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Economia 19 Marzo 2019

I fiori in cucina, usanza contadina che si sta riscoprendo, gusto oltre l’estetica

Nelle nostre cucine sono sempre più presenti i fiori edibili o commestibili, che fanno anche bene alla nostra salute perché ricchi di proteine, vitamine e oli essenziali, insomma, arricchiscono il piatto e non solo dal punto di vista estetico. «Ogni fiore, un odore, un sapore» racconta Katia Fava, titolare del ristorante Fava di Casola Valsenio, uno dei pochi che propone fiori nei menù. «Adesso il mercato la sta riscoprendo ma questa è una usanza contadina – ci ricorda Fava -. Nelle cucine povere si riempiva il piatto dei fiori di cardo, di carciofo e di zucchina. Nelle pietanze della cucina ricca il fiore abbelliva». I fiori, dunque, come ingredienti chiave di una cucina che punta al contatto più stretto con la natura come fonte di benessere e che risponde anche alla crescente domanda vegetariana e vegana.   

Proprio a Casola Valsenio, nel maggio dello scorso anno, si è svolta la 18ª edizione di “Erbe in fiore”, la manifestazione dedicata alla cultura verde e nei ristoranti molti menù proponevano piatti a base di fiori ed erbe eduli primaverili. E quest’anno si replica ma con un appuntamento ulteriore il 4 maggio, grazie all’iniziativa “Io pascolo ovunque”, un progetto nato nel 2018 dalla collaborazione tra il Giardino officinale e l’alberghiero Artusi di Riolo Terme. «Chi vorrà – anticipa Sabrina Ancarani, docente della scuola che prepara i futuri attori di cucine e sale di ristoranti – potrà passeggiare nel Giardino di Casola, scegliere una pianta, raccoglierla e portarla in cucina per scoprirne la provenienza, virtù e ricette». 

Uno tra i più importanti enti italiani di ricerca sull’agroalimentare, il Crea di Sanremo, sta conducendo un progetto per studiare specie floricole da destinare all’utilizzo sui fornelli. L’immissione in commercio di un nuovo fiore edibile, infatti, non è così semplice e passa attraverso diversi step. Entro il 2020 il Crea conta di poter aver concluso l’iter di riconoscimento per altri quaranta fiori edibili quindi l’offerta diventerà maggiormente varia e diversificata.  

Ma le ricerche vorrebbero regalarci molto di più. Alcuni fiori potrebbero avere anche un’attività anti-diabetica ed essere utilizzati in campo sanitario, oltre che nutrizionale. (al.gi.) 

Altri particolari nell’articolo su “sabato sera” del 7 marzo.

Nella foto: alcuni piatti a base di fiori proposti dal ristorante «Fava»

I fiori in cucina, usanza contadina che si sta riscoprendo, gusto oltre l’estetica
Cultura e Spettacoli 19 Ottobre 2018

Maria Pia Timo a Medicina tra storie di donne di ieri e di oggi e ricette in cucina

Storie di donne e di cucina, storie di luoghi e di ricordi. Storie che diventano universali e attraversano il tempo e le generazioni. Maria Pia Timo porta in scena alla Sala del Suffragio di Medicina sabato 20 ottobre alle 21.15 Doppio brodo. Manuale di una donna imperfetta con cui si apre la rassegna di prosa curata da Eclissidilana. L”attrice faentina, a cui sabato sera è molto legato poiché ha lavorato a lungo nella cooperativa Bacchilega che edita il settimanale, insieme al coautore Roberto Pozzi ha creato uno spettacolo in cui si ride molto e ci si commuove molto, guidati dai sapori di una cucina che è anche cuore delle donne. E, in scena, c”è spazio anche per un tagliere, un matterello e tanta farina…

«È uno spettacolo che amo molto, sono contenta di proporlo spesso in giro, perché sta andando molto bene», afferma l”attrice faentina.

Racconti storie di vita romagnola, interpretando la tipica arzdora, ma in realtà si tratta di ricordi condivisi anche oltre regione.

«Parto da una matrice regionale per assolutizzarla. I racconti delle mamme o delle nonne che porto in scena sono storie raccontatemi da donne romagnole ma comuni a mamme o nonne di altre parti d”Italia: possono cambiare i particolari, invece della piadina avere lo gnocco fritto tanto per dire o invece di raccogliere erbe spontanee in montagna cercare le vongole al mare, ma il sentimento è uguale».

Lo spettacolo parte proprio da vita vissuta, dai racconti di alcune signore che hai conosciuto e intervistato per la tua trasmissione tv La Vespa Teresa e il libro omonimo.

