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Cultura e Spettacoli 25 Settembre 2018

Il gruppo dei ballerini folkloristici castellani compie 90 anni: dai primi passi alla rinascita del 1973

Quella del gruppo ballerini folkloristici castellani è una storia che parte da molto lontano, dalla Castel San Pietro di novant’anni fa, da quel tempo in cui la vita ruotava attorno l’attività agreste e le tradizioni della campagna fungevano da collante tra i castellani.

Il gruppo nacque nel 1928 per iniziativa della signorina Maria Parenti e dal fonda-mentale contributo della numerosa famiglia dei Casadio Loreti, detti i «Lungòn», che per quasi trent’anni hanno costituito il nucleo fondamentale del corpo di ballo, proponendosi di rivitalizzare le musiche e i balli dei contadini, per i quali la danza era un momento di festa e di svago utile ad esorcizzare le fatiche del duro lavoro nei campi.

L’universo rurale castellano ne era protagonista assoluto: la pista da ballo era l’aia su cui si aveva lavorato tutto il giorno, i costumi dei ballerini erano i loro stessi abiti da lavoro e le musiche non avevano spartito, ma vivevano nella tradizione orale tramandata di generazione in generazione. Gli stessi balli, rimasti invariati negli anni, imitano i comportamenti degli animali da cortile o prendono spunto dalle vicende e dai momenti della vita agreste.

Alcune danze tradizionali, come La Roncastella o Il Galletto, hanno come tema il corteggiamento, mentre altre, come I Bolognesi, deridono i modi dei cittadini con il testardo orgoglio contadino che da sempre contraddistingue i castellani. Nel periodo precedente la seconda guerra mondiale il gruppo portò le tradizioni del paese in tutte le principali città italiane e all’estero, esibendosi ad Amburgo per il festival internazionale del Folklore e a Stoccarda per la festa dei Fiori.

L’inaspettato successo riscosso rese necessario trovare costumi più adatti degli abiti da lavoro. «Il nuovo costume fu trovato presso l’Archiginnasio di Bologna ed è quello che tutt’ora indossano i nostri ballerini» racconta l’attuale presidente del Gruppo, Carlo Varignana. Nel dopoguerra i danzatori castellani comparvero anche in televisione, nelle trasmissioni Campanile sera, Incontro a Bologna e La tv degli agricoltori e ricominciarono a girare l’Italia, fino al 1955.

«Ricordo che in quell’anno la famiglia Casadio Loreti perse uno dei suoi membri più giovani – dice Varignana -. Un lutto terribile, che li spinse a interrompere la loro attività di ballerini». Senza i «Lungòn» il paese si trovò improvvisamente privo del suo complesso folkloristico.

Dopo 18 lunghi anni, nel 1973, il gruppo rinacque a nuova vita grazie all’iniziativa di Carlo Varignana, all’epoca vicepresidente del corpo bandistico di Castel San Pietro. «La banda di Dozza aveva già da qualche anno un corpo folkloristico che riscuoteva successo e noi non volevamo essere da meno» ricorda. Varignana trovò un prezioso alleato in uno dei membri della famiglia dei «Lungòn», il signor Gino Casadio Loreti, che mise a disposizione la sua esperienza offrendosi di insegnare i balli tradizionali ai nuovi membri del gruppo. (ri.ra.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 20 settembre

Nella foto un”esibizione del 1974 al cinema Astra

Il gruppo dei ballerini folkloristici castellani compie 90 anni: dai primi passi alla rinascita del 1973
Cronaca 20 Settembre 2018

Un cercatore di funghi trova un vecchio cimitero sulle colline di Gesso

Cercava funghi e ha scoperto delle vecchie ossa umane. E’ accaduto martedì ad un 34enne che stava cercando funghi in una zona isolata sulle colline in zona Gesso e ha visto spuntare dal terreno quelli che sembravano frammenti di ossa. Alla vista del macabro ritrovamento ha chiamato il 112 che ha inviato sul posto gli uomini dell’Arma di Casalfiumanese.

