Posts by tag: biodiversità

Cronaca 9 Gennaio 2020

Oltre 50 alberi saranno piantati nel Parco Lungo Sillaro, un posto anche per le piante che ornavano la piazza a Natale

Più di 50 alberi saranno piantati nel Parco Lungo Sillaro a Castel San Pietro Terme. L”operazione, in partenza da oggi e che sarà completata nel giro di qualche settimana, si pone vari obiettivi: innanzitutto l”integrazione del patrimonio arboreo a seguito degli abbattimenti (compiuti nel 2019 o programmati per il 2020) su piante malate o a rischio di stabilità, poi il mantenimento e, nel medio-lungo periodo, l”incremento della superficie fogliare nel territorio del Comune. I nuovi alberi contribuiranno inoltre a migliorare l”abbattimento della CO2 in atmosfera, riducendo l”inquinamento e la concentrazione di polveri sottili.

Non è casuale, ai fini del miglioramento della qualità dell”aria, la scelta delle specie di piante da mettere a dimora. Alberi come Platanus, Ulmus, Celtis, Salix, Quercus e Acer spp garantiscono infatti un assorbimento dell”anidride carbonica migliore rispetto ad altre, mentre Zelkova, Gleditsia, Taxodium, Fraxinus e Alnus, fa sapere l”Amministrazione castellana, sono state «scelte per il loro valore ornamentale e per la capacità di adattarsi alle caratteristiche del terreno», oltre che per garantire «un ottimo livello di biodiversità, sempre molto importante per l”ambiente». Infine, l”operazione è finalizzata a creare una foresta urbana in ambito fluviale, progettata rispettando le giuste distanze tra le piante, considerando il loro sviluppo futuro, scegliendo alberi ad alto fusto e non con ramificazioni basse o arbusti anche per una questione di sicurezza, ovvero per evitare di creare zone non visibili, facili nascondigli per malintenzionati.

Da segnalare, infine, la presenza tra le piante che saranno messe a dimora degli alberi che hanno abbellito la piazza durante il periodo natalizio e il proseguimento del progetto partito due anni fa che prevedeva di piantare tre alberi per ogni pioppo abbattuto: a tal fine è in programma l”abbattimento di quattro pioppi nel parco, con conseguente riduzione del disagio provocato dai «piumini» lungo il viale delle Terme. «Abbiamo deciso quest”anno di fare un Natale “green”, non utilizzando un albero tagliato e arredando la piazza con alberi e cespugli che poi, una volta concluso il periodo di festa, potessero essere ripiantumati – spiega il vicesindaco Andrea Bondi, titolare anche della delega all”Ambiente -. Questo intervento si inserisce in un progetto più ampio di piantumazione di alberature, di diverse essenze, in aree nelle quali gli alberi non solo svolgono il fondamentale ruolo di abbattimento della CO2 e degli inquinanti, ma al contempo valorizzano dell”area stessa, da un punto di vista estetico e di vivibilità». (r.cr.)

Oltre 50 alberi saranno piantati nel Parco Lungo Sillaro, un posto anche per le piante che ornavano la piazza a Natale
Economia 9 Ottobre 2019

Prende piede la coltivazione del sorgo, cereale tra i più diffusi al mondo e importante per il futuro

Ha arricchito i nostri campi di un colore marroncino grazie al suo pennacchio, almeno fino alla fine di agosto, e adesso si sta preparando per arricchire gli alimenti destinati ai nostri animali ma anche i piatti preparati nelle nostre cucine. Stiamo parlando del sorgo, un cereale molto antico, molto versatile e senza glutine, quindi adatto all’alimentazione dei celiaci. E proprio perché indicato per chi ha problemi di intolleranza, in questi ultimi anni sta avendo un grande successo tra i consumatori. E’ un prodotto che ha tanto da raccontare, a cominciare dal successo nella sua produzione perché è il quinto cereale per importanza al mondo dopo grano, riso, mais, orzo. Anche perché, oltre che per l’alimentazione umana, la pianta è utilizzata per la produzione di foraggi, per l’estrazione di etanolo e come bio-carburante.

