Economia

Economia 24 Ottobre 2018

Marroni di Castel del Rio, contro la vespa cinese no al rastrellamento del sottobosco che uccide gli insetti amici

Il 2018 verrà ricordato per la castanicoltura locale come una buona annata, a parte qualche zona a macchia di leopardo a Firenzuola, penalizzata dalle grandinate, e una piccola recrudescenza della vespa cinese con 2 o 3 focolai tra Montefune e le Selve della Massa, a est di Castel del Rio, e Sestetto, a sud del comune alidosiano.

«La situazione – spiega il presidente del Consorzio castanicoltori di Castel del Rio, Giuliano Monti – è abbastanza circoscritta e inspiegabile, dato che gli insetti antagonisti della vespa sono presenti nell’ambiente. Probabilmente in quei castagneti sono state condotte delle pratiche non corrette. O sono stati fatti trattamenti chimici, tra l’altro vietatissimi, o si brucia e si rastrella via il sottobosco, cosa che comporta però anche l’uccisione degli insetti antagonisti. Pratiche che magari andavano bene cinquant’anni fa, ma che non sono più consone oggi. Ai castanicoltori lo abbiamo detto. In collaborazione con il Comune di Castel del Rio, lo scorso dicembre, è stata anche emessa una ordinanza per il “divieto di abbruciamento della parte apicale” (ovvero la parte fruttifera e vegetativa della pianta dove si installa l’antagonista della vespa cinese) dei rami di castagno, dal 1 luglio al 15 maggio, con l’obiettivo di salvaguardare la sopravvivenza del “Torymus sinensis”, che depone le uova all’interno delle galle, sull’apice vegetativo delle piante. Alcuni coltivatori tengono il castagneto come un campo da golf, rastrellano tutto, in continuazione, e in questo modo spazzano via la sostanza organica del castagneto, ricci, rami caduti, foglie, che invece andrebbero lasciati a terra, anche perché vanno a costituire il nutrimento del castagneto stesso. Invece c’è chi fa pulizia prima della raccolta, a settembre e addirittura anche a giugno. Dal punto di vista paesaggistico quei castagneti sono come giardini, ma dal punto di vista agronomico è uno sbaglio: non solo si va ad impoverire il castagneto, ma si uccide il torymus».  ( lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 18 ottobre

Marroni di Castel del Rio, contro la vespa cinese no al rastrellamento del sottobosco che uccide gli insetti amici
Economia 24 Ottobre 2018

Marroni di Castel del Rio, il 2018 buona annata per quantità e qualità. Anche il prezzo soddisfa i produttori

Dopo il minimo storico toccato nel 2017 a causa della siccità, quest’anno il raccolto e la qualità dei marroni nostrani tornano nella norma. «La produzione è buona – conferma Giuliano Monti, presidente del Consorzio castanicoltori di Castel del Rio che riunisce una sessantina di produttori – e la previsione è di arrivare a 5 mila quintali come nel 2016, a fronte dei circa 2 mila quintali del 2017. Quest’anno i marroni sono tanti e molto buoni. I primi che sono stati raccolti a inizio ottobre erano un po’ “cotti” per le alte temperature che abbiamo avuto a settembre, ma la richiesta dei consumatori è stata soddisfatta. La stagione naturale è la prima decade di ottobre e al momento circolano solo prodotti belli, anche se la pezzatura non è eccezionale».

Anche il prezzo è buono. «Le quotazioni all’ingrosso – elenca Monti – sono sui 5 euro al chilo per i marroni grossi di Castel del Rio, mentre al dettaglio il prezzo oscilla sui 7-7,5 euro al chilo per la pezzatura grossa e 5-6 euro al chilo per la pezzatura media. Va anche detto che all’inizio tutto il commercio riguarda prodotti freschi, mentre, ora questi sono destinati a essere conservati in acqua, cosa che fa scendere il prezzo. Mi aspetto quindi un assestamento fisiologico sui 4 euro al chilo all’ingrosso».

Non così bene, invece, al sud, dove le temperature molto alte hanno inciso sui risultati, a vantaggio della produzione del nord Italia. «Nelle zone di Roma, Viterbo e monte Amiata – conferma Monti – il prodotto è poco e di scarsa qualità».

