#ORIZZONTI – Nel Pianeta delle IA, addestro il leone e vorrei rallentare
Oggi nessuno mi chiede cosa stessi facendo il 30 novembre 2022, data di uscita di Chat Gpt, il modello linguistico di Open AI sui cui si è sviluppata una delle prime intelligenze artificiali. Io so che provai un profondo senso di inadeguatezza. Poi, sognatrice che son io, pensai: stupendo! Ero talmente fortunata da assistere alla nascita di una nuova creatura. Quando capii che l’Ia avrebbe presto sostituito i creativi, gli autori, nel nome di un’omologazione veloce e iperproduttiva, mi sentii mancare il terreno sotto i piedi. Mi immedesimai negli operai e nei contadini che restarono senza lavoro a causa delle macchine. Io avrei cavalcato l’onda o sarei stata una naufraga? I nemici li si abbatte o ci si allea?
Ho iniziato ad usare l’IA, a studiarla, con la stessa sensazione di un addestratore di leoni mentre accudisce un cucciolo che un giorno sarà il doppio di lui. Volevo capirla, dialogarci mi affascinava. Le diedi fiducia.
Oggi non so se è stata mal riposta. Quello che so è che la polvere da sparo è stata inventata per i fuochi d’artificio. E per quanto belli, preferirei che l’umanità ne fosse priva, pur di aver salve le vite interrotte dai proiettili che, proprio come le Ia (e coloro che le addestrano), seguono traiettorie precise senza porsi domande. Domande che si dovrebbe porre chi ora grida allarmismi ma ha scritto quei codici con in mente conflitti e potere. Rallentiamo, imbrigliamo l’IA al passo della società, dell’umano. Correre troppo porta a inciampare. Non solo a livello mondiale, può far danni anche il «dottor IA».
Giulia Gorella
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