Economia

Economia 6 marzo 2018

Green economy, cosa succede al vetro destinato al riciclo? Il contributo dell'azienda imolese Cimbria

Secondo i dati raccolti da Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale con sede a Roma, negli ultimi dieci anni la raccolta differenziata in Italia è pressoché raddoppiata, passando dal 28 al 52%. Nel 2016 oltre 15 dei 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani prodotti a livello nazionale sono stati differenziati per essere riciclati: di questi, si contano circa due milioni di tonnellate di vetro ed uno di plastica (3 milioni di tonnellate raccolte sono invece di carta, ben 6 di rifiuti organici).

Ma cosa succede, tecnicamente, a vetro e plastica conferiti dai cittadini negli appositi contenitori? Dai centri di raccolta i rifiuti differenziati passano ai centri di riciclaggio, dove subiscono un processo a tappe serrate prima di poter tornare a nuova vita. Passaggio decisivo per la buona riuscita del riciclaggio è la rimozione di eventuali contaminanti: ad esempio materiali in ceramica o pyrex (vetroceramica), che il Coreve (Consorzio per la raccolta, il riciclaggio e il recupero del vetro) definisce «i nemici giurati del vetro» perché hanno una più alta temperatura di fusione e quindi «possono vanificare l’intero processo di riciclo».

La cernita viene operata da selezionatrici elettroniche dotate di visori, come quelle prodotte dall’imolese Cimbria Srl, ex Sea Srl, azienda nata a Villanova di Castenaso e poi trasferitasi a Imola nei primi anni Duemila. Il primo prototipo risale al lontano 1968. Allora l’azienda si occupava di macchinari per la selezione del riso, capaci di confezionare pacchi fatti di chicchi identici e privi di imperfezioni o impurità. Nel 2012 Sea è stata poi acquistata dal gruppo danese Cimbria ed oggi è parte della multinazionale americana Agco (quest’ultima acquisizione è del 2016).

Cosa fa Cimbria. L’azienda di via Colombarotto impiega una settantina di persone e commercializza i propri prodotti in Italia e in gran parte del mondo. «Il settore dei macchinari per il food è ancora il core business dell’azienda ed incide per circa il 70 per cento del fatturato – spiega Lorenzo Tinti, responsabile commerciale per l’Italia dell’azienda imolese -. Nell’industria alimentare i nostri clienti sono le aziende che si occupano di prodotti finiti come legumi o cereali confezionati, oppure che producono semilavorati oppure ancora che si collocano nella filiera intermedia, ad esempio selezionando il grano per la produzione di farina. Un altro importante settore di attività è rappresentato dalla selezione ottica di plastica, vetro, metalli e minerali. In questo settore i nostri clienti sono i centri di riciclaggio».

Cimbria per il settore green economy. L’azienda imolese ha prodotto i primi macchinari per la selezione del vetro sul finire degli anni Ottanta. «Il vetro e la plastica da rifiuto sono di fatto degli scarti – spiega Tinti -. E’ dunque altamente probabile che nel prodotto che viene triturato possano trovarsi delle impurità dovute ad una raccolta differenziata sbagliata o ad altri motivi. Ebbene, tali impurità vengono eliminate grazie all’utilizzo di sofisticate telecamere full-color ad altissima definizione. Vengono inoltre separate le frazioni di differenti colori ai fini di un miglior riciclaggio finale. Disponiamo anche di selezionatrici iperspettrali dotate di un sistema di visione a raggi infrarossi in grado di separare i polimeri plastici di differente natura. Di fatto – conclude Tinti – i nostri macchinari permettono di recuperare scaglie di vetro e plastica macinata pronti per essere nuovamente immessi nel ciclo produttivo come materie prime seconde».

Perchè riciclare. Com’è noto, mediante il processo di riciclo, vetro e plastica tornano a nuovo uso: il vetro al cento per cento e riutilizzabile all’infinito, la plastica in buona parte. Grazie al continuo processo tecnologico, infatti, il vetro riciclato viene impiegato in quantità sempre maggiori in sostituzione delle materie prime (anche oltre l’80%), mentre dalla plastica recuperata si possono ottenere polimeri equivalenti, ma non ancora identici a quelli vergini. Dal vetro riciclato, una volta fuso, si ottiene per lo più altro vetro; i campi di utilizzo delle plastiche, invece, variano a seconda del polimero riciclato: dall’edilizia all’arredamento, dall’agricoltura all’automotive, passando anche per gli imballaggi, ad esempio i flaconi per i detersivi. «Con 13 bottiglie di plastica si fa una maglia da calcio», recita uno degli slogan del Corepla (il Consorzio per la raccolta, il riciclaggio e il recupero della plastica).

mi.mo

Nella foto: una selezionatrice Sea per il recupero del vetro

Green economy, cosa succede al vetro destinato al riciclo? Il contributo dell'azienda imolese Cimbria
Economia 6 marzo 2018

Green economy, l'importanza di raccogliere gli oli esausti (ma non alla rocca di Imola)

Qualcuno certamente ricorderà quel giorno di settembre in cui un raccoglitore per gli oli vegetali esausti è comparso improvvisamente nel prato circostante la Rocca di Imola, destando curiosità per la raccolta green ma anche non poche proteste per il luogo artistico non consono alla raccolta di rifiuti. Non una trovata ma un set pubblicitario dell”azienda guelfese Nuova C Plastica, che produce appunto raccoglitori per gli oli esausti, alimentari e non.