Alla luce di tutto ciò, la concorrenza delle castagne non fa paura. «Al momento sono pochissime – aggiunge il presidente dei castanicoltori -. Costano meno, ma valgono anche meno qualitativamente: se il marrone arriva anche a 8 euro al chilo, le castagne sono sui 4-5 euro al chilo». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 18 ottobre

Marroni di Castel del Rio, il 2018 buona annata per quantità e qualità. Anche il prezzo soddisfa i produttori
Economia 23 Ottobre 2018

La Cefla punta sempre di più sul business della luce a led con la nuova divisione Lighting

In casa Cefla nasce la nuova divisione Lighting, dedicata al mondo dell’illuminazione a led. Un settore, questo, che si sta sviluppando a ritmo esponenziale, come dimostra la rapida crescita di C-Led, la società nata nel 2016 dallo scorporo del ramo d’azienda Cefla sviluppatosi a partire dalla controllata Elca Technologies.

Un percorso partito nel lontano 1998, quando l’allora Elettronica Candori entrò nel perimetro del gruppo Cefla, in concomitanza con l’incorporazione della Cir. Attorno al 2010, alla progettazione e produzione di schede elettroniche per l’automazione industriale, utilizzate ad esempio su poltrone e macchinari per la radiologia dentale, così come per i banchi cassa dei supermercati, si è aggiunto il business della luce, ovvero lo sviluppo di schede di controllo per l’illuminazione a led di potenza, prima per le sole attività del gruppo (lampade del settore dentale, scaffali della grande distribuzione, impianti di illuminazione esterna dei centri commerciali, forni di essiccazione delle vernici Uv) e, dal 2015, anche per clienti esterni.

Dal 2016 a oggi, il fatturato di C-Led è passato da 2 milioni di euro a quasi 8 milioni attesi nel 2018, mentre gli addetti, da poco meno di dieci, sono arrivati a 25. «In agosto – spiega il presidente di Cefla, Gianmaria Balducci – abbiamo completato l’acquisizione del 60 per cento della società bolognese Lucifero’s (37 dipendenti e un fatturato di 5,4 milioni di euro, Ndr), specializzata nello sviluppo di soluzioni illuminotecniche architetturali di design, in particolare per negozi e alberghi. Questo ci permette di integrare e ampliare la nostra proposta e di crescere in modo significativo. Da qui la decisione di creare una nuova business unit, più per la prospettiva di sviluppo che per le dimensioni attuali, ancora inferiori a quelle delle nostre altre quattro business unit. Il settore in cui opera C-Led è caratterizzato da una continua rincorsa delle tecnologie migliori, più performanti e meno costose. In questi anni, infatti, il prezzo medio del prodotto venduto si è abbassato, ma sono cresciuti i volumi. Bisogna quindi essere reattivi e pronti a seguire questo trend, per restare competitivi nel tempo».

Nella sede C-Led in via Gambellara in un anno si assemblano dagli 80 ai 100 milioni di «chip led», ovvero i «puntini» che compongono un corpo illuminante. Ma il grande valore aggiunto è la tecnologia che ne controlla il funzionamento. «Puntiamo molto sulla ricerca – spiega Alessandro Pasini, direttore della nuova business unit Cefla -. Nel 2017 abbiamo investito circa il 5 per cento del fatturato, una percentuale più alta rispetto alla media delle altre business unit Cefla. Abbiamo un reparto di ricerca e sviluppo con 8 addetti, ingegneri elettrici, meccanici ed elettronici; in più, collaborano con noi 5 centri di ricerca e laboratori esterni».

In questo campo le lampadine a bulbo sono davvero preistoria. I punti luce del futuro sono personalizzati per dimensione e ottica, temperatura di colore (ovvero tonalità calda o fredda) e resa cromatica. «Abbiamo già prodotti – racconta – che possono essere impostati attraverso una app sul proprio telefono. Quando si arriva a casa, un sensore capta la tua presenza e le luci delle stanze si regolano in modo automatico in base a quello che devi fare e agli impegni inseriti sul telefono o in base alle preferenze selezionate. Il tutto senza dover toccare un solo interruttore. Allo stesso modo le luci della vetrina di un negozio si possono cambiare a seconda, ad esempio, della stagione». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 18 ottobre

Nella foto le postazioni di assemblaggio in C-Led

La Cefla punta sempre di più sul business della luce a led con la nuova divisione Lighting
Economia 19 Ottobre 2018

Congressi Cgil Imola, cambio nella categoria grafici e impiegati delle poste: Michele Boffa nuovo segretario

C”è un altro volto nuovo nella truppa dei segretari usciti dai congressi di categoria della Cgil. E” quello di Michele Boffa, che sostituisce Franco Mingotti alla guida della Slc Cgil, la sigla che tutela chi lavora in imprese grafiche e cartotecniche, poste e telecomunicazioni.

