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Cronaca 6 Novembre 2019

Baccanale 2019, il Garganello d'Oro consegnato alla chef stellata Rosanna Marziale

E” andato alla chef stellata Rosanna Marziale il “Garganello d’oro per la promozione della cultura del cibo” 2019, consegnato dalla sindaca dimissionaria di Imola Manuela Sangiorgi nell”ambito del Baccanale. «Orgoglio femminile nella cucina italiana, per la sua attività e per aver sviluppato e promosso anche attraverso i media, i temi della cultura del cibo e la conoscenza dei prodotti enogastronomici del nostro Paese» è la motivazione a sostegno della scelta compiuta dall”Amministrazione.

La chef campana gestisce con la madre, la sorella e il fratello il ristorante di famiglia, «Le Colonne», aperto dal padre 60 anni fa vicino alla Reggia di Caserta e nel 2013 ha ottenuto una stella Michelin. Nel ricevere il Garganello d”Oro, Rosanna Marziale si è detta «onorata e felice» per il premio e ha raccontato di avere iniziato a lavorare in cucina fin da piccola, ereditando la passione dal padre. «Sono sempre stata curiosa e vivace, caratteristiche che mi sono rimaste anche oggi, insieme al senso della competizione. Con il mio lavoro cerco di far emergere il mio territorio ed i suoi prodotti. La mia è una cucina contadina, che usa tutti i prodotti del territorio, insegnando anche ai bambini a non sprecare niente, partendo dalle ricette della tradizione per rielaborarle in chiave attuale», ha poi aggiunto. 

Da parte sua, Manuela Sangiorgi ha ricordato che la consegna del Garganello è «uno dei momenti più importanti nella programmazione del Baccanale della città di Imola». «Dal 2003 – ha sottolineato – il riconoscimento è stato attribuito a nomi illustri dello scenario nazionale particolarmente distintisi, all’interno della propria eccellenza settoriale, per la valorizzazione e divulgazione dell’arte gastronomica». Per quanto riguarda la scelta di Rosanna Marziale come premiata del 2019, la sindaca in particolare ha messo in rilievo il fatto di avere «trasformato il suo sogno in una straordinaria carriera nel campo della ristorazione nazionale e internazionale», «la volontà di adoperarsi per comunicare ai più piccoli l’importanza di una corretta alimentazione attraverso il cartone animato “La Cuoca Girovaga”» e l”essere una delle «massime esponenti della generazione di chef donne che stanno rivoluzionando l’alta cucina». 

Nel suo discorso la sindaca, che ha rassegnato le dimissioni lo scorso 29 ottobre e che, salvo ripensamenti, cesserà dalla carica alla mezzanotte del 18 novembre prossimo, ha ricordato che a Rosanna Marziale è dedicata la Barbie Chef prodotta dalla Mattel. Inoltre, la chef casertana è ambasciatrice per il Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop. (r.cr.)

Nella foto: Rosanna Marziale (a sinistra) riceve il Garganello d”Oro dalla sindaca dimissionaria Manuela Sangiorgi

Baccanale 2019, il Garganello d'Oro consegnato alla chef stellata Rosanna Marziale
Cronaca 31 Ottobre 2019

La delegazione imolese dell'Accademia italiana della cucina ha premiato il Pastificio Bettini

«Il segreto della buona pasta fatta a mano? L’amore, tanto amore, e passione. La pasta la devi accarezzare come si accarezza una donna». Parola di Maria Camaggi, che nel 1990 ha aperto, insieme al marito Graziano Bettini, il laboratorio di pasta fresca Pastificio Bettini. A loro, giovedì della settimana scorsa, la delegazione di Imola dell’Accademia italiana della cucina ha consegnato il premio «Massimo Alberini». Istituito nel 2014 ed intitolato al cofondatore dell’Accademia nonché vicepresidente onorario della stessa, tale riconoscimento viene assegnato a quegli esercizi commerciali estranei all’Accademia che da lungo tempo, con qualità costante, offrono al pubblico alimenti di produzione propria, lavorati artigianalmente con ingredienti di qualità eccellente e tecniche rispettose della tradizione del territorio.