La raccolta degli oli vegetali esausti. La raccolta degli oli vegetali esausti, quelli utilizzati in cucina per la friggitura ma anche quelli dei sottoli, è forse la differenziata che cresce più rapidamente, almeno in Italia. Secondo il consorzio Conoe, che si occupa di raccolta, riciclaggio e recupero degli oli vegetali esausti, nel 2015 ne sono stati raccolti oltre 62 mila tonnellate, il 44% in più rispetto a 5 anni prima. Dal 2001, anno in cui il consorzio è diventato operativo, ad oggi sono state rigenerate oltre 580 mila tonnellate di oli esausti, che da rifiuti sono diventati risorsa.

Come si recuperano gli oli alimentari esausti? Gli oli vegetali usati possono essere recuperati e riutilizzati in differenti modi. Ad esempio possono essere trasformati in prodotti quali saponi, inchiostri, grassi per la concia delle pelli, biolubrificanti per l’agricoltura o la nautica, cere per auto. Oppure possono diventare una sorgente di energia per gli impianti di co-generazione. Negli ultimi anni, però, il principale mercato di sbocco per il recupero degli oli vegetali esausti è diventato la produzione di biodiesel, combustibile vegetale che può sostituire o miscelare i carburanti di origine fossile, con conseguente risparmio in emissioni di Co2. Il consorzio Conoe destina alla produzione di biodiesel oltre l’80% degli oli recuperati.

L”impegno di Nuova C Plastica. La raccolta degli oli esausti è fondamentale per renderne possibile il riutilizzo. In questo ambito lavora la Nuova C Plastica Srl. L’azienda nasce di fatto all’inizio degli anni Sessanta con il nome CaMa per intuizione di Marco Camoli, padre degli attuali titolari Piero e Gianmarco (insieme a loro anche il cugino Enrico), per la produzione di stampi e stampati di plastica. Nel 2000, oltre ad assumere una nuova configurazione e l’attuale nome di Nuova C Plastica, l’azienda apre la propria divisione Ambiente che da allora si occupa di disegnare, realizzare gli stampi e stampare raccoglitori per oli esausti di tutte le dimensioni, sempre e comunque in plastica. «Abbiamo deciso mettere la nostra lunga esperienza con le plastiche nel settore dei contenitori per la raccolta degli oli esausti sia come secondary business, sia perché crediamo fortemente nell’ecologia quale caratteristica importante oggi per un futuro migliore per i nostri figli. Un solo litro di olio, infatti, può inquinare un tratto di mare grande quanto quattro campi da calcio – spiega Piero Camoli -. Negli anni abbiamo rifornito numerose aziende multiutility che operano nel settore della raccolta dei rifiuti in diversi comuni italiani, inclusa Hera, che qualche anno fa ha regalato ai propri utenti il nostro raccoglitore domestico Ecohouse small da 2,2 litri».

Verso un green world. Hera, però, si è poi orientata sul conferimento dell’olio esausto tramite bottiglie di plastica che, una volta piene, l’utente deve introdurre nei contenitori stradali dedicati, mentre solo alle isole ecologiche è possibile conferire l’olio travasandolo da un altro contenitore. «Con il modus operandi che promuoviamo noi attraverso i nostri prodotti si risparmia il rifiuto plastico, perché l’olio viene trasportato al punto di raccolta con una tanica riutilizzabile – commenta Camoli -. Abbiamo a cuore il pianeta, per questo sul finire dello scorso anno abbiamo presentato ai nostri clienti due novità all’avanguardia, per le quali abbiamo registrato lo spot alla rocca di Imola: una è la tanichetta che reca nel tappo il numero identificativo dell’utente per un più facile conferimento e riconoscimento; l’altra è la stazione di raccolta intelligente, con display che informa l’utente sui dati ambientali positivi dovuti alla raccolta che sta facendo e contemporaneamente traccia i conferimenti in maniera elettronica per conteggiare ed ottimizzare il servizio di raccolta, in favore della tariffazione puntuale da raggiungere entro il 2020. Quando la stazione è quasi piena chiama il camion per la raccolta».