Boffa ha iniziato l”attività sindacale nel 1990 come delegato della Wienerberger  Spa (ex Laterizi Brunori). In distacco sindacale dal 2005, è entrato prima in Fillea come funzionario, poi ha fatto esperienze in altre categorie: Flai, Fiom, Filctem e, dall’aprile di quest’anno, Filcams. Dal 2015 è il referente del Coordinamento artigiani.

«Continueremo a monitorare la situazione delle aziende cartotecniche e le litografie – sono state le prime parole di Boffa da segretario generale Slc -, alcune delle quali sono in cassa integrazione e in un caso l’azienda non anticipa l’ammortizzatore per mancanza di liquidità. Difficoltà causate dalle modifiche degli ultimi anni che hanno interessato il mercato dei libri scolastici, fortemente in calo, per via del progressivo utilizzo di supporti digitali. Per quanto riguarda le Poste continueremo a prestare attenzione all’organizzazione del lavoro, nel rispetto della condizione lavorativa degli addetti, a seguito dei cambiamenti organizzativi adottati negli ultimi tempi».

Il segretario uscente, Franco Mingotti, lascia l”incarico dopo otto anni alla guida della Slc territoriale. Al congresso di categoria ha preso parte anche Loris Sermasi, del coordinamento regionale Slc Emilia Romagna, oltre a Mirella Collina e Morena Visani della Segreteria confederale della Cgil.

Nella foto il neo segretario

Congressi Cgil Imola, cambio nella categoria grafici e impiegati delle poste: Michele Boffa nuovo segretario
Economia 17 Ottobre 2018

La bava di lumache? Ottima base per prodotti cosmetici: l'esperienza dell'azienda BioVilla

A Villa Fontana, nelle campagne medicinesi, c’è un’azienda agricola che ha fatto dell’elicicoltura per la cosmesi il proprio business di punta.

«Il progetto è nato nel 2013 – ci racconta Giovanni Verardo, il titolare di BioVilla -. Su un ettaro di terreno alleviamo chiocciole delle varietà Helix aspersa muller ed Helix aspersa maxima con il metodo Cherasco, seguendo cioè il ciclo naturale all’aperto e senza l’uso di mangimi. In questo modo otteniamo prodotti biologici destinati alla ristorazione e alla cosmesi. Dal 2015 siamo arrivati a pieno regime. Dopo un anno, abbiamo creato il marchio Dadisten, registrato a livello europeo, con cui vendiamo cosmetici a base di bava di lumaca. E’ un mercato di nicchia, che però offre tanti spunti. Siamo tra i pochi a produrre una linea che va dallo shampoo, alla crema per il corpo e per il viso, con una concentrazione di bava al 70 per cento».

Le proprietà di questo ingrediente naturale sono molteplici. «La bava di lumaca – prosegue – è ricca di allantoina, efficace contro l’acne e le irritazioni della pelle. Inoltre, ha proprietà elasticizzanti e anti-età». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» dell”11 ottobre

Nella foto un prodotto a marchio Dadisten dell”azienda BioVilla

La bava di lumache? Ottima base per prodotti cosmetici: l'esperienza dell'azienda BioVilla
Economia 17 Ottobre 2018

Il regno delle lumache è a Imola in Pedagna: Enea Xheka racconta come è nata l'idea di allevarle

Da circa un anno nel quartiere Pedagna c’è… il regno delle lumache. Si chiama infatti così l’attività che Enea Xheka, trentaduenne di origine albanese, ha avviato su un terreno in via Punta, già di proprietà della Cesi e finito all’asta dopo l’entrata in liquidazione della cooperativa edile imolese.