«Sì, c”era tantissimo materiale che non avevamo usato e che si sarebbe disperso e mi piangeva il cuore, perché erano storie coinvolgenti, emozionanti, commoventi, di guerra e difficoltà, di fatica e di unione,per cui io e Roberto Pozzi abbiamo pensato di costruirvi attorno uno spettacolo teatrale che si muovesse in cucina e tra le ricette e che unisse anche dei pezzi contemporanei che parlano dell’oggi, mostrando le differenze tra cosa vuol dire occuparsi della casa e della famiglia oggi o allora con quelle storie. Lo spettacolo diventa così  anche divertente e buffo, fa molto ridere oltre che emozionare».

Si emozionano sia le persone che hanno l”età delle signore di cui parli che le loro nipoti.

«Sì, chi ha vissuto quelle cose in una realtà che poi è solo l”altro ieri ci si riconosce molto. Ma anche i nipoti che risentono i racconti delle nonne o scoprono un modo di vivere diversissimo, lontano eppure che è ancora qui, si sente perché ha impregnato la loro storia. I nipoti sono interessati, mi hanno fermato spesso commossi. Poi, come dicevo, lo spettacolo è divertente ma i racconti danno una matrice malinconica e in alcuni punti in cui si parla della guerra e dei suoi drammi drammatica ho sentito soffiare dei nasi in sala…». (s.f.)

Sabato 20 ottobre, ore 21.15, sala del Suffragio, via Libertà 60. Biglietto 8 euro, ridotto 6. Info e prenotazioni: 333/9434148.

L”articolo completo è sul «sabato sera» in edicola da giovedì 18 ottobre

Nella foto Maria Pia Timo

Maria Pia Timo a Medicina tra storie di donne di ieri e di oggi e ricette in cucina
Cronaca 14 Settembre 2018

La Festa de l'Unità si fa in quattro: si parte il 14 settembre a Sesto Imolese, poi Orti, Fabbrica e Zolino

Dalla grande Festa nazionale sul lungofiume ad una formula su quattro fine settimana in altrettanti centri sociali. C’è una bella differenza rispetto ad un anno fa, per non parlare del passato più o meno recente, per il tradizionale appuntamento organizzato dalla Federazione del Pd imolese.

E’ indubbio che la batosta delle elezioni, politiche prima e amministrative poi, ha lasciato il segno. «Sicuramente è una festa più modesta per la quale abbiamo considerato anche il tema della sostenibilità economica» ammette il reggente del Partito democratico imolese Roberto Visani. Ma la scelta rappresenta anche un segnale politico ben preciso: «Abbiamo voluto una festa più vicina alle persone mettendo in primo piano i temi da cui vogliamo ripartire, che crediamo centrali sia per l’agenda politica nazionale che locale, e sono legalità, salute, lavoro e territorio. Lo slogan è “il Pd si fa in quattro” non solo per indicare come è strutturata la festa ma per dare la suggestione del fatto che il Partito democratico intende rimettersi in movimento perchè il 2019 è alle porte e si voterà in otto comuni su dieci del nostro circondario, è necessario avere consapevolezza di questa prospettiva per la tenuta del nostro sistema territoriale. Ripartiamo dopo la sconfitta di Imola, siamo in una situazione inedita, cioè all’opposizione (Visani è consigliere comunale eletto nella lista Pd), e dobbiamo ritornare in sintonia su bisogni e attese dei cittadini che ci hanno lanciato un segnale forte…».

In effetti se le dimensioni non sono quelle del passato (in sostanza solo la cucina del ristorante Chiocciola e i vari volontari, spettacoli o stand dei giovani si sposteranno nei vari centri sociali), i nomi attesi per gli incontri politici sono decisamente interessanti e di tutto rispetto: venerdì 14 settembre è attesa a Sesto Imolese l’avvocato dell’ufficio legale di Libera Vincenza Rando, la settimana dopo, sabato 22 settembre, agli Orti di via Belpoggio (guarda caso proprio dietro l’ospedale…) la sanità sarà al centro della scena con Giuliano Barigazzi il presidente della Conferenza sociosanitaria metropolitana che proprio in queste settimane sta presentando le ipotesi di riorganizzazione e integrazione per il futuro della sanità bolognese, mentre domenica 23 ci sarà l’assessore regionale alla Sanità Sergio Venturi per parlare di vaccinazioni e delle scelte fatte dall’Emilia Romagna, il 28 settembre a Fabbrica toccherà all’incontro con l’europarlamentare Paolo De Castro per parlare di agricoltura e il giorno dopo una riflessione su donne e lavoro, parità salariale e armonizzazione dei tempi di cura e lavoro con la senatrice Teresa Bellanova, infine lunedì 15 ottobre a Zolino arriverà l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti. (l.a.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 13 settembre

Nella foto: l”avvocato di Libera, Vincenza Rando, ospite a Sesto venerdì 14 settembre e l”ex ministro Marco Minniti, che chiuderà il 15 ottobre a Zolino