Le novità made in Castel Guelfo sono state presentate pubblicamente a Ecomondo, la fiera di settore che si tiene a Rimini, alla presenza del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. Il primo Comune ad acquistare le stazioni intelligenti di Nuova C Plastica è stato Treviso. Altre stazioni tradizionali si trovano, oltre che in Italia, in Slovenia, Spagna, Portogallo, Inghilterra e Grecia. Sempre a Ecomondo l’azienda guelfese ha presentato il raccoglitore da strada in alluminio con doppia bocca per il conferimento, «un prodotto nato dalle richieste di alcuni clienti – spiega Camoli – di avere contenitori anti-coda per gli utenti. A Treviso, così tante persone recuperano gli oli esausti che spesso si crea la fila per il conferimento». Infine, oltre ai raccoglitori per oli alimentari, l’azienda realizza taniche per la raccolta di oli minerali (auto e moto) dalle officine, «ma – precisa Camoli – si tratta di un ramo per il quale abbiamo prevalentemente clienti esteri in diversi Paesi europei».

mi.mo

Nella foto: il set montato lo scorso settembre alla Rocca di Imola per la realizzazione del video promozionale per il nuovo raccoglitore per gli oli alimentari esausti Oilplan

Green economy, l'importanza di raccogliere gli oli esausti (ma non alla rocca di Imola)
Economia 1 marzo 2018

Economia, l'azienda Bio-on studierà come produrre bioplastiche dagli scarti delle barbabietole

Il progetto nato dalla collaborazione tra la società di ricerca Bio-on ed il gruppo agroindustriale Maccaferri compie un altro passo in avanti. E’ di qualche giorno fa la notizia che Seci, holding del gruppo appartenente alla famiglia Maccaferri, avvierà la produzione di bioplastiche nel proprio sito di San Quirico, in provincia di Parma.

A fornire il know how necessario sarà appunto Bio-on, la società bolognese che sta convertendo lo stabilimento ex Granarolo di Gaiana, in comune di Castel San Pietro, ove intende iniziare a produrre in proprio i Phas (poliidrossialcanoati), ovvero polimeri ottenuti da scarti o sottoprodotti di origine vegetale che per le loro caratteristiche termo-meccaniche sono in grado di sostituire numerosi polimeri tradizionali ottenuti dal petrolio, ma col vantaggio di essere biodegradabili. Riuscire a produrre bioplastiche in un proprio stabilimento rappresenta per Bio-on la consacrazione definitiva come player della chimica ecosostenibile, perché sino ad oggi la società bolognese si era limitata a fare ricerca ed a studiare le relative tecnologie produttive, concedendo a terzi licenze d’uso sui propri brevetti. «Siamo orgogliosi – commenta il presidente di Bio-on, Marco Astorri – di realizzare un importante progetto produttivo assieme al gruppo Maccaferri, uno dei gruppi industriali più importanti d’Europa, ampliando, tramite la concessione delle licenze, lo sviluppo del promettente business dei biopolimeri ad alta prestazione messi a punto dai nostri laboratori».

Quest’ultimo progetto sarà realizzato da Sebiplast, società del gruppo Maccaferri, nel sito produttivo di San Quirico, dove oggi sorge lo zuccherificio gestito dalla Sadam, società operativa del gruppo Seci. Ubicazione che permetterà di poter beneficiare di servizi comuni e creare sinergie con lo zuccherificio, dato che le bioplastiche sviluppate da Bio-on vengono ottenute da scarti vegetali. L’obiettivo è di avviare la produzione fra circa 24 mesi, con una potenzialità iniziale di 5.000 tonnellate annue, con possibilità di raddoppiarla e possibili future integrazioni con altre attività industriali legate alla chimica verde.

La collaborazione tra Bio-on e Sadam risale al 2015, anno in cui ha preso avvio un progetto più ampio per la sintesi sia di biocarburanti che di bioplastiche. «Siamo soddisfatti di continuare questo importante percorso – ha commentato dal canto suo Massimo Maccaferri, presidente di Sadam – grazie all’appoggio della Regione, che ha rilasciato una prima importante tranche di finanziamenti per la realizzazione delle prime fasi di progettazione. E’ un risultato molto positivo anche per la crescita del nostro gruppo nel nuovo settore della “chimica verde”, con un approccio ecocompatibile ed ecosostenibile».

L”articolo completo su sabato sera dell”1 marzo.

r.e.

Nella foto: barbabietole da zucchero

Economia, l'azienda Bio-on studierà come produrre bioplastiche dagli scarti delle barbabietole
Economia 28 febbraio 2018

Stop al cibo falso, il presidente della Regione Bonaccini firma la petizione di Coldiretti

E” storia più o meno recente, purtroppo, la presenza sul mercato nazionale di prodotti contraffatti provenienti da altri Paesi e spacciati come italiani al 100% o quasi. Per cercare di porre fine a questa «piaga», dannosa sia per la salute dei consumatori che per l”economia e l”agricoltura di casa nostra, il presidente della Regione Stefano Bonaccini ha firmato la petizione lanciata da Coldiretti, con una mobilitazione su tutto il territorio nazionale, per chiedere al Parlamento Europeo che i consumatori abbiano la possibilità di conoscere la provenienza dei prodotti e fermare così il cibo falso.

