Economia

Economia 31 gennaio 2018

Cavim: «Il 2018 sarà decisivo per il futuro della Cantina». Intervista al nuovo presidente Baldisserri

Il 2018 sarà un anno decisivo per Cavim, la Cantina viticoltori imolesi di via Correcchio, l’anno in cui si dovrà capire se la cooperativa, che conta 447 soci viticoltori, sarà ancora in grado di affrontare il mercato da sola o se dovrà optare per altre soluzioni. A descriverci lo stato di fatto è Maurizio Baldisserri, il nuovo presidente eletto lo scorso novembre e fresco di insediamento, avvenuto l’8 gennaio. Oltre a Baldisserri fanno parte del nuovo Consiglio di amministrazione i vicepresidenti Giovanni Faccioli e Massimo Nardini, più i consiglieri Andrea Bofondi, Cristian Dal Re, Gaudenzio Dongellini, Claudio Folli, Luca e Tiziano Pedini, Vincenzo Pinna e Maurizio Pirazzoli. Di questi, solo uno, Massimo Nardini, faceva parte anche del precedente Cda; un forte segnale di discontinuità rispetto al recente passato. «Quella appena conclusa è stata un’annata burrascosa – conferma Baldisserri, andando subito al punto -. La stagione 2016 è stata liquidata ai soci il 25 per cento in meno rispetto alla media del mercato e delle altre cantine. Questo per una serie di cause che stiamo ancora cercando di mettere bene a fuoco. Di certo si è scaricato su un solo anno l’effetto di situazioni di vecchia data, tra cui un insoluto derivante dal fallimento di una ditta nostra cliente che imbottigliava vino. Da qui, la richiesta, da parte della base sociale giustamente preoccupata, di un cambiamento dei vertici prima della scadenza naturale del mandato, che sarebbe dovuto arrivare a fine 2018».

Se il presidente è già operativo, è invece ancora vacante il ruolo del direttore, che da quasi un anno è ricoperto in via provvisoria dall’enologo Gabriele Zuccari dopo le improvvise dimissioni, avvenute la scorsa primavera, di Cesare Pasini che per trent’anni ha ricoperto questo ruolo. «Ringraziamo Zuccari per il lavoro che sta facendo – tiene a sottolineare Baldisserri -, in attesa di trovare una soluzione. Stiamo cercando una figura che innanzitutto condivida gli obiettivi del Cda, con buone capacità di organizzare il lavoro e di far stare Cavim sul mercato».

Ora il rischio di perdere soci è più che concreto. «Finora non se ne è andato nessuno – precisa Baldisserri -. La preoccupazione è che la cantina non sia più in grado di dare risposte all’altezza del suo scopo, ovvero vendere il prodotto conferito e garantire una remunerazione all’altezza delle aspettative dei soci. Quest’anno contiamo di fornire il prezzo definitivo della stagione 2017 già prima della vendemmia e quindi in anticipo rispetto al solito, perché dobbiamo capire al più presto se la Cantina ha ancora ragione di esistere da sola sulla piazza o se deve avviare collaborazioni con altri. Mi rendo conto che è una grande responsabilità, ma non ci deve spaventare. Il nuovo Cda lavora in modo molto unito; per me, tutti i consiglieri devono sentirsi coinvolti come “vicepresidenti vicari”. Il nostro primo obiettivo è analizzare tutti gli aspetti gestionali e portare ai soci i numeri dell’azienda. Il bilancio, dicono le banche, è sano; le attrezzature per portare avanti l’attività ci sono; le capacità pure. Non appena avremo capito in che direzione muoverci, dovremo farlo subito, perché è questo che ci chiedono i soci. Lo scopo è molto chiaro: dare risultati immediati ai soci, perché non abbiamo appelli e nemmeno un piano B. La via d’uscita è soltanto una: dare soddisfazione a chi lavora». E a chi sta pensando di lasciare la cooperativa replica: «Mancano più di otto mesi alla vendemmia. Abbiamo tutto il tempo per capire se continuare a portare l’uva in Cavim può essere la soluzione migliore o se non ci sono più le condizioni per farlo. Parliamone, entriamo nei problemi e vediamo se si possono risolvere. Perché le scelte dettate dalla paura o dall’emotività non sempre sono quelle giuste». E d’altro canto, la stagione 2017 pare si chiuderà bene. «Quest’anno il mercato sta andando bene – puntualizza – siamo a metà della nostra commercializzazione diretta e i prezzi sono buoni, anche se, a causa della siccità, delle grandinate e del freddo subito dopo Pasqua, i quantitativi sono minori rispetto al 2016 di circa il 30 per cento. Il fatturato 2017 dovrebbe chiudersi attorno ai 10 milioni di euro, in crescita rispetto agli 8 milioni del 2016. Tra l’altro, ora siamo anche a buon punto con l’ammortamento delle spese sostenute nel 2005 per ammodernare e ampliare la cantina; negli anni abbiamo già pagato oltre la metà dell’investimento, cosa che ci ha permesso di recuperare circa un euro e mezzo a quintale per l’uva conferita dai soci. Sarebbe un peccato vanificare gli sforzi fatti fino a oggi».

