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Cultura e Spettacoli 27 Gennaio 2019

Le curiosità del dialetto castellano nel vocabolarietto realizzato da Marisa Marocchi e Giorgio Biondi

La «manga ala raglà», «i côsp» e «la bandiga». Forse solo i più anziani oggi sanno che si tratta di termini ben precisi dei mestieri di sarto, calzolaio e muratore. Si tratta di alcuni degli oltre 400 termini in dialetto castellano raccolti e tradotti da Marisa Marocchi e Giorgio Biondi nel «Vocabolariàtt Castlàn-Itagliàn», arricchiti di spiegazioni sulle origini culturali e lessicali e presentato dall’Associazione Terra Storia Memoria in occasione della Giornata nazionale dei dialetti domenica 20 gennaio, in collaborazione con AuserArt, il centro sociale Scardovi e Pro Loco castellana.

Il prosieguo del lavoro avviato dallo stesso Biondi una decina di anni fa con il primo volume «Al Dialàtt Castlàn», che presentava la grammatica e diversi termini del dialetto castellano. «Era presente anche una piccola parte riservata ai mestieri, che ho pensato si potesse ampliare» spiega Marocchi. Da questo spunto è nato un primo vocabolario dedicato al mondo contadino, seguito ora da quello dei mestieri di sarto (sèrta e sèrt), muratore (muradaur) e calzolaio (calzuler), che è pure correlato di dvd per facilitare comprensione e pronuncia. Le professioni sono state scelte sulla base della disponibilità delle informazioni: non sono stati consultati, infatti, documenti o fonti cartacee, ma si è affidato l’intero processo di traduzione alle conoscenze linguistiche tramandate e consolidate di generazione in generazione.

Marocchi ha approfittato della sua esperienza nell’ambito dell’edilizia, maturata in trentasei anni di lavoro presso la Cooperativa edile di Castel San Pietro e poi nella Cesi, poi ci sono parole oggi andate in disuso, perché sono cambiati i tempi, le necessità, i modi di progettare e di costruire. «Ad esempio, nella costruzione c’erano la salghè e la stablidûra. Nell’abbigliamento del mastro muratore occorrevano la bustéina e al grinbèl. Po’ ui ìra al sbianchizén, al geòmetro e a la fén: la bandîga». L’esperienza personale si è rivelata utile anche per quanto riguarda l’ambito della sartoria: «Essendo figlia di una sarta conoscevo molti dei termini, ma ciononostante mi sono affidata alla consulenza di una signora del mestiere che mi ha aiutato con le voci più specifiche». Con tanto di curiosità, ad esempio, la «manga ala raglà» in sartoria indica una manica scesa e larga, comoda da infilare, che prende il nome dal generale inglese Raglan, eroe di Waterloo privo di un braccio. Altrettanto peculiari sono i «trasferimenti» dalla lingua francese nei termini dialettali della sartoria.

La sinergia con gli esperti del mestiere è continuata nella sezione dedicata ai calzolai. Nerino Boninsegna le ha ricordato, tra i tanti termini, lo «sparadèl», ovvero il guardolo, la striscia di gomma o cuoio cucita o incollata per unire bene suola e tomaia ovvero la scarpa stessa, da cui nasce il detto spesso citato quando si vuole indicare che una persona ha commesso un errore plateale: «L’è andéda fuori dallo sparadèl». Ma ci sono anche parole e termini che indicano oggetti oramai andati in disuso per il variare delle lavorazioni o delle migliorate condizioni di vita, come i côsp, sorta di zoccoli di legno usati come scarpe da chi aveva poco denaro.

I vocabolarietti hanno un obiettivo molto chiaro: liberare il dialetto dall’aura di volgarità che gli è stata attribuita con il passare degli anni. «Da sempre, è una lingua parlata dagli strati più poveri della popolazione, e indicativo di ciò è la totale assenza di termini dialettali relativi alle scienze o alla letteratura – spiega Marocchi – ma ciò non significa che si possa sminuirne lo status di lingua vera e propria, che peraltro era riconosciuta al Bolognese dallo stesso Dante Alighieri. Sarebbe bene mantenerla per quelli che sono i rapporti interpersonali, perché è in quell’ambito che sviluppa il massimo della espressività» continua. (ri.ra.)

