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Cultura e Spettacoli 6 Febbraio 2019

La Badia di Moscheta, storia e leggende di un antico insediamento monastico nella val d'Inferno

Moscheta è una località storica e leggendaria in comune di Firenzuola, nella valle del torrente Veccione, dove il rio per millenni ha scavato la montagna dando origine a quella caratteristica e suggestiva gola chiamata val d’Inferno. Moscheta è raggiungibile scendendo dal Passo del Giogo, sulla strada Flaminia Militare dei romani, che è stata anche la Via Postale Bolognese, oppure da Firenzuola seguendo il torrente Violla.

La storia di Moscheta si identifica con la storia della sua abbazia vallombrosana fondata nel 1034 per ordine di San Giovanni Gualberto che, convertitosi nel 1003, abbandonò Firenze in odio alle grandi simonie che vi si commettevano e salì verso la montagna in cerca di qualche luogo deserto dove poter fondare un nuovo monastero improntato alla più severa disciplina. A quei tempi i monti erano praticamente senza vie, coperti di selve e boschi impenetrabili dove risuonavano le grida selvagge dei lupi e per i fossati strisciavano grosse serpi e i pochi varchi dell’Appennino erano infestati dai banditi che assaltavo i viandanti.

Valicato il passo del Giogo, San Giovanni Gualberto visitò molti romitaggi, fino a giungere a Camaldoli e poi a Vallombrosa, dove rimase per qualche tempo in grande solitudine. Tutta la zona era dominio degli Ubaldini, potente famiglia toscana, e quei luoghi erano residenza estiva del conte Gotizio. Il luogo scelto fu Moscheta, dove forse esisteva già un primitivo romitaggio, un piccolo monastero con pochi monaci, ma San Giovanni Gualberto, trovando che il luogo poteva consentire la presenza di una più grande famiglia, fece pervenire molto denaro e autorizzò le spese per l’ampliamento della prima costruzione.

A questo punto comincia la storia della Badia di Moscheta, ma cominciarono anche i primi guai, perché l’abate Rodolfo dei Galigai, cavaliere fiorentino, giovane di talento a cui furono affidati incarichi importanti, si mise all’opera senza badare a spese per realizzare un’opera enorme. La cosa però non piacque a San Giovanni Gualberto quando ritornò in visita. Non piacque la grandiosità, ma soprattutto non piacque il lusso e lo sfarzo con cui erano stati spesi i soldi dei poveri. Ne fu talmente addolorato che nemmeno volle entrare e, ripartendo sdegnato, si rivolse a quel rio che scorreva sotto quel fabbricato, il fosso Vacchile, e disse: «Se mi vendicherai, o rivolo, dell’ingiuria fattaci da questo abate con cotanto lusso di case, accrescerò le tue acque d’un otre del fiume di Sieve». Questa preghiera, la leggenda dice, fu purtroppo ascoltata e in breve il rio si gonfiò di acqua e pietre a tal punto che distrusse quasi tutta quella grandiosa costruzione.

Come poté verificarsi in realtà tale fenomeno? Mistero. Il monastero comunque dovette essere ricostruito. Alcuni anni dopo accadde che a Moscheta un uomo morente fece testamento a favore dell’abate Rodolfo. Gli eredi si lamentarono e San Giovanni Gualberto, saputo della cosa, si recò a Moscheta e, presa dalle mani dell’abate la carta di quella donazione, la strappò. Poi pregò San Pietro di liberare quei monaci da ogni pensiero dei beni terreni e di ricondurli a quella povertà per cui avevano scelto la loro missione e se ne partì. Ma mentre saliva il monte vide levarsi improvvisamente del fumo dal convento, che bruciò in gran parte e nessuno ne seppe mai le misteriose cause.Vi fu poi la riappacificazione tra il Santo e i suoi monaci, che furono esortati nuovamente alla fedeltà delle loro regole.

Furono stanziati altri soldi e fu rifatto il monastero. Questa terza riedificazione della Badia fu certamente quella che nelle linee generali è arrivata fino ai nostri giorni. La Badia di Moscheta, come tutte le badie Vallombrosane, si era fatta ricchissima, soprattutto in quanto ogni buon uomo, morendo, lasciava molti suoi averi al monastero per la salvezza dell’anima. E’ vero che la carità ricevuta veniva poi elargita ai poveri, che venivano aperti ospizi e ospedali lungo le strade, ma si sa, dove girano molti soldi, può succedere che anche la fede vacilli. Moscheta seguitò ad essere la provvidenza dei poveri, ma i tempi di fede andavano illanguidendo e le ricche badie vennero sempre più sfruttate dai laici; anche Mo-scheta passò in commenda e ciò decretò la sua fine.