E l’occasione della consegna è stata la «cena ecumenica» svoltasi all’agriturismo ristorante Frascineti, in cima alle colline dei Tre Monti, ad Imola. Ogni terzo giovedì del mese di ottobre, infatti, l’Accademia della cucina propone questa iniziativa, che vede tutte le 220 delegazioni italiane e le 80 situate all’estero ritrovarsi per una riunione conviviale dedicata allo stesso argomento. «La “cena ecumenica” rappresenta un’occasione per sviluppare attraverso la convivialità, i valori della cucina italiana, con la valorizzazione degli elementi identitari del cibo, non solo con la sua genuinità ed originalità, ma anche attraverso un menu rappresentativo delle caratteristiche delle cosiddette “tre T” che caratterizzano la cucina italiana: tradizione, territorio e tecniche originali», ha spiegato Antonio Gaddoni, il delegato di Imola dell’Accademia della cucina. E in quest’ultima occasione, il tema scelto era «la pasta fresca, ripiena e gli gnocchi nella cucina della tradizione regionale». Un tema ben posto al centro del menu della serata proposto dall’agriturismo Frascineti, in un trionfo di formati e sapori, dai tortelli di ricotta burro e salvia ai garganelli pancetta e scalogno, dalle tagliatelle al ragù di prosciutto agli strozzapreti al ragù, unitamente al coniglio al forno, altro cavallo di battaglia della cucina del ristorante dell’agriturismo, ai cui titolari, a fine serata, Antonio Gaddoni ha consegnato il gagliardetto dell’Accademia e la vetrofania.

L’occasione giusta, quindi, per consegnare anche il meritato riconoscimento ai fondatori del Pastificio Bettini. Già gestori di un negozio di alimentari, Maria Camaggi ed il marito Grazian oBettini hanno avviato l’attività di produzione di pasta fresca al dettaglio poco meno di trent’anni fa, prima in via  Selice, ed ora invia Cavour, riuscendo nel tempo a crescere e farsi conoscere eapprezzare anche da rinomati ristoranti del territorio, come il San Domenico, ed anche da una società di catering fornitrice dei Gran premi di Formula Uno nel mondo e degli Internazionali dit ennis di Roma. Tanto da ricevere encomi da chef del calibro di Valentino Marcattilii e Massimo Bottura, tanto per fare qualche nome. (r.cr.)

L”articolo è su «sabato sera» del 24 ottobre

La delegazione imolese dell'Accademia italiana  della cucina ha premiato il Pastificio Bettini
Cronaca 22 Settembre 2019

Cene stellate per lo chef del San Domenico Max Mascia al Gp di F1 di Singapore

C”è anche lo chef stellato Max Mascia del San Domenico al Gran Premio di F1 di Singapore che scatterà, alle ore 14.10 (orario italiano), con la Ferrari di Leclerc in pole position. Mascia rimarrà fino a domani, lunedì 23, e in questi giorni ha preparato cene per tanti personaggi famosi che, da ogni parte del mondo, sono arrivati in questo angolo di Oriente per vedere da vicino i bolidi a quattro ruote sfrecciare in uno dei circuiti più suggestivi al mondo dove la gara si svolge in notturna.

La brigata del San Domenico cucina nella Lounge principale del circuito assieme al 2 stelle gapponese Takagi Kazuo da Kyoto e al portoghese Tiago Bonito del Ristorante Largo do Paco, una stella Michelin. I tre chef stellati cucinano ogni giorno per 2500/3000 persone, tra sportivi, vip, giornalisti, grandi gourmet e appassionati di sport. «Proponiamo la nostra cucina per un pubblico internazionale – commenta Mascia, cercando di portare Imola, l’Emilia Romagna e l’talia in giro per il mondo.Siamo ambasciatori delle nostre tradizioni e del nostro territorio in una delle piazze più stimolanti e interessanti del mondo».

Impossibile non rivolgere un pensiero all”autodromo di Imola. «Essere parte di un gran premio per un imolese è un’emozione particolare – prosegue -. Il suono dei motori delle Formula 1 sono nel mio sangue e nei miei ricordi di bambino e di ragazzo. Rappresentare Imola durante un gran Premio è sicurante un’emozione particolare. Non c’è bisogno di dire che il tifo sarà per la Rossa e nel mio caso per la rivelazione del mondiale Leclerc. La speranza è quella di riavere in riva al Santerno un evento così importante e prestigioso. L’autodromo è una risorsa per tutta la nostra città e deve vivere il più possibile». (d.b.)