La Festa de l'Unità si fa in quattro: si parte il 14 settembre a Sesto Imolese, poi Orti, Fabbrica e Zolino
Cultura e Spettacoli 29 Agosto 2018

Kitchen Notes, le ricette in inglese di tre ragazze italiane all'estero saranno pubblicate grazie al crowdfunding

Dal blog al libro di ricette grazie a determinazione, estro e voglia di mettersi in gioco. Nasce appunto un po’ per gioco il progetto di tre «buone forchette», così si definiscono, il libro-quaderno di ricette italiane scritte in inglese Kitchen Notes, l’impresa culinaria-letteraria di Silvia Sassi, Monica Campagnoli e Anna Chiara Alberti, già autrici del food blog Tortellini&co con ricette dal Belpaese scritte in italiano ed inglese. Le prime due imolesi, la terza originaria di Padova, sono tre amiche che hanno in comune la passione per la buona cucina e il fatto di essersi laureate a Bologna. Poi le strade della vita le hanno portate a vivere in Paesi diversi, Silvia a Londra dove è avvocato, Monica a Bologna dove è giornalista e libero ricercatore per Unibo, Anna a Detroit. Ma la voglia di rimanere in contatto, soprattutto per la cucina italiana che non solo riempie i cuori ed i palati di tutte e tre ma è anche tanto famosa nel mondo, le ha portate ad occuparsi insieme di un blog in lingua di autentica cucina tricolore, dove si trovano tanto i piatti tradizionali quanto proposte da loro reinventate. «La tavola unisce ed accorcia le distanze – raccontano –. E poi all’estero se sei italiano c’è sempre qualcuno che ti chiede un piatto o una ricetta, perché amano la nostra cucina». È da questa «necessità» che sono nati prima il blog e poi il libro, Kitchen Notes, «appunti di cucina», un quaderno, appunto, delle loro ricette, da quelle dei piatti tradizionali della cucina regionale italiana, soprattutto emiliano-romagnola e veneta, alle preparazioni nazional-popolari che tutti amano, dalle Alpi alla Sicilia, alle ricette smart sviluppate sul blog. Il libro non è un semplice elenco di ricette ma piuttosto un ventaglio di possibilità di cose da fare e condividere grazie ad un indice basato, in un certo senso, sulle loro stesse vite, cui sono abbinate ricette italiane ed in stile italiano segreti di cucina, ma anche disegni. Quaranta illustrazioni originali, infatti, arricchiscono le sessanta ricette proposte, «un libro illustrato da colorare per i piccoli cuochi che pasticciano in cucina con i genitori o i parenti e per gli amanti dei colouring book», i libri da colorare che vanno tanto di moda oggi, spiegano. Le immagini sono realizzate dalle illustratrici Elisa Martinelli, Alessandra Meli, Giorgia Roncati e Lida Ziruffo.

Il passaggio dal progetto al libro vero e proprio è merito certamente del buon lavoro proposto ma anche della piattaforma indipendente per il crowdfunding Kickstarter, dove le tre hanno raccontato il progetto che ha, in effetti, raggiunto l’obiettivo economico delle ventiseimila sterline utili per la realizzazione. Così il ricettario autenticamente italiano scritto in inglese vedrà la luce il prossimo autunno, stampato dalla cooperativa imolese Giovani Rilegatori. «Siamo soddisfatte del successo del progetto e le richieste continuano ad arrivare. Stiamo già pensando di stampare una seconda edizione del libro cercando un editore o degli sponsor – aggiungono – e magari anche una versione in italiano», proprio come il blog da cui tutto è nato. Raggiunto il risultato della campagna di raccolta fondi su Kickstarter, dunque, il progetto è diventato reale. Complessivamente il libro sarà stampato in oltre 500 copie da spedire ai circa 400 lettori che hanno preordinato il lavoro, tra cui 286 proprio grazie alla campagna online ed altri via mail. Il libro con le ricette sarà spedito in numerosi Paesi: oltre all’Italia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti anche, fra gli altri, in Australia, Giappone, Canada, Nuova Zelanda, Messico, Singapore e perfino nella remota Repubblica Centro Africana. Alcuni utenti di Kickstarter hanno abbracciato la raccolta fondi con la donazione più alta che includeva, oltre al libro, un corso di cucina italiana. «Non so come e quando richiederanno il riscatto del buono che si sono aggiudicati – raccontano le tre – ma certamente troveremo la maniera per pagare quanto acquistato e portare la cucina italiana e i nostri piatti ovunque nel mondo ci sarà richiesto».