Xheka non ama parlare di sé, anche se avrebbe molto da raccontare. «Sono arrivato in Italia e a Imola nel 1999 con un mio amico – riassume -. Avevo solo 13 anni ed ero clandestino. Fino a quando non sono diventato maggiorenne sono stato a Santa Caterina. Ho studiato all’Ecap per diventare elettricista e poi ho fatto qualsiasi tipo di lavoro». E’ stato anche dipendente proprio della Cesi, nel settore strade, fino a quando, nel 2014, la cooperativa edile non è entrata in liquidazione. «Non ci credo ancora che sia andata a finire così – dice – ci tenevo tanto a quella azienda. Ero fiero di dire “lavoro per la Cesi”. La gente, anche se ero albanese, mi guardava in un altro modo».

Xheka si è aggiudicato quel lotto, di poco più di 1,4 ettari, all’asta del 28 gennaio 2017, spuntandola tra altri quindici offerenti. «Il sogno mio e di mio fratello Martin, di due anni più piccolo – racconta – è sempre stato quello di lavorare la terra, anche se non ne sappiamo niente di agricoltura. Siamo nati in città, a Elbasan, a pochi chilometri da Tirana. Abbiamo comprato questo terreno senza sapere bene cosa farne. Volevamo fare qualcosa di innovativo e abbiamo cercato su Internet. All’inizio avevamo pensato alle erbe officinali per le case farmaceutiche. Poi, per caso, a tutti e due è venuta la stessa idea: perché non fare un allevamento di lumache?».

Partito da zero, Xheka ha cominciato a raccogliere informazioni, a visitare altri allevamenti e a partecipare agli incontri tenuti dall’Istituto internazionale di elicicoltura a Cherasco, in provincia di Cuneo, il più autorevole punto di riferimento in materia. Lì ha deciso di scegliere il metodo messo a punto proprio dall’Istituto ed è partito lo scorso aprile con circa 40 mila riproduttori della varietà Helix aspersa maxima, in 40 recinti da 45 metri per 3 metri e mezzo, ognuno diviso in due settori, uno per la riproduzione e uno per l’ingrasso delle lumache, che vengono alimentate solo con un misto di bietola, insalata amara, cavoli e frutta.

Niente mangime. «In questo modo – spiega – si riesce a fare un ciclo naturale biologico completo. Se segui alla lettera il disciplinare, che spiega tutto passo passo, anche una persona senza esperienza come me ce la può fare. Magari questo può dare speranza anche ad altri giovani. Il prossimo anno conto di arrivare a regime, anche se già quest’anno ho avuto i primi risultati. L’Istituto di Cherasco garantisce il ritiro completo del prodotto, ma non c’è un’esclusiva». L’obiettivo, infatti, è arrivare anche alla vendita diretta dal prossimo anno. (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» dell”11 ottobre

Il regno delle lumache è a Imola in Pedagna: Enea Xheka racconta come è nata l'idea di allevarle
Economia 17 Ottobre 2018

Economia, la società bolognese C Holding rileva ciò che resta della Cesi

Il finale della lunga vicenda Cesi, posta in liquidazione coatta amministrativa l’8 luglio 2014, lo ha scritto nelle scorse settimane la società bolognese C Holding, che, mettendo sul piatto circa 24 milioni, ha acquisito ciò che restava della Cooperativa edilstrade imolese. L’offerta è stata messa nero su bianco in una proposta di concordato fallimentare, modalità prevista proprio dalla legge fallimentare, i cui dettagli sono stati pubblicati lo scorso 31 maggio in Gazzetta ufficiale. C Holding, si legge nella proposta, «intende perseguire il duplice obiettivo di proseguire nel completamento delle attività sui beni di proprietà Cesi e nella realizzazione dei piani industriali delle società del gruppo tuttora attive», nonché nella liquidazione dei creditori. Restano infatti ancora 5 società attive «partecipate al 100% dalla procedura, che risultano operative, con iniziative immobiliari da realizzare e 3 società partecipate pro quota da Cesi».

Nel 2012 il gruppo Cesi, che quest’anno avrebbe compiuto quarant’anni, risultava composto da 65 società. C Holding si è quindi impegnata a portare avanti le attività attraverso una newco, interamente controllata, e ad impiegare gli addetti Cesi rimasti in forze alla procedura di liquidazione. In tutto, quattro persone. Al momento della messa in liquidazione, quattro anni or sono, invece, i lavoratori erano circa 400, oltre 300 dei quali anche soci della cooperativa. «Quanto al personale dipendente di Cesi – riassume il documento – vi è stata una complessiva dismissione della forza lavoro in parte mediante ricollocazione presso altre società operative del gruppo e in parte mediante dimissioni volontarie, licenziamenti, pensionamenti e altro». Quello che il documento non dice, invece, è che per il territorio è stata una perdita ingente di posti di lavoro, amplificata dagli effetti a catena sull’indotto.

