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Cultura e Spettacoli 23 Novembre 2019

La storia degli spaghetti al pomodoro e il mito delle origini nel libro che Massimo Montanari presenta al Baccanale

Pochi piatti della cucina italiana possono vantare la valenza identitaria degli spaghetti al pomodoro. Non a caso ad essi vengono spesso associate parole come tradizione, origini e, appunto, identità. Ma non sempre a proposito. O meglio: non sempre con la piena consapevolezza del significato da dare alle parole. Nel suo libro «Il mito delle origini. Breve storia degli spaghetti al pomodoro» (ed.Laterza), che sarà presentato nel corso del Baccanale oggi, sabato 23 novembre alle 17.30 nella sala della biblioteca comunale di Imola, Massimo Montanari, professore ordinario presso il Dipartimento di storia, culture e civiltà dell’Università di Bologna e tra i massimie sperti di storia dell’alimentazione, dedica il primo capitolo proprio alla questione dell’uso dei termini. Un primo capitolo dal titolo «Parole. Maneggiare con cura» in cui l’autore mette in chiaro cosa si intende per origini.

«Spesso si tende a equivocare– sottolinea Montanari – perché si dà al termine “origini” il significato di “spiegazione” e non solo di “inizio”, per cui le origini diventano non solo l’inizio, ma ciò che spiega le cose. Da qui nasce la retorica sul tema dell’origine che garantisce, che deve essere controllata e protetta, che dà a questo termine un significato che lo storico non riconosce. C’è un avvio, c’è un’origine, ma poi ci sono eventi, incontri, atteggiamenti che danno il via a processi e producono cambiamenti. Lo storico è interessato a questo».

Intendere le origini in questo modo pare una sorta di rifugio dai cambiamenti.
«Ma allo storico interessa più lo sviluppo che l’origine. Il senso della storia è come si sono evolute le cose e perché. Le vicende che ho raccontato nel mio libro servono a mostrare che senza cambiamenti, senza eventi, senza storia non succederebbe nulla. Parto dalle osservazioni di Marc Bloch, il maggiore storico del Novecento, che polemizza sull’idolo delle origini (lo chiama proprio così: idolo) usando l’esempio della ghianda che ha bisogno di incontrare un suolo adatto, e poi acqua, e poi nutrimenti per crescere e diventare una quercia. Ecco, la metafora della pianta va usata fino in fondo: nessun seme diventa un albero senza condizioni favorevoli. La storia insegna: sono gli incontri tra esperienze diverse che danno sapore alle vicende della vita».

Veniamo alla storia degli spaghetti al pomodoro: leggendo il libro si resta sorpresi dai processi che hanno portato nei secoli alla nascita di questo piatto. Innanzitutto, lei sfata un mito: la pasta non è stata fatta conoscere in Italia da Marco Polo di ritorno dalla Cina.
«È una leggenda, anzi una falsa notizia, perché la pasta era già conosciuta in Italia al tempo di Marco Polo. La prima area di diffusione è la Sicilia, dove si erano incrociate e incontrate varie tradizioni: quella greco-romana, che conosceva la pasta come uno dei tanti modi per usare la farina di grano con l’acqua, ma non come genere alimentare, poi quella proveniente dalla Persia e quella araba. Il nostro modo di usare la pasta risale al Medioevo e all’uso della pasta che si faceva nella cucina araba. Ed è solo nel Medioevo che la pasta diventa una vera categoria, un genere a sé stante». (mi.ta.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 21 novembre

Nelle foto: la copertina del libro, Massimo Montanari e un piatto di spaghetti al pomodoro, simbolo della gastronomia italiana

La storia degli spaghetti al pomodoro e il mito delle origini nel libro che Massimo Montanari presenta al Baccanale
Cronaca 2 Novembre 2019

Leonardo protagonista del Baccanale con tre visite guidate e degustazioni curate da If Imola Faenza e ufficio Iat

Leonardo protagonista anche al Baccanale. «Imola ai tempi di Leonardo – Visitare una città e gustare il territorio» è infatti il titolo di un”iniziativa che If Imola Faenza Tourism Company e l’Ufficio Iat del Comune di Imola propongono per le prime tre domeniche della rassegna enogastronomica imolese: il 3, il 10 e il 17 novembre.  Si tratta di tre visite guidate, seguite da altrettante degustazioni di piatti storici della tradizione imolese, che saranno altrettante occasioni per immergersi nelle atmosfere della città rinascimentale, a cavallo tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, seguendo tre diversi itinerari.