A inizio agosto Cavim, la cui produzione media è di 230 mila quintali di vino all’anno, ha sottoscritto un accordo con la Cantina sociale Forlì Predappio, che a sua volta vinifica circa 500 mila quintali di uve e conta circa 2.800 soci. L’accordo, che finora ha comunque garantito l’indipendenza di Cavim, ha la durata di un anno. «La collaborazione sta andando bene e riguarda soprattutto l’assistenza commerciale. Ma è ancora fuori luogo – conclude – ipotizzare una eventuale fusione con questa o con altre realtà».

lo.mi.

Nella foto: il nuovo presidente della «Cavim» Maurizio Baldisserri davanti alla sede di via Correcchio

Cavim: «Il 2018 sarà decisivo per il futuro della Cantina». Intervista al nuovo presidente Baldisserri
Economia 23 gennaio 2018

Coop. Ceramica di Imola quasi alla dimensione ottimale

Solidarietà, investimenti e rilancio. Sono queste le direttrici su cui si muove la Cooperativa Ceramica d’Imola che lo scorso 8 gennaio ha rinnovato per altri 4 mesi i contratti di solidarietà per 1.069 dipendenti su 1.222 fino al prossimo 7 maggio.

L”ACCORDO

L’accordo consente di evitare operazioni più drastiche a fronte dei 150 esuberi ancora dichiarati dall’impresa imolese che già da anni considera tra le mille e le millecento unità la sua dimensione ottimale, adeguata al nuovo paradigma di mercato. La riduzione d’orario sarà al massimo il 60% delle 40 ore previste dal contratto e l’azienda si farà carico dell’anticipo di trattamento integrativo dell’Inps.
Le previsioni dei vertici dell’ape per il 2018 sono di arrivare ad una produzione complessiva di 19,5 milioni di metri quadrati di piastrelle e un fatturato di vendita complessivo di 255 milioni di euro, che significherebbe una crescita intorno al 4% rispetto al 2017 che per il secondo anno consecutivo chiuderà in utile, mostrando così di aver superato la fase più critica della sua storia ultra centenaria.
Da inizio 2013 ad oggi, senza licenziamenti collettivi, l’organico della storica impresa imolese si è ridotto di 577 unità, visto che cinque anni fa contava ancora 1.799 persone in organico.

USCITE INCENTIVATE

Insieme alla solidarietà, sindacati e cooperativa firmeranno in questi giorni un altro accordo di uscite volontarie incentivate per un totale di cento persone che sarà valido a partire dal 22 gennaio fino al 31 luglio prossimo. L’intesa ricalca quella scaduta a fine 2017 che ha portato all’uscita di 88 lavoratori (anche grazie all’avvio del nuovo impianto Florim che ha assunto 55 persone, di cui vari ex Coop. Ceramica) su cento posti disponibili. Il nuovo patto prevede dunque bonus fino a 25.000 euro (lordi), ma con varie tipologie trattabili.
Il tutto serve per avvicinarsi il più in fretta possibile alla dimensione ottimale dell’organico, visto che alla scadenza di quest’ultimo periodo di solidarietà, rimarranno solo cinque mesi di ammortizzatori fino alla fine del quinquennio, quindi fino a settembre 2020. L’azienda ha già comunicato il numero di addetti necessari per organizzare i reparti da maggio in poi. La previsione è di un calo tra il 27% e il 28% dell’orario lavorato (e quindi della retribuzione). Per questo è stata formata una commissione tecnica, composta dagli Rsu, che terrà monitorata la situazione in modo tale da fare presente alla cooperativa la necessità di inserimento di personale dove ne risultasse la necessità.