L’Emilia Romagna è la regione che si colloca al vertice della piramide produttiva nazionale, seguita da Toscana, Marche e Umbria. Nel 2018 nella nostra regione, secondo gli ultimi dati Istat, il sorgo è stato coltivato su una superficie di 22.712 ettari, raggiungendo una produzione di 206.931 tonnellate, facendo segnare un incremento del 27,7% rispetto al 2017. Buoni i risultati anche per la provincia di Bologna. Nel 2018, infatti, qui sono state prodotte 79.076 tonnellate di sorgo, un aumento di 19.910 tonnellate rispetto all’anno precedente, anche se è in contrazione la superficie occupata. «Se di sorgo attualmente si sta parlando con sempre maggiore insistenza – dichiara Alessandra Sommovigo del Crea, tra i più importanti enti italiani di ricerca agroalimentare- è perché si tratta di una coltura che risponde agli input richiesti e determinati dalle conseguenze dei cambiamenti climatici».

Ma aggiungiamo il parere di due agricoltori che, proprio quest’anno, hanno deciso di dedicare al sorgo spazio e tempo, ma con diverso risultato. Stefano Quartieri di Medicina ne ha piantato due ettari ed è contentissimo. «E’ la prima volta che lo metto – precisa Quartieri-. Mi sono deciso perché la mia clientela me lo chiedeva continuamente. Quest’anno ne ho raccolto circa 70-80 quintali per ettaro. E’ piovuto molto e il sorgo ne ha beneficiato». Molti lo stanno chiedendo, ma altri sono ancora scettici. «Vent’anni fa avevo piantato sorgo, poi ho messo della vigna -racconta Massimo Cané, dell’azienda agricola Costa di Rosa -. In uno dei migliori anni raccolsi 92 quintali per ettaro, ma fu un’eccezione. Ora ho tolto dellavigna e ho messo di nuovo questo cereale, sia per un cambiamento nella direzione aziendale, sia perché non vuole acqua. Ne ho piantato undici ettari nelle colline di Castel San Pietro, nella zona di Gallo Bolognese, e se ne raccolgo almeno 50 quintali per ettaro sono contento. Da noi in collina questa coltura non va bene». (ale.gio.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 3 ottobre

Nelle foto da sinistra Stefano Quartieri di Medicina e Massimo Canè di Gallo Bolognese

Prende piede la coltivazione del sorgo, cereale tra i più diffusi al mondo e importante per il futuro
Economia 22 Giugno 2019

A Casalfiumanese incontro su varietà e valorizzazione dell'albicocca tra gli eventi della Sagra dedicata al frutto

In occasione della 49ª edizione della mostra e Sagra dell’albicocca di Casalfiumanese è in programma domani, domenica 23 giugno, alle 10, nel teatro comunale di via II Giugno 2, una giornata di approfondimento che ha come protagonista questo prodotto di assoluto rilievo e qualità del territorio.

L’amministrazione comunale, a fronte delle pesanti difficoltà vissute dai produttori agricoli in relazione alle avverse condizioni di mercato riscontrate anche negli anni scorsi, in collaborazione con il Centro ricerche produzioni vegetali (Crpv) di Cesena e il Nuovo circondario imolese, promuove un incontro tecnico sul tema: “Varietà e valorizzazione dell’albicocca”. Interverranno i produttori locali, le associazioni di categoria ed esperti del Crpv di Cesena; contestualmente sarà allestita la mostra pomologica, dove saranno esposti, sempre a cura del Crpv, i campioni delle nuove varietà di albicocche.

L”edizione 2019 della Sagra dell”albicocca, che accompagna quella del tortello, è prevista dal 22 al 24 giugno e dal 29 giugno al 1° luglio. (r.cr.)

A Casalfiumanese incontro su varietà e valorizzazione dell'albicocca tra gli eventi della Sagra dedicata al frutto
Economia 9 Giugno 2019

Riscopriamo il bovino di razza Romagnola e le proprietà nutritive e organolettiche della sua carne

La spesa delle famiglie italiane per l’acquisto di carne nel 2018 ha fatto registrare un aumento di oltre il 5%, il valore più alto degli ultimi sei anni. A rilevarlo (su dati Ismea) è l’Osservatorio permanente sul consumo carni. Un rinnovato appetito per la carne che ci dà l’occasione per ricordare il bovino di razza Romagnola. Un animale caratteristico dei nostri territori, riconoscibile per l’aspetto massiccio, il manto chiaro e le lunghe corna, che un tempo tirava l’aratro e i carri, che forniva la carne e il latte, ed anche il concime per campi, che veniva portato alle fiere con orgoglio e fierezza, addobbato a festa.