Nel corso della liquidazione sono state organizzate otto aste di beni mobiliari e immobiliari, che hanno permesso al commissario di rimpinguare le casse della procedura. La prima si è tenuta il 28 novembre 2015, l’ultima il 16 dicembre 2017. Grazie anche alle somme così incassate, Gaiani ha potuto effettuare cinque riparti successivi, a favore dei creditori. «Sono già stati soddisfatti interamente, quindi al cento per cento, i creditori privilegiati, per circa 30 milioni» sottolinea. Dopo quattro anni, nelle casse della procedura di liquidazione c’erano circa 22 milioni e 700 mila euro, derivanti, dettaglia Gaiani «da incasso crediti, cessione partecipazioni, transazioni e incasso cause in essere e vendite beni all’asta. Rimanevano ancora da alienare diverse tipologie di beni (38 lotti, Ndr), aree da sviluppare, cantieri, capannoni, alcuni dei quali già posti in asta, ma con esito negativo». A fronte di tutto ciò, tribunale e creditori hanno ritenuto comunque vantaggiosa l’offerta di C Holding. «La Cesi è stata una delle procedure più importanti degli ultimi anni dell’intera regione, sia in termini di numeri che di complessità – così Gaiani riassume la sua esperienza -. Sono molto soddisfatto sia per il lavoro svolto, per i rapporti personali che si sono creati soprattutto con alcuni degli ex dipendenti e anche per l’esito della procedura».

C Holding, detenuta al 70% dalla società bolognese Finross della famiglia Rossetti, è specializzata in ristrutturazione debiti, gestione insolvenze, acquisto crediti e cespiti da procedure fallimentari o concorsuali. Nel recente passato Finross ha assunto alcuni concordati fallimentari già omologati, tra cui quelli relativi alle società Mediafiction (già controllata da Cecchi Gori), Busi Group e Busi Impianti. 

lo.mi.

L”articolo completo su «sabato sera» dell”11 ottobre.

Nella foto: il presidio dei lavoratori della «Cesi» nel luglio 2014

Economia, la società bolognese C Holding rileva ciò che resta della Cesi
Economia 10 Ottobre 2018

Il viaggio dei vincitori di Vitamina C tra Puglia e Basilicata alla scoperta di passione civile e valori cooperativi

A partire quest’anno alla volta di Lecce e Matera grazie ai progetti di impresa premiati durante il passato anno scolastico (Apollo per la produzione di isolanti termici ed acustici dal riciclo delle piume di scarto degli allevamenti avicoli, Black Option per l’alimentazione del futuro a base di insetti, Giga Barper rispondere in maniera integrata alle esigenze di studio e incontro dei giovani) sono stati Lorenzo Berti, Simone Galbano, Diana Martignani, Aretha Rambaldi, Codrina Vasai, Chiara Guadagnini, Federica Pelliconi, Irene Salaroli e Sofia Tampieri dell’Istituto Scarabelli insieme a Riccardo Avarello, Alessia Benedetti, Sara Mastrorocco, Elisabeta Maria Sirbu, Raoul Tondini e Anna Visani dell’Alessandro da Imola.

I ragazzi, accompagnati dalle insegnanti Roberta Giacometti, Antonella Martelli e Simona Costa e dal funzionario di Legacoop Imola Rita Linzarini, hanno affrontato insieme un viaggio che voleva essere anche un’occasione per conoscere nuove città ma anche nuove realtà cooperative e toccare con mano i valori della cooperazione.