GLI INVESTIMENTI

Nel frattempo, continuano gli investimenti, come confermato dal presidente Stefano Bolognesi nel numero di sabato sera del 12 ottobre scorso, che sono ammontati a 25 milioni di euro nel 2017 e saranno almeno altrettanti nel prossimo biennio. Sistemato lo stabilimento di Faenza, gioiellino del gruppo con l’alta gamma, nel 2018 si lavorerà al miglioramento dei siti produttivi sulle rive del Santerno, coerentemente con la strategia aziendale che punta sulla qualità, sul servizio e sul design. 
Sette milioni di euro verranno spesi a Borgo Tossignano dove saranno orientati i grandi formati con la sospensione e successiva alienazione del forno 5, la demolizione del parcheggio verticale, l’inserimento di una nuova rettifica e di una lappatrice, la costruzione di una porzione di capannone di circa 600 metri quadri, l’inserimento di una linea di spacco e di rettifica per i formati 120×120 e 75×150.
Nove milioni di euro serviranno invece per il miglioramento delle caratteristiche produttive dello stabilimento di Imola – Alta Gamma attraverso la sostituzione di due linee di pressatura e smalteria obsolete e l’inserimento di una nuova pressa ed essicatoio. Verrà sostituita una vecchia pressa con una di nuova concezione. Contemporaneamente verrà rimosso il vecchio parcheggio a binari, predisposta l’area per l’inserimento di un nuovo forno la cui attivazione è prevista per gennaio 2019 e la sospensione dell’attività dell’attuale forno prevista per la fermata invernale di fine anno.

Christian Fossi

Il servizio completo su sabato sera in edicola.

Coop. Ceramica di Imola quasi alla dimensione ottimale
Economia 23 gennaio 2018

3elle, probabile rimborso più alto per i creditori chirografari

Anche la liquidazione della 3elle, avviata nell’ottobre 2015, sta facendo il suo corso. Il 2017 è stato caratterizzato dalla vendita di un primo capannone in via Nenni, acquisito dal gruppo Isaf per la propria azienda Euroclinic che vi si è trasferita da Castel Bolognese, mentre nel luglio scorso la Deco Industrie di Bagnacavallo si è aggiudicata lo stabilimento di via Nenni dove 3elle produceva infissi in Pvc, finestre speciali, persiane e dove era situata la linea di verniciatura. Sempre lo scorso anno, all’interno dell’ex sede della controllata Sirelle, in via Bacchini, si è insediata (in affitto) la californiana Label-Aire, con l’ufficio commerciale in precedenza collocato in Danimarca.

In capo alla procedura di liquidazione restano l’immobile «dell’ulivo» in via Nenni (nella foto), dove c’erano l’auditorium e la sala mostra 3elle, più la sede principale, in via Togliatti 93, dove oggi lavora 3elleN, che tre anni or sono ha affittato il vecchio ramo d’azienda. Al momento, il liquidatore giudiziale Marco Ori ha chiesto al tribunale l’autorizzazione alla proroga dell’affitto d’azienda per un altro anno. «Per quanto riguarda gli immobili – ci aggiorna Ori – non sono pervenute offerte e ad oggi non sono state calendarizzate altre aste».