Sempre seguendo questa stessa linea, sulla Gazzetta Ufficiale nr. 47 del 26 febbraio 2018 è stato, inoltre, pubblicato il decreto interministeriale, firmato dal Ministro per le Politiche Agricole Maurizio Martina insieme a quello dello sviluppo economico Carlo Calenda, per l’origine obbligatoria sui prodotti come conserve e salse, oltre al concentrato e ai sughi, che siano composti almeno per il 50% da derivati del pomodoro. «Il presidente Bonaccini – ricorda Coldiretti regionale – ha sempre dimostrato di condividere l’impegno di Coldiretti per la trasparenza. L’etichetta obbligatoria per i derivati del pomodoro (fino ad oggi l’etichetta era obbligatoria solo per la passata) è un passo determinate e, dopo 10 anni,  si completa per tutti i derivati del pomodoro il percorso di trasparenza iniziato il primo gennaio 2008 . Il decreto prevede che le confezioni di tutti i derivati del pomodoro, sughi e salse prodotte in Italia dovranno avere obbligatoriamente indicare in etichetta il Paese di coltivazione del pomodoro e il Paese di trasformazione. Per consentire lo smaltimento delle scorte, i prodotti che non soddisfano i requisiti previsti dal decreto, perché immessi sul mercati o etichettati prima dell’entrata in vigore del provvedimento, possono essere commercializzati entro il termine di conservazione previsto in etichetta».

Una buona notizia per l’Emilia Romagna dove, con circa 2 milioni di tonnellate, viene prodotto un terzo del pomodoro nazionale grazie anche all”utilizzo della tecnologia. Nelle settimane scorse, infatti, avevamo parlato della possibilità di coltivare pomodori in inverno grazie alle innovazioni della C-Led, startup della Cooperativa Cefla (leggi la news) che permetterà, quindi, di far arrivare sulle nostre tavole, anche in questa stagione, uno dei prodotti più amati dagli italiani.

r.c.

Nella foto: da sinistra, il direttore regionale di Coldiretti, Marco Allaria Olivieri, il presidente della regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, il presidente di regionale di Coldiretti, Mauro Tonello.

Stop al cibo falso, il presidente della Regione Bonaccini firma la petizione di Coldiretti
Economia 28 febbraio 2018

Sfumato l'accordo con i cinesi, la lingerie de La Perla passa nelle mani della Sapinda Holding

Dopo le voci di inizio gennaio che davano un forte interessamento da parte del gruppo cinese Fosun (qui la news), la storica azienda bolognese La Perla, leader mondiale nel settore lingerie, è stata acquistata al 100% dalla Sapinda Holding, società di investimento di proprietà privata con investimenti in Europa, Africa, Medio Oriente e Asia e con uffici ad Amsterdam, Londra, Berlino e Hong Kong. «La Perla ha raggiunto, in questi anni, una vera presenza globale – dichiara Silvio Scaglia, presidente e fondatore di Pacific Global Management Group, la società che deteneva il controllo de La Perla – affermandosi come un brand del lusso di successo. Siamo soddisfatti che Sapinda abbia acquisito La Perla in quanto darà continuità alla nostra visione strategica posta a creare un brand globale del lusso che rappresenti le molteplici sfaccettature della femminilità. Ho avuto modo di conoscere e collaborare con Sapinda molti anni fa e, pertanto, sono sicuro che il nuovo investitore ha le risorse necessarie per sviluppare ulteriormente La Perla nella direzione e visione intraprese ad oggi, ovvero rafforzare la sua leadership di brand internazionale mantenendo la propria produzione in Europa».   

Soddisfazione anche negli uffici di Sapinda, come si evince dalle parole del Ceo Lars Windhorst. «Siamo lieti di annunciare l’acquisizione della società La Perla, un marchio iconico e uno dei principali attori nel modo del lusso. Siamo pronti ad investire ulteriormente, a migliorare la posizione finanziaria dell’azienda perseguendo la strategia di crescita intrapresa sino ad oggi. E’ da tempo che stiamo cercando di investire nel settore del lusso e, dopo aver analizzato una serie di opportunità negli ultimi mesi, siamo soddisfatti di aver raggiunto l’accordo per l’acquisizione di questa eccellenza del Made in Italy».   

d.b.

Nella foto (tratta dalla pagina facebook ufficiale de La Perla): l”interno di un negozio griffato

Sfumato l'accordo con i cinesi, la lingerie de La Perla passa nelle mani della Sapinda Holding
Economia 27 febbraio 2018

Agricoltura, fissato il prezzo delle patate. I commenti dei produttori: «Troppo basso e non copre i costi»

Ventun centesimi al chilo. E’ questo il prezzo fissato a metà gennaio dalla Borsa patate di Bologna per ripagare i produttori. Un prezzo che li costringerà non solo a non guadagnare nulla da un’annata già pessima dal punto di vista climatico, ma addirittura a non riuscire a coprire i costi, che lo scorso anno sono stati più alti del solito a causa soprattutto della siccità. 

