#LaRaccontoAModoMio – Ricchi, poveri e differenze di classe capite ben presto da un bambino
Fino a un certo punto della mia vita ho pensato che una classe fosse semplicemente l’accorpamento di alunni dello stesso corso scolastico, poi ho capito che c’era un altro modo di intendere la classe, ovvero come insieme di individui caratterizzati dalla stessa condizione economica,dalla posizione occupata nella gerarchia del potere e della ricchezza.
A dire il vero ho cominciato a intravedere che cosa volesse dire appartenere a una classe sociale e, soprattutto, a rendermi conto che le classi sociali sono diverse per condizione economica, culturale e stile di vita, quando ho iniziato a frequentare un mio compagno di classe delle elementari la cui famiglia era molto più ricca e benestante della mia.
Quando andai per la prima volta a casa sua per fare i compiti, mi sembrò di entrare in una reggia. Naturalmente non lo era, ma rispetto al mio appartamentino, che aveva solo due stanze, più cucina e bagno comune esterno, quell’abitazione presentava dei vantaggi stupefacenti: aveva talmente tante stanze da sembrarmi un labirinto, era arredata con mobili bellissimi. E concedeva al mio compagno una camera tutta per lui.
E poi… è arrivata sua madre. Esatto, madre! Infatti «loro» non dicevano babbo o mamma, ma padre e madre, al massimo papà, una parola che io credo di non avere mai pronunciato in vita mia. Questa madre sorridente, elegante, raffinata ed educata non usava termini dialettali come la mia, che aveva fatto la mondina in risaia e l’operaia in un magazzino di frutta. Era gentile e a un certo punto, dopo aver bussato alla porta dicendo «disturbo?», ci portò il tè in eleganti tazze di porcellana insieme a un vassoio stracolmo di biscotti Oswego. Il tè? Un mistero straordinario. La mia colazione consisteva in una tazza di caffelatte, ma il vero caffè, il mitico Morettino, andava usato col contagocce e abbinato a surrogati a base di orzo e cicoria. In questa brodaglia di guerra inzuppavo pezzi di pane secco rimasto dal giorno prima finché, un giorno, non arrivò la grande novità: i favolosi biscotti Oswego, per i quali ancora oggi ho una vera e propria adorazione.
Ripensare oggi a questa mia passione giovanile mi procura ancora più soddisfazione perché i biscotti Oswego, nati a Londra alla fine del ’700, furono imitati e sostanzialmente rapinati agli inglesi (in realtà i veri rapinatori che col colonialismo feroce, superbo e oppressivo hanno assoggettato quasi tutti i popoli della terra) dallo sconosciuto Pietro Gentilini, nato a Vergato nel 1856. In quella casa vidi in una grande libreria in noce apparire il dorso dei volumi di «Conoscere», una enciclopedia italiana a fascicoli per ragazzi, pubblicata dalla casa editrice Fratelli Fabbri dal 1958 al 1963 in sei edizioni. Si trattava complessivamente di 17 volumi e 72 fascicoli. Ebbene il mio compagno possedeva tutti i fascicoli usciti fino a quel momento. Io a malapena ne possedevo tre o quattro che custodivo gelosamente come il Sacro Graal. Ne ricordo ancora uno che descriveva le piramidi d’Egitto e un altro che elencava tutte le fatiche di Ercole.
Il mio compagno con la magnanima, e un po’ superba, generosità tipica degli aristocratici mi concesse di sfogliare a mio piacimento tutti i suoi volumi. Finalmente anche a me, misero discendente di una famiglia operaia, senza libri, senza quadri d’autore, senza tazze di porcellana, era concesso di entrare nel sacro tempio della conoscenza.
Fu cosi, vedendo una casa dove una madre (non una mamma) elegante, colta e gentile ti porgeva una tazza di tè e dove una bella libreria in noce esibiva in bell’ordine tutti i volumi di «Conoscere», che un ragazzino di quarta elementare comprese che non siamo tutti uguali, che ci sono classi sociali diverse e che per raggiungere una vera uguaglianza bisogna studiare, lavorare e anche lottare.
Valter Galavotti
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