Sul fronte creditori, la prima tranche di pagamenti, che ha riguardato i creditori privilegiati, in primis i dipendenti, è avvenuto nella primavera 2016. Il secondo riparto, destinato a professionisti, agenti e cooperative, è avvenuto la scorsa estate. L’importo finora complessivamente distribuito ai creditori ammonta a circa 4 milioni e 460 mila euro. Infine, una buona notizia. «E’ in corso ora un terzo riparto – aggiunge il liquidatore – che riguarda il creditore ipotecario e i creditori con privilegio generale mobiliare. La procedura ad oggi ha realizzato circa 11 milioni e mezzo di euro rispetto alle somme stimate di circa 8 milioni di euro, quindi circa 3 milioni e mezzo in più, mentre restano da realizzare secondo le stime altri 10 milioni e mezzo. Per rispettare le previsioni fatte dal commissario giudiziale, la procedura ha un margine di 3 milioni e mezzo di euro per assorbire eventuali minusvalenze sul realizzo dei restanti 10 milioni e mezzo. L’aspettativa è – conclude – che possano essere rispettate le sue previsioni ed anzi migliorato il riparto ai creditori chirografari». Ai quali, lo ricordiamo, era stato prospettato il pagamento di appena il 13% della somma spettante.

lo.mi.

Nella foto: l”immobile in via Nenni

3elle, probabile rimborso più alto per i creditori chirografari
Economia 22 gennaio 2018

Antonio Patuelli presidente dell'Abi per la terza volta grazie a una modifica statutaria

Antonio Patuelli, presidente del Gruppo Cassa di Risparmio di Ravenna che ha tra le controllate anche Banca di Imola, è stato confermato presidente dell”Associazione bancaria italiana (Abi) anche per il biennio 2018-2020. 

Il comitato esecutivo dell”associazione ha approvato la proposta di affidare a Patuelli un terzo mandato alla guida di Palazzo Altieri, modificando lo statuto per consentire altri due anni di presidenza.
Ravennate, intellettuale liberare di primo piano degli ultimi decenni, ex onorevole e cavaliere del lavoro, Patuelli venne eletto alla guida di Palazzo Altieri in pieno scandalo Monte dei Paschi, sostituendo proprio l”ex numero uno della banca senese, Giuseppe Mussari.

Al presidente dell”Abi viene universalmente riconosciuto l”animo integerrimo (motivo per cui è chiamato al capo dei banchieri in un momento non proprio pieno di fiducia verso il sistema creditizio), come dimostra anche la gestione del gruppo che stacca dividendi record, ha recentemente fatto importanti aumenti gratuiti di capitale ai soci ed è stato annoverato tra i Gruppi bancari più solidi nella sua categoria dalla rivista indipendente Altroconsumo Finanza. (c.f.)

Nella foto, il sindaco Daniele Manca consegna il Grifo d”Oro ad Antonio Patuelli.

Antonio Patuelli presidente dell'Abi per la terza volta grazie a una modifica statutaria
Economia 22 gennaio 2018

Cesi, già incassati oltre 15 milioni dalle vendite all'asta

All’ormai ex Cesi l’ultima asta in ordine di tempo si è tenuta il 16 dicembre scorso. In vendita questa volta c’erano un lotto immobiliare, costituito dall’ultimo appartamento tra i beni ancora da alienare, e un lotto mobiliare. L’appartamento, situato a Ozzano al terzo piano di un immobile in via Nilde Iotti e dalla superficie di 97 metri quadri, è stato aggiudicato a 213.700 euro, a fronte di una base d’asta di 191 mila euro. Il lotto mobiliare, comprendente materiale da cantiere, è stato invece aggiudicato alla cifra base di 22 mila euro.

A oltre tre anni dall’avvio della procedura di liquidazione coatta amministrativa della Cesi, il liquidatore Antonio Gaiani fa il punto su quanto fatto e su quanto resta da fare. «A oggi – dettaglia – i realizzi sono stati circa 15 milioni e 200 mila euro dall’immobiliare, costituito da immobili residenziali e capannoni, cantieri, aree, e 2 milioni e 700 mila euro dai beni mobili, ovvero tutte le attrezzature in genere di cantiere. Restano circa 40 lotti da porre in asta: uffici, magazzini, rami di azienda commerciali, fabbricati ex rurali, cantieri, aree edificabili urbanizzate e non, aree agricole, cave per materiali inerti oltre a partecipazioni societarie».