In Italia si consumano ogni anno circa 2 milioni di tonnellate di patate, a fronte di una produzione che nel 2017 è stata di circa 1,3 milioni di tonnellate. Da qui la necessità di importare prodotti, in prevalenza da Francia e Germania. «Il raccolto 2017 – commenta Michele Filippini, presidente della nuova organizzazione di produttori Agripat – ha sofferto le avversità climatiche. Lo sforzo in fase di raccolta non è stato premiato dal mercato e il prezzo fissato è un risultato a due facce: discreto se consideriamo l’annata, pessimo se consideriamo la redditività del settore agricolo. Non siamo contenti del prezzo fissato dalla borsa, ma ci rendiamo conto che si sia garantito agli agricoltori associati un’annata non così disastrosa come era apparsa nella stagione estiva. Si segnala, comunque, una flessione degli acquisti domestici di patate in Italia a causa di vari fattori. Dobbiamo invertire la tendenza, scegliendo varietà gradite al consumatore e che possano essere destinate ai principali utilizzi in cucina». 

Passando ai produttori, la famiglia Montroni-Brini conduce un’azienda agricola che si estende nei comuni di Castel San Pietro, Imola e Dozza, con una ventina di ettari destinati anche alla produzione delle famose patate al selenio. «Chi produce questo tipo di patate – ci spiega Luisa Brini, che conduce l’azienda assieme al marito Roberto e alle due figlie Flavia e Chiara Montroni – può sperare in qualcosa in più dei 21 centesimi al chilo stabiliti dalla Borsa patate di Bologna, ma non è comunque sufficiente a garantire il rinnovamento delle attrezzature e delle tecnologie. Inoltre, il fattore di produzione che incide maggiormente sulla coltivazione delle patate è l’irrigazione e la scorsa stagione abbiamo speso molto di più rispetto agli altri anni. Noi utilizziamo una decina di pozzi di nostra proprietà, ma alla fine il costo dell’energia elettrica e del gasolio utilizzati è molto superiore al canone che pagheremmo se fossimo allacciati alla rete consortile. Rispetto agli altri Stati europei il problema principale è la scarsa competitività delle imprese italiane, dal momento che il costo del lavoro è troppo alto, quelli energetici e logistici sono sproporzionati e la burocrazia è esagerata».

Il trentenne imolese Fabrizio Pirazzoli, invece, coltiva terreni a Imola, Mordano, San Prospero, Castel Guelfo e Dozza. Produce solo varietà Primura certificata Patata di Bologna Dop e possiede una sessantina di ettari di proprietà, oltre ad una trentina in affitto, a rotazione. «In questi ultimi anni – spiega – tanti agricoltori si sono avvicinati a questo tipo di coltura e in tanti sono già scappati. Oggi, arrivando a incassare soltanto in primavera, non facciamo altro che anticipare i costi di produzione, facendo da “istituti di credito” per cooperative e consorzi. L’anno scorso sono stati più alti di circa il 7-8 per cento, mentre i quantitativi prodotti non sono stati elevati, senza contare le spese legate alle certificazioni che ci chiede il mercato. Il paradosso è che oggi la patata Dop viene venduta a un prezzo più basso di qualsiasi altra patata comune prodotta in Italia, Francia o Tunisia».

lo.mi.

L”articolo completo su “sabato sera” del 22 febbraio.

Nella foto: Fabrizio Pirazzoli

Agricoltura, fissato il prezzo delle patate. I commenti dei produttori: «Troppo basso e non copre i costi»
Economia 20 febbraio 2018

Boom birre artigianali, cresce il made in Italy e calano le importazioni straniere

Il 2017 è stato l”anno del boom delle birre artigianali italiane: secondo l”analisi dei dati Istat presentata da Coldiretti all”interno dell”appuntamento di settore Beer Attraction di Rimini, la produzione attualmente stimata delle birre artigianali italiane è di 50 milioni di litri. Una crescita esponenziale dovuta anche all”aumento, negli ultimi dieci anni, del numero di microbirrifici artigianali, passati da 113 a 718.

Più “bionde” italiane, meno straniere. Oltre ad essere cresciuti i boccali made in Italy, l”anno scorso sono anche crollati del 79 per cento i consumi di birre inglesi nel Belpaese e del 31 per cento le importazioni tedesche.

Ma quanto bevono gli italiani? Con la differenziazione del mercato, sempre più caratterizzato da produzioni artigianali ed agricole, gli italiani bevono più birra. Secondo l”Istat piace a quasi un italiano su due, con un consumo medio pro capite di oltre 31 litri all”anno. Fra birre artigianali ed industriali si tratta di una filiera che vale circa 6 miliardi di euro.

“Negli ultimi anni – spiega Coldiretti – la produzione artigianale made in Italy si è molto diversificata con numerosi esempi di innovazione, dalla birra aromatizzata alla canapa a quella pugliese al carciofo di colore giallo paglierino ma c’è anche quella alle visciole, al radicchio rosso tardivo Igp o al riso”.

Birra buona non solo per il palato. Oltre a contribuire alle economie locali e nazionale, la birra artigianale rappresenta anche una forte spinta all”occupazione soprattutto tra gli under 35. Fantasia, innovazione ma anche certificazione dei prodotti e chilometro zero sono le parole chiave di un settore che con la sua crescita sostiene la ripartenza dell”agricoltura. 