Il ricettario proposto in Kitchen Notes è davvero ricco, con capitoli suddivisi per occasioni più che per pasti veri e propri. Per colazione, ad esempio, le cuoche propongono la ciambella della nonna, la pizza rossa ma anche l’immancabile ed italianissimo pane e olio. Per l’ora del brunch, colazione ricca di metà mattina che si fa fra il breakfast (colazione) e il lunch (pranzo, appunto) o più spesso al posto dei due, figurano la polenta grigliata con formaggio morbido e la piadina prosciutto mozzarella e rucola, ma anche la golosa e curiosa torta di tagliatelle, tipica emiliana. Il capitolo La cucina della nonna indica come fare gli gnocchi di patate, i passatelli, le tagliatelle e le lasagne, con procedura e ricette. Per un’occasione «raffinata ed economica» le italiane tirano fuori dal cappello dello chef la focaccia all’olio e la rivisitata tartarre di speck, ma non mancano, fra i dolci, castagnaccio e zabaglione. Per un picnic all’aperto le proposte includono l’insalata di riso con prosciutto e melone, l’insalata di pasta, la panzanella, piatto toscano nazional-popolare, e la torta di riso bolognese. All’ora del te via di tramezzini, i sandwich italiani, torta tenerina e zuccherini. Immancabile l’aperitivo, occasione che traducono in inglese tale quale, con crostini al lardo e miele, friggione, pinzimonio e mousse di mortadella. L’ultimo capitolo è riservato alle ricette delle festività italiane: qui si trovano, tra gli altri, i tortellini in brodo, la lonza di maiale arrosto con patate al forno, il sempreterno tiramisù e il latte alla portoghese. (mi.mo.)

Nelle foto le tre autrici del libro e la copertina di Kitchen Notes

Kitchen Notes, le ricette in inglese di tre ragazze italiane all'estero saranno pubblicate grazie al crowdfunding
Cultura e Spettacoli 24 Agosto 2018

Max Mascia, chef del ristorante San Domenico di Imola, tra ricordi, idee e nuovi progetti

Durante la chiacchierata utilizza sempre il termine cuoco e mai chef che invece potrebbe utilizzare a ragion veduta in quanto, secondo il significato comune, quest”ultimo comprende anche una più ampia responsabilità di gestione, elaborazione e organizzazione: l”uso del termine cuoco, però, è a livello emotivo molto più bello, ha il sapore di casa e delle cose belle di una volta, della semplicità e della concretezza, della concentrazione e del calore, di quell”attenzione tutta «familiare» che ti fa pensare alle nonne e a quei piatti che da adulto evochi in un istante come piccolo eden del sapore. Ed è significativo, quindi, della filosofia di Massimiliano Mascia, cuoco (chef) del ristorante San Domenico di Imola: semplicità, tradizione, cura, attenzione alle piccole cose così come a quelle grandi, legami. Proprio i legami sono una parte importante della storia del trentacinquenne imolese così come del ristorante stellato: legami con la tradizione (il San Domenico venne fondato da Gianluigi Morini nel 1970 avendo in mente l”attenzione alla cura e all”idea della «cucina di casa»), legami di famiglia (Max è il nipote di Valentino Marcattilii, executive chef del San Domenico, da anni anima della cucina di via Sacchi a Imola, e di Natale Marcattilii, maitre che dirige la sala e «coccola» i clienti), legami con il territorio (a Imola il San Domenico è considerato «un”istituzione»), legami con la terra (i prodotti del luogo sono la base di quella che è una cucina fondata sulle materie prime), legami con il futuro (l”innovazione e l”attenzione al nuovo sono fondamentali nella gestione del ristorante).

Ma come nasce un cuoco da due stelle Michelin? «Ho avuto la passione per questo mestiere sin da bambino – racconta Mascia -. Mia mamma è la sorella di Valentino e Natale, per cui sono cresciuto respirando l”aria del San Domenico. Ricordo che a fine anni Ottanta, quando si aprì il San Domenico a New York, Valentino tornava a casa con oggetti-ricordo tipici americani, come una bellissima palla da baseball, che mi avevano fatto venire il mito dell”America! Trent”anni fa fare il cuoco non era così in vista come oggi, ma io avevo già la passione: basta pensare che nella recita del presepe di prima elementare mi ero vestito da cuoco! Poi ho sviluppato quello che era un gioco e un sogno con lo studio e con il lavoro».