Nel 1600 il nome di Moscheta fu estinto nella Congregazione Vallombrosana e il granduca Pietro Leopoldo ne decretò la soppressione nel suo intento di riformare la Chiesa in Toscana. I beni della badia furono messi all’asta e a Moscheta rimase solamente un parroco. Coi soldi ricavati, alla fine del 1700, furono ricostruite due chiese a Firenzuola e Rifredo, furono fondate le Scuole ecclesiastiche di Firenzuola e furono costruiti i due ponti, che rimangono ancora oggi a Camaggiore presso Coniale, sul Santerno e sul Diaterna. (ve.mo.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 31 gennaio

La Badia di Moscheta, storia e leggende di un antico insediamento monastico nella val d'Inferno
Cronaca 5 Febbraio 2019

Dal 10 al 12 febbraio If andrà alla Bit di Milano a promuovere i borghi, il cibo e i grandi eventi del 2019

Parte dalla Bit di Milano, una delle più importanti fiere turistiche italiane, l”attività 2019 di If Imola Faenza. L”appuntamento milanese, in programma dal 10 al 12 febbraio, sarà la prima occasione per la società turistica dei territori di Imola e Faenza per promuovere il territorio e gli eventi in programma nell”anno appena iniziato.

Cinque saranno, a questo proposito, i temi portanti della stagione:

Ricordando Ayrton. Il 1° Maggio saranno 25 anni dalla scomparsa di Ayrton Senna da Silva, che trovò la morte nel tragico incidente alla Curva del Tamburello, durante il Gp di San Marino di Formula 1 che si disputò a Imola, all’autodromo Enzo e Dino Ferrari, il 1° maggio del 1994. Ecco dunque l’Ayrton Day, con l’anteprima dell’assemblea degli ex piloti di F1, che si terrà il 29 e 30 aprile proprio a Imola. E poi mostre, visite guidate, eventi e la santa Messa alla curva del Tamburello, accanto al monumento dedicato al pilota brasiliano. 

A passo lento… gustando l’arte, la natura e il buon cibo. Il 2019 è l’anno del Turismo lento, che If interpreta promuovendo i borghi (Dozza e Brisighella in particolare), i cammini mistici e letterari (il “Cammino di Sant’Antonio” e il “Cammino di Dante”), le proposte per chi va in bici (il ciclobrevetto Romagna4Bike) o a piedi, le città slow come Castel San Pietro Terme e Brisighella, i luoghi termali e così via.

Sulle tracce del Genio di Leonardo. Il 2 maggio 2019 ricorre il 5° Centenario della morte di Leonardo Da Vinci, che nel 1502, al seguito di Cesare Borgia, si fermò in Romagna disegnando la mappa della Città di Imola ed apprezzando l’arte ceramica degli artigiani faentini.

Sempre e comunque… a tutto Gusto! L”enogastronomia resta comunque uno dei temi più importanti per un territorio dove abbondano i prodotti di qualità (la mora romagnola, la cipolla di Medicina, lo scalogno di Riolo Terme, l’olio extravergine di oliva DOP di Brisighella, i marroni di Castel del Rio, i vini), le sagre, i ristoranti. 

L’Arte con la A maiuscola. Il protagonista è il Museo internazionale delle Ceramiche di Faenza (Mic), dove prosegue la mostra “Aztechi, Maya, Inca e le culture dell’antica America”, che si concluderà il 28 aprile, ma dove entro l”anno si svolgeranno altre due mostre di rilievo, una dedicata a Pablo Picasso e l”altra a Miquel Barcelò.

Dopo la Bit, comunque, la stagione fieristica per If proseguirà a Parigi (14-17 marzo, Salon Mondial du Tourisme), una scelta legata al fatto che nel 2018 i turisti francesi hanno superato nella casella degli arrivi quelli tedeschi; poi sarà la volta di Napoli (22-24 marzo, Borsa Mediterranea del Turismo) e di San Paolo del Brasile (Wtm Latin America, 2-4 aprile). (r.cro.)

Nella foto un gruppo durante una visita guidata in autodromo

Dal 10 al 12 febbraio If andrà alla Bit di Milano a promuovere i borghi, il cibo e i grandi eventi del 2019
Cronaca 5 Febbraio 2019

Dai centri diurni agli assegni di cura, i servizi per sostenere le famiglie nell'assistenza di anziani e disabili

Accanto all’assistenza domiciliare ci sono altri strumenti pensati per aiutare le famiglie nell’assistenza di un congiunto anziano, disabile o con problemi di salute: i centri diurni, che offrono attività sociali e assistenziali durante il giorno, con ritorno la sera a casa; gli assegni di cura, cioè contributi economici erogati proprio al fine di aiutare a mantenere anziani e disabili al proprio domicilio; i ricoveri di sollievo, brevi periodi (da 10-15 fino a 30 giorni) pensati per consentire alle famiglie un periodo di pausa nell’attività di assistenza del proprio congiunto. Infine, quando la domiciliarità non è più possibile, ci sono le strutture residenziali, case di riposo per gli anziani e residenze per disabili gravi e gravissimi.