Nella foto: lo chef stellato Max Mascia del San Domenico al Gp di Singapore

Cene stellate per lo chef del San Domenico Max Mascia al Gp di F1 di Singapore
Economia 18 Settembre 2019

Gli imbutini brevettati dall'ozzanese Flavia Valentini conquistano la grande distribuzione

E alla fine gli imbutini sono spuntati sugli scaffali della grande distribuzione. Il formato di pasta inventato e brevettato dall’ozzanese Flavia Valentini ce l’ha fatta. L’avevamo «lasciato» in uno stand gastronomico alla Fiera della Centonara, poi si era timidamente affacciato in un forno di Ozzano, ma da qualche giorno eccolo apparire in confezioni da 250 grammi nel banco frigo del Conad di via Mazzini, sempre in quel di Ozzano. Oltre la tipologia fatta con il normale impasto all’uovo (da galline allevate a terra), c’è anche la versione con l’ortica.

La favola dell’imbutino è partita con Flavia Valentini, 60 anni, di mestiere coordinatrice infermieristica con la passione per la cucina, che un giorno trova uno strano tagliapasta in un mercatino degli oggetti usati. All’improvviso l’idea: una semplice piega ed ecco che viene fuori un imbutino. Nessun ripieno ma un goloso spazio vuoto, che si presta ad ospitare qualsiasi sugo. Due anni fa Flavia viene messa in contatto con Luca Tommasi, progettista e titolare di uno studio tecnico ad Argelato, «Cad Project», che disegna e costruisce macchine automatiche. La sua invenzione culinaria l’entusiasma.

Fatta la macchina occorre un laboratorio che produca il nuovo formato di pasta in quantità. E qui veniamo all’oggi. «Mi sono rivolta alla Cna di Bologna per mettermi in contatto con delle aziende produttrici di pasta– racconta Flavia –. A Minerbio ho trovato il laboratorio L’arte della pasta Srl che ha adottatola nostra macchina inserendola nella propria linea di produzione».

Il modello degli imbutini è depositato presso la Uami, l’agenzia con sede ad Alicante, in Spagna, competente a livello europeo per la registrazione di marchi, disegni e modelli. (ti.fu.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 12 settembre

Nelle foto: Flavia Valentini e un piatto di imbutini

Gli imbutini brevettati dall'ozzanese Flavia Valentini conquistano la grande distribuzione
Cronaca 10 Settembre 2019

Noi emigranti, la storia del castellano Paolo Mazzini ora chef di successo nella città giapponese di Yokohama

L’emigrazione dall’Italia per cercare fortuna altrove è un tema di grande attualità, ieri come oggi. Le storie moderne, ovviamente, differiscono da quelle di inizio Novecento, ma ad accomunarle vi è la spinta verso un cambiamento in meglio, ovunque sia. L’essere umano, del resto, è da sempre un animale che migra in cerca di condizioni di vita migliori.

Partito nel 1996 da Castel San Pietro Terme alla volta di Perth, la capitale dell’Australia occidentale, per imparare l’inglese, l’allora venticinquenne Paolo Mazzini non ha mai fatto ritorno. Grazie alla formazione come cuoco conseguita all’istituto alberghiero di Riolo Terme e alle precedenti esperienze maturate in Italia, per lui trovare lavoro all’estero non è stato difficile perché, come è noto, la cucina italiana è molto apprezzata pressoché ovunque nel mondo. Oggi il castellano vive in Giappone, a Yokohama, dove si è trasferito dopo due anni dalla prima partenza. «In Giappone ci sono ottimi ristoranti italiani – racconta -. Io ho lavorato come chef in diverse cucine, fra cui all’International hotel di Yokohama per otto anni. Poi nel 2012 sono stato coinvolto nella nuova apertura del ristorante Leone Marciano (il leone di San Marco), sempre a Yokohama, e insieme al titolare giapponese mi sono occupato di tutto, dall’arredamento ai menù proposti, che spaziano nella cucina italiana, da nord a sud. Produciamo tutto noi, dalla pasta fresca rigorosamente al matterello al pane, dai grissini alla focaccia, dai dolci al gelato».

Alcuni piatti del menu? Strozzapreti romagnoli alla salsiccia e tagliatelle alla bolognese, bagnacauda e trippa alla romana, secondi di terra e di mare ma anche formaggi. Fra i dolci tiramisù e cassata siciliana. Non manca il caffè espresso, servito per 500 yen, circa 4 euro. Un menù completo costa una sessantina di euro bevande escluse (i vini della carta sono ovviamente italiani). «Il mio sogno nel cassetto è quello di aprire una piccola trattoria come quelle bolognesi di una volta – racconta – dove l’oste si sedeva con gli ospiti per chiacchierare fino a tarda notte. Qui in Giappone la burocrazia è molto più semplice di quella italiana e magari in futuro potrebbe capitare la giusta occasione». Per il momento Mazzini non pensa all’Italia, se non talvolta per le vacanze. «Magari un giorno, quando sarò vecchio – conclude -, potrei anche decidere di tornare». (mi.mo.)