Domenica 3 novembre (ritrovo alle 10 alla Biblioteca Comunale), l”appuntamento è con «Pensa passare a Imola nel 1502 – Libri e documenti in biblioteca e in archivio», con degustazione finale a base di cappelletti. Il 10 novembre (ritrovo sempre alle 10 ma alla Rocca Sforzesca, in piazzale Giovanni dalle Bande Nere) , al centro dell’attenzione sarà l’«Architettura civile e militare nella città rinascimentale», seguito da degustazione di garganelli con prosciutto e scalogno. Infine, il 17 novembre, a palazzo Sersanti, in piazza Matteotti 8 (sempre alle 10) sarà la volta di «Dalla città medievale alla città rinascimentale: la Platea Magna e il Palazzo Riario poi Sersanti», con inizio sempre alle 10. In questo caso la degustazione avrà come protagonista la vera torta di Imola.

La durata di ogni visita è un’ora e mezza, saranno condotte da una guida turistica abilitata e si concluderanno nei locali dello Iat di Imola (Galleria del Centro Cittadino) con la degustazione, con abbinamento di vino a cura dei sommelier dell’associazione Voluptates. Ogni visita costa 10 euro (prenotazione obbligatoria, massimo 30 persone). Per informazioni e prenotazioni: Ufficio Iat, Tel. 0542 602207. (r.cr.)

Leonardo protagonista del Baccanale con tre visite guidate e degustazioni curate da If Imola Faenza e ufficio Iat
Cultura e Spettacoli 2 Novembre 2019

Tutto apparecchiato per l'edizione 2019 del Baccanale

Riscoprire la tradizione culinaria attraverso arte e letteratura, incontri e degustazioni, spettacoli e menù a tema, visite guidate e scuole di cucina. È dedicato al «gusto dei ricordi», come suggerisce il titolo della manifestazione, il Baccanale 2019, al via domani, domenica 3 novembre, a Imola con la cerimonia di apertura al teatro comunale Ebe Stignani alle 17.30 che prevede, oltre al saluto delle autorità, un intervento dello storico dell’alimentazione Massimo Montanari e una lettura proustiana eseguita dall’attore Leo Gullotta. Complessivamente, quest’anno il Baccanale conta centosei appuntamenti, fino al 24 novembre, per grandi e piccoli, cui si aggiungono trentanove ristoranti con menù dedicati e quattro scuole di cucina per mettersi in gioco in prima persona.

Info sul sito del Baccanale. (mi.mo.)

Articolo completo e tutti gli appuntamenti su «sabato sera» del 31 ottobre.

Tutto apparecchiato per l'edizione 2019 del Baccanale
Cronaca 31 Ottobre 2019

La delegazione imolese dell'Accademia italiana della cucina ha premiato il Pastificio Bettini

«Il segreto della buona pasta fatta a mano? L’amore, tanto amore, e passione. La pasta la devi accarezzare come si accarezza una donna». Parola di Maria Camaggi, che nel 1990 ha aperto, insieme al marito Graziano Bettini, il laboratorio di pasta fresca Pastificio Bettini. A loro, giovedì della settimana scorsa, la delegazione di Imola dell’Accademia italiana della cucina ha consegnato il premio «Massimo Alberini». Istituito nel 2014 ed intitolato al cofondatore dell’Accademia nonché vicepresidente onorario della stessa, tale riconoscimento viene assegnato a quegli esercizi commerciali estranei all’Accademia che da lungo tempo, con qualità costante, offrono al pubblico alimenti di produzione propria, lavorati artigianalmente con ingredienti di qualità eccellente e tecniche rispettose della tradizione del territorio.