“Stanno nascendo anche nuove figure professionali – continua Coldiretti – come il sommelier delle birra, capace di riconoscere i caratteri principali di stile, gusto, composizione, colore, corpo, sentori a naso e palato e suggerire gli abbinamenti ideali delle diverse tipologie di birra con primi piatti, carne o pesce e perfino con i dolci”.

Nel circondario imolese vi sono diversi esempi di birrifici e birre artigianali.

mi.mo

Foto: Ansa

Boom birre artigianali, cresce il made in Italy e calano le importazioni straniere
Economia 19 febbraio 2018

Area Blu ridà al Comune funzioni e lavoratori dell'ex Benicomuni. Presentato il progetto ai sindacati

La breve, e tormentata, storia di Benicomuni non si è ancora esaurita del tutto, nonostante che la società interamente detenuta dal Comune di Imola ad aprile 2017 sia stata incorporata da Area Blu, società partecipata da enti pubblici e che ha nel Comune di Imola l’azionista di riferimento. Quest’ultimo lunedì, infatti, si è svolto in municipio un incontro tra Comune e sindacati, ai quali è stato presentato ufficialmente il progetto di reinternalizzazione di alcune funzioni che facevano capo, prima, a Benicomuni e, oggi, ad Area Blu.

Benicomuni era nata nel 2013, dopo mesi di dibattito politico e di complicata trattativa sindacale, a seguito dello scorporo dei servizi manutentivi del Comune di Imola. Una Srl totalmente detenuta dal Comune, che si sarebbe dovuta occupare della gestione e del mantenimento del patrimonio immobiliare, della progettazione di opere pubbliche, della riqualificazione del verde comunale, degli interventi sulle strade e dei servizi cimiteriali. Scopo dell’operazione: il miglioramento della capacità di risposta dei servizi oggetto di esternalizzazione in un quadro di efficientamento complessivo dei servizi pubblici. La successiva modifica del quadro normativo nazionale di riferimento ha portato all’incorporazione di Benicomuni in Area Blu.

L’accordo siglato allora coi sindacati permetteva più opzioni contrattuali per il personale trasferito. Dentro Benicomuni per diverso tempo, i lavoratori hanno beneficiato di trattamenti differenziati e la situazione si è sanata soltanto con l’incorporazione in Area Blu ed il conseguente avvio di una lunga e complessa trattativa che ha portato alla stesura ex novo di un contratto aziendale. Contratto che ha armonizzato, uniformandole, le parti normative pregresse e definito le modalità di erogazione di salario accessorio, di cui hanno beneficiato anche i dipendenti rimasti legati al contratto degli enti locali.

E si è arrivati oggi con la progettata reinternalizzazione di alcune funzioni. Motivo? La troppo complicata gestione di iter che prevedono, per legge, l’approvazione da parte degli organismi pubblici. «Stiamo tenendo monitorata la situazione – informa Elisabetta Brazzoli, funzionaria della Fp-Cgil – partecipando sia ai tavoli di concertazione con l’amministrazione pubblica, sia incontrando l’azienda. La nostra preoccupazione è di tenere in equilibrio il sistema senza creare disegualianze tra lavoratori all’interno della compagine comunale».

Alcuni aspetti sono già stati chiariti, ma è presumibile che si rivelerà più o meno complicata a seconda di alcune variabili personali, quali il contratto nazionale di appartenenza, l”inquadramento, il salario accessorio e la continuita previdenziale.

L”articolo completo su “sabato sera” del 15 febbraio.

r.e.

Nella foto: un dipendente di Benicomuni

Area Blu ridà al Comune funzioni e lavoratori dell'ex Benicomuni. Presentato il progetto ai sindacati
Economia 16 febbraio 2018

Bitcoin, il parere dell'economista Alberto Forchielli: «Fenomeno destinato a passare»

Per capire meglio il fenomeno dei bitcoin, tutto legato al web, abbiamo interpellato l’economista di origini imolesi Alberto Forchielli, che da Bangkok, dove risiede, ha risposto al nostro appello con la consueta disponibilità. «Innanzitutto – ci spiega – il bitcoin non è una valuta; considerarlo tale è un tragico equivoco. Non può essere paragonato all’euro o al dollaro perché non è emesso da una Banca centrale, dietro non c’è la garanzia di un Governo, né una politica monetaria, non ha un tasso di interesse. Non c’è nemmeno trasparenza. Chi c’è dietro? Perché lo fa? Cosa vende? Di solito, le monete digitali sono emesse da società concorrenti per finanziare lo sviluppo delle proprie tecnologie blockchain, sistemi che permettono di immagazzinare e trasmettere dati sul web in modo sicuro e non modificabile. E’ come se una start-up per finanziarsi, anziché cedere quote societarie – esemplifica – si mettesse a vendere i soldi del Monopoli».