Tanto impegno e… tanti chilometri. «Dal ”97, quando avevo 14 anni, ho frequentato la scuola alberghiera a Castel San Pietro, e contemporaneamente andavo al San Domenico nei weekend e nelle vacanze, fino a quando mi sono diplomato nel 2002. Poi ho cominciato a lavorare nel ristorante e nel 2003-2009 sono “andato in giro”. Nel 2003 ho lavorato a New York in un ristorante italiano con una stella Michelin, l”Osteria Fiamma. È stato un lavoro impegnativo, con 250 persone a cena ogni sera. Ho imparato il ritmo, l”organizzazione, l”autonomia. Lì sono nate le mie prime idee, soprattutto per eventi e iniziative, formule che poi abbiamo inserito anche noi prendendovi spunto. Nel 2004 sono stato in Sicilia al Ristorante Mulinazzo, un ristorante di grande tradizione con due stelle Michelin: venivano utilizzate grandi materie prime, di cui la Sicilia è ricchissima, dalla verdura al pesce alla frutta, ma anche alle carni grazie alla tradizione dell”entroterra… Nel 2005 ero a Viareggio al Ristorante Romano, un ristorante di famiglia, con più di 50 anni di storia, un stella, tra i tre o quattro migliori ristoranti di pesce d”Italia. Una cucina semplice con assoluta attenzione alla materia prima, un posto piccolo che mi è servito per capire come funzionava, avendo dimensioni simili al nostro. Nel 2006 ho lavorato da Vissani, grande cucina a due stelle, ed erano gli anni in cui era all”apice. Nel 2007 sono stato in Francia, alla Bastide Saint Antoine (2 stelle), nelle colline che sovrastano Cannes, in Costa Azzurra dove sono fondamentali le erbe, i frutti… per fare questo mestiere bisogna immergersi prima o poi nella loro cultura della ristorazione e soprattutto del servizio. Il servizio, del resto, è ciò che fa la differenza perché le persone vogliono sentirsi coccolate, e su dieci tavoli non ce n”è uno uguale all”altro, perciò il cliente va conosciuto e capito immediatamente, al volo. Infine, nel 2009 ho lavorato a Parigi da Alain Ducasse al Plaza Athenée (3 stelle) , che è come andare a giocare nel Real Madrid. Per il tipo di cucina nostra è il miglior ristorante del mondo: classica con mano francese… a cui poi si fanno le dovute modifiche…».

Quindi il ritorno a casa, sempre «in serie A». «Nel 2010 sono tornato al San Domenico e piano piano sono cresciuto. Mi piace molto stare in cucina, ma amo anche la parte imprenditoriale: dobbiamo lavorare bene sia dal punto di vista culinario che da quello gestionale. Poi i ristoranti vendono anche immagine, e questo significa girare, fare esperienze, aprirsi alle idee, alle novità, sperimentare. Quest”anno, ad esempio, a luglio e agosto al Forte Village resort in Sardegna abbiamo la Terrazza San Domenico: dato che ci sono ospiti che arrivano da tutto il mondo, è un modo importante di far conoscere all”estero la nostra cucina (piadina, tortellini, uovo in raviolo…). La seguiamo direttamente io e Valentino alternandoci, e in cucina ci sono cinque ragazzi che vengono da qui, dalla “sede” imolese».

L”intervista completa a Max Mascia è sul «sabato sera» in edicola da giovedì 23 agosto

Nella foto Massimiliano Mascia

Max Mascia, chef del ristorante San Domenico di Imola, tra ricordi, idee e nuovi progetti
Cronaca 11 Luglio 2018

Il fotografo imolese Matteo Marchi racconta la sua America tra basket Nba, ciclismo, cucina e… Hollywood

Nove mesi a New York sono una promessa mantenuta, soprattutto a se stesso. Matteo Marchi in questo inizio luglio è tornato a casa, ma questa è la vacanza, il lavoro è altrove. Non è stato «scelto», come capita ai giocatori Nba durante il draft (guarda caso l’ultimo impegno prima del volo verso Imola), ma ha scelto di provare a farsi scegliere. Grazie alla qualità di bellissime e insolite fotografie e grazie a una forza di volontà che in pochi hanno. «Non ho incontrato altri come me, nessuno è così pazzo. Da quel che ho potuto constatare, sono l’unico fotografo al mondo che sta provando ad entrare nel circus del basket Nba in questa maniera».

Possiamo dire che il sogno si è realizzato?

«Assolutamente no. Sono solo all’inizio del percorso, anche se ho fatto dei passi avanti. Questi 9 mesi li posso riassumere così: tanta fatica e col piacere immenso di essere riuscito a tornare a casa, almeno per un po’. Anche perché New York è una città che ti divora. Il mio contatto principale è la stessa Nba, per la quale ho fatto tre partite più la serata dei Draft. Oltre a ciò, vado nelle arene per conto mio, avverto Getty e mando le foto che finiscono nel loro immenso database. Su queste prendo il 35% di royalties e… diciamo che riesco a pagarmi l’affitto».

Quel servizio a Filadelfia con «Beli» nei panni di Rocky, poi uscito su Sportweek, è stato una parentesi da ricordare.