E l’occasione della consegna è stata la «cena ecumenica» svoltasi all’agriturismo ristorante Frascineti, in cima alle colline dei Tre Monti, ad Imola. Ogni terzo giovedì del mese di ottobre, infatti, l’Accademia della cucina propone questa iniziativa, che vede tutte le 220 delegazioni italiane e le 80 situate all’estero ritrovarsi per una riunione conviviale dedicata allo stesso argomento. «La “cena ecumenica” rappresenta un’occasione per sviluppare attraverso la convivialità, i valori della cucina italiana, con la valorizzazione degli elementi identitari del cibo, non solo con la sua genuinità ed originalità, ma anche attraverso un menu rappresentativo delle caratteristiche delle cosiddette “tre T” che caratterizzano la cucina italiana: tradizione, territorio e tecniche originali», ha spiegato Antonio Gaddoni, il delegato di Imola dell’Accademia della cucina. E in quest’ultima occasione, il tema scelto era «la pasta fresca, ripiena e gli gnocchi nella cucina della tradizione regionale». Un tema ben posto al centro del menu della serata proposto dall’agriturismo Frascineti, in un trionfo di formati e sapori, dai tortelli di ricotta burro e salvia ai garganelli pancetta e scalogno, dalle tagliatelle al ragù di prosciutto agli strozzapreti al ragù, unitamente al coniglio al forno, altro cavallo di battaglia della cucina del ristorante dell’agriturismo, ai cui titolari, a fine serata, Antonio Gaddoni ha consegnato il gagliardetto dell’Accademia e la vetrofania.

L’occasione giusta, quindi, per consegnare anche il meritato riconoscimento ai fondatori del Pastificio Bettini. Già gestori di un negozio di alimentari, Maria Camaggi ed il marito Grazian oBettini hanno avviato l’attività di produzione di pasta fresca al dettaglio poco meno di trent’anni fa, prima in via  Selice, ed ora invia Cavour, riuscendo nel tempo a crescere e farsi conoscere eapprezzare anche da rinomati ristoranti del territorio, come il San Domenico, ed anche da una società di catering fornitrice dei Gran premi di Formula Uno nel mondo e degli Internazionali dit ennis di Roma. Tanto da ricevere encomi da chef del calibro di Valentino Marcattilii e Massimo Bottura, tanto per fare qualche nome. (r.cr.)

L”articolo è su «sabato sera» del 24 ottobre

La delegazione imolese dell'Accademia italiana  della cucina ha premiato il Pastificio Bettini
Economia 18 Settembre 2019

Gli imbutini brevettati dall'ozzanese Flavia Valentini conquistano la grande distribuzione

E alla fine gli imbutini sono spuntati sugli scaffali della grande distribuzione. Il formato di pasta inventato e brevettato dall’ozzanese Flavia Valentini ce l’ha fatta. L’avevamo «lasciato» in uno stand gastronomico alla Fiera della Centonara, poi si era timidamente affacciato in un forno di Ozzano, ma da qualche giorno eccolo apparire in confezioni da 250 grammi nel banco frigo del Conad di via Mazzini, sempre in quel di Ozzano. Oltre la tipologia fatta con il normale impasto all’uovo (da galline allevate a terra), c’è anche la versione con l’ortica.

La favola dell’imbutino è partita con Flavia Valentini, 60 anni, di mestiere coordinatrice infermieristica con la passione per la cucina, che un giorno trova uno strano tagliapasta in un mercatino degli oggetti usati. All’improvviso l’idea: una semplice piega ed ecco che viene fuori un imbutino. Nessun ripieno ma un goloso spazio vuoto, che si presta ad ospitare qualsiasi sugo. Due anni fa Flavia viene messa in contatto con Luca Tommasi, progettista e titolare di uno studio tecnico ad Argelato, «Cad Project», che disegna e costruisce macchine automatiche. La sua invenzione culinaria l’entusiasma.