I carabinieri hanno appurato che si trattava in effetti di un cospicuo numero di ossa, la maggior parte sepolte appena sotto qualche centimetro di terra, che le recenti piogge dovevano aver dilavato e fatto affiorare. Il successivo esame fatto dal medico legale ha accertato che si tratta dei resti di persone di differenti fasce di età e sesso, decedute almeno cinquant’anni fa e forse oltre. I primi accertamenti non fanno escludere che l’area di ritrovamento fosse un vecchio cimitero rurale, abbandonato e andato distrutto nel tempo, di cui si è persa memoria. Poco lontano vi sono alcuni ruderi.

Le spoglie rinvenute sono state depositate presso la camera mortuaria dell’Ausl di Imola ed è stata informata l’autorità giudiziaria anche se ad oggi non sono ipotizzati reati di alcun tipo. Sul posto non sono neppure emerse piastrine o armi che possano spostare la datazione agli eventi della seconda guerra mondiale. Però sono stati trovati un cucchiaino e una ciotola. I carabinieri stanno proseguendo con gli accertamenti sulle mappe catastali per vedere se è possibile ricostruire di cosa si tratta esattamente.

Un cercatore di funghi trova un vecchio cimitero sulle colline di Gesso
Cronaca 4 Settembre 2018

Da Mascagni a Mascanhi, il brasiliano Izidoro chiama Medicina per ritrovare le origini italiane

Il portoghese è la lingua ufficiale del Brasile. E in tale lingua il suono biconsonantico «gn» della lingua italiana (gnu, gnocco) viene tradotto in «nh», pur conservando la medesima pronuncia, come nel caso del noto calciatore brasiliano Ronaldinho. O come nel caso del brasilo-medicinese Izidoro Mascanhi, il cui cognome originario Mascagni è diventato, nel corso del tempo, appunto Mascanhi.

«Mi chiamo Izidoro Mascanhi e sono brasiliano. Ma sono anche Isidoro Mascagni e ho molta Italia dentro di me», scriveva il protagonista di questa storia qualche mese fa su Sei di Medicina se, la pagina Facebook che raccoglie, fra le altre cose, storie e aneddoti di medicinesi di Medicina e, a quanto pare, non solo. L’intento di Mascagni-Mascanhi era quello di raccontare le sue radici per fare emergere, magari, altri dettagli della propria storia familiare.

Così, incuriositi, abbiamo preso contatto col giovane brasiliano (trentatreenne ed insegnante di portoghese), prima tramite il social network e poi scambiando e-mail in italiano, lingua preferita dall’interlocutore straniero anche perché più simile al portoghese rispetto all’inglese. E da oltreoceano è giunta fino a noi una storia ormai lontana nel tempo, ma comune a non pochi medicinesi partiti alla fine dell’Ottocento alla volta del continente americano in cerca di fortuna.

Come peraltro documentato con dovizia in “Trenta giorni di nave a vapore”, libro pubblicato nel 2010 da Lorenza Servetti, professoressa in pensione del liceo Giordano Bruno di Budrio nonché ricercatrice dell’Istituto storico Parri. Libro di cui sabato sera ha scritto in occasione di una presentazione avvenuta nello stesso anno di pubblicazione proprio a Medicina, cui hanno partecipato molti medicinesi interessati a trovare tracce dei propri antenati partiti decenni prima. Una raccolta di storie di emigrazione comprese fra il 1880 ed il 1912 e riconducibili a valle dell’Idice, Castenaso, Castel Maggiore, Molinella, Budrio ed anche Medicina.