«Molto divertente. Elisa Guarnieri, la p.r. di Belinelli, ha fatto il mio nome e ci siamo organizzati per un lavoro molto complicato, su 4 location nel giro di un chilometro, con un freddo pazzesco, mentre Marco indossava solo una tuta. Alla fine delle 4 ore mi ha detto che se il fotografo non fossi stato io, se ne sarebbe andato molto prima».

La somiglianza tra Belinelli e Stallone non è stato l’unico aggancio con la tua presenza a Filadelfia…

«Infatti mi è successa una cosa piuttosto incredibile. Visto che ero in città durante le riprese di Creed-2, sono stato contattato su Instagram da una agenzia che aveva bisogno di foto del set, per promuovere il nuovo film che uscirà in novembre. Ho immortalato gli attori sul ring e ho pure visto Dolph Lundgren. Devo dire che lavorare per Hollywood, oltre che essere una esperienza diversa da tutte le altre, a livello economico vale come 10 partite Nba».

E le avventure alternative al basket non finiscono qui. Sei stato mandato a seguire il Giro della California.

«Roberto Bettini, famoso fotografo italiano di ciclismo, mi ha chiesto un favore e gliel’ho fatto assai volentieri. Ho seguito i corridori in macchina da Los Angeles fino a Sacramento, dal 13 al 19 maggio e mi sono divertito molto, anche per la presenza di campioni come Peter Sagan».

E poi ad Ellis Island con Massimo Bottura, il famoso chef italiano.

«Mi hanno chiesto un servizio fotografico per una cena di beneficenza. Ad un certo punto si sarà reso conto che ammiravo il suo famoso bollito come un labrador e mi ha offerto un piatto. Quando gli ho detto che sono di Imola gli si sono illuminati gli occhi perché è un grande amico di Valentino Marcattilii e Max Mascia, tanto che ogni pranzo di Natale lo viene a fare al San Domenico».

p.z.

Due pagine con alcuni bellissimi scatti di Matteo Marchi e l”intervista completa su «sabato sera» del 12 luglio.

Nella foto: Matteo Marchi a Brooklyn davanti al Barclays Center

Il fotografo imolese Matteo Marchi racconta la sua America tra basket Nba, ciclismo, cucina e… Hollywood
Cultura e Spettacoli 28 Giugno 2018

La birra scorre a Osteria Grande con Joe Dibrutto e Gli Taliani

Pieno svolgimento per la Festa della birra a Osteria Grande, che continua fino al 2 luglio con tanta musica, spettacoli, feste a tema, cucina tradizionale e, ovviamente, ottima birra. Allestita nell’area del campo sportivo di viale Dante Bernardi 17, la festa è organizzata dall’Associazione Amatori Calcio Osteria Grande in collaborazione con Polisportiva Osteria Grande e Pro Loco di Castel San Pietro Terme. Iniziata il 21 giugno, prevede quindi più di dieci giorni di eventi «organizzati grazie al coinvolgimento di 70-80 volontari – come spiega Elis Dall’Olio, responsabile comunicazione della Festa della Birra -. Un appuntamento per le famiglie con buona musica, cucina tradizionale, ottima birra, tornei sportivi, esposizione di auto e moto, e uno spazio per i bambini che si divertono moltissimo. Il ricavato lo investiamo nell’attività sportiva: abbiamo 350 ragazzi che frequentano l’impianto di Osteria Grande, come luogo di sport, divertimento e socializzazione».

Ogni sera i visitatori possono muoversi tra birreria, piadineria, ristorante, bancarelle con prodotti di hobbistica, giostre, animazione. Il programma degli spettacoli di questi ultimi giorni vede stasera il travolgente concerto dei Joe Dibrutto, venerdì 29 la musica dei Bellaprika, sabato 30 la festa country con la musica live dei Country Manners, il dj’s set con Stefano Segantini, Miki West, Dj Steve, Dj Gas e uno stage di ballo con Stefano Civa. Domenica 1 luglio si terrà la prima corsa ludico-motoria «Og Beer Run» e ci sarà la musica live con Slegare Tobia, mentre il gran finale, lunedì 2, è affidato al concerto live de Gli Taliani e ai fuochi d’artificio.

r.c.

Nella foto: i Joe Dibrutto

La birra scorre a Osteria Grande con Joe Dibrutto e Gli Taliani
Economia 20 Giugno 2018

Massimiliano Mascia del San Domenico cucina per beneficenza con Gordon Ramsay e Carlo Cracco

Lo chef Massimiliano Mascia del San Domenico di Imola tra gli chef stellati protagonisti della serata “Gordon Ramsay & Friends” al Forte Village in Sardegna. Un evento giunto alla seconda edizione che ha lo scopo di raccogliere fondi per la Fondazione del celebre cuoco inglese e della moglie. Insieme a Mascia (2 stelle Michelin) e Ramsey (7 stelle Michelin complessive per 4 dei suoi 23 ristoranti) anche Giuseppe Mancino (2 stelle Michelin) e Carlo Cracco (1 stella Michelin), anche quest”ultimo ben noto volto dei format di cucina televisivi.