Noi emigranti, la storia del castellano Paolo Mazzini ora chef di successo nella città giapponese di Yokohama
Economia 19 Marzo 2019

I fiori in cucina, usanza contadina che si sta riscoprendo, gusto oltre l’estetica

Nelle nostre cucine sono sempre più presenti i fiori edibili o commestibili, che fanno anche bene alla nostra salute perché ricchi di proteine, vitamine e oli essenziali, insomma, arricchiscono il piatto e non solo dal punto di vista estetico. «Ogni fiore, un odore, un sapore» racconta Katia Fava, titolare del ristorante Fava di Casola Valsenio, uno dei pochi che propone fiori nei menù. «Adesso il mercato la sta riscoprendo ma questa è una usanza contadina – ci ricorda Fava -. Nelle cucine povere si riempiva il piatto dei fiori di cardo, di carciofo e di zucchina. Nelle pietanze della cucina ricca il fiore abbelliva». I fiori, dunque, come ingredienti chiave di una cucina che punta al contatto più stretto con la natura come fonte di benessere e che risponde anche alla crescente domanda vegetariana e vegana.   

Proprio a Casola Valsenio, nel maggio dello scorso anno, si è svolta la 18ª edizione di “Erbe in fiore”, la manifestazione dedicata alla cultura verde e nei ristoranti molti menù proponevano piatti a base di fiori ed erbe eduli primaverili. E quest’anno si replica ma con un appuntamento ulteriore il 4 maggio, grazie all’iniziativa “Io pascolo ovunque”, un progetto nato nel 2018 dalla collaborazione tra il Giardino officinale e l’alberghiero Artusi di Riolo Terme. «Chi vorrà – anticipa Sabrina Ancarani, docente della scuola che prepara i futuri attori di cucine e sale di ristoranti – potrà passeggiare nel Giardino di Casola, scegliere una pianta, raccoglierla e portarla in cucina per scoprirne la provenienza, virtù e ricette». 

Uno tra i più importanti enti italiani di ricerca sull’agroalimentare, il Crea di Sanremo, sta conducendo un progetto per studiare specie floricole da destinare all’utilizzo sui fornelli. L’immissione in commercio di un nuovo fiore edibile, infatti, non è così semplice e passa attraverso diversi step. Entro il 2020 il Crea conta di poter aver concluso l’iter di riconoscimento per altri quaranta fiori edibili quindi l’offerta diventerà maggiormente varia e diversificata.  

Ma le ricerche vorrebbero regalarci molto di più. Alcuni fiori potrebbero avere anche un’attività anti-diabetica ed essere utilizzati in campo sanitario, oltre che nutrizionale. (al.gi.) 

Altri particolari nell’articolo su “sabato sera” del 7 marzo.

Nella foto: alcuni piatti a base di fiori proposti dal ristorante «Fava»

I fiori in cucina, usanza contadina che si sta riscoprendo, gusto oltre l’estetica
Cultura e Spettacoli 19 Ottobre 2018

Maria Pia Timo a Medicina tra storie di donne di ieri e di oggi e ricette in cucina

Storie di donne e di cucina, storie di luoghi e di ricordi. Storie che diventano universali e attraversano il tempo e le generazioni. Maria Pia Timo porta in scena alla Sala del Suffragio di Medicina sabato 20 ottobre alle 21.15 Doppio brodo. Manuale di una donna imperfetta con cui si apre la rassegna di prosa curata da Eclissidilana. L”attrice faentina, a cui sabato sera è molto legato poiché ha lavorato a lungo nella cooperativa Bacchilega che edita il settimanale, insieme al coautore Roberto Pozzi ha creato uno spettacolo in cui si ride molto e ci si commuove molto, guidati dai sapori di una cucina che è anche cuore delle donne. E, in scena, c”è spazio anche per un tagliere, un matterello e tanta farina…

«È uno spettacolo che amo molto, sono contenta di proporlo spesso in giro, perché sta andando molto bene», afferma l”attrice faentina.

Racconti storie di vita romagnola, interpretando la tipica arzdora, ma in realtà si tratta di ricordi condivisi anche oltre regione.