L”articolo è su «sabato sera» del 24 gennaio

Nella foto Marisa Marocchi durante il recital per la presentazione del vocabolarietto al Centro Scardovi

Le curiosità del dialetto castellano nel vocabolarietto realizzato da Marisa Marocchi e Giorgio Biondi
Cultura e Spettacoli 11 Novembre 2018

Le antiche tradizioni del mese di novembre, tra festività religiose, credenze popolari e piatti tipici

Il primo giorno di novembre, Ognissanti, è una grande festività religiosa dedicata a tutti i santi, ma nella tradizione pagana (Romagna, terra celtica) si festeggiava il Capodanno, col ritorno sulla terra dei defunti. I Celti erano un popolo dedito all’agricoltura e alla pastorizia per cui la fine dell’estate, con la fine dei raccolti, diventava anche la fine dell’anno: la fine di una stagione per iniziarne una nuova: l’inizio dell’anno nel calendario contadino.

Quando la Chiesa impose le proprie regole e il proprio calendario liturgico, dedicò il giorno 1 ai Santi e il 2 alla commemorazione dei defunti. E’ rimasta però l’usanza pagana di fare opere di bene in memoria dei defunti e cioè la «fava dei morti». Un tempo si cuocevano fave, ceci, fagioli e lupini da mangiare in famiglia e da offrire ai poveri che quel giorno chiedevano l’elemosina, la carité di mort, e che in cambio dicevano preghiere per i defunti della famiglia.

La mattina del giorno dei morti i bambini dovevano alzarsi presto per andare al cimitero, perché dopo i genitori dovevano lavorare. Partivano da casa che era ancora buio, con tanta voglia di dormire ancora, ma li consolava l’idea che tra le bancarelle dei fiori c’era spesso qualcuno che vendeva castagne, brustulline e lupini. Nelle campagne c’era poi un’usanza molto antica, quella di rifare i letti con lenzuola pulite perché i defunti, così voleva la tradizione, per un giorno sarebbero ritornati sulla terra fra i loro cari, sarebbero ritornati a riposare nei loro letti.

Sarebbero ritornati a visitare le loro case e allora occorreva lasciare anche la tavola apparecchiata e il fuoco acceso, perché potessero mangiare e riscaldarsi. I Celti credevano infatti che alla vigilia di ogni nuovo anno il Signore della Morte, il Principe delle Tenebre, chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti e che tutte le leggi dello spazio e del tempo fossero sospese e quindi fosse permesso al mondo degli spiriti di unirsi al mondo dei viventi. Un’antica usanza di questo periodo dell’anno è dunque quella delle «fave dei morti», che si riallaccia probabilmente alla cultura dei Celti. Ma perché proprio il nome «fava»? Che cosa ha a che fare questa pianta erbacea leguminosa, coi dolci e con quei biscotti che troviamo in questi giorni nelle botteghe dei fornai, nelle bancarelle dei mercati e naturalmente nelle case dove ancora vi è l’usanza di fare i dolci?

La fava è una specie erbacea, originaria dell’Asia occidentale, coltivata per i semi, utilizzati a scopo alimentare e consumati soprattutto freschi, crudi o cotti. E’ una pianta annuale diffusa anche nella pianura Padana, seminata generalmente in marzo e raccolta in estate. Secondo gli antichi, le fave, quelle vere, i semi commestibili di color verdastro, contenevano le anime dei morti, quindi erano cibo di rito nella ricorrenza. Presso i Romani le fave erano sempre presenti nei conviti funebri, cotte nell’acqua con l’osso di prosciutto. La fava si offriva alle Parche, a Plutone e a Proserpina ed era celebre per le cerimonie superstiziose. I fiori della fava erano considerati un segno lugubre e le fave, i semi, soprattutto quelli neri, erano considerati un’offerta funebre. Gli Egizi invece consideravano questo legume cosa immonda, quindi non la mangiavano e nemmeno osavano toccarla. (ve.mo.)