Per attivare questi servizi occorre una valutazione da parte dell’equipe specializzata, ma, per prima cosa, che la persona o la famiglia lo richieda. Sembra banale, ma non sempre chi ha bisogno lo fa o sa esattamente a chi rivolgersi. «La prima “porta di accesso” è il proprio medico di base – spiega Cristina Bortolotti, responsabile infermieristico di Imola e Vallata -, è il medico che conosce le problematiche del paziente o della famiglia ed è anche il primo professionista abilitato ad attivare l’assistenza domiciliare». Poi ci sono gli Sportelli sociali, presenti in tutti i comuni. «A seconda del bisogno si potrà trovare già una prima risposta oppure essere indirizzati verso il servizio più adatto».

«Tre Sportelli sono aperti cinque giorni a settimana e sono a Imola presso il “Silvio Alvisi” (dove c’è la sede Asp), a Castel San Pietro nella Casa della Salute e a Medicina in via Saffi, sempre a Medicina un operatore sociale è presente anche ogni giovedì presso la Casa della salute – informa il direttore dell’Asp, Stefania Dazzani -. Presso la Casa della salute di Borgo Tossignano, invece, lo Sportello è aperto due volte a settimana, il martedì e il giovedì mattina. Negli altri comuni l’operatore è presente una volta a settimana: a Castel Guelfo e Mordano il lunedì mattina, a Dozza il martedì. Ci si può comunque recare in qualsiasi Sportello per fissare un appuntamento».

Discorso a parte meritano le dimissioni protette, ovvero il caso in cui, durante un ricovero ospedaliero, si manifesti la necessità da parte del paziente di essere assistito al ritorno a casa. La segnalazione viene inviata dal reparto al Punto unico di accesso (Pua) del nosocomio di via Montericco e sono gli infermieri e gli assistenti sociali che si attivano mentre la persona è ancora in ospedale, effettuando colloqui con il paziente e i familiari e organizzando i servizi necessari. (mi.ta.)

Nella foto la Casa della Salute di Borgo Tossignano

Dai centri diurni agli assegni di cura, i servizi per sostenere le famiglie nell'assistenza di anziani e disabili
Cronaca 5 Febbraio 2019

L'assistenza domiciliare, l'ospedale “invisibile' che assiste oltre mille persone che hanno bisogno nella loro casa

C’è l’ospedale classico, con i reparti, i letti, i degenti. E c’è un ospedale invisibile ai più, fatto anch’esso di medici, infermieri e operatori socio-sanitari che si recano a casa di anziani, disabili o malati, che grazie a questi servizi possono evitare il ricovero in struttura protetta e rimanere in famiglia oppure nella propria abitazione. Uno strumento che è aumentato di intensità negli anni come numero di prestazioni svolte a domicilio dagli operatori sanitari. E a volte gli assistiti possono avere necessità di prestazioni sia sanitarie che sociali.

Un esempio è quello di Marilena, 72 anni, che convive con un’invalidità al 100 per cento. «Mia madre è caduta due anni fa e si è rotta il bacino, ma per via di una patologia non hanno potuto farle l’intervento per ridurre le fratture, così oggi è in carrozzina», racconta la figlia. Basta poco, a volte una banale caduta cambia per sempre la vita di una persona. Marilena ora ha bisogno dell’aiuto dei servizi domiciliari. «Una volta alla settimana un’operatrice l’aiuta a fare il bagno e periodicamente il personale sanitario viene per il prelievo del Cumadin», prosegue la figlia. Per fortuna, Marilena ha il marito che può occuparsi della preparazione dei pasti e delle varie commissioni. «Altrimenti sappiamo che esiste anche la possibilità di richiedere il pasto a domicilio – dice ancora la figlia -. Siamo soddisfatti del servizio, abbiamo sempre avuto a che fare con persone professionali e molto umane».

Quello della signora Marilena è solo uno dei tanti casi di persone che, grazie ai servizi finanziati attraverso il Fondo regionale per la non autosufficienza, rimpolpato da risorse dei Comuni nel caso del nostro circondario imolese (oltre un milione di euro nel 2018 per tutti i servizi accreditati), possono continuare a vivere in famiglia o nella propria casa.  «Il numero negli ultimi dieci anni si può considerare sostanzialmente stabile, ma sono aumentati di parecchio il grado di gravità e la complessità dei casi, che abbisognano quindi di un numero di visite decisamente maggiore» spiega il direttore del Distretto dell’Ausl di Imola, Alberto Minardi. Un mondo che per noi utenti significa semplicemente assistenza domiciliare ma che ha vari aspetti e servizi da «ritagliare» e attivare a seconda delle persona e del problema. I numeri li dettaglia sempre Minardi: «A dicembre 2018 avevamo 236 pazienti che usufruiscono dell’assistenza domiciliare integrata che prevede visite del medico, dell’infermiere e, a volte, anche dell’operatore sociale – elenca -. I casi di assistenza programmata sono invece 517, con questa modalità abbiamo solo il medico che a scadenze pre-ise viene a domicilio. Infine, ci sono 413 pazienti in carico all’assistenza infermieristica, che non contempla l’intervento del medico se non al bisogno» dettaglia Minardi.