«Parto da una matrice regionale per assolutizzarla. I racconti delle mamme o delle nonne che porto in scena sono storie raccontatemi da donne romagnole ma comuni a mamme o nonne di altre parti d”Italia: possono cambiare i particolari, invece della piadina avere lo gnocco fritto tanto per dire o invece di raccogliere erbe spontanee in montagna cercare le vongole al mare, ma il sentimento è uguale».

Lo spettacolo parte proprio da vita vissuta, dai racconti di alcune signore che hai conosciuto e intervistato per la tua trasmissione tv La Vespa Teresa e il libro omonimo.

«Sì, c”era tantissimo materiale che non avevamo usato e che si sarebbe disperso e mi piangeva il cuore, perché erano storie coinvolgenti, emozionanti, commoventi, di guerra e difficoltà, di fatica e di unione,per cui io e Roberto Pozzi abbiamo pensato di costruirvi attorno uno spettacolo teatrale che si muovesse in cucina e tra le ricette e che unisse anche dei pezzi contemporanei che parlano dell’oggi, mostrando le differenze tra cosa vuol dire occuparsi della casa e della famiglia oggi o allora con quelle storie. Lo spettacolo diventa così  anche divertente e buffo, fa molto ridere oltre che emozionare».

Si emozionano sia le persone che hanno l”età delle signore di cui parli che le loro nipoti.

«Sì, chi ha vissuto quelle cose in una realtà che poi è solo l”altro ieri ci si riconosce molto. Ma anche i nipoti che risentono i racconti delle nonne o scoprono un modo di vivere diversissimo, lontano eppure che è ancora qui, si sente perché ha impregnato la loro storia. I nipoti sono interessati, mi hanno fermato spesso commossi. Poi, come dicevo, lo spettacolo è divertente ma i racconti danno una matrice malinconica e in alcuni punti in cui si parla della guerra e dei suoi drammi drammatica ho sentito soffiare dei nasi in sala…». (s.f.)

Sabato 20 ottobre, ore 21.15, sala del Suffragio, via Libertà 60. Biglietto 8 euro, ridotto 6. Info e prenotazioni: 333/9434148.

L”articolo completo è sul «sabato sera» in edicola da giovedì 18 ottobre

Nella foto Maria Pia Timo

Maria Pia Timo a Medicina tra storie di donne di ieri e di oggi e ricette in cucina
Cronaca 14 Settembre 2018

La Festa de l'Unità si fa in quattro: si parte il 14 settembre a Sesto Imolese, poi Orti, Fabbrica e Zolino

Dalla grande Festa nazionale sul lungofiume ad una formula su quattro fine settimana in altrettanti centri sociali. C’è una bella differenza rispetto ad un anno fa, per non parlare del passato più o meno recente, per il tradizionale appuntamento organizzato dalla Federazione del Pd imolese.

E’ indubbio che la batosta delle elezioni, politiche prima e amministrative poi, ha lasciato il segno. «Sicuramente è una festa più modesta per la quale abbiamo considerato anche il tema della sostenibilità economica» ammette il reggente del Partito democratico imolese Roberto Visani. Ma la scelta rappresenta anche un segnale politico ben preciso: «Abbiamo voluto una festa più vicina alle persone mettendo in primo piano i temi da cui vogliamo ripartire, che crediamo centrali sia per l’agenda politica nazionale che locale, e sono legalità, salute, lavoro e territorio. Lo slogan è “il Pd si fa in quattro” non solo per indicare come è strutturata la festa ma per dare la suggestione del fatto che il Partito democratico intende rimettersi in movimento perchè il 2019 è alle porte e si voterà in otto comuni su dieci del nostro circondario, è necessario avere consapevolezza di questa prospettiva per la tenuta del nostro sistema territoriale. Ripartiamo dopo la sconfitta di Imola, siamo in una situazione inedita, cioè all’opposizione (Visani è consigliere comunale eletto nella lista Pd), e dobbiamo ritornare in sintonia su bisogni e attese dei cittadini che ci hanno lanciato un segnale forte…».