Era la vera ricchezza per gli agricoltori, che però negli anni Cinquanta gli preferirono i trattori, per poi riconvertirlo, non senza difficoltà, in fornitore di bistecche. Anzi, di ottime bistecche, tanto da ricevere nel 2006 il riconoscimento dell’Indicazione geografica protetta, meglio noto con l’acronimo Igp, un marchio attribuito dall’Unione europea che ne garantisce l’allevamento in un determinato territorio. «La composizione nutrizionale della carne bovina di razza Romagnola – afferma Sebastiana Failla, ricercatrice del Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria – la rende un alimento estremamente funzionale, un aspetto su cui occorre puntare per incentivarne i consumi e garantire una migliore redditività agli allevatori. L’analisi che abbiamo svolto su sei porzioni di carne provenienti da altrettanti allevamenti ha messo in evidenza le straordinarie qualità organolettiche di questa carne, più tenera della Chianina e della Maremmana e dalle caratteristiche uniche in tema di frazione lipidica e proteica. Oggi il concetto che deve essere messo al centro del dibattito non è la vendita di carne in sé, bensì la vendita di alimenti altamente funzionali. E la Romagnola ha tutte le carte in regola per rispondere a questi input commerciali».

Una carne, insomma, dalle indubbie qualità organolettiche, vanto della tradizione e della produzione zootecnica romagnola, però non sufficientemente valorizzata da un punto di vista commerciale. «La razza bovina Romagnola – sottolinea Claudio Bovo, direttore di Associazione regionale allevatori dell’Emilia Romagna – vive oggi un momento molto delicato e controverso, perché alle sue indubbie qualità, riconosciute soprattutto a livello scientifico, si contrappone purtroppo una scarsa valorizzazione commerciale che rischia di comprometterne l’esistenza. Negli ultimi dieci anni infatti sia le consistenze numeriche che gli allevamenti hanno registrato una drastica diminuzione e solamente da un paio d’anni si è registrata una stabilizzazione produttiva. Il rilancio della carne bovina di razza Romagnola è dunque una priorità perché lo è anche la salvaguardia della biodiversità, un tema che sarà sempre più centrale nei prossimi anni e rispetto al quale occorre adottare tutte le misure più efficaci di sviluppo».

Un rilancio della carne di razza Romagnola che passa anche dalla selezione genetica. Tema quest’ultimo che è stato al centro del convegno “La verità scientifica e il futuro della selezione”, organizzato dall’Araer in collaborazione con l’Associazione nazionale allevatori bovini italiani da carne che si è tenuto venerdì 7 giugno a Riolo Terme. (al. gi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 6 giugno

Riscopriamo il bovino di razza Romagnola e le proprietà nutritive e organolettiche della sua carne
Economia 4 Giugno 2019

Il fragolone di Imola: ascesa, boom e declino della coltivazione di questo frutto e la Sagra che gli era dedicata

I fragoloni di Imola erano quelli belli, rossi e dolci. Quelli che oggi non ci sono quasi più. La loro storia inizia dalla terra dei «cento orti» – quelli ricordati nel 1902 dal poeta e scrittore Luigi Orsini – dove gli agricoltori imolesi coltivavano soprattutto fragole che, per la loro grossezza, venivano appunto chiamati fragoloni. Oggigiorno – secondo una recente ricerca – nell’imolese sono ancora amorevolmente coltivati su appena 6 ettari di terreno lungo via Canale, via Cipolla e nella zona di San Prospero.

La loro coltivazione, secondo alcuni, ebbe inizio a Imola verso la fine dell’Ottocento grazie all’agronomo Ugo Mazzoni, che introdusse le prime piantine nelle colline di Montecatone. Altri documenti affermano che furono i discendenti di quegli ortolani che nel 1931 andarono in Francia, ritornando con tre sporte di rafia piene di piantine di fragole utili a dare inizio ad una coltivazione che avrebbe preso poi uno sviluppo tale da fare dell’imolese il secondo grande centro nazionale di produzione, dopo il Veneto.

Il fragolone si diffuse negli anni Quaranta soprattutto negli orti a sud della via Emilia, dove si ricavavano i frutti più saporiti e più resistenti al trasporto. A Imola come nel resto dell’Emilia Romagna, tale coltura si affermò a partire soprattutto dagli anni Cinquanta. La fragola assunse così carattere di coltura industriale, in particolare nelle zone di Mordano fino a Spazzate Sassatelli, nelle valli del Santerno, del Sellustra, del Sillaro e quindi nei comuni di Imola, Dozza, Casalfiumanese, Borgo Tossignano e Castel del Rio, fino a 400 metri di altitudine. Inizialmente i fragoleti si svilupparono accanto al pesco, all’albicocco e al vigneto e la loro diffusione divenne rapidamente una delle voci principali dei bilanci aziendali dei poderi collinari, meritando la qualifica di «pianta colonizzatrice della collina imolese».