Chi decide quale tipo di assistenza attivare? «Il proprio medico di medicina generale». «Siamo noi l’anello che si interfaccia con tutti, anche perché noi abbiamo pazienti di ogni tipo: anziani, disabili, psichiatrici – precisa Anna Maria Severino, per l’appunto medico di base e animatore della formazione per la medicina generale -. Il lavoro di equipe è molto importante, portiamo avanti i progetti e discutiamo i casi. E’ la bellezza della rete e del lavorare insieme. Noi medici di base siamo un po’ isole, ognuno ha una sua autonomia e un suo modo di lavorare diverso da quello dei colleghi, per questo è importante il fatto di collaborare con altre figure professionali. In questi giorni, ad esempio, ho una paziente in dimissione, abbiamo già fatto riunioni per coordinare l’assistenza ed è un lavoro che continuerà anche dopo».

L’assistenza domiciliare ha mosso i primi passi nel nostro territorio circa trent’anni fa, nel tempo non solo sono aumentate le persone seguite, ma anche la complessità dei casi gestiti. Merito della preparazione del personale infermieristico e della formazione dei caregiver, che non significano solo le assistenti familiari, meglio conosciute come badanti, ma anche parenti, vicini di casa, amici, tutte coloro che si prendono cura in qualche modo di una persona presso il suo domicilio. «La richiesta e il conseguente obiettivo di evitare il ricovero di pazienti sempre più gravi, ha fatto sì che si siano sviluppate competenze dei caregiver su tematiche inconcepibili fino a pochi anni fa – conferma Minardi -.Parlo di pratiche per le quali sarebbero stati necessari interventi infermieristici e che ora svolgono, invece, figli, coniugi, badanti, come la gestione del sondino naso-gastrico per l’alimentazione parenterale, per la tracheocannula o dell’ossigenoterapia a domicilio».

Inoltre, gli interventi sono sempre più integrati tra aspetti sanitari e sociali, un tema complesso, che in passato ha creato non poche difficoltà ed oggi superato o quasi grazie alla gestione integrata tra sociale e sanità. Lo conferma Stefania Dazzani, direttore dell’Asp che gestisce i servizi sociali per i Comuni del circondario imole-se. «Nell’ultimo anno e mezzo – informa Dazzani – abbiamo introdotto i primi 30 giorni di assistenza gratuita per le fami-glie che, a causa di un problema di salute improvviso, dall’ictus alle cadute che compromettono la mobilità, si ritrovano a carico un anziano oppure un disabile al momento della dimissione dall’ospedale, cioè una persona in condizioni molto diverse da prima della malattia. L’obiettivo è consentire ai parenti di prendere coscienza della nuova situazione e di formare i caregiver, se ci sono. Successivamente è prevista una compartecipazione economica in base all’Isee. In queste condizioni abbiamo una quindicina di utenti al mese che si rivolgono a noi con un investimento sul territorio, ad oggi, di 50.000 euro». (mi.ta.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 31 gennaio

Nella foto un”infermiera del servizio di assistenza domiciliare

L'assistenza domiciliare, l'ospedale “invisibile' che assiste oltre mille persone che hanno bisogno nella loro casa
Economia 23 Gennaio 2019

Manufacturing Zone, l'Amministrazione comunale proroga le misure della Giunta Manca (con due novità)

Le misure previste dalla Manufacturing zone, il progetto varato dalla precedente Amministrazione per incentivare l’insediamento di attività economiche nel territorio comunale, sono scadute il 31 dicembre scorso. E l’Amministrazione comunale in carica ha deciso di prorogarne la validità fino al 31 dicembre 2019 onde favorire la competitività del territorio e l’occupazione. Non senza apportare alcune integrazioni, che «vanno in una duplice direzione», spiega Patrik Cavina, vicesindaco ed assessore allo Sviluppo economico.

In primo luogo – anticipa un comunicato stampa – escludendo dai benefici ipermercati e supermercati alimentari di superficie superiore ai 250 metri, al fine di tutelare piccoli commercianti e centro storico. In secondo luogo, dando la possibilità di usufruire delle misure della Manufacturing zone solo ad imprese slot free, cioè esercizi commerciali che scelgono di non dotarsi di apparecchi per il gioco d’azzardo, quali slot, videolottery, eccetera. «Per uno sviluppo economico – tiene a sottolineare Cavina – che sia sempre più sostenibile anche da un punto di vista sociale». L’Amministrazione comunale, infatti, ritiene necessario, da un lato proseguire «con l’adozione di tutte le azioni possibili di sostegno al sistema economico sociale per favorire gli investimenti e quindi la competitività del territorio», nella consapevolezza che «gli investimenti prodotti dalle nuove imprese abbiano indubbie ricadute positive sull’intero tessuto sociale».