«La visita guidata del centro storico di Lecce, prima tappa del viaggio, è stata l’occasione per scoprire ed apprezzare l’utilizzo della pietra leccese nell’architettura della città – si legge nel diario di bordo del viaggio redatto dai ragazzi quale occasione per trasferire le conoscenze acquisite lavorando in cooperazione per un obiettivo e prodotto comune -. Martedì invece abbiamo incontrato Francesco Gigante, presidente della cooperativa sociale Terre di Puglia e i suoi collaboratori, a Torchiarolo, dove ha sede la cantina, e a Mesagne, dove la cooperativa gestisce una masseria, due luoghi di lavoro che sono anche sedi di contrasto alle mafie. La cooperativa nasce infatti, previo bando pubblico, per l’assegnazione di beni confiscati alla mafia locale, la Sacra Corona Unita: in una realtà dove la paura ha bloccato tante persone, l’orgoglio più grande della nostra azienda sono i dipendenti e i soci che lavorano per dare una nuova vita ai beni confiscati alla mafia pugliese, ci racconta il presidente illustrando i prodotti dedicati alle vitti-e delle associazioni criminali del territorio.

Il socio fondatore Alessandro Leo ha aggiunto che per impegnarsi in questa esperienza non serve il coraggio ma la passione civile, perchè per costruire un mondo basato sulla legalità non sono importanti solo eroi ma anche le tante persone normali che ogni mattina si alzano per lavorare mettendo a disposizione le proprie competenze. Una bella lezione di vita e legalità accompagnata da un forte vento di tramontana che ha scompigliato i capelli oltre che i pensieri, ma non ha impedito la prevista gita al mare, dalla grotta della poesia a Roca Vecchia fino ai faraglioni di torre Sant’Andrea ed Otranto, quindi di nuovo a Lecce per visitare il castello di Carlo quinto e il museo Faggiano con le rovine di un’antichissima struttura risalente all’epoca messapica poi utilizzata in periodo roma-no e medievale come convento e dunque ricco di simboli a testimonianza del passaggio dei templari e di altre epoche archeologiche.

L”articolo completo è su «sabato sera» del 4 ottobre

Nella foto la visita alla cooperativa sociale Terre di Puglia

Il viaggio dei vincitori di Vitamina C tra Puglia e Basilicata alla scoperta di passione civile e valori cooperativi
Economia 9 Ottobre 2018

Tutte le novità proposte da Coop Ceramica, Florim e La Fabbrica al Cersaie e ai suoi 112.000 visitatori

La 36ª edizione del Cersaie, il Salone della ceramica per l’architettura e dell’arredobagno, si è svolta dal 24 al 28 settembre alla Fiera di Bologna. L’appuntamento quest’anno ha richiamato oltre 112 mila visitatori, 840 espositori di cinque continenti e 40 nazionalità, poco più della metà dei quali appartenenti al settore delle piastrelle. Tra questi c’erano anche le più importanti aziende del settore presenti sul nostro territorio, Cooperativa Ceramica d’Imola, Florim, di Fiorano Modenese ma con stabilimento anche a Mordano, e La Fabbrica di Castel Bolognese, rilevata nel 2017, attraverso la holding Italcer, dal fondo Mandarin Capital Parners II, di cui fa parte anche l’economista di origini imolesi Alberto Forchielli.

Vetrina per eccellenza, quest’anno Coop. Ceramica ha proposto quattro nuove collezioni: «Parade», progetto che «fra storia, ricerca e tecnologia, rispetto per la materia e le sue origini» trae ispirazione dalla graniglia e dai pavimenti in battuto veneziano; «The room», nuova generazione di lastre ceramiche ispirata alla ricchezza dei marmi pregiati; «Lime-Rock», che rievoca le caratteristiche della roccia sedimentaria; «Blue Savoy», collezione dedicata all’omonima pietra naturale, apprezzata da designer e architetti, di cui viene riprodotto anche il particolare effetto traslucido.

Il Cersaie dà anche la possibilità alle aziende di portare i visitatori della fiera all’interno dei propri stabilimenti e showroom. Florim ha sfruttato questa occasione per trasformare la propria «gallery» a Fiorano Modenese, rinnovata per l’occasione, in un teatro, dove immergere i propri ospiti in una esperienza a 360°, fatta di luci, suoni, colori spettacolari. «Discover the future» è stato il tema di quattro diverse serate, durante le quali l’azienda ha messo in scena uno spettacolo digitale avveniristico.