Fatta la macchina occorre un laboratorio che produca il nuovo formato di pasta in quantità. E qui veniamo all’oggi. «Mi sono rivolta alla Cna di Bologna per mettermi in contatto con delle aziende produttrici di pasta– racconta Flavia –. A Minerbio ho trovato il laboratorio L’arte della pasta Srl che ha adottatola nostra macchina inserendola nella propria linea di produzione».

Il modello degli imbutini è depositato presso la Uami, l’agenzia con sede ad Alicante, in Spagna, competente a livello europeo per la registrazione di marchi, disegni e modelli. (ti.fu.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 12 settembre

Nelle foto: Flavia Valentini e un piatto di imbutini

Gli imbutini brevettati dall'ozzanese Flavia Valentini conquistano la grande distribuzione
Cultura e Spettacoli 5 Settembre 2019

Tutto pronto per la «Festa della tagliatella», a Ponticelli un inno alla pasta che piace a grandi e piccoli

«Le tagliatelle di Nonna Pina, un pieno di energia, effetto vitamina, mangiate calde col ragù, ti fanno il pieno per sei giorni ed anche più». Un inno al formato di pasta filante e gustoso è arrivato anche dal Piccolo Coro dell’Antoniano e dallo Zecchino d’oro. Perché le tagliatelle piacciono a tutti, grandi e piccoli. Ne è una prova la «Festa della tagliatella» che ritorna a Ponticelli con la sua ventinovesima edizione il 6, 7, 8, 13, 14 e 15 settembre.

Nello stand gastronomico – che apre alle 19 il venerdì e il sabato, alle 12 e alle 18.30 la domenica – è proposto un menù con tanti primi, secondi quali tagliata o maialino alla griglia… il tutto annaffiato con vini delle cantine “Morini wines”, “Fondo Ca’ Vecja” e “Cenni Andrea e Olindo”.  Uno spazio con i gonfiabili è attrezzato per i bambini, e durante la festa si terranno manifestazioni sportive negli impianti della polisportiva. Tutte le sere, poi, siballa in allegria: venerdì 6 con l’Orchestra Nanni, sabato 7 con Maurizio Guzzinati, domenica 8 con Stefania Ciani, venerdì 13 con l’Orchestra Gavioli, sabato 14 con Elisa e le brillanti note,domenica 15 con l’Orchestra Renzo, Luana e Mauro. (r.c.)

Tutto pronto per la «Festa della tagliatella», a Ponticelli un inno alla pasta che piace a grandi e piccoli
Cultura e Spettacoli 2 Agosto 2019

In piazza a Castel del Rio cena e concerto con l'«iBigBand» e la partecipazione del “Gallo' Claudio Golinelli

Quella dell’«iBigBand» è una storia lunga più di cinquant’anni, che ha visto un’evoluzione costante, che l’ha fatta entrare sempre di più nel cuore del pubblico, «il bruco che diventa una farfalla» come la definisce Pierluigi Bitti Ricci, che dirige la formazione musicale dal 1988, dopo esserci entrato come trombettista nel 1984. L’«iBigBand», formazione che nel corso del tempo ha cambiato nome e pelle diverse volte, si esibirà venerdì 2 agosto alle 21 in piazza della Repubblica a Castel del Rio, in un concerto che vedrà ospite anche «il Gallo» Claudio Golinelli e che prevede la cena a cura del ristorante Il Gallo (informazioni e prenotazioni al 338/5911452).