L’asta più cospicua finora è stata quella dell’aprile 2016, quando sono stati incamerati circa 4 milioni e mezzo di euro. Risale invece al 20 maggio scorso la vendita per 1 milione e 873 mila euro della sede di via Sabbatani, aggiudicata alla società Elf Immobiliare del gruppo Zini. Nel frattempo procede il rimborso dei creditori. «E’ in corso di effettuazione – aggiunge il liquidatore – il quinto riparto parziale, che prevede il pagamento integrale dei creditori privilegiati insinuatisi allo stato passivo per effetto delle domande tardive di credito. Nei primi mesi del 2018 verrà effettuato il primo riparto parziale a favore dei creditori chirografi». Lo stato passivo, riveduto e corretto dal liquidatore, è di oltre 414 milioni di euro; di questi, circa 395 milioni sono costituiti da crediti chirografari.

lo.mi.

Nella foto: un immobile a Ozzano in via Nilde Iotti

Cesi, già incassati oltre 15 milioni dalle vendite all'asta
Economia 20 gennaio 2018

Da un garage al mondo della moda, da mezzo secolo la Gemineon produce insegne per aziende

Percorrendo la San Vitale di notte, appena oltrepassata la frazione medicinese di Fossatone, non si può non notare la scritta «Gemineon». L’insegna, pur non trovandosi direttamente sulla strada provinciale, è molto ben visibile. E non potrebbe essere diversamente, visto che si tratta di un’azienda che da oltre cinquant’anni produce insegne luminose di qualunque tipo. Tra gli ultimi lavori che portano la sua firma, ci sono ad esempio la facciata della Robopac in zona Ca’ Bianca e la Berardi Bullonerie a Poggio Piccolo, due realtà che si sono dotate entrambe di nuovi stabilimenti produttivi e che per la scritta luminosa con il nome dell’azienda hanno deciso di rivolgersi alla Gemineon Srl.

Dagli anni Novanta l’azienda ha sede nella zona artigianale di Fossatone, in un fabbricato da 2.500 metri quadrati in via Torricelli, dove attualmente lavorano una decina di dipendenti. Il titolare è Alessandro Ghini, figlio dei fondatori Giuseppe, originario di Borgo Tossignano, e Tamara Viale. «Inizialmente – racconta Alessandro Ghini -, i miei genitori aprirono l’azienda in un garage nel quartiere Santa Viola, alla periferia di Bologna». Il nome, decisamente curioso, è la fusione di due parole. La più intuitiva è la seconda, «neon», la tecnologia che per anni ha caratterizzato il mondo delle insegne, oggi praticamente del tutto soppiantata dal led («il neon è rimasto un mercato di nicchia, per artisti o amatori del prodotto»). La prima parola, invece, deriva da «Gemini», ovvero il programma di volo umano nello spazio intrapreso dagli Stati Uniti tra il 1963 e il 1966, proprio quando fu fondata la società. «Inizialmente, i miei genitori si proponevano come produttori di semilavorati conto terzi, quindi non si interfacciavano con il cliente finale – prosegue Ghini -. Lo stesso modo di lavorare proseguì anche quando, nel 1982, l’azienda si trasferì in un capannone da 600 metri quadri a Castenaso». Alessandro entrò in azienda nel 1990, dopo il diploma, e «due anni più tardi ci fu il cambio di passo» rivendica Ghini. Innanzitutto, la Gemineon cominciò a proporre le sue insegne direttamente ai clienti finali e acquistò anche il terreno sul quale sarebbe sorto il nuovo stabilimento a Fossatone. «Fu una scelta puramente economica, perché si spendeva meno rispetto altrove – spiega il titolare -. L’inaugurazione avvenne nel 1996».