Nello stand firmato dal noto architetto Massimo Iosa Ghini, La Fabbrica, invece, ha presentato i marchi «La Fabbrica» e «Ava Ceramica», quest’ultimo dedicato ai grandi formati. (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 4 ottobre

Tutte le novità proposte da Coop Ceramica, Florim e La Fabbrica al Cersaie e ai suoi 112.000 visitatori
Economia 8 Ottobre 2018

L'imolese Fabio Ragazzini, presidente del Consorzio nazionale Legnolegno: «Marchio di qualità per i serramenti italiani»

L’imprenditore imolese Fabio Ragazzini, portavoce regionale della Cna per il settore Legno, da luglio è anche il nuovo presidente del consorzio nazionale serramentisti Legnolegno. Dopo la crisi che ha colpito l’edilizia, e di riflesso i comparti affini come appunto quello degli infissi e dell’arredamento, abbiamo cercato di fare con lui il punto della situazione, a livello nazionale e soprattutto locale.

«La situazione imolese è peggiore rispetto al quadro nazionale – esordisce senza mezzi termini Ragazzini -. A partire dal 2014 a Imola abbiamo visto una svolta negativa, che ha colpito tutto l’indotto. La crisi dalla catena cooperativa, si vedano Cesi, 3elle e in parte Coop. Ceramica, ha dato un forte scossone all’andamento del mercato. Qui si sono persi un paio di migliaia di posti di lavoro e nella zona il contraccolpo lo abbiamo percepito tutti. Non solo. Un altro fattore di crisi è dovuto alla richiesta, sempre più in espansione, di prodotti in Pvc, che oggi si attestano a circa il 40 per cento della quota di mercato nazionale. Prodotti che vanno per la maggiore sia per l’aspetto economico sia per la ridotta manutenzione di cui necessitano. I produttori di infissi in legno in questi ultimi anni sono diventati anche rivenditori di prodotti in Pvc, che prima rappresentavano solo una quota marginale del fatturato. Alcuni, invece, piuttosto che aprirsi al Pvc e dare continuità alla loro attività, hanno preferito chiudere, altri hanno portato l’azienda all’estero, dove ci sono meno problemi a livello burocratico. In Polonia e Romania con quattro formalità apri un’impresa. Qui in Italia abbiamo una burocrazia impressionante. Ci vuole più tempo a gestire tutte le pratiche che a produrre».

Oggi ci sono segnali di ripresa?
«La nautica, dopo anni grigi, ultimamente ha buone performance. Il settore immobiliare si sta riprendendo grazie alle ristrutturazioni. Anche se nel 2018 le detrazioni fiscali sono calate dal 65 al 50 per cento, sono state ancora interessanti per chi era intenzionato a ristrutturare casa. Sempre che la nuova Finanziaria non individui nuovi paletti, che, se confermati, sarebbero ulteriormente negativi…».

In questi anni, anche a Imola, c’è stato il boom delle case in legno. Immagino che di riflesso ne abbiano beneficiato anche i produttori di infissi in legno…
«Può sembrare una contraddizione, ma anche nelle case in legno, di solito, vengono installati infissi in Pvc».

Alla luce di questo quadro, che cosa sta facendo il consorzio Legnolegno per aiutare i produttori?
«In collaborazione con tutte le principali associazioni del settore, abbiamo lanciato il marchio Posa Qualità Serramenti, uno strumento che valorizza la qualità dell’installazione e la professionalità dei serramentisti italiani e che fornisce una garanzia al consumatore. Ci stiamo scontrando con multinazionali estere che producono finestre in Pvc con budget e risorse infinitamente più grandi delle nostre. E’ una lotta impari. Molto spesso la concorrenza è rappresentata da infissi provenienti da Polonia e Romania, dove i produttori beneficiano di manodopera a basso costo e agevolazioni. Per questo la merce arriva sul nostro mercato a prezzi così bassi. Ci stiamo battendo per far capire che è inutile dare incentivi se poi i soldi vanno all’estero senza lasciare alcun beneficio per far ripartire l’economia in Italia. Se compro un prodotto fatto in Italia, il beneficio resta qui, mentre se importiamo prodotti dall’estero, quel poco di mercato che c’è lo portiamo fuori. Questa è la triste realtà». (lo.mi.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 4 ottobre

Nella foto Fabio Ragazzini

L'imolese Fabio Ragazzini, presidente del Consorzio nazionale Legnolegno: «Marchio di qualità per i serramenti italiani»

Cerca

Seguici su Facebook

ABBONATI AL SABATO SERA

Font Resize
Contrast