia è realtà. Il taglio del nastro è avvenuto sabato 30 marzo, alla presenza del sindaco Luca Lelli, dell”assessore alla Cultura Marika Cavina, della soprintendente Cristina Ambrosini, della responsabile dell”Ibc della Regione Emilia-Romagna Fiamma Lenzi e del vicesindaco della Città metropolitana Fausto Tinti.

Ricordiamo che già a partire dal 2006 era stato realizzato, al secondo piano del Palazzo della Cultura, uno spazio espositivo con in mostra alcuni reperti trovati nella località di Maggio, a fianco della via Emilia. Ora però la mostra, che fa parte del progetto “Civitas Claterna”, diventa stabile grazie al nuovo museo, più ampio e riallestito rispetto alla precedente esposizione, in stretta collaborazione con gli enti scientifici e culturali di riferimento e le associazioni culturali territoriali attive nel settore.

«Da oggi anche Ozzano ha il suo museo – ha sottolineato il sindaco Lelli – siamo davvero molto soddisfatti di questo importante traguardo raggiunto, al quale  abbiamo lavorato fin dall”inizio del mandato. Riuscire ad inaugurarlo prima della fine del mandato è la giusta chiusura del cerchio. Ora e” a disposizione di tutti e mi auguro che anche tanti ozzanesi abbiano voglia e curiosità per visitarlo. Intanto già dalla prossima settimana verranno in visita alcune scolaresche da Cesena, l”auspicio è che siano le prime di tante altre». «L”obiettivo del museo -aggiunge l”assessore Cavina – è quello di raccontare le vicende che caratterizzano la storia della Città di Claterna e del territorio di Ozzano sviluppando, attraverso l’esposizione di reperti e di alcuni materiali particolarmente significativi ed evocativi, un racconto storico completo ed attrattivo che illustrerà le origini dell’antica città e la sua riscoperta».  

All”inaugurazione è intervenuta anche la soprintendente Cristina Ambrosini la quale, nel ricordando quanto sancito dall”art. 9  della Costituzione Italiana, vale a dire che la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, ha messo in rilievo che il museo “Città di Claterna” è stato fortemente voluto dal Comune e lo Stato ha collaborato attraverso la Soprintendenza e l”Istituto regionale Ibc, insieme a tanti volontari e associazioni che dedicano agli scavi gran parte del loro tempo libero e agli sponsor grazie ai quali viene garantita l”attrezzatura necessaria per i lavori. «E” per i ragazzi, per ricordare loro il nostro passato e la storia di questi luoghi che gli archeologi continuano a portare alla luce importanti pezzi della nostra storia, ha concluso Ambrosini. (r.cr.)

Nella foto il taglio del nastro del museo “Città di Claterna”

Inaugurato a Ozzano Emilia il museo “Città di Claterna', dedicato agli scavi dell'insediamento di epoca romana

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