In effetti se le dimensioni non sono quelle del passato (in sostanza solo la cucina del ristorante Chiocciola e i vari volontari, spettacoli o stand dei giovani si sposteranno nei vari centri sociali), i nomi attesi per gli incontri politici sono decisamente interessanti e di tutto rispetto: venerdì 14 settembre è attesa a Sesto Imolese l’avvocato dell’ufficio legale di Libera Vincenza Rando, la settimana dopo, sabato 22 settembre, agli Orti di via Belpoggio (guarda caso proprio dietro l’ospedale…) la sanità sarà al centro della scena con Giuliano Barigazzi il presidente della Conferenza sociosanitaria metropolitana che proprio in queste settimane sta presentando le ipotesi di riorganizzazione e integrazione per il futuro della sanità bolognese, mentre domenica 23 ci sarà l’assessore regionale alla Sanità Sergio Venturi per parlare di vaccinazioni e delle scelte fatte dall’Emilia Romagna, il 28 settembre a Fabbrica toccherà all’incontro con l’europarlamentare Paolo De Castro per parlare di agricoltura e il giorno dopo una riflessione su donne e lavoro, parità salariale e armonizzazione dei tempi di cura e lavoro con la senatrice Teresa Bellanova, infine lunedì 15 ottobre a Zolino arriverà l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti. (l.a.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 13 settembre

Nella foto: l”avvocato di Libera, Vincenza Rando, ospite a Sesto venerdì 14 settembre e l”ex ministro Marco Minniti, che chiuderà il 15 ottobre a Zolino

La Festa de l'Unità si fa in quattro: si parte il 14 settembre a Sesto Imolese, poi Orti, Fabbrica e Zolino
Cultura e Spettacoli 29 Agosto 2018

Kitchen Notes, le ricette in inglese di tre ragazze italiane all'estero saranno pubblicate grazie al crowdfunding

Dal blog al libro di ricette grazie a determinazione, estro e voglia di mettersi in gioco. Nasce appunto un po’ per gioco il progetto di tre «buone forchette», così si definiscono, il libro-quaderno di ricette italiane scritte in inglese Kitchen Notes, l’impresa culinaria-letteraria di Silvia Sassi, Monica Campagnoli e Anna Chiara Alberti, già autrici del food blog Tortellini&co con ricette dal Belpaese scritte in italiano ed inglese. Le prime due imolesi, la terza originaria di Padova, sono tre amiche che hanno in comune la passione per la buona cucina e il fatto di essersi laureate a Bologna. Poi le strade della vita le hanno portate a vivere in Paesi diversi, Silvia a Londra dove è avvocato, Monica a Bologna dove è giornalista e libero ricercatore per Unibo, Anna a Detroit. Ma la voglia di rimanere in contatto, soprattutto per la cucina italiana che non solo riempie i cuori ed i palati di tutte e tre ma è anche tanto famosa nel mondo, le ha portate ad occuparsi insieme di un blog in lingua di autentica cucina tricolore, dove si trovano tanto i piatti tradizionali quanto proposte da loro reinventate. «La tavola unisce ed accorcia le distanze – raccontano –. E poi all’estero se sei italiano c’è sempre qualcuno che ti chiede un piatto o una ricetta, perché amano la nostra cucina». È da questa «necessità» che sono nati prima il blog e poi il libro, Kitchen Notes, «appunti di cucina», un quaderno, appunto, delle loro ricette, da quelle dei piatti tradizionali della cucina regionale italiana, soprattutto emiliano-romagnola e veneta, alle preparazioni nazional-popolari che tutti amano, dalle Alpi alla Sicilia, alle ricette smart sviluppate sul blog. Il libro non è un semplice elenco di ricette ma piuttosto un ventaglio di possibilità di cose da fare e condividere grazie ad un indice basato, in un certo senso, sulle loro stesse vite, cui sono abbinate ricette italiane ed in stile italiano segreti di cucina, ma anche disegni. Quaranta illustrazioni originali, infatti, arricchiscono le sessanta ricette proposte, «un libro illustrato da colorare per i piccoli cuochi che pasticciano in cucina con i genitori o i parenti e per gli amanti dei colouring book», i libri da colorare che vanno tanto di moda oggi, spiegano. Le immagini sono realizzate dalle illustratrici Elisa Martinelli, Alessandra Meli, Giorgia Roncati e Lida Ziruffo.