Nata nel 1967 come Santerno Jazz Band per un’idea del maestro Italo Ghini di Borgo Tossignano, che in origine trasforma la banda che dirige, aggiungendo alcuni strumenti come la batteria, il basso e la chitarra elettrica, più i cantanti. I musicisti erano gli stessi della banda, che all’occasione cambiavano strumento e repertorio. Poi nel 1988 alla guida della formazione subentra Bitti Ricci, forte di un diploma in tromba al Conservatorio e con l’idea di rinnovare il repertorio, con un occhio a brani più moderni e di respiro internazionale, puntando alla presenza di due cantanti fissi, una voce maschile ed una femminile. Nel 1999 la Band perde il pezzo Jazz nel nome e nel 2012 da Santerno si passa ad Imola Big Band, perché ormai la formazione ha perso l’impronta unica della Vallata da dove venivano inizialmente i musicisti.

Unico della formazione originale che vi milita tutt’oggi è il bassista Alberto Tinti, da tutti considerato una delle colonne portanti, curatore di tutta la parte tecnica. Ultimo salto verso il futuro l’ulteriore cambio di nome, che ora è «iBigBand». «Dovessi descrivere l’evoluzione della Big band la definirei un grafico in crescita, con un salto di qualità finale dovuto a tre fattori – spiega Pierluigi BittiRicci –: primo fattore un duo stabile di cantanti, Valentina Monti e Fabiano Naldini, un binomio che si completa meravigliosamente; secondo punto la scelta di un repertorio che utilizza tutti gli strumenti a fiato e la parte ritmica coesi a supportare i cantanti; terzo un service audio visivo professionale, che dà vita ad uno spettacolo completo, perché l’occhio e l’orecchio vogliono la loro parte. Tutti questi elementi hanno portato la formazione ad un livello semiprofessionistico, incontrando il favore del pubblico. Per capire l’evoluzione basta guardare i mezzi con cui ci spostiamo: all’inizio era un pullmino Fiat, ora occorrono due camion pieni…». (fa.vi.)

Un ampio servizio con interviste complete al direttore Pierluigi Bitti Ricci e ai cantanti Fabiano Naldini e Valentina Monti è su «sabato sera» dell”1 agosto in questi giorni in edicola

Nella foto la band con il “Gallo” Claudio Golinelli nel concerto di inizio luglio al Molino Rosso

In piazza a Castel del Rio cena e concerto con l'«iBigBand» e la partecipazione del “Gallo' Claudio Golinelli
Cronaca 1 Gennaio 2019

Lo chef Antonio Scaccio di «Affetti & Sapori» cucina per i Vip su yacht in rotta tra Miami, Caraibi ed Europa

«Da sempre ho desiderato viaggiare, l’ho fatto per puro piacere o lavoro, mi sono spostato e ho abitato in tante città, sono un po’ “nomade” in questo, chissà un giorno riconoscerò il posto dove fermarmi…». La voce arriva da Miami, in Florida, e lui è Antonio Scaccio, che a Imola ha gestito fino a pochi mesi fa il locale «Affetti & Sapori Cucina Naturale», nel quartiere Zolino. Proprio la vetrina chiusa del locale e il cartello nel quale si informa la clientela che lo chef è impegnato a bordo di uno yacht, ha stuzzicato la nostra curiosità e ci ha spinti a cercarlo per saperne di più.

Con molta disponibilità Scaccio, cinquantasettenne, autore di libri di cucina vegetariana e vegana, ha accettato di raccontarci la sua esperienza, attualmente a bordo del mega yacht «Utopia4», un 63 metri che appartiene ai miliardari americani J.R. and Loren Ridinger, proprietari di Market America, un incrocio, come loro lo definiscono, tra Amazon e Qvc, tra i più ricchi negli Stati Uniti.