Da allora l’azienda, il cui fatturato si attesta su 1,5 milioni di euro all’anno, ha ampliato il proprio bacino di clientela. «Lavoriamo prevalentemente con società italiane, anche se il nostro materiale va anche all’estero» dice Ghini. Tra gli ultimi grandi lavori fatti, ad esempio, nel 2014 c’è la sostituzione in tutto il territorio italiano delle insegne della catena alberghiera Nh. Nel 2007, invece, lo stesso era avvenuto per le insegne in tutti gli stabilimenti europei della Cnh del gruppo Fiat. Ma non sono mancate neppure insegne di farmacie a Bologna, Trento e Trieste e del settore bancario (Gemineon si è occupata ad esempio del cambio di insegne da Credito Romagnolo a Rolo Banca e anche di quelle della Banca di Imola). Uno degli ambiti più redditizi è però quello dell’alta moda, dove lavora per nomi quali Gucci, Fendi, Bulgari, Diesel e Moncler. «In questo caso facciamo spesso anche gli espositori illuminati per i prodotti».

Ma come nasce l’idea di un’insegna? «In realtà, spesso è il cliente a darci il progetto di cosa vuole e con quali colori, che spesso richiamano quelli societari» dice Ghini. Ovviamente, ci sono colori più o meno «leggibili». Nel nostro territorio, ad esempio, «bisogna considerare anche la presenza della nebbia – dice Ghini -. Con queste condizioni, le scritte blu tendono a sparire, mentre il bianco resta in assoluto il colore più visibile e anche il più utilizzato».

E per il futuro? «Stiamo investendo di più sul mercato degli espositori perché c’è una discreta richiesta – spiega il titolare -. Inoltre, vogliamo capire se sarà possibile lavorare di più con l’estero, visto che con la crisi economica si è un po’ perso il rinnovo ciclico dell’immagine dell’azienda. In questo caso, però, in quei Paesi servirebbero delle sedi almeno parzialmente produttive».

gi.gi.

Nella foto: lo stabilimento della Gemineon a Fossatone di Medicina

Da un garage al mondo della moda, da mezzo secolo la Gemineon produce insegne per aziende
Economia 19 gennaio 2018

Bolle di sapone della Dulcop, magia e passione senza tempo

La Dulcop International Spa di Idice, al confine tra Ozzano Emilia e San Lazzaro, è un’azienda che sin dalla sua fondazione nel 1938 è stata vocata ai prodotti per bambini (dolci e giochi) e che dalla fine degli anni Sessanta ha iniziato una formidabile ascesa che oggi li ha portati ad essere i primi produttori in Europa nella produzione delle bolle e dei famosi flaconi con la pallina all’interno del tappo.

Nello stabilimento di via Idice avviene tutta la produzione del tubetto «classico» da 60 millilitri, dallo stampaggio di flaconi, tappi e soffiatori in plastica fino alla realizzazione del liquido, all’assemblaggio e al confezionamento del prodotto finito. Un processo che la famiglia Melotti, proprietaria dell’azienda da sessant’anni, custodisce come un geloso segreto. A partire proprio dal liquido che consente di realizzare bolle perfette. «Si tratta di un bilanciamento tra acqua purificata microfiltrata, sapone e conservanti di origine naturale, derivati ad esempio dai residui della lavorazione di cocco, zucchero e altre materie vegetali – spiega senza svelare troppo Jacopo Orsi, responsabile marketing e licenze -. In ogni caso, nel nostro liquido non c’è il Kathon, un conservante altamente irritante spesso contenuto, oltre che in altre bolle di sapone, anche nei cosmetici, nei prodotti per la cura della pelle, per l’igiene personale e per la casa. Abbiamo investito molto in qualità, ottenendo le certificazioni di livello massimo del settore e preservando il made in Italy, che per noi è un valore aggiunto».

Per dare qualche numero, la Dulcop produce ogni giorno 400 mila tubetti e 40 mila litri di liquido per le bolle. Per produrre un tubetto occorrono appena 0,15 secondi. Ciò che sorprende è come il fatturato dell’azienda (15 milioni di euro nel 2016) resti alto e l’interesse per la bolla di sapone non muti nel tempo, da generazione a generazione. «E’ un gioco storico, facile e che regala emozioni con pochissimo – analizza Orsi -. Nonostante l’avvento dei videogame ha tenuto bene e, anche con la crisi economica, le vendite sono continuate, visto anche il prezzo contenuto». Ma i bambini non sono gli unici ad amare le bolle di sapone che, tra le altre cose, nel 2013 hanno solcato anche il red carpet della Mostra del cinema di Venezia per un evento a favore di Emergency al quale hanno partecipato, tra gli altri, Riccardo Scamarcio, la modella Eva Riccobono, il cantante Edoardo Bennato e il pasticcere Ernst Knam.