Un capillare lavoro di ricerca da cui è emerso che almeno seicento persone sono partite da tali territori, talvolta indotte anche con l’inganno, alla volta di Stati Uniti e Brasile. «Ho trovato circa 333 medicinesi che si recarono in Brasile – ha raccontato la professoressa -. Perché proprio laggiù? Perché la schiavitù fu abolita solo nel 1888 e il Governo si trovò all’improvviso ad avere bisogno di manodopera a basso costo. Puntò sull’Italia perché era la nazione europea allora maggiormente colpita dalla crisi economica. Così il Governo brasiliano fece delle leggi apposite per favorire l’immigrazione dal nostro paese. Istituì a Genova veri e propri uffici con uomini che “battevano” le campagne alla ricerca di famiglie indigenti. Si presentavano all’uscita della messa o davanti alle osterie e promettevano un viaggio gratuito, un lavoro assicurato nelle fazende che producevano il caffè e, soprattutto, la possibilità in poco tempo di avere un lotto di terra da comprare».

Tornando a Mascanhi, non c’è modo di sapere se i suoi antenati siano partiti liberi e felici oppure perché ingannati con false promesse. «Il popolo brasiliano – ci risponde Izidoro dall’altra parte dell’oceano – è formato da diverse origini etniche: indigene, africane, asiatiche ed europee. Sono orgoglioso di essere brasiliano ma anche delle mie origini estere, perché hanno contribuito alla formazione di quello che sono, al modo in cui penso, mi nutro, vedo me stesso e perfino il mio stesso nome. Posso dire che metà del mio sangue viene dall’Italia, perché quattro dei miei otto bisnonni erano italiani. Sono venuti in Brasile per lavorare nelle piantagioni di caffè alla fine del diciannovesimo secolo e non sono mai tornati in patria, stabilendosi qui in Brasile con le loro famiglie e le loro nuove radici, ma senza mai dimenticare la cara Italia».

Mascanhi-Mascagni, grazie alla legge 91 del 1992, ha potuto richiedere al consolato italiano di São Paulo il riconoscimento della cittadinanza italiana jus sanguinis, cioè attraverso la linea di sangue, che si rifà indietro nel tempo fino a quattro generazioni. Per fare questo ha richiesto ed ottenuto i certificati di nascita del bisnonno Ercole Mascagni e di matrimonio con Teodolinda Gollinelli, la bisnonna anch’essa medicinese.

«Sarò molto orgo-glioso di essere un cittadino italo-brasiliano – dice – perché porto nel mio nome un marchio dell’Italia, un cognome tipicamente italiano. (mi.mo)

L’articolo completo è su «sabato sera» del 30 agosto

Nella foto la cartina tratta dalla rivista Limes relativa all”immigrazione italiana in Brasile

Da Mascagni a Mascanhi, il brasiliano Izidoro chiama Medicina per ritrovare le origini italiane
Cronaca 25 Agosto 2018

A Ca’ Malanca un'iniziativa in ricordo della 36ª Brigata Garibaldi a Purocielo

Quest’anno le iniziative per ricordare il 74º anniversario della battaglia di Purocielo prenderanno avvio domani, domenica 26 agosto, a Ca’ di Malanca, con un evento dedicato alla 36ª Brigata Garibaldi. Dopo la messa (ore 11) e il pranzo (ore 12), il programma prevede l’intervento (ore 14) del sindaco di Casola Valsenio – Unione dei Comuni della Romagna Faentina, Nicola Iseppi. A seguire (ore 14.30), letture di brani tratti da testimonianze e racconti dei protagonisti di Ca’ di Malanca, a cura di Acsé, e musiche eseguite dal gruppo Bella Ciao trio.