Dall’altro, la decisione di integrare il piano locale di contrasto al gioco d’azzardo con un’azione specifica contenuta nelle misure a sostegno di competitività e occupazione deriva «dalla presa atto della elevata spesa per gioco d’azzardo sostenuta sul territorio comunale (1.335 euro pro capite nel 2017 a fronte di un reddito pro capite di 21.692,42 euro, dati dell’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato)».

L”articolo completo è su «sabato sera» in edicola dal 24 gennaio

Nella foto il vicesindaco Patrik Cavina con il consigliere Giuseppe Palazzolo

Manufacturing Zone, l'Amministrazione comunale proroga le misure della Giunta Manca (con due novità)
Economia 21 Gennaio 2019

Dieci milioni dalla Regione su cinque bandi per l’agricoltura a salvaguardia del territorio e dell’ambiente

Poco meno di 10 milioni di euro per la salvaguardia del paesaggio agrario, la gestione di zone umide, boschetti, corridoi ecologici, il sequestro di carbonio nei suoli, la tutela di razze animali autoctone e di varietà vegetali antiche. Sono le risorse che la Regione Emilia Romagna mette a disposizione attraverso 5 diversi bandi del Piano di sviluppo rurale 2014-2020.

«Tutelare le razze autoctone e la biodiversità è una priorità non solo culturale, ma anche am-bientale ed economica – tiene a sottolineare l’assessore regionale all’Agricoltura, Simona Caselli -. Con questi bandi valorizziamo e sosteniamo il lavoro degli agri-coltori e di tutti coloro che, operando in un settore importante per la nostra economia, hanno anche un ruolo strategico nella salvaguardia del nostro territorio e dell’ambiente».

Gli interventi dovranno essere realizzati a partire dall’1 gennaio 2019 e saranno finanziati attraverso la misura “10 Pagamenti agro-climatico-ambientali”. Le domande potranno essere presentate online fino al 31 gennaio 2019 attraverso i sistemi Agrea, l’Agenzia regionale per le eroga-zioni in agricoltura. Di seguito, in sintesi, i contenuti dei bandi.

Biodiversità animale e vegetale. Due bandi sono destinati a recuperare le razze e le varietà antiche a rischio di estinzione. La Regione ha stanziato 13,6 milioni di euro per gli agricoltori che scelgono di allevare razze autoctone, come, ad esempio, la razza romagnola e la reggiana tra i bovini, il cavallo italiano da tiro pesante tra gli equini, la pecora cornigliese tra gli ovini o la mora romagnola tra i suini.

Ritiro dei seminativi. Prati umidi e macchie arbustive. Sono alcuni degli interventi che possono essere gestiti dagli agricoltori che si impegnano a ritirare dalla produzione per venti anni le colture seminative così da promuovere la biodiversità, soprattutto in pianura. A rico-noscimento dei maggiori costi, è previsto un aiuto per ogni ettaro da un minimo di 500 fino a un massimo di 1.500 euro all’anno per vent’anni.

Corridoi ecologici e paesaggio agrario. Piantate, filari di alberi, siepi, boschetti, maceri, risorgive e laghetti. Per gli agricoltori che si impegnano per un periodo di 10 anni a salvaguardare nella propria azienda gli elementi tipici del paesaggio agrario sono disponibili 1,1 milioni di euro.

All’agricoltura che «sequestra» il carbonio. Tecnicamente si chiama agricoltura conservativa e si differenzia da quella tradizionale perché adotta modalità che riducono la lavorazione dei terreni, prevenendo l’erosione del suolo, favorendo il sequestro di carbonio e limitan-done la dispersione in atmosfera con effetti importanti nel con-trasto ai cambiamenti climatici. L’aiuto annuale va da un minimo di 250 a 280 euro per ettaro. (red.eco.)

L’articolo completo è su «sabato sera» del 17 gennaio

Nella foto una fascia tampone a margine di un campo coltivato

Dieci milioni dalla Regione su cinque bandi per l’agricoltura a salvaguardia del territorio e dell’ambiente
Cronaca 17 Gennaio 2019

Conclusi a Castel San Pietro i lavori per rettificare l'alveo del Sillaro e allontanarlo dalla strada comunale

Il corso del torrente Sillaro ha subito una lieve rettifica a ridosso della strada comunale Destra Sillaro, a 1,7 chilometri da San Clemente, nel territorio del comune di Castel San Pietro Terme. Non si è trattato di un evento spontaneo, ma dell”esito di un intervento che la Regione Emilia-Romagna ha compiuto per allontanare il torrente dalla strada.