E proprio per reclamizzare e valorizzare sempre più uno dei più ricercati prodotti della frutticoltura imolese, un comitato cittadino organizzò la prima edizione della Sagra del Fragolone per domenica 8 giugno 1958, nel parco delle Acque minerali. Tale manifestazione proseguì almeno fino al 1985. (al.gi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 30 maggio

Nella foto un”immagine della Sagra del Fragolone negli anni Sessanta

Il fragolone di Imola: ascesa, boom e declino della coltivazione di questo frutto e la Sagra che gli era dedicata
Economia 28 Maggio 2019

Albicocca Reale, Bella d'Imola, pesca Buco incavato: alla scoperta della frutta di una volta

Albicocca Tonda (Tondina) di Tossignano, albicocca Reale di Imola e la Bella d’Imola, pesca bianca Sant’Anna Balducci di Imola e la pesca Buco incavato di Massa Lombarda. Ad oggi, assieme a loro, sono iscritte al Repertorio regionale dei frutti antichi e dimenticati circa un’ottantina di varietà frutticole ma c’è ancora tanto materiale genetico da catalogare. Sempre più, infatti, negli ultimi anni è maturata la coscienza del valore della biodiversità, una parola che ha messo in discussione uno dei principi fondanti dell’agricoltura moderna: uguale è bello.

Un lavoro di recupero dell’agribiodiversità supportato dalle direttive europee, tradotte in normative nazionali, da cui sono derivati gli interventi legislativi regionali per gli imprenditori agricoli che hanno mantenuto in azienda o rimesso in coltura vecchie varietà. La nascita dei mercati contadini e la conseguente incentivazione del consumo dei prodotti agricoli locali di antica tradizione ha poi accentuato anche nei consumatori il desiderio di conoscere i sapori e i gusti del passato. «L’Emilia Romagna – precisa Claudio Buscaroli del Crpv, il Centro ricerche produzioni vegetali di Cesena – possiede un patrimonio varietale ricchissimo e unico al mondo, a parte la Cina, per quanto riguarda in particolare le piante da frutto. Peccato perderlo, anche perché questo patrimonio di biodiversità potrebbe essere veramente una risorsa».

Ma mantenere e recuperare la biodiversità è solo il primo passo. Occorre poi farne conoscere l’unicità al pubblico di consumatori e apprezzarne la bontà. «Ciò che colpisce più di tutto in questi frutti antichi – conferma Buscaroli – è il profumo e l’aroma, caratteristiche perse nelle produzioni più recenti, selezionate per un’agricoltura più produttiva ed industriale». L’albicocco caratterizza il territorio imolese dalla fine dell’Ottocento, come testimoniano i nomi di alcune varietà che ne hanno fatto la storia: la Tondina di Tossignano, la Reale di Imola, la Bella d’Imola. La Tondina, che pare abbia origine grazie alle sperimentazioni agronomiche di inizio Novecento di don Giuseppe Dal Pozzo, parroco di Fontanelice, è buonissima. Ma proprio perché tondeggiante e piccola, venne sostituita dalla Reale di Imola, già dal nome un successo degli anni Sessanta.

Nella vallata del Santerno ecco allora frutti molto grossi di forma ovale con la buccia gialla e la polpa dolce e profumata. Ma la Reale di Imola è difficile da conservare e questo rappresenta un problema ai fini della sua commercializzazione. Sempre delle colline imolesi è anche la Bella d’Imola, ottima albicocca, soprattutto se consumata fresca, impiegata nella preparazione di sciroppi e marmellate e particolarmente adatta all’agricoltura biologica. (al.gi.)