La data, è importante ricordarlo, coincide con il trasferimento dell’intera Brigata dalla zona tra Casola e Palazzuolo, dopo avere lasciato una decina di giorni prima l’alto Appennino, nel territorio del torrente Sintria. Ha scritto Luciano Bergonzini in Quelli che non si arresero (Editori Riuniti): «E così quando, la sera del 23 agosto, la Brigata lasciò Sommorio e si avviò verso la nuova sede di Monte Romano-Fornazzano, i partigiani inquadrati regolarmente nelle diverse compagnie erano oltre milletrecento…». L’intera Brigata rimase qui fino al 18 settembre. Da quella data, su indicazioni del Comando unificato Emilia Romagna, fu divisa in quattro Battaglioni e due di essi (in pratica la metà della Brigata) continuarono a presidiare la zona fino all’epilogo della durissima Battaglia di Purocielo, combattuta il 10, 11 e 12 ottobre 1944.

Per raggiungere Ca’ di Malanca in auto, occorre percorrere la provinciale Brisighellese, deviare per San Martino in Gattara in direzione Monte Romano – Croce Daniele, continuando a destra su strada sterrata per tre chilometri e mezzo. A piedi, invece, si possono percorrere i sentieri 505 Cai da Croce Daniele; 579 Cai da Purocielo; 2 Uoei da San Cassiano. Domenica 26 agosto, per chi è interessato a percorrere il sentiero 579, il ritrovo è alle ore 8.30 presso la chiesa di Purocielo. Indispensabile la prenotazione, scrivendo a info@camalanca.it.

r.c.

Nella foto (dalla pagina facebook di Ca” Malanca): la locandina dell”evento

A Ca’ Malanca un'iniziativa in ricordo della 36ª Brigata Garibaldi a Purocielo
Cronaca 9 Luglio 2018

Sport e disabilità, la storia di Vincenzo e Daniele e la loro passione per le bocce

Uno degli sport utilizzati dal Cisped per abbattere il muro della disabilità è certamente il gioco delle bocce. Sono molte le persone, infatti, che, nonostante le difficoltà, passano le loro giornate alla Bocciofila di Imola e che hanno trovato in questa disciplina una seconda vita oltre che una nuova giovinezza. E’ il caso, ad esempio, della coppia formata da Daniele Cignani e Vincenzo Spinoccia che di recente a Piacenza, al termine della quinta prova sulle quattro a cui hanno preso parte, si sono laureati campioni regionali di bocce speciali.

Daniele Cignani, sessantenne faentino, ha scoperto di avere il Parkinson circa un anno e mezzo fa e, dopo essersi messo in contatto con l’associazione Attività parkinsoniane imolesi, da qualche mese ha potuto toccare con mano e vedere con i propri occhi un centro organizzato che offre la possibilità agli iscritti di svolgere numerose attività come la ginnastica, il nordic walking o la logopedia. «A Faenza purtroppo un servizio simile non esiste – spiega Cignani –. Lo sport, infatti, è fondamentale per non perdere il tono muscolare e così ho iniziato con le bocce.  Devo dire che mi sono piaciute subito e ora mi diverto da matti». Cignani andrà in pensione a gennaio dopo che la sua azienda, a causa anche della crisi, l’ha messo in mobilità, ma la sua forza d’animo e una volontà invidiabile non è diminuita nemmeno con il presentarsi di questa malattia degenerativa. «Vengo a Imola due volte a settimana per fare esercizi di ginnastica al palaRuggi, mentre in estate ci spostiamo al parco delle Acque Minerali – racconta -. E’ un po’ problematico per me spostarmi perché sono di Faenza, ma il mercoledì e il sabato mattina finita l’ora di lezione, dalle 8 alle 9, passo alla Bocciofila per allenarmi un altro paio d’ore. Di solito io vado a punto e lui boccia. Sicuramente Vincenzo è migliore di me, per adesso…».