L”erosione della sponda destra del Sillaro, infatti, aveva determinato un pericoloso avvicinamento del corso d”acqua alla sede stradale, che si trovava a meno di 10 metri. I lavori si sono dunque resi necessari per tutelare la strada comunale. A tal fine l”alveo di magra del torrente (ossia la porzione che resta bagnata anche in condizioni di magra) è stato deviato verso una posizione più centrale rispetto alla sua sede demaniale, con il risultato che il punto più vicino alla strada ora dista 95 metri.

Non è escluso, viste le caratteristiche della zona, che in futuro si rendano necessari altri interventi da parte del Comune. In quel tratto infatti, come scrive l”Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la protezione civile-Servizio Area Reno e Po di Volano nella comunicazione di conclusione dei lavori, «il torrente Sillaro scorre in un normale e ampio alveo demaniale pedecollinare a morfologia instabile, con predisposizione alla ramificazione e tendenza al deposito del materiale più grossolano e a possibili erosioni spondali, generate dai filoni di corrente dei depositi alluvionali».

Intanto il sindaco di Castel San Pietro, Fausto Tinti, sottolinea l”importanza dell”intervento realizzato dalla Regione «grazie alle puntuali azioni messe in campo dai consiglieri regionali Francesca Marchetti e Roberto Poli». «Il territorio prosegue Tinti – va monitorato e curato con attenzione e noi in questi anni l”abbiamo fatto, utilizzando tutte le risorse e le opportunità disponibili».

Soddisfatta «della positiva sinergia e collaborazione» si definisce anche la consigliera regionale castellana Francesca Marchetti, che aggiunge: «Vista la particolare natura del territorio, sarà importante anche in futuro valutare le necessità e ciò non può prescindere da azioni di prevenzione. Sono certa che si manterrà questa proficua relazione tra Comune e Regione, riducendo i disagi per la popolazione». (r.cro.)

Nella foto il Sillaro prima e dopo l”intervento

Conclusi a Castel San Pietro i lavori per rettificare l'alveo del Sillaro e allontanarlo dalla strada comunale
Cronaca 16 Gennaio 2019

Scattati i controlli dopo le segnalazioni sul taglio degli alberi lungo l'argine del Santerno a Castel del Rio

Si parla spesso dell’importanza della manutenzione delle sponde dei fiumi per prevenire le inondazioni e ridurre così il rischio idrico. Opere necessarie, ma che richiedono controlli puntuali, per evitare che un”azione fondamentale di tutela del territorio possa trasformarsi in corso d’opera in un disboscamento indiscriminato. Questa volta a finire sotto la lente di ingrandimento, su segnalazione dei coniugi Claudio Nicolini e Luisa Cottifogli, volontari delle Guardie ambientali metropolitane, sono stati i lavori di pulizia delle sponde del fiume Santerno, autorizzati dall’Arpae il 27 novembre e avviati sotto il ponte Alidosi la scorsa settimana.

L’intervento riguarda circa 49,94 ettari, da Castel del Rio a Codrignano, per un totale di 18,5 chilometri. In base all’atto firmato dall’Arpae, il primo tratto di 11 chilometri, da Castel del Rio fino al confine con il parco regionale Vena del gesso romagnola, prevede la «manutenzione straordinaria della vegetazione spondale al fine di riduzione del trasporto verso valle, contenimento robinia e ringiovanimento formazioni forestali». Qui è stato autorizzato «il taglio a scelta» lungo le sponde, pari al 40% della massa, riguardante alberi «maturi, pericolanti vetusti, inclinati o specie alloctone comela robinia».

Poi ci sono altri 7,5 chilometri, in questo caso all’interno del Parco regionale della Vena del gesso romagnola, sottoposto a misure specifiche di conservazione. Qui la concessione, che ha ottenuto anche il nulla osta del Parco, ha per scopo «l’aumento della naturalità e della sicurezza idraulica dei popolamenti arborei» ed è autorizzato«il taglio fitosanitario nei confronti di esemplari pericolanti o a rischio caduta o specie esotiche; il rispetto delle specie autoctone che fanno parte degli habitat individuati; una intensità di taglio al massimo del 30% su tutta la sponda boscata facente parte dell’area demaniale una volta l’anno dall’11 agosto al 19 febbraio; il taglio selettivo di tutta la vegetazione arborea qualora presente compresa entro l’alveo dimagra (ovvero la zona in cui scorre l’acqua durante i periodi di magra, ndr), con asportazione massima del 30% degli esemplari suscettibili di creare rischio idraulico».

La ditta esecutrice dei lavori, che ha ottenuto regolare concessione valida fino al 28 febbraio (e per la quale è previsto un canone di poco più di 5.200 euro per il 2018-19) è la Fluvial forest, con sede a Codogno, nel lodigiano, che si occupa di commercio all’ingrosso di legname, semilavorati in legno e legno artificiale. L’istanza presentata in prima battuta dalla società comprendeva anche «il taglio e prelievo della vegetazione arborea e arbustiva» lungo il Santerno fino a Mordano, per un totale di 93 ettari, ma per l’ultimo tratto, di 8 chilometri, non è stata concessa l’autorizzazione, si legge sui documenti, «perché in conflitto con il programma di manutenzione già progettato e approvato» dalla Regione Emilia Romagna.