Se il tubetto è rimasto pressochè invariato nel tempo, l’azienda ha dovuto investire parecchie risorse per sfruttare l’uso delle licenze, dato che ad ogni personaggio dei cartoni è abbinato un prodotto diverso, per soddisfare le preferenze dei bambini. Nel catalogo 2018, ad esempio, ne compaiono ben 36, che includono personaggi Disney quali Topolino e Minnie e i protagonisti degli ultimi cartoni, ma anche i Paw Patrol (Nickelodeon), Hello Kitty (Sanrio), Spiderman (Marvel), Barbie (Mattel), Peppa Pig (eOne) e Minions (Universal), tanto per citarne alcuni.

Per il futuro, però, Dulcop sta pensando anche a una nuova frontiera. «Vogliamo avvicinarci ancora di più ai consumatori ed essere conosciuti anche con il nostro marchio – anticipa Orsi -. Per questo motivo, lanceremo anche la linea Neverending Bubbles che sarà legata ad un’applicazione di gioco interattiva chiamata Babbol per smartphone e tablet pensata per il nostro target di riferimento, ossia i bambini dai 3 agli 8 anni». L’idea, in pratica, è quella di «togliere la maschera» delle principesse delle favole o dei supereroi per mostrare direttamente l’azienda e farla conoscere anche a chi, magari, non sa di averla vicino a casa. «Ci sarà anche la possibilità di acquistarle on-line sul nostro sito» conclude Orsi.

gi.gi.

Bolle di sapone della Dulcop, magia e passione senza tempo
Economia 17 gennaio 2018

La Sacmi ha conquistato il mercato brasiliano della ceramica. Intervista al direttore generale Gaddoni

La Sacmi è presente nel Paese sudamericano dal 1969, arrivando ad occupare il 90% di questo immenso mercato (il Brasile è il secondo produttore mondiale di piastrelle). La persona più indicata per parlarci della situazione d”oltreoceano è senza dubbio Ermes Gaddoni, classe 1951, bubanese di nascita, perito industriale, ed entrato nel gruppo Sacmi nel 1972. Dal 1994 è direttore generale di Sacmi do Brasil. e in questi 23 anni ha trascorso la maggior parte del suo tempo in Brasile.

Come vede oggi la situazione del Paese?

«Il Brasile sta vivendo un momento di grave crisi a livello istituzionale e politico. La corruzione del Paese è endemica e capillare. Lula, socialista e terzultimo Presidente, è sotto processo per corruzione mentre per lo stesso motivo la Presidente Dilma Roussef, che lo aveva sostituito al termine dei suoi due mandati, è stata destituita. Ma anche l’opposizione non è da meno: lo sfidante della Roussef, nelle
ultime elezioni presidenziali, Aecio Neves, che era stato sconfitto di
strettissima misura, è anch’esso accusato di una impressionante serie di
malefatte. Per non parlare di Temer (Partito del movimento democratico
brasiliano), l’attuale Presidente che ha sostituito la Roussef, su cui
circolano voci assai imbarazzanti. Insomma, nessuno si salva. La
magistratura opera con determinazione e arresta corrotti ogni giorno, ma
è come cercare di vuotare il mare con un secchiello».

E la situazione economica com’è?

«Quattordici anni a conduzione “socialista” (8 di Lula e 6 della Roussef) hanno migliorato, specie i Governi guidati da Lula, le condizioni di vita degli strati più poveri della popolazione con provvedimenti di aiuto alle famiglie, di contrasto alla povertà, di miglioramento dei servizi alle persone e sostenuto le imprese facilitando crediti e finanziamenti a tassi super agevolati, generando milioni di nuovi posti lavoro e riducendo la disoccupazione ai minimi storici del Brasile. Ciò ha creato una certa “euforia della spesa”, da sempre compressa nelle classi più deboli che, unitamente ad una troppo facile concessione del credito, ha fatto volare i prezzi e l’inflazione, dando luogo ad