Vincenzo Spinoccia, 52enne nativo di Siracusa ma residente a Imola da diciotto anni, infatti, è stato vittima nel 2014 di un infortunio sul lavoro, mentre era in un cantiere edile nel quale lavorava come muratore. «Mi reputo fortunato perché poteva andarmi molto peggio – dice –. Il colpo ricevuto in testa da una lamiera mi ha fatto perdere completamente l’udito nell’orecchio destro, oltre a provocarmi altri seri problemi come un forte disorientamento che, ancora oggi, ogni tanto si ripresenta. Inoltre, avevo smesso di uscire di casa, mi ero chiuso in me stesso e avevo perso il lavoro. L’Inail si è sempre dimostrata premurosa nei miei confronti, ma l’angelo che mi ha aiutato più di tutti è stata l’assistente sociale Mirella Geremia». Grazie a lei ha potuto avvicinarsi allo sport e all’importanza di svolgere attività fisica come terapia per uscire dal tunnel in cui era entrato. «Mi aveva consigliato il nuoto – ricorda -, ma il rumore già a bordo vasca non era compatibile con i miei problemi di udito. Allora ho tentato con il ping pong, ma le difficoltà di rimanere in equilibrio e i movimenti bruschi mi hanno fatto desistere quasi subito. Alla fine ho scoperto le bocce». Quello che all’inizio era un semplice svago ora è divenuta una grande passione che gli ha permesso di trovare alla Bocciofila una vera e propria famiglia. «Qui riesco a sfogare tutto quello che ho dentro trovando la giusta serenità – conclude -. Frequento i campi da quasi due anni e tutti i giorni gioco circa 4-5 ore. Svolgo anche un tirocinio grazie all’Ausl alla Bocciofila che mi ha aiutato a reintegrarmi nella società. Con le bocce, comunque, sono rinato, ho molta più fiducia in me stesso, mi sento qualcuno e sono orgoglioso di ciò che sono diventato».

Vincenzo Spinoccia, intanto, lo scorso 16 giugno ha vinto, in singolo, un torneo di preselezione nazionale a Padova. Il test in terra veneta è stato certamente utile in vista di una sua possibile partecipazione ai Campionati italiani in programma a Perugia a settembre e, perché no, anche ad una futura convocazione in maglia azzurra. Il suo compagno Daniele Cignani, invece, non era presente perché non affiliato né alla Fib (Federazione italiana bocce) né al Cip (Comitato italiano paralimpico), in quanto i parkinsoniani non rientrano nella categoria paralimpica.

d.b.

L”articolo completo su «sabato sera» del 5 luglio.

Nella foto: la premiazione di Vincenzo Spinoccia e Daniele Cignani, campioni regionali di bocce speciali

Sport e disabilità, la storia di Vincenzo e Daniele e la loro passione per le bocce
Cronaca 3 Luglio 2018

Barbara Loreti è la prima presidente donna nella storia del Rotary Club di Imola

Novità importante al Rotary Club di Imola che per la prima volta nei 61 dalla costituzione del Club vedrà come presidente una donna, ovvero Barbara Loreti che prende il posto di Stefano Pezzoli e verrà affiancata dal figlio Gianluca Vespertino come presidente del Rotaract Club di Imola.

Barbara Loreti è laureata in giurisprudenza e attualmente si occupa di una società immobiliare. E” stata il primo rappresentante distrettuale del distretto Rotaract 2070 (Emilia- Romagna, Toscana e Repubblica di San Marino) per poi entrare nel Rotary Club Bologna Galvani come fondatrice nel 2005. Infine si è trasferita nel club di Imola nel 2009, come una delle prime donne ad essere ammesse.

r.c.

Nella foto: Barbara Loreti

Barbara Loreti è la prima presidente donna nella storia del Rotary Club di Imola
Cronaca 28 Maggio 2018