«Venerdì 4 gennaio – riassume Luisa Cottifogli – Claudio ha scoperto per caso che nei pressi del ponte Alidosi si stava apprestando un cantiere. La ditta ha iniziato i lavori la mattina di lunedì 7 gennaio senza transennare e tabellare il cantiere e senza informare i cittadini e i frontalieri, come previsto dalla regolare concessione. L’unico frontaliero al quale è stata chiesta un’autorizzazione al transito è il contadino padrone del campo sul quale i mezzi potevano anche depositare il legname. Dal ponte Alidosi lunedì scorso ho assistito alle prime operazioni svolte dagli operai con motosega ed escavatore, senza la presenza sul luogo di un tecnico e senza una precedente selezione e segnalazione degli esemplari da abbattere, senza alcun rappresentante di Arpae o dell’amministrazione comunale. Gli operai erano privi di caschetto e protezione antitaglio, sul cantiere nessuna transennatura o indicazione. I primi due pioppi sono stati estirpati con le intere radici, come barbabietole, dalla forza dell’escavatore. Poi è stata la volta dell’abbattimento dell’intero pioppeto, anche con l’utilizzo della benna dell’escavatore, fatta salva un’unica quercia secolare che il contadino aveva chiesto di risparmiare. Chiamati i carabinieri locali, questi hanno richiesto la documentazione dei lavori e segnalato ai corpi competenti la situazione, fermando il cantiere in attesa del piano esecutivo. I lavori, dopo una breve pausa, sono comunque proseguiti finché solo mercoledì 9 gennaio finalmente sono intervenuti il sindaco con un tecnico comunale, due autorità tecniche di Arpae e il tecnico forestale della ditta».

Il 10 gennaio la sponda del fiume era una desolata distesa di tronchi accatastati, solcata dalle impronte dei cingoli. «Mi chiedo – prosegue Cottifogli – se la gestione del patrimonio pubblico una volta tanto possa essere fatta al meglio, come ad esempio è successo a Imola dopo la grande pienadel 2014. Chi è questa ditta alla quale Arpae, un ente regionale, ha affidato la pulizia di parte di Santerno, Lamone, Montone, Ronco, Sillaro? Un’azienda fondata nel 2017 con 1.000 euro di capitale sociale versato? Almeno questi sono i dati che si evincono dalla visura camerale della ditta e da una semplice ricerca online fra le concessioni rilasciate da Arpae. Il mio profondo rammarico – conclude- è constatare una così scarsa sensibilità alla tutela del patrimonio ambientale da parte dell’ente preposto a salvaguardarlo».

Dal canto loro, i sindaci dei comuni interessati dai lavori sugli argini del Santerno assicurano attenzione, ribadendo però che le aree coinvolte sono demaniali  eche la responsabilità è dunque di Arpae e della Regione.  (lo.mi. re.co.)

Il servizio completo è su «sabato sera» in edicola il 17 gennaio

Nella foto la situazione sull”argine del Santerno a giovedì 10 gennaio

Scattati i controlli dopo le segnalazioni sul taglio degli alberi lungo l'argine del Santerno a Castel del Rio
Cronaca 3 Gennaio 2019

Riconoscimenti per le persone e le associazioni che si sono distinte nel territorio del Comune di Dozza

L”Amministrazione comunale di Dozza ha concluso il 2018 istituendo e consegnando riconoscimenti a persone o associazioni che si sono particolarmente distinte nei vari campi come, ad esempio, lo sport, il volontariato e l”attività culturale. «Come Amministrazione Comunale – commenta il sindaco Luca Albertazzi – vogliamo ringraziare tutti coloro che ci hanno segnalato, con tanto di documentazione, associazioni o persone degne di elogio. La loro collaborazione è stata di sicura importanza per poter consegnare un piccolo simbolo della nostra riconoscenza». 

Nello specifico sono stati premiati: Maria Rosaria Abate, Nadia Nanni e Ilario Zavagli (dipendenti del Comune di Dozza andati in pensione nel 2018), Sofia Cimatti (campionessa Europea di beach tennis), Giada Martignani (campionessa regionale categoria junior livello silverB di ginnastica artistica), Sofia Giacomelli e Ardea Monti (componenti della squadra terza classificata alla fase nazionale Fisac di ginnastica acrobatica), l”Asd Sport Village Karate Bologna sede di Dozza (in occasione dei 25 anni di attività nel territorio comunale), Novella Ferri (attività di volontariato in diverse associazioni del territorio), Sanzio Beltrandi (importante e lunga attività di volontariato nel territorio),  Luigi Grillini (impegno civile come referente locale dell’Anpi), Mario Manfredini (attività di sensibilizzazione sulla fibrosi cistica), Arena Ricchi (fondatrice dell’Associazione “Insieme per un futuro Migliore”) e l”Associazione Incontri (attività culturale svolta nel territorio). (d.b.)