Forchielli aveva già affrontato l’argomento bitcoin lo scorso 18 dicembre, in una delle sue numerose video-chat con l’economista Michele Boldrin, docente di Economia alla Washington University di Saint Louis, nel Missouri. La chiacchierata, visibile sul canale Youtube di Forchielli, ha un sottotitolo che la dice lunga: Dove il mito e la bolla si mescolano allegramente. Nel video, i due economisti innanzitutto concordano sulla necessità di tenere separato l’aspetto monetario dalla tecnologia blockchain, su cui si basa l’uso delle monete digitali. La tecnologia, affermano, è effettivamente interessante perché consente di trasmettere dati o effettuare transazioni in sicurezza. Questo grazie al fatto che una blockchain (in italiano catena di blocchi) costruisce su migliaia di computer una lunga sequenza crittografica di dati. Per alterare una parte della catena, occorre alterare tutte le componenti andando a ritroso, cosa piuttosto complessa anche per gli hacker più esperti. Non a caso, grandi banche e istituzioni come il gruppo borsistico statunitense Nasdaq stanno già lavorando sullo sviluppo di questo tipo di tecnologia. «Resta da vedere – dicono – se una di queste blockchain si imporrà sulle altre e se le Banche centrali decideranno di adottarla come standard, cominciando anche a fissare delle regole e a renderla trasparente».

Diverso invece è, per loro, il discorso bitcoin. «L’effetto bolla è pazzesco» constatavano quando il suo valore era ancora al massimo. Coincidenza o lungimiranza, sta di fatto che da quel momento in poi il valore del bitcoin ha cominciato a cadere in picchiata. «I bitcoin non sono una valuta, ma un deposito di valore – hanno motivato -. Si reggono sulle aspettative ottimistiche del mercato e valgono fintanto che ci sono persone che ne riconoscono il valore. Un po’ come succede con i francobolli da collezione. Se si comincia a vendere, si rischia l’effetto valanga. Ogni bitcoin corrisponde a un numero primo; il consumo di energia computazionale e il tempo necessario per calcolarne di nuovi cresce in modo esponenziale, con un impatto impressionante in termini di emissioni di anidride carbonica. Dall’altra parte le monete digitali danno la possibilità di effettuare transazioni su una determinata blockchain, con il vantaggio di non dover passare da un intermediario tradizionale, come una banca».

Al telefono, Forchielli sintetizza il concetto con un altro esempio. «La criptovaluta è la declinazione finanziaria dei grillini – afferma -. Tutti quelli che dicono che è una bella cosa, sono contro le banche. I delusi dal mondo finanziario e dai poteri forti hanno creato un mondo parallelo, inventandosi queste criptovalute. Che, tra l’altro, sono ideali per le transazioni che non devono lasciare traccia, come quelle più turpi che avvengono sul dark web, l’“internet nascosto”, utilizzato ad esempio dai trafficanti di armi, organi o droga. Il successo del bitcoin è figlio anche dell’eccesso di liquidità sui mercati. Chi non sapeva dove mettere i soldi, ha investito nelle tecnologie blockchain e così sono entrati miliardi». Gli atteggiamenti dei vari Governi mondiali sono contrastanti. «Il Giappone sta cavalcando il fenomeno – aggiunge – in Cina e Corea le criptovalute sono proibite. Negli Stati Uniti c’è scetticismo».

E mette in guardia. «Il fenomeno è destinato a passare, un po’ come successo nel ’600 in Olanda, con la bolla speculativa sui prezzi dei bulbi di tulipani». Nell’ultimo mese il bitcoin ha perso il 52% del suo valore, ma intanto sul web si moltiplicano i trader che propongono guadagni stratosferici. Un far west digitale, in cui è difficile e rischioso orientarsi. «Definirlo far west è un complimento» conclude Forchielli. Anche perché se i soldi sono digitali, le truffe non sono da meno. Come accaduto a Coincheck, una delle più importanti piattaforme online giapponesi utilizzate per lo scambio di criptovalute: in seguito a un presunto attacco hacker, si è vista sottrarre un portafoglio digitale con l’equivalente di oltre 400 milioni di dollari.

lo.mi.

Nella foto: l”economista Alberto Forchielli

Bitcoin, il parere dell'economista Alberto Forchielli: «Fenomeno destinato a passare»
Economia 16 febbraio 2018