Un quartetto stellato per la prima volta in cucina insieme nel prestigioso resort per la Gordon & Tana Ramsay Foundation che sostiene la Great Ormond Street Hospital Children”s Charity.

Il “nostro” chef ha proposto per l’occasione un primo piatto: riso mantecato all’olio extra vergine di oliva con crema di piselli, spugnole e sugo di arrosto. Tra l”altro, Mascia a luglio e agosto si occuperà della Terrazza San Domenico proprio nel cuore del Forte Village. Affiancato da parte dello staff proveniente dalla cucina di Imola, proporrà agli ospiti alcuni grandi classici del San Domenico, come l’Uovo in Raviolo San Domenico con burro di malga Parmigiano dolce e tartufo di stagione. Senza dimenticare la classica piadina romagnola per portare un po” della passione e vitalità dell’Emilia Romagna in Sardegna.

Nella foto Massimiliano Mascia, Gordon Ramsay, Giuseppe Mancino e Carlo Cracco

Massimiliano Mascia del San Domenico cucina per beneficenza con Gordon Ramsay e Carlo Cracco
Economia 17 Giugno 2018

Parte la produzione industriale degli imbutini, la pasta brevettata dell'ozzanese Flavia Valentini

La macchina per gli imbutini è pronta. Da molti considerato il piatto tipico ozzanese, ora esiste una macchina progettata tutta allo scopo, cioè quello di dare forma agli imbutini. «A partire dalla metà di luglio saremo pronti per la messa in vendita», spiegano l’ozzanese Flavia Valentini e Luca Tommasi di San Giorgio di Piano, la prima colei che ha inventato il nuovo tipo di pasta, il secondo il progettista meccanico che ha disegnato e prodotto la macchina. Ma c’è un’altra novità: proprio in questi giorni si sta costituendo la società che produrrà e metterà in commercio gli imbutini. Si chiama Sapori in Forma Srl e ha come soci, appunto, lo studio tecnico Cad Project di Luca Tommasi e Flavia Valentini. L’abbinamento delle parole è semplice: dal sapore dell’imbutino, «capace di racchiudere il condimento come nessun altra pasta» giurano in molti, e in «forma» come l’originale design del prodotto. Sì, perché anche la pasta ha il suo design.

Non solo al dente o cotta al punto giusto, è la forma della pasta a catturare il sugo o i vari condimenti. Al momento la sede legale della neo società è ad Argelato, negli uffici della Cad Project, mentre la macchina sarà istallata in un primo tempo presso un pastificio del bolognese, anche se la Valentini e Tommasi preferiscono non dire dove esattamente. Non manca nulla dunque, tranne che poche cose come il logo e l’etichetta che comparirà sulle confezioni.«Gli imbutini saranno sugli scaffali dei negozi dei prodotti tipici locali, mentre stiamo sviluppando una rete commerciale che possa raggiungere anche la grande distribuzione». Ogni cosa a suo tempo.

Chi ha provato gli imbutini sfornati dalla nuova macchina sostiene che sono in grado di mantenere le caratteristiche dell’imbutino fatto a mano. Sono passati infatti quattro anni da quando Flavia ha inventato l’imbutino partendo dal tagliere di casa sua e da uno strano tagliapasta trovato in un mercatino di San Lazzaro. «Ancora oggi non so a che scopo servisse quello strano aggeggio, ma con un po’ di adattamento e fantasia ha dato forma ai primi imbutini sperimentali. Oggi lo conservo come una reliquia» afferma Flavia Valentini. Da lì la popolarità degli imbutini si è sparsa, ma sempre nell’ambito di Ozzano e comuni limitrofi. Con tante iniziative, come nella scorsa estate quando Flavia ha partecipato a un workshop presso la Notte bianca di Ozzano in cui insegnava la tecnica della sfoglia e dell’imbutino.

Ora, con l’arrivo della macchina, la società è pronta per il grande salto: «Far conoscere il più possibile, partendo dagli stand fieristici di Bologna, le glorie dell’imbutino» affermano i due soci.Inoltre, con l’arrivo della tecnologia per produrli in serie, il nuovo tipo di pasta brevettato da Flavia Valentini si è sdoppiato. Può essere fatto come cappello di strega oppure imbutino propriamente detto. «L’unica differenza – spiega Tommasi – è la forma della punta, piegata per il cappello di strega, dritta per l’imbutino».

La macchina automatica, in grado di produrne circa 70 chilogrammi al giorno e (almeno per ora) 40 imbutini al minuto, li produce entrambi. «Ma la discrepanza è poca, e decideremo quale forma adottare. Entrambe, cappello di strega e imbutino, sono nomi coperti dal brevetto».«Alta 1,6 metri, ingombra 2×1,5 metri e funziona sia a 220 e 380 volt – spiega Tommasi, che oltre agli imbutini si occupa di progettazione e disegno industriale -. Può lavorare il singolo rotolo di sfoglia con carico manuale o in linea con un’altra sfogliatrice. L’imbutino viene poi pastorizzato o essiccato». La favola dell’imbutino, dunque, continua. (ti.fu.) 

Nelle foto: Flavia Valentini mostra un libro sugli imbutini; la macchina per fare il particolare tipo di pasta inventato dalla ozzanese

Parte la produzione industriale degli imbutini, la pasta brevettata dell'ozzanese Flavia Valentini
Cronaca 3 Giugno 2018

I ricordi dello chef Battizocco: «L’incontro con Cracco e il matrimonio di Pavarotti»

Lo chef Davide Battizocco ha vinto nella sezione Professionisti l’edizione 2018 del concorso internazionale «Bartolomeo Scappi», competizione promossa dall’omonimo istituto alberghiero di Castel San Pietro, in cui si è diplomato tredici anni fa.

I suoi «Cappelletti di baccalà mantecato all’olio extravergine d’oliva nel suo latte affumicato e purè di cipolle caramellate», con un ripieno decisamente originale come chiesto dai giudici, hanno saputo convincere, permettendogli di agguantare il primo premio tra i dodici cuochi in gara. E’ il terzo successo in altrettante partecipazioni per lo chef ozzanese, dopo le vittorie nel 2015 e nel 2016.

Il ristorante La sosta del Gallo, gestito da Battizocco in società con la cugina Daniela Zanardi presso Gallo Bolognese, riflette la filosofia dello chef. Si tratta, infatti, di un locale a gestione familiare che nel suo menù coniuga piatti tradizionali e pietanze più ragionate ed elaborate. Ed è proprio tra i tavoli degli accoglienti ambienti del ristorante che si è svolta questa intervista.

Quali sono le esperienze nel contesto scolastico che le sono rimaste più impresse?
«Sicuramente partecipare a vari concorsi, anche all’estero, mi ha permesso di farmi le ossa e capire quanto forte era la competizione. Poi ricordo con particolare piacere la vittoria nell’ultimo anno di scuola, il 2005, del concorso nazionale indetto dalla rivista “La Cucina Italiana”. Vinsi portando una ricetta studiata da un mio professore e il premio lo ricevetti dalle mani di Carlo Cracco, che allora era “meno televisivo” e non aveva ancora l’aura di notorietà di oggi. Un’altra esperienza particolare è stata partecipare, durante uno stage presso un’azienda di catering nel 2003, al matrimonio di Luciano Pavarotti e Nicoletta Mantovani a Modena. Mi ha permesso di vedere cosa è necessario curare per arrivare ai massimi livelli in questo settore».

Poi ha deciso di mettersi in proprio. Come è iniziata la storia del ristorante?
«Io e mia cugina Daniela abbiamo rilevato la proprietà del ristorante da ormai sette anni, e tutto è iniziato il giorno in cui, fermandomi a fare benzina, notai il locale proprio di fianco alla pompa. Qualche tempo dopo venni a sapere che i proprietari volevano cedere l’attività, così ci siamo buttati in questa avventura. Abbiamo aperto nel febbraio del 2011 e, in questo lasso di tempo, il ristorante, la cucina e gli ambienti sono evoluti con noi, nonostante la scelta di mantenere una conduzione familiare e non assumere dipendenti ci abbia portati a fare un passo alla volta, senza sconvolgimenti».

Che impronta cerca di dare alla sua cucina?
«Sono un amante della cucina tradizionale, e penso che la tradizione tramandata possa costituire un’ottima base per creare un servizio di qualità. Penso che molti ristoranti sbaglino a puntare tutto solo sull’aspetto gastronomico e innovativo. E’ importante sapere creare, ma se la tagliatella la fai male il cliente nel tuo ristorante non ci tornerà più. Continuo a cercare di imparare da autodidatta, frequentando ristoranti di alto livello per carpire qualcosa di utile dal lavoro dei professionisti all’opera, oppure da una particolare scelta nell’arredamento del locale. Però al contempo mantengo un forte legame con la tradizione». (ri.ra.) 

L’intervista completa e la ricetta dei cappelletti al baccalà mantecato sul “sabato sera” del 31 maggio. 

Nelle foto: lo chef Battizocco durante la premiazione e i suoi cappelletti di baccalà con i quali ha vinto il concorso Bartolomeo Scappi (Industrialfoto)

I ricordi dello chef Battizocco: «L’incontro con Cracco e il matrimonio di Pavarotti»

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