Il passaggio dal progetto al libro vero e proprio è merito certamente del buon lavoro proposto ma anche della piattaforma indipendente per il crowdfunding Kickstarter, dove le tre hanno raccontato il progetto che ha, in effetti, raggiunto l’obiettivo economico delle ventiseimila sterline utili per la realizzazione. Così il ricettario autenticamente italiano scritto in inglese vedrà la luce il prossimo autunno, stampato dalla cooperativa imolese Giovani Rilegatori. «Siamo soddisfatte del successo del progetto e le richieste continuano ad arrivare. Stiamo già pensando di stampare una seconda edizione del libro cercando un editore o degli sponsor – aggiungono – e magari anche una versione in italiano», proprio come il blog da cui tutto è nato. Raggiunto il risultato della campagna di raccolta fondi su Kickstarter, dunque, il progetto è diventato reale. Complessivamente il libro sarà stampato in oltre 500 copie da spedire ai circa 400 lettori che hanno preordinato il lavoro, tra cui 286 proprio grazie alla campagna online ed altri via mail. Il libro con le ricette sarà spedito in numerosi Paesi: oltre all’Italia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti anche, fra gli altri, in Australia, Giappone, Canada, Nuova Zelanda, Messico, Singapore e perfino nella remota Repubblica Centro Africana. Alcuni utenti di Kickstarter hanno abbracciato la raccolta fondi con la donazione più alta che includeva, oltre al libro, un corso di cucina italiana. «Non so come e quando richiederanno il riscatto del buono che si sono aggiudicati – raccontano le tre – ma certamente troveremo la maniera per pagare quanto acquistato e portare la cucina italiana e i nostri piatti ovunque nel mondo ci sarà richiesto».

Il ricettario proposto in Kitchen Notes è davvero ricco, con capitoli suddivisi per occasioni più che per pasti veri e propri. Per colazione, ad esempio, le cuoche propongono la ciambella della nonna, la pizza rossa ma anche l’immancabile ed italianissimo pane e olio. Per l’ora del brunch, colazione ricca di metà mattina che si fa fra il breakfast (colazione) e il lunch (pranzo, appunto) o più spesso al posto dei due, figurano la polenta grigliata con formaggio morbido e la piadina prosciutto mozzarella e rucola, ma anche la golosa e curiosa torta di tagliatelle, tipica emiliana. Il capitolo La cucina della nonna indica come fare gli gnocchi di patate, i passatelli, le tagliatelle e le lasagne, con procedura e ricette. Per un’occasione «raffinata ed economica» le italiane tirano fuori dal cappello dello chef la focaccia all’olio e la rivisitata tartarre di speck, ma non mancano, fra i dolci, castagnaccio e zabaglione. Per un picnic all’aperto le proposte includono l’insalata di riso con prosciutto e melone, l’insalata di pasta, la panzanella, piatto toscano nazional-popolare, e la torta di riso bolognese. All’ora del te via di tramezzini, i sandwich italiani, torta tenerina e zuccherini. Immancabile l’aperitivo, occasione che traducono in inglese tale quale, con crostini al lardo e miele, friggione, pinzimonio e mousse di mortadella. L’ultimo capitolo è riservato alle ricette delle festività italiane: qui si trovano, tra gli altri, i tortellini in brodo, la lonza di maiale arrosto con patate al forno, il sempreterno tiramisù e il latte alla portoghese. (mi.mo.)

Nelle foto le tre autrici del libro e la copertina di Kitchen Notes

Kitchen Notes, le ricette in inglese di tre ragazze italiane all'estero saranno pubblicate grazie al crowdfunding
Cultura e Spettacoli 24 Agosto 2018

Max Mascia, chef del ristorante San Domenico di Imola, tra ricordi, idee e nuovi progetti

Durante la chiacchierata utilizza sempre il termine cuoco e mai chef che invece potrebbe utilizzare a ragion veduta in quanto, secondo il significato comune, quest”ultimo comprende anche una più ampia responsabilità di gestione, elaborazione e organizzazione: l”uso del termine cuoco, però, è a livello emotivo molto più bello, ha il sapore di casa e delle cose belle di una volta, della semplicità e della concretezza, della concentrazione e del calore, di quell”attenzione tutta «familiare» che ti fa pensare alle nonne e a quei piatti che da adulto evochi in un istante come piccolo eden del sapore. Ed è significativo, quindi, della filosofia di Massimiliano Mascia, cuoco (chef) del ristorante San Domenico di Imola: semplicità, tradizione, cura, attenzione alle piccole cose così come a quelle grandi, legami. Proprio i legami sono una parte importante della storia del trentacinquenne imolese così come del ristorante stellato: legami con la tradizione (il San Domenico venne fondato da Gianluigi Morini nel 1970 avendo in mente l”attenzione alla cura e all”idea della «cucina di casa»), legami di famiglia (Max è il nipote di Valentino Marcattilii, executive chef del San Domenico, da anni anima della cucina di via Sacchi a Imola, e di Natale Marcattilii, maitre che dirige la sala e «coccola» i clienti), legami con il territorio (a Imola il San Domenico è considerato «un”istituzione»), legami con la terra (i prodotti del luogo sono la base di quella che è una cucina fondata sulle materie prime), legami con il futuro (l”innovazione e l”attenzione al nuovo sono fondamentali nella gestione del ristorante).