L”articolo completo è su «sabato sera» dell”8 novembre

Le antiche tradizioni del mese di novembre, tra festività religiose, credenze popolari e piatti tipici
Cultura e Spettacoli 25 Settembre 2018

Il gruppo dei ballerini folkloristici castellani compie 90 anni: dai primi passi alla rinascita del 1973

Quella del gruppo ballerini folkloristici castellani è una storia che parte da molto lontano, dalla Castel San Pietro di novant’anni fa, da quel tempo in cui la vita ruotava attorno l’attività agreste e le tradizioni della campagna fungevano da collante tra i castellani.

Il gruppo nacque nel 1928 per iniziativa della signorina Maria Parenti e dal fonda-mentale contributo della numerosa famiglia dei Casadio Loreti, detti i «Lungòn», che per quasi trent’anni hanno costituito il nucleo fondamentale del corpo di ballo, proponendosi di rivitalizzare le musiche e i balli dei contadini, per i quali la danza era un momento di festa e di svago utile ad esorcizzare le fatiche del duro lavoro nei campi.

L’universo rurale castellano ne era protagonista assoluto: la pista da ballo era l’aia su cui si aveva lavorato tutto il giorno, i costumi dei ballerini erano i loro stessi abiti da lavoro e le musiche non avevano spartito, ma vivevano nella tradizione orale tramandata di generazione in generazione. Gli stessi balli, rimasti invariati negli anni, imitano i comportamenti degli animali da cortile o prendono spunto dalle vicende e dai momenti della vita agreste.

Alcune danze tradizionali, come La Roncastella o Il Galletto, hanno come tema il corteggiamento, mentre altre, come I Bolognesi, deridono i modi dei cittadini con il testardo orgoglio contadino che da sempre contraddistingue i castellani. Nel periodo precedente la seconda guerra mondiale il gruppo portò le tradizioni del paese in tutte le principali città italiane e all’estero, esibendosi ad Amburgo per il festival internazionale del Folklore e a Stoccarda per la festa dei Fiori.

L’inaspettato successo riscosso rese necessario trovare costumi più adatti degli abiti da lavoro. «Il nuovo costume fu trovato presso l’Archiginnasio di Bologna ed è quello che tutt’ora indossano i nostri ballerini» racconta l’attuale presidente del Gruppo, Carlo Varignana. Nel dopoguerra i danzatori castellani comparvero anche in televisione, nelle trasmissioni Campanile sera, Incontro a Bologna e La tv degli agricoltori e ricominciarono a girare l’Italia, fino al 1955.

«Ricordo che in quell’anno la famiglia Casadio Loreti perse uno dei suoi membri più giovani – dice Varignana -. Un lutto terribile, che li spinse a interrompere la loro attività di ballerini». Senza i «Lungòn» il paese si trovò improvvisamente privo del suo complesso folkloristico.

Dopo 18 lunghi anni, nel 1973, il gruppo rinacque a nuova vita grazie all’iniziativa di Carlo Varignana, all’epoca vicepresidente del corpo bandistico di Castel San Pietro. «La banda di Dozza aveva già da qualche anno un corpo folkloristico che riscuoteva successo e noi non volevamo essere da meno» ricorda. Varignana trovò un prezioso alleato in uno dei membri della famiglia dei «Lungòn», il signor Gino Casadio Loreti, che mise a disposizione la sua esperienza offrendosi di insegnare i balli tradizionali ai nuovi membri del gruppo. (ri.ra.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 20 settembre

Nella foto un”esibizione del 1974 al cinema Astra

Il gruppo dei ballerini folkloristici castellani compie 90 anni: dai primi passi alla rinascita del 1973
Cultura e Spettacoli 22 Settembre 2018

La Sfujaréia porta le tradizioni in piazza Matteotti, con la musica dell'«i Big Band»