Per lo chef di origine siciliana non è la prima esperienza di questo genere. Per diversi anni ha lavorato sullo yacht di Dolce e Gabbana ed è stato richiesto su altri yacht nel Mediterraneo, così come negli Stati Uniti e nei Caraibi. «Lavorare su una barca non è scontato, servono conoscenze a 360 gradi, praticità, lungimiranza, velocità, attenzioni – racconta -. Con i vip poi è tutto inaspettato ma io cerco di stare sempre un passo avanti a loro, è importante per godere della stima di chi ti paga e acquisire autorevolezza tra chi lavora con me». L’«Utopia4» si sposta tra i Caraibi, le Bahamas, il Nord America e l’Europa, a seconda delle stagioni. I proprietari, che possiedono anche altre barche, amano organizzare eventi importanti con super vip al seguito, occasioni mondane in cui business e divertimento si fondono. Solo per citare alcuni nomi, Scaccio nei giorni scorsi ha cucinato per Eva Longoria, Serena Williams, Jennifer Lopez, Alicia Keys, Justin Bieber…

«Ogni cosa, dalla qualità del cibo al servizio devono essere assolutamente impeccabili». Uno yacht come quello dei Ridinger ha un equipaggio fisso di tredici persone, dal comandante ai marinai, passando per lo chef e i suoi aiutanti. Quando ci sono gli eventi, altri vengono ingaggiati all’occorrenza perché tutto fili alla perfezione, compresi i fuochi d’artificio. «Io sono tra i più “anziani”. Il nostro lavoro è impegnativo dal punto di vista professionale – prosegue Scaccio -. Ci occupiamo della preparazione del cibo, dell’approvvigionamento, della sistemazione di interni ed esterni dello yacht, lo scopo è di far star bene tutti, dai vari guest allo staff».

Una vita che non offre solo vantag-gi. Scaccio confessa che gli mancano «l’affetto della mia compagna, rimasta a Imola» e le amicizie, ma non sa quando tornerà. Inevitabile parlare anche di «Affetti & Sapori». «Ci ho lasciato il cuore – ammette -. Avevo formato diversi aiutanti pensando di affidare loro il locale affinché proseguissero l’attività, ma li ho “persi” per strada per i motivi più vari. E non me la sono sentita di ripartire da zero con altri. Quello che ho costruito a Imola è unico come concept store biologico certificato. La gestione era difficile perché si trattava di un locale con tante proposte diverse ogni giorno: pesce, vegano, cibi per intolleranti, sushi, sashimi, biscotteria, pizza al taglio e pane con farine antiche o lievitazioni naturali da gourmet, pasticceria, paella, il servizio catering».

Scaccio lascia aperta una porta per un suo futuro ritorno: «Mi scrivono in tanti… Per adesso l’attività è ferma, vedremo se ci saranno investitori disposti a fare qualcosa insieme». (m.t.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 20 dicembre

Nella foto sopra: Antonio Scaccio con l”attore e cantante Jamie Foxx

Nelle altre due foto: Scaccio con il resto dell”equipaggio e un suo piatto

Imola

Lo chef Antonio Scaccio di «Affetti & Sapori» cucina per i Vip su yacht in rotta tra Miami, Caraibi ed Europa
Cultura e Spettacoli 11 Novembre 2018

Le antiche tradizioni del mese di novembre, tra festività religiose, credenze popolari e piatti tipici

Il primo giorno di novembre, Ognissanti, è una grande festività religiosa dedicata a tutti i santi, ma nella tradizione pagana (Romagna, terra celtica) si festeggiava il Capodanno, col ritorno sulla terra dei defunti. I Celti erano un popolo dedito all’agricoltura e alla pastorizia per cui la fine dell’estate, con la fine dei raccolti, diventava anche la fine dell’anno: la fine di una stagione per iniziarne una nuova: l’inizio dell’anno nel calendario contadino.

Quando la Chiesa impose le proprie regole e il proprio calendario liturgico, dedicò il giorno 1 ai Santi e il 2 alla commemorazione dei defunti. E’ rimasta però l’usanza pagana di fare opere di bene in memoria dei defunti e cioè la «fava dei morti». Un tempo si cuocevano fave, ceci, fagioli e lupini da mangiare in famiglia e da offrire ai poveri che quel giorno chiedevano l’elemosina, la carité di mort, e che in cambio dicevano preghiere per i defunti della famiglia.

