Cronaca

Elezioni Usa, cosa sta accadendo? La rivincita del sistema postale americano su Trump

Elezioni Usa, cosa sta accadendo? La rivincita del sistema postale americano su Trump

La grande attesa per sapere chi diventerà il prossimo presidente degli Stati Uniti sta appassionando un po’ tutti. Simon Teame Chierici, imolese di origine eritrea che abita e lavora a Miami da anni, ha votato e analizza per noi la situazione, ad oggi, partendo da un dato: la rivincita del “vecchio” servizio postale. 

Si sapeva che per i risultati elettorali bisognava aspettare qualche giorno, ma non era mai successo da venti anni a questa parte che a tre giorni dalla chiusura dei seggi non sia ancora chiaro chi sarà il presidente degli Stati Uniti. Il candidato per esser eletto presidente deve ottenere il favore di almeno 270 grandi elettori su 538 a disposizione. Al momento siamo – al netto dei ricorsi – a 264 per Biden e 214 per Trump.

I quattro Stati che non hanno ancora “ratificato” i voti sono Georgia, Nord Carolina, Pennsylvania e Nevada. In Georgia, al momento ci sono circa 15.000 schede pendenti ancora da ratificare; il margine che separa i due candidati è dello 0,1% quindi per legge ci sarà la riconta automatica dilatando ulteriormente i tempi di attesa oltre il 17 di novembre.

Anche in Pennsylvania Biden ha raggiunto e superato Trump con ancora circa 100.000 schede da processare e si suppone che per fine giornata si avrà un quadro più chiaro. Se il margine dovesse rimanere intorno al 0,5% allora scatterà anche qui la riconta automatica che dovrà essere conclusa entro il 24 di novembre.

Al contrario, in Nevada, Biden che conduceva con un discreto margine ora lo vede ridotto a circa 22.000 voti e ancora circa 130.000 voti da contare più quelli che arriveranno entro martedì 10, ma i risultati non saranno certificati prima del 12 novembre.

In Nord Carolina, con ancora circa 100.000 voti da contare permane un sostanziale vantaggio di Trump. La ragione principale di questa lunga attesa sono i circa 87 milioni di schede elettorali che sono state inviate per posta e che in alcuni casi continuano a pervenire anche dopo la chiusura ufficiale dei seggi. Ogni stato ha le sue regole per quanto riguarda il voto per posta.

In Pennsylvania, Georgia e anche in Nevada si possono accettare se pervenute entro tre giorni dalla chiusura dei seggi e consegnate alla Posta il giorno della chiusura dei seggi. In tempi normali questo processo non avrebbe avuto un peso rilevante, ma è arrivato il Covid.

A fine marzo con l’inizio della pandemia negli Usa e la necessità del lockdown si era prospettata la possibilità di attivare il voto per posta per tutti a livello nazionale, ma la contrapposizione dei repubblicani per paura di supposti “brogli” e il fatto che ogni Stato avesse leggi diverse, ha fatto soprassedere, lasciando l’autonomia agli Stati di prendere le necessarie misure per favorirlo. Inutile dire che in alcuni Stati a guida repubblicana si è cercato di disincentivare il voto per posta anziché favorirlo chiedendo un’adesione alla lettera al regolamento.

Dal 2018, tra l’altro, è in atto una riqualificazione generale del sistema postale nazionale per ridurne i costi, che di fatto si è concretizzata in un accorpamento e riduzione dei centri di raccolta e servizi del 5% annuo, secondo le scelte del comitato di gestione in mano a repubblicani. A metà giugno è stato nominato direttore generale Louis Dejoy. Oltre ad essere proprietario di una compagnia di logistica e spedizioni che lavora e compete con lo stesso servizio postale nazionale, Dejoy è uno dei maggiori contribuenti del partito repubblicano e della campagna elettorale del presidente Trump stesso (ha donato circa 2,5 milioni di dollari nel 2016). Appena insediato si è messo subito di buona lena ad accelerare lo smantellamento del servizio postale, eliminando gli straordinari e i macchinari per la cernita automatica in grado di processare 10.000 mila plichi all’ora, rimuovendo le famose e tipiche buchette della posta blu che si trovano in tutti gli angoli delle strade delle città americane. Il ritmo di riduzioni e accorpamenti è schizzato dal 5 al 13%.

Immediate le lamentele da parte dei sindacati dei lavoratori postali e di gruppi di tutela del consumatore. Dejoy di fronte alla commissione del Congresso ha negato che l’obiettivo del processo fosse quello di mettere in difficoltà il voto per posta in previsione delle elezioni, ma non ha fatto niente affinché il sistema riacquistasse credibilità e funzionalità.

C’è voluto l’intervento della corte federale di Washington, dopo una denuncia presentata a metà settembre da 14 Stati, tra i quali proprio la Pennsylvania e il Nevada, affinché il servizio postale cominciasse a cambiare rotta e ad avere un piano concreto per garantire l’efficienza del sistema in previsione delle elezioni. Il giudice ha imposto una tabella di marcia ma soprattutto ha assegnato responsabilità precise di cui ha chiesto conto senza concedere tregue o accettare scuse. Si sono riscontrati dei problemi, come è ovvio che accada quando si ha a che fare con un’organizzazione similare, ma il giudice non ha mai concesso alibi per la non attuazione delle sue direttive e chiederà conto dei risultati.

Ma non ci sono molti dubbi che la strategia su cui contava Trump fosse da un lato rendere inservibile e lento il servizio postale, dato che era noto che molti democratici l’avrebbero scelto vista l’epidemia di Covid, dall’altro invitare i suoi sostenitori a votare di persona. Dopo l’euforia iniziale, però, l’ago della bilancia volge a favore dei democratici.

Potremmo dire che il sistema postale si sta prendendo la rivincita su Trump o meglio che il sistema delle corti americane si sta rivelando l’ultimo baluardo dell’equilibrio della democrazia americana, nonostante siano tutti o quasi repubblicani.  

Nella foto Simon Teame Chierici dopo il voto a Miami

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