Gli scavi del Castrum Sancti Cassiani tra via Villa Clelia e via Croce

Sul finire dell’estate del 1978, durante uno sbancamento per la costruzione di un lotto di abitazioni, in un’area posta tra via Villa Clelia e via G. C. Croce, affiorarono consistenti resti archeologici, che fecero pensare a una necropoli tardo romana. Il fatto non era inaspettato, in quanto nei dintorni erano state rinvenute altre sepolture, anche di epoca più antica e di notevole rilevanza. Più si procedeva con lo scavo, però, più affioravano resti di epoche più recenti, non solo di sepolture, ma anche di strutture murarie, che facevano pensare a un insediamento abitativo tardo romano, paleocristiano o alto medioevale. A rafforzare questa convinzione fu anche il ritrovamento di un corredo funebre di pregio attribuibile a una donna di stirpe germanica di alto rango, che ora fa bella mostra di sé nel museo imolese. Ormai è opinione corrente che questo nucleo abitativo corrispondesse al centro altomedioevale di San Cassiano, il cosiddetto Castrum Sancti Cassiani, ma in quel periodo le discussioni su questo tema furono lunghe e numerose.

La foto risale alla campagna di scavo del 1979 e sono state fornite da un volontario di allora del Gruppo per la valorizzazione dei beni culturali e ambientali del comprensorio imolese.

Altre immagini e particolari nell”articolo sul “sabato sera” del 24 maggio.

Gli scavi del Castrum Sancti Cassiani tra via Villa Clelia e via Croce
Sport 26 Maggio 2018

Baseball A2, la storia del nuovo ricevitore venezuelano dei Redskins Imola Josè Antonio Aleman Rubio

Agli allenamenti sul diamante della Tozzona la colonia sudamericana è sempre in anticipo, così abbiamo tempo per scambiare due parole con Josè Antonio Aleman Rubio, il nuovo ricevitore dei Redskins che ha preso il posto di Jaun Pablo Angrisano, trattenuto in Argentina… dalla moglie. Compirà 24 anni il 23 agosto ma si è già messo in mostra nei nostri campionati per un buon braccio e un rendimento costante nel box di battuta. «Ho iniziato prestissimo a giocare a baseball nel mio paese, il Venezuela, a Barquisimeto, provincia di Lara. Mio padre aveva una grande passione e mi iscrisse ad una scuola di pelota. Fino a 15 anni ho studiato e giocato, raggiungendo il bacillerato nella scuola secondaria di Scienze, poi sono andato a Caracas all’accademia di baseball dove ci si allenava ogni giorno».

Sei stato addirittura notato dagli scout della Mbl, i professionisti americani.

«Ho firmato un contratto con l’organizzazione dei Cleveland Indians e ho giocato per due anni nella Summer League in Repubblica Dominicana, sempre come catcher. La concorrenza in Sudamerica è feroce e sono stato cortato, tagliato. Cominciavo anche a risentire di una malattia grave, mi avevano diagnosticato un tumore osseo ad una gamba. Ero deluso, ma la voglia di giocare non mi mancava; sono tornato in Venezuela e mi sono fatto operare a mie spese, restando sei mesi senza giocare e per recuperare».

Poi com’è andata?

«Ho recuperato bene, tanto che un’università americana mi voleva, ma non ho ottenuto il visto per ben due volte. Intanto, grazie ai miei nonni spagnoli, ho ottenuto il passaporto iberico e tramite Junior Oberto, pitcher che giocava in Italia a Grosseto, Bologna e San Marino e conosceva Mauro Mazzotti, diventato manager della nazionale spagnola, sono approdato nella Divison de Honor a Bilbao e Pamplona. Sempre grazie ad Oberto sono venuto in Italia a Bollate per due anni, 2016 e 2017. Quest’anno non avevo ancora ricevuto proposte dalla squadra e quando Happy Gnudi mi ha contattato ho accettato volentieri le proposte di Imola. Mi piace la società ed anche la squadra è un bel gruppo».

La tua famiglia?

«Sono fidanzato con Andrea, 22 anni, che vedo quando finisce il campionato. Papà ci ha lasciati che avevo 9 anni, mia madre si chiama Maria Ysabel ed ho un fratello di 17 anni, Jesus Alberto, che però non fa il pelotero, preferisce il calcio».

n.v.