Bitcoin, alla Cantina Assirelli di Dozza si può pagare con la moneta digitale

«Posso pagare in bitcoin?». In futuro questa domanda potrebbe diventare frequente. Da quando è stata inventata nel 2009, la più famosa moneta digitale ha toccato il suo valore massimo lo scorso dicembre quando, per comprarne una, servivano poco più di 19 mila dollari, mentre la quota investita a livello globale si aggirava sui 330 miliardi di dollari. In attesa di vedere se prenderà piede anche in Italia, c’è già chi si attrezza per non farsi trovare impreparato. Dal 10 febbraio scorso all’Azienda agricola Assirelli Cantina da Vittorio si possono fare acquisti anche con il proprio portafoglio digitale. «Abbiamo lanciato questa novità in occasione dell’apertura della mescita del vino nuovo – anticipa il ventiseienne Matteo Assirelli, che dal 2010 affianca il padre Vittorio nella gestione dell’azienda di famiglia in via Monte del Re -. Unire tradizione e innovazione è quello di cui hanno bisogno le piccole e medie aziende italiane. Abbiamo quindi deciso di dare un servizio in più alla nostra clientela, un po’ come è avvenuto anni or sono con l’introduzione del Pos. Accetteremo quindi pagamenti in bitcoin, ethereum o litecoin». Ovvero tre delle oltre mille criptovalute attualmente in circolazione sul web. La novità incuriosisce. «Ci siamo iscritti su due piattaforme, Coinbase e Bitpay, che consentono di effettuare transazioni in criptovalute – prosegue Assirelli -. L’accreditamento è stato veloce e abbiamo avuto conferma in un paio di giorni. Alle piattaforme faremo riferimento anche per le quotazioni. Proprio per garantire al cliente quella migliore, abbiamo optato per due piattaforme diverse».

Il convertitore istantaneo è indispensabile, anche perché il valore fluttua in maniera vertiginosa. Impossibile quindi fissare a priori il prezzo digitale di una bottiglia di buon Sangiovese. Al momento nessuno ha ancora chiesto di pagare in bitcoin, ma Assirelli non ha dubbi sui vantaggi legati a queste nuove modalità di pagamento. «Le transazioni in bitcoin – elenca – sono in genere molto più veloci rispetto a quelle tradizionali, possono essere istantanee o richiedere al massimo pochi minuti di attesa. Le spese di transazione sono minime, in alcuni casi persino gratuite. I pagamenti sono molto semplici, basta inserire il codice alfanumerico del destinatario e spedire il pagamento. Non occorre fornire informazioni personali e segrete (come ad esempio il codice Cvv delle carte di credito classiche), ma si usano due chiavi: una pubblica e una privata. Chiunque può vedere la chiave pubblica, che in realtà è il proprio indirizzo bitcoin, ma la chiave privata è segreta. Quando si invia un pagamento in criptovaluta, si “firma” l’operazione unendo la chiave pubblica e quella privata insieme, applicando così tra loro una funzione matematica. Questa operazione genera un certificato che conferma la transazione. Finché non fai vedere a nessuno la tua chiave privata, sei assolutamente al sicuro. Infine, è utile per ricevere pagamenti dall’estero: sono immediati in ogni parte del mondo e questo ci facilita sicuramente il lavoro».

Questa non è l’unica novità in chiave tecnologica che verrà a breve introdotta dall’azienda dozzese. «Il nostro obiettivo – aggiunge – è inserire un sistema di tracciamento dei nostri prodotti in bottiglia più pregiati tramite blockchain». E qui serve qualche delucidazione in più. Il termine blockchain, letteralmente «catena di blocchi», è la tecnologia informatica che permette, mediante l”uso della crittografia, di registrare le transazioni tra due parti in modo sicuro, verificabile e permanente. E’ sfruttando proprio questo tipo di tecnologia che negli ultimi nove anni si sono moltiplicate le monete digitali. Come si applica però la tecnologia blockchain al mondo del vino? «Realizzeremo un registro digitale – risponde Assirelli – che permetterà di tracciare e monitorare ogni passaggio che il nostro prodotto fa, dai vigneti alla lavorazione in cantina. Sarà un po’ il corrispettivo del registro di cantina e sarà caratterizzato dal fatto che non si potrà modificare. Abbiamo scelto di “tracciare” quattro tipi di vini in bottiglia, a cominciare dalla vendemmia 2018. Il registro sarà pubblicato sul nostro sito e tutti potranno consultarlo. Inoltre, ogni bottiglia sarà associata a un codice Qr, che verrà stampato sul retro dell’etichetta. Il cliente potrà verificare in tempo reale che il prodotto che andrà ad acquistare sarà realmente quello, senza nessun tipo di modifica. Questo permette di esaltare le caratteristiche del made in Italy».

L’innovazione, però, non è solo informatica. «Nel 2016 – continua – abbiamo iniziato a investire in modo consistente sulle attrezzature e i macchinari legati alla produzione del vino, rinnovando e migliorando la nostra filiera produttiva e spostandoci piano piano verso un miglioramento complessivo della nostra azienda, non legato all’aumento di produzione, ma al miglioramento qualitativo del nostro prodotto. Grazie a questo, riusciamo a seguire scrupolosamente la linea di produzione di ciascun vino nato in azienda. Abbiamo acquistato vasche in acciaio, vinificatori a temperatura controllata, frigo e impianto frigorifero con inverter per raffreddare e scaldare le vasche in base alla lavorazione, micro ossigenatore per affinamento. In questo modo possiamo adottare tecniche di lavorazione più precise, in grado di esaltare i profumi del vino. Da qui anche l’idea di dare la possibilità ai nostri clienti di seguire più da vicino il nostro lavoro, dato che ci sono sempre più appassionati – conclude – interessati a capire cosa succede in campo e in cantina».

lo.mi.

Nella foto: Matteo Assirelli e il padre Vittorio

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