Per saperne di più l”articolo completo è su «sabato sera» del 23 maggio

Nella foto l”albicocca Reale d”Imola

Albicocca Reale, Bella d'Imola, pesca Buco incavato: alla scoperta della frutta di una volta
Economia 8 Maggio 2019

I segreti del Carciofo Moretto di Brisighella, prodotto di stagione che cresce bene tra i calanchi esposti al sole

«Il 2019 potrebbe essere l’anno del rilancio del Carciofo Moretto di Brisighella». Questo, l’augurio di Franco Spada, agronomo e presidente del Consorzio di tutela e valorizzazione dell’olio di Brisighella Dop. La produzione è buona e si avverte ottimismo tra gli agricoltori. «Il progetto comprensoriale per il recupero storico di questo prodotto – continua Spada – si è interrotto circa due anni fa, ma occorre riprendere in mano il materiale che è stato preparato. Il Comitato promotore deve fare valutazioni sul disciplinare e reimpostare lo studio per la richiesta della Dop. Sarà difficile perché la zona di riferimento è veramente una micro area, ma sarebbe importante definirne i confini».

Una varietà rustica della più conosciuta pianta importata dai romani dalla Spagna e dall’Africa e arrivata sulle nostre tavole solo nel 1446. Varietà unica ed antica, che nel corso dei secoli non è mai stata oggetto di interventi di miglioramento genetico, così da conservare ancora oggi le peculiarità conferitegli dalle particolari condizioni della zona di produzione, circoscritta al solo territorio del comune della provincia di Ravenna. Diverse famiglie di agricoltori del brisighellese e del faentino coltivavano questa pianta, oggi prodotto di nicchia, già a metà del Novecento, come certificato da testimonianze orali raccolte dalla Provincia di Ravenna. In passato lo si coltivava prettamente nelle scarpate vicino alle case di campagna, dove la massaia buttava la cenere di camini e stufe a legna, ostacolando la presenza di roditori, ghiotti della sua radice.

«La pianta – come ricorda il Crpv, il Centro ricerche produzioni vegetali di Cesena – si presenta come un cespuglio che può raggiungere un’altezza di 150 centimetri, il fusto è eretto con getti vegetativi basali, i carducci, che sono usati per la riproduzione». Colore violaceo con riflessi dorati, spine giallo nere ben formate e rigide, sapore leggermente amaro ma fresco e appetitoso. «Dal punto di vista agronomico – spiega ancora il Crpv – predilige i terreni siliceo-argillosi tipici dei calanchi romagnoli, ben esposti al sole». L’ortaggio sarebbe stato involontariamente «battezzato» Moretto dalla madre del ristoratore Nerio Raccagni. «Mia madre – racconta – diceva sempre che, così selvatico e difficile da pulire perché ti forava le mani, era brutto, spinoso e cattivo proprio come me. Siccome il mio soprannome era Moretto, lo diventò anche il carciofo».Oggigiorno questa varietà è coltivata da una trentina di produttori, cinque dei quali custodi del Carciofo Moretto, per un totale di circa 10 ettari.

«In realtà nel 2016 i custodi erano dieci – specifica ancora Spada – ma gli ultimi due anni sono stati particolarmente difficili per l’attacco indiscriminato dei topi sulle piante e per ridimensionamenti che hanno interessato alcuni produttori». Stefano Nannini è uno di loro, coltiva circa 4 mila piante in 5 mila metri quadrati in località Marzeno di Brisighella: «E’ un prodotto molto interessante – racconta -, tipico del luogo. Il Moretto è stato sempre legato a questi suoli che gli conferiscono profumi e sapori inconfondibili».

Ma è tempo di pensare al raccolto. «In due giorni – dice Silvano Neri dell’azienda “I frutti di stagione” di Brisighella, che in tre ettari di terreno coltiva 40 mila piante che danno 60 mila carciofi – è caduta l’acqua che serviva, è andata benissimo e a metà settimana cominciamo a raccogliere. Anzi, comincio a raccogliere perché faccio tutto da solo: la mattina presto o di notte, con la lampadina in testa come quelli che vanno a correre. Quando c’è buio e fresco si raccoglie meglio perché – spiega – il gambo si spezza e non si deve tagliare con le forbici e ci si può vestire più pesante. Le spine acute sono molto pungenti e occorre proteggersi bene».