La mattina del giorno dei morti i bambini dovevano alzarsi presto per andare al cimitero, perché dopo i genitori dovevano lavorare. Partivano da casa che era ancora buio, con tanta voglia di dormire ancora, ma li consolava l’idea che tra le bancarelle dei fiori c’era spesso qualcuno che vendeva castagne, brustulline e lupini. Nelle campagne c’era poi un’usanza molto antica, quella di rifare i letti con lenzuola pulite perché i defunti, così voleva la tradizione, per un giorno sarebbero ritornati sulla terra fra i loro cari, sarebbero ritornati a riposare nei loro letti.

Sarebbero ritornati a visitare le loro case e allora occorreva lasciare anche la tavola apparecchiata e il fuoco acceso, perché potessero mangiare e riscaldarsi. I Celti credevano infatti che alla vigilia di ogni nuovo anno il Signore della Morte, il Principe delle Tenebre, chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti e che tutte le leggi dello spazio e del tempo fossero sospese e quindi fosse permesso al mondo degli spiriti di unirsi al mondo dei viventi. Un’antica usanza di questo periodo dell’anno è dunque quella delle «fave dei morti», che si riallaccia probabilmente alla cultura dei Celti. Ma perché proprio il nome «fava»? Che cosa ha a che fare questa pianta erbacea leguminosa, coi dolci e con quei biscotti che troviamo in questi giorni nelle botteghe dei fornai, nelle bancarelle dei mercati e naturalmente nelle case dove ancora vi è l’usanza di fare i dolci?

La fava è una specie erbacea, originaria dell’Asia occidentale, coltivata per i semi, utilizzati a scopo alimentare e consumati soprattutto freschi, crudi o cotti. E’ una pianta annuale diffusa anche nella pianura Padana, seminata generalmente in marzo e raccolta in estate. Secondo gli antichi, le fave, quelle vere, i semi commestibili di color verdastro, contenevano le anime dei morti, quindi erano cibo di rito nella ricorrenza. Presso i Romani le fave erano sempre presenti nei conviti funebri, cotte nell’acqua con l’osso di prosciutto. La fava si offriva alle Parche, a Plutone e a Proserpina ed era celebre per le cerimonie superstiziose. I fiori della fava erano considerati un segno lugubre e le fave, i semi, soprattutto quelli neri, erano considerati un’offerta funebre. Gli Egizi invece consideravano questo legume cosa immonda, quindi non la mangiavano e nemmeno osavano toccarla. (ve.mo.)

L”articolo completo è su «sabato sera» dell”8 novembre

Le antiche tradizioni del mese di novembre, tra festività religiose, credenze popolari e piatti tipici
Sport 10 Novembre 2018

«Camminar per sagre», l'ultimo appuntamento con «Grani e Melograni» a Oriolo dei Fichi

Domani, domenica 11 novembre, prosegue «Camminar per Sagre», l’iniziativa di «IF Imola Faenza» che unisce trekking e scoperta dei sapori del territorio. L’ultimo dei 4 appuntamenti previsti è in occasione di «Grani e Melograni» a Oriolo dei Fichi, con ritrovo alle ore 8.45 e ritorno previsto per le ore 12.30. Il percorso si snoda sulle colline di Faenza, nella bella cornice della Torre di Oriolo, dove si svolge questa rassegna dedicata alle antiche colture locali: i grani antichi e le varietà del melograno.

I costi di partecipazione sono di 10 euro a persona (solo trekking con guida escursionistica) oppure 25 euro col pranzo compreso. E’ obbligatorio prenotarsi entro la sera precedente l’escursione, contattando Imola Faenza Tourism Company (tel. 0542-25413). Si raccomanda un abbigliamento adatto alla stagione e scarpe da trekking. (Redazione sportiva)

Foto tratta dal sito di «If Imola Faenza»

«Camminar per sagre», l'ultimo appuntamento con «Grani e Melograni» a Oriolo dei Fichi

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