L”articolo completo su «sabato sera» del 24 maggio.

Nella foto:  Josè Antonio Aleman Rubio

Baseball A2, la storia del nuovo ricevitore venezuelano dei Redskins Imola Josè Antonio Aleman Rubio
Sport 16 Maggio 2018

Giro d'Italia a Imola, con l’arrivo della tappa in mostra la storia del ciclismo

La bici di Marco Pantani del 1998, il programma ufficiale del primo Giro ciclistico d’Italia svoltosi dal 13 al 30 maggio 1909 e l’Alfa Romeo 1900 super del 1955, ammiraglia della squadra Ghigi dal 1958 al 1962. Sono solo alcuni dei cimeli che compongono In Giro nella Collezione Pezzi, mostra che resterà allestita un giorno solo, ovvero domani, nella sala convegni Ayrton Senna dell’autodromo «Enzo e Dino Ferrari» di Imola, in occasione dell’arrivo in città della 12ª tappa del Giro d’Italia. «Si potranno ammirare alcuni degli oggetti e dei cimeli storici legati al ciclismo raccolti nella collezione voluta dalla Fondazione Luciano Pezzi per salvaguardare una parte importante della storia di quello che é il più popolare sport italiano», spiega Fausto Pezzi, figlio del compianto Luciano Pezzi. Ad introdurre la mostra sarà proprio l’Alfa Romeo 1900 super del 1955, utilizzata come ammiraglia della squadra Ghigi dal 1958 al 1962, che fu usata anche da Luciano Pezzi come direttore sportivo della Ghigi nelle stagioni 1960, 1961 e 1962. Da segnalare anche una borraccia in alluminio, sponsorizzata dalla Liebig, usata nel Tour de France negli anni ’40, le biciclette Bianchi squadra corse 1958 appartenute a Diego Ronchini ed a Luciano Pezzi. Un viaggio fra corridori emiliano romagnoli, Giro d’Italia e altre meraviglie in una mostra che durerà un giorno ma vale una vita di racconti e ricordi.

r.s.

Nella foto: Luciano Pezzi

Giro d'Italia a Imola, con l’arrivo della tappa in mostra la storia del ciclismo
Cultura e Spettacoli 13 Maggio 2018

Salone del Libro di Torino, “La Brigata Ebraica 1944-1946″ riceve l'elogio del presidente del Meis di Ferrara

Partecipazione ed attenzione alla presentazione del libro “La Brigata Ebraica 1944-1946” (edito da Bacchilega Editore) al Salone del Libro di Torino.

“E” un lavoro importante per il quale ringrazio di cuore Bacchilega Editore e gli autori in quanto verte su una storia che è troppo spesso strumentalmente contestata durante le celebrazioni della Liberazione perché purtroppo poco conosciuta per quello che è veramente – spiega Dario Disegni, presidente del Museo nazionale dell”ebraismo italiano e della Shoah inaugurato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella -. I nostri nonni hanno avuto un ruolo importante nella Resistenza, che sentiamo anche nostra, con un prezzo di sangue altissimo”.

“Il nostro lavoro di editori ci porta a coltivare la conoscenza per favorire la cultura – ha aggiunto Paolo Bernardi, presidente di Coop. Bacchilega -. Libri come quello dedicato alla Brigata ebraica devono servire a conoscere la storia per potersi fare una opinione completa. Le cooperative hanno fra i loro compiti anche quello di far crescere la comunità dove operano e presentare questo libro a Torino, nello stand dell”Alleanza delle cooperative italiane, conferma questa volontà”.

Nella foto, da sinistra, Romano Rossi, coautore del libro, Dario Disegni, presidente del Meis, e Paolo Bernardi, presidente della Coop. Bacchilega.

r.c.

Salone del Libro di Torino, “La Brigata Ebraica 1944-1946″ riceve l'elogio del presidente del Meis di Ferrara

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