Nella foto: il riconoscimento ai tre dipendenti del Comune di Dozza andati in pensione

Riconoscimenti per le persone e le associazioni che si sono distinte nel territorio del Comune di Dozza
Cultura e Spettacoli 2 Dicembre 2018

La valle del Sillaro tra testimonianze storiche e bellezze naturali raccontata in un video realizzato con immagini da drone

E” un punto di vista inedito quello che Giorgia Bottazzi e Fabio Avoni hanno regalato con le loro riprese aree della vallata del Sillaro, condensate in un video presentato al pubblico giusto un anno fa nell’ambito dell’edizione 2017 della Festa della storia, su iniziativa dell’Associazione culturale Terra Storia Memoria.

«Un viaggio reale e virtuale», lo definì allora Giorgia Bottazzi, lungo il corso del fiume da Castel San Pietro, precisamente dal ponte su cui la via Emilia ne passa le acque, fino alle sorgenti, oltrepassando i confini regionali e raggiungendo la Toscana. Per realizzare il video ci si è serviti di un moderno drone radiocomandato, aprendo così scorci inediti su un paesaggio familiare a tutti i castellani, esaltandone la bellezza e riscoprendo i frammenti di storia sparsi sulle colline appenniniche emiliane. La raccolta di immagini era durata un anno, fino a pochi giorni prima della presentazione della videoproduzione.

Un paesaggio, quello che corre al di sotto della telecamera, che muta con il passare delle stagioni, passando dalla delicatezza della primavera che lascia spazio alle roventi tonalità di giallo e verde del periodo estivo, che si spengono, poi, con l’avvento dell’autunno, soppiantato a sua volta dal candore della neve invernale. Un’esperienza quasi mistica, insomma, scandita dalla voce narrante della stessa Giorgia Bottazzi.

La presentazione è stata arricchita dall’intervento di Eolo Zuppiroli che, da profondo conoscitore, ha descritto la conformazione geologica della vallata e le sue caratteristiche in termini di flora protetta. «La geologia segue una misurazione del tempo molto diversa da quella a cui l’uomo è abituato – ha spiegato allora -. L’età delle formazioni rocciose si misura nell’ordine dei milioni di anni e la loro diversa composizione racconta la storia del nostro territorio».

Sono molteplici, infatti, le tracce lasciate sulle rocce dalle acque ancestrali che ricoprivano la pianura Padana nell’antichità: le riprese del drone hanno mostrato chiaramente le conchiglie fossili incastonate nella formazione delle «sabbie gialle», che si estende tra la chiusa fluviale di Castel San Pietro e il paese di Civichella, e le creste frastagliate delle «argille scagliose», formatesi sul fondale del preistorico oceano Ligure tra 22 e 160 milioni di anni fa.

Visti dall’alto, questi antichi massicci ricordano gigantesche scaglie di un drago dormiente: è una visione di una bellezza inquietante, che stravolge il punto di vista su qualcosa di tanto familiare ai castellani come i calanchi. «I nostri monti – ha continuato Zuppiroli – sono estremamente antichi: monte Calderaro e monte Grande, ad esempio, sono resti di antiche isole oceaniche, trascinati dai sedimenti nella loro posizione attuale». Anche il leggendario Sasso di San Zanobi e i suoi cugini Sasso Nero e Sasso della Mantesca sono di formazione marina. «Trattasi di ofioliti – ha spiegato il relatore -, formazioni rocciose appartenenti all’antica catena vulcanica sottomarina che passava per queste zone».

Non è solo la variegata composizione geologica a risaltare nel video: l’occhio aereo ha messo a nudo anche la storia di queste terre, rivelando autentiche perle disseminate per la valle e le sue colline. Sulla vetta di un calanco, seminascosto dalla vegetazione, il campanile dell’antico borgo di Fiagnano, luogo natale di papa Onorio II, domina la vallata sottostante: è il solitario superstite del complesso ecclesiastico del paesino, la cui chiesetta è franata nel corso del tempo, inghiottita dallo strapiombo.

Su un’altra altura fa capolino il castello di Frassineto, con le sue porte ogivali e la torre medievale, sopravvissuti al passare dei secoli. Il drone, a questo punto, alzandosi di quota, regala uno scorcio a volo d’aquila sulla valle: ecco il Villaggio della Salute, ed ecco le braglie, le piscinette formate dall’imbrigliamento delle acque del Sillaro, popolarissime tra la gente del posto negli anni Settanta e Ottanta, e anche oggi molto frequentate. (ri. ra.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 29 novembre

Nella foto una veduta aerea della valle del Sillaro

La valle del Sillaro tra testimonianze storiche e bellezze naturali raccontata in un video realizzato con immagini da drone

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