È una delle feste più legate alle tradizioni e torna anche quest”anno, con la sua trentaseiesima edizione, per portare l”atmosfera delle campagne di una volta in centro città. Sabato 22 settembre a Imola si festeggia la Sfujaréia, con l”organizzazione della Società del Passatore – Ca’d’Jomla e dell’associazione turistica Pro Loco. «La tradizionale spannocchiatura che avveniva nelle aie delle nostre campagne a settembre venne proposta più di trenta anni fa dalla Società del Passatore Ca’ d’Jomla come una grande festa popolare – ricorda nel comunicato stampa dell”evento Franco Capra, presidente della Pro Loco -. Ricordo di una tradizione contadina ormai quasi scomparsa, la spannocchiatura era un momento importante nella conduzione dei poderi e richiedeva una grande quantità di mano d’opera. Le famiglie di poderi vicini avevano quindi l’abitudine di aiutarsi reciprocamente e questo lavoro non molto faticoso si trasformava presto in un’occasione d’incontro e di divertimento. Spesso finiva con un ballo e nascevano le prime simpatie, i primi innamoramenti tra i giovani. Al termine dell’operazione l’azdora prelevava la scartuzéna, la parte interna del cartoccio che era bianca, tenera e flessibile per utilizzarla al posto del crine e della lana per fare i pajò, i materassi di foglie».

Una tradizione che sarà ricordata oggi, sabato 22, in piazza Matteotti dove, dalle 17, si apriranno stand gastronomici con la polenta del Gruppo Polentari di Tossignano e con il vino offerto dalle cantine Cavim, Poletti, Tre Monti e Severoli. Per tutti ci sarà mescita di vino doc e degustazione del primo vino nuovo della vendemmia 2018. In piazza sarà poi presentata la tradizionale attività della spannocchiatura per adulti e bambini. Saranno inoltre presenti il Gruppo culturale collezionisti civiltà contadina «Il plaustro» e il gruppo «Ricordi di campagna» con antichi strumenti per la spannocchiatura e la lavorazione della canapa e della lana.Anche quest’anno sarà prodotta dalla Cooperativa Ceramica di Imola una piastrella il cui ricavato sarà destinato ad associazioni impegnate nel sociale: il disegno per questa edizione sarà del pittore imolese Nevio Galeotti.Tra gli appuntamenti della giornata, quello con i balli popolari con Sbanda Ballet alle 17 e quello con la cerimonia dell’Incappellatura dei nuovi amici della Società del Passatore e con la premiazione del gioco «Da Iomla a Imola curiosando» e del concorso Vetrinissima a cura della CNA Imola alle 20. Poi, alle 20.30 serata di festa con la musica e lo spettacolo sempre coinvolgente dell”«i Big Band» diretta da Pierluigi Bitti Ricci e con le voci di Valentina Monti e Fabiano Naldini.

Nella foto un momento di una passata edizione della Sfujaréia

La Sfujaréia porta le tradizioni in piazza Matteotti, con la musica dell'«i Big Band»
Cultura e Spettacoli 8 Settembre 2018

La Festa del Contadino della Clai porta a Sasso Morelli i sapori della tradizione

La Festa del Contadino organizzata dalla Clai sta per tornare e… cresce. L”appuntamento con i sapori, l”arte e le tradizioni che la Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi organizza da ventotto anni a Sasso Morelli, dove ha sede, si tiene domani, domenica 9 settembre e propone alcune novità. «Quando siamo partiti non avremmo mai pensato che la festa diventasse quello che è oggi, né a livello di programmazione né di partecipazione – commenta Giovanni Bettini, presidente della Clai -. È un momento in cui la cooperativa vuole incontrare i cittadini del territorio, con una proposta che mette insieme tanti aspetti: la cultura, le tradizioni, i sapori con i nostri prodotti e la scuole di cucina. È una festa che non si potrebbe fare senza l”apporto straordinario dei circa cento volontari, dipendenti Clai, ed è proprio il legame strettissimo e la forte sintonia tra il territorio e le persone – dai volontari ai soci e dipendenti Clai, dal Comune di Imola agli abitanti e alle associazioni locali – a portarci al traguardo. Con la Festa del Contadino e altre numerose attività sociali che portiamo avanti, cerchiamo di sostenere, promuovere e tramandare l’importanza del senso di bene comune e della responsabilità sociale, valore fondamentale che ci accompagna fin dal 1962, anno di nascita di Clai».