E dal 2005 a Brisighella viene organizzata la Sagra del Carciofo Moretto, proprio per promuovere e valorizzare questa varietà rustica di carciofo. L”edizione di quest”anno è partita il 5 maggio e il prossimo appuntamento per gustare i piatti a base di questo ingrediente è domenica 12 maggio (al.gi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 2 maggio

I segreti del Carciofo Moretto di Brisighella, prodotto di stagione che cresce bene tra i calanchi esposti al sole
Economia 21 Aprile 2019

Torna l'interesse per gli animali da cortile, alla scoperta del pollo romagnolo e dell'oca di Romagna

Pollo romagnolo, oca romagnola, anatra romagnola, colombo romagnolo, tacchino romagnolo, tacchino di Parma e Piacenza, gallina modenese. Tutte razze presenti da sempre nelle aie dei contadini, ma via via soppiantate da razze più produttive. Così, per evitarne l’estinzione, alcuni agricoltori appassionati delle province di Bologna, Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini hanno dato vita nel 2007 ad Arvar, l’Associazione razze e varietà autoctone romagnole, strumento di conoscenza della storia e della vita delle comunità locali rurali e con l’obiettivo di tramandarne il patrimonio culturale, ambientale, sociale e gastronomico.

In particolare, tra i pennuti, fin dal primo momento a riscuotere la maggiore attenzione sono stati il pollo romagnolo e l’oca di Romagna. «Anzi – ci spiega Davide Montanari, allevatore imolese di avicoli e colombi di razza romagnola in selezione e socio Arvar – la decisione di dare vita all’associazione è dovuta proprio al pollo romagnolo». Che sembrava una razza perduta, estinta. I primi documenti che parlano del pollo romagnolo risalgono infatti a fine Ottocento. Nel 1930 questa razza era presente ad una mostra avicola a Londra, poi un limbo documentale e non solo, che ne faceva temere la scomparsa.

Ma nel 1997 un anziano allevatore della campagna ravennate segnalò di avere ancora un ultimo nucleo (circa una trentina di esemplari) della razza locale di polli. Un dottorando della facoltà di Medicina veterinaria di Parma, Alessio Zanon, recuperò questi animali che parevano proprio di razza romagnola. Le analisi genetiche ne confermarono poi l’appartenenza e così partì un progetto (Agrobiodiversità nell’Appennino romagnolo) mirante alla diffusione della razza attraverso l’impegno diretto di Tiziana Nasolini, allora direttrice della Centrale ortofrutticola di Cesena (oggi Alimos), e dell’agronomo Stefano Tellarini di Faenza. La Centrale di Cesena cominciò a incubare le uova che settimanalmente le venivano inviate dall’Università di Parma e si cominciò così ad assegnare i primi pulcini di pollo romagnolo agli allevatori custodi. Nel 2015 la razza è stata riconosciuta dalla Regione Emilia Romagna. A Imola sono due le aziende agricole che vendono al dettaglio le uova di pollo romagnolo da mensa: l’A-zienda agricola Betti Roberto di via Punta 85/A e l’Azienda agricola «Il Colombarotto», con punto vendita denominato «La Bottega del contadino» in via Selice 191.

Un altro animale che merita un interesse speciale e che non mancava mai nelle aie dei contadini è sicuramente l’oca di Romagna o romagnola, meglio conosciuta in tutto il mondo col nome di oca di Roma, denominazione quest’ultima che le è stata data dagli avicoltori spagnoli di Barcellona quando, nel maggio del 1924, la nostra razza venne presentata in quella città ad una esposizione mondiale. In quell’occasione i visitatori si domandarono se la romagnola appartenesse alla razza che salvò il Campidoglio dalle truppe galliche di Brenno nel lontano 382 a.C. e fu gioco facile farglielo credere. Tant’è che ancor oggi negli Stati Uniti viene allevata in purezza l’oca romagnola denominata come Roman goose.

«Il mercato di Lugo era il centro di commercializzazione delle piccole ochette di razza romagnola – racconta Montanari, che possiede quelle molto rare definite ciuffate per il loro caratteristico e simpatico ciuffo sulla testa -. Era compito delle donne mettere a cova le uova di quest’oca sotto alle tacchine romagnole, apprezzate per la grande attitudine alla cova». L’oca romagnola era considerata il maiale dei poveri perché con le sue carni pregiate si potevano realizzare alcune preparazioni a lunga conservazione, come la carne sotto grasso o il prosciutto e il salame d’oca.  Retaggi di civiltà contadina che è giusto conservare, motivo per cui l’Arvar organizza e promuove iniziative in tutta la regione. Dopo la terza edizione de L’Aja in piaz-za, che si è svolta recentemente a Imola, e Agriolodi metà aprile a Riolo Terme, a maggio si terrà la sagra paesana di Bastia di Ravenna, per poi tornare a Imola dal 14 al 16 giugno con la Fiera agricola del Santerno. (al.gi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 18

Nelle immagini Davide Montanari con esemplari di pollo romagnolo e oca di Romagna

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