Ma come nasce un cuoco da due stelle Michelin? «Ho avuto la passione per questo mestiere sin da bambino – racconta Mascia -. Mia mamma è la sorella di Valentino e Natale, per cui sono cresciuto respirando l”aria del San Domenico. Ricordo che a fine anni Ottanta, quando si aprì il San Domenico a New York, Valentino tornava a casa con oggetti-ricordo tipici americani, come una bellissima palla da baseball, che mi avevano fatto venire il mito dell”America! Trent”anni fa fare il cuoco non era così in vista come oggi, ma io avevo già la passione: basta pensare che nella recita del presepe di prima elementare mi ero vestito da cuoco! Poi ho sviluppato quello che era un gioco e un sogno con lo studio e con il lavoro».

Tanto impegno e… tanti chilometri. «Dal ”97, quando avevo 14 anni, ho frequentato la scuola alberghiera a Castel San Pietro, e contemporaneamente andavo al San Domenico nei weekend e nelle vacanze, fino a quando mi sono diplomato nel 2002. Poi ho cominciato a lavorare nel ristorante e nel 2003-2009 sono “andato in giro”. Nel 2003 ho lavorato a New York in un ristorante italiano con una stella Michelin, l”Osteria Fiamma. È stato un lavoro impegnativo, con 250 persone a cena ogni sera. Ho imparato il ritmo, l”organizzazione, l”autonomia. Lì sono nate le mie prime idee, soprattutto per eventi e iniziative, formule che poi abbiamo inserito anche noi prendendovi spunto. Nel 2004 sono stato in Sicilia al Ristorante Mulinazzo, un ristorante di grande tradizione con due stelle Michelin: venivano utilizzate grandi materie prime, di cui la Sicilia è ricchissima, dalla verdura al pesce alla frutta, ma anche alle carni grazie alla tradizione dell”entroterra… Nel 2005 ero a Viareggio al Ristorante Romano, un ristorante di famiglia, con più di 50 anni di storia, un stella, tra i tre o quattro migliori ristoranti di pesce d”Italia. Una cucina semplice con assoluta attenzione alla materia prima, un posto piccolo che mi è servito per capire come funzionava, avendo dimensioni simili al nostro. Nel 2006 ho lavorato da Vissani, grande cucina a due stelle, ed erano gli anni in cui era all”apice. Nel 2007 sono stato in Francia, alla Bastide Saint Antoine (2 stelle), nelle colline che sovrastano Cannes, in Costa Azzurra dove sono fondamentali le erbe, i frutti… per fare questo mestiere bisogna immergersi prima o poi nella loro cultura della ristorazione e soprattutto del servizio. Il servizio, del resto, è ciò che fa la differenza perché le persone vogliono sentirsi coccolate, e su dieci tavoli non ce n”è uno uguale all”altro, perciò il cliente va conosciuto e capito immediatamente, al volo. Infine, nel 2009 ho lavorato a Parigi da Alain Ducasse al Plaza Athenée (3 stelle) , che è come andare a giocare nel Real Madrid. Per il tipo di cucina nostra è il miglior ristorante del mondo: classica con mano francese… a cui poi si fanno le dovute modifiche…».

Quindi il ritorno a casa, sempre «in serie A». «Nel 2010 sono tornato al San Domenico e piano piano sono cresciuto. Mi piace molto stare in cucina, ma amo anche la parte imprenditoriale: dobbiamo lavorare bene sia dal punto di vista culinario che da quello gestionale. Poi i ristoranti vendono anche immagine, e questo significa girare, fare esperienze, aprirsi alle idee, alle novità, sperimentare. Quest”anno, ad esempio, a luglio e agosto al Forte Village resort in Sardegna abbiamo la Terrazza San Domenico: dato che ci sono ospiti che arrivano da tutto il mondo, è un modo importante di far conoscere all”estero la nostra cucina (piadina, tortellini, uovo in raviolo…). La seguiamo direttamente io e Valentino alternandoci, e in cucina ci sono cinque ragazzi che vengono da qui, dalla “sede” imolese».

L”intervista completa a Max Mascia è sul «sabato sera» in edicola da giovedì 23 agosto

Nella foto Massimiliano Mascia

Max Mascia, chef del ristorante San Domenico di Imola, tra ricordi, idee e nuovi progetti

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