Dalle ore 11.30 di domani si darà spazio all’enogastronomia locale con lo stand gastronomico della polisportiva di Sasso Morelli presso il campo sportivo, e con la polenta del Gruppo di polentari di Tossignano, i borlenghi del Frignano con il Gruppo Alpini di Monfestino, la birra artigianale agricola e i vini del territorio in piazza dei Portici. Dalle14.30, poi, si susseguiranno tante iniziative: giochi, sport, spettacoli, laboratori, incontri culturali e scuola di cucina. Ci saranno anche La corsa del salame e L’arte dei Norcini, tenute dai maestri salumieri Clai. Uno Spazio Bambini accoglierà i più piccoli con numerose attività: laboratori di pittura, ludobus, gonfiabili e truccabimbi. Sarà poi possibile sostenere la Casa di accoglienza «Anna Guglielmi» di Montecatone acquistando i Panini Gourmet, realizzati con i salumi Clai e i vini Cavim. L’evento di chiusura della Festa è previsto alle 18.30, nella piazza dei Portici di Sasso Morelli, con il suggestivo Palio dei Pigiatori, giunto alla XXXII edizione, che vedrà uomini, donne e bambini sfidarsi a pigiare «a piedi nudi», in grandi tini di legno, le uve coltivate dai soci della cantina cooperativa Cavim (iscrizione gratuita ma obbligatoria allo 0542/55003). Non ci sarà, invece, il Palio dei salumieri che già lo scorso anno – quando la festa fu annullata per il maltempo – era stato cancellato per concentrarsi di più sulla possibilità di assaggi e degustazione di prodotti. «Abbiamo deciso di non farlo più per riportare in piazza e mettere in evidenza il lavoro dei salumieri con la preparazione di salumi e salsicce e con la scuola di cucina che dà modo di apprezzare la cultura del cibo – spiega il presidente della cooperativa -. Vorrei sottolineare un”altra iniziativa molto bella di quest”anno, nata dall”idea di un dipendente di Clai: l”atelier di pittura dedicato ai bambini, che sottolinea ancora di più come questa sia una festa per tutta la famiglia».

Come detto, la festa quest”anno propone qualcosa di nuovo: Clai collabora con l’Asd Atletica Imola Sacmi-Avis per il primo circuito podistico «Imola corre 2018» la cui quarta tappa si svolgerà proprio domenica 9 settembre in occasione della Festa del Contadino. Si tratta di una campestre di dodici chilometri, che parte alle 9.30 da Sasso Morelli, e prevede premi a marchio Clai. Sempre domenica Clai organizza una passeggiata ecologica di sette chilometri aperta a tutti. Il costo delle iscrizioni è di 5 euro per la competitiva (se effettuata entro la mezzanotte di giovedì 6 settembre, altrimenti sarà di 8 euro), e di 2 euro per la passeggiata (per informazioni e modalità di partecipazione: www.clai.it/1-campestre-clai/ oppure 054255711).

L”articolo completo è sul «sabato sera» in edicola da giovedì 6 settembre

Nella foto un”immagine dell”edizione 2016 della Festa

La Festa del Contadino della Clai porta a Sasso Morelli i sapori della tradizione
Cronaca 29 Maggio 2018

Il salame fatto in casa da Angelo Scipioni vince il Campionato di Castel San Pietro

Il vincitore della 12ª edizione del Campionato dei salami di Castel San Pietro è Angelo Scipioni. La manifestazione, come da tradizione, premia il miglior salume prodotto a domicilio per autoconsumo, una tradizione ancora diffusa nelle campagne castellane. In tutto erano 26 i salami iscritti, tutti di produttori artigianali privati. Alle spalle di Scipioni, la piazza d’onore è toccata a Stefano Poggipollini, al terzo posto Valerio Villani, al quarto il ristorante Terantiga e al quinto Giuseppe Maurizi.  

La giuria era composta da Mauro Romagnoli, Giuliano Dalfiume, Antonella Domenicali, Gualtiero Matteucci, Andrea Scipioni, Oride Bugamelli, Maurizio Campiverdi, Carella. La gara è itinerante e quest’anno ha avuto come sede ufficiale la Bocciofila di Osteria Grande. Dopo gli assaggi della giuria e il verdetto, come sempre, la cena conviviale anche per fare onore degnamente agli insaccati, alla quale hanno partecipato circa 150 persone. (r.c.)

Nella foto, da sinistra Giuliano Giordani, Luigi Roli, Angelo Scipioni, il sindaco Fausto Tinti, Maurizio Campiverdi dell”Accademia Italiana di Cucina

Il salame fatto in casa da Angelo Scipioni vince il Campionato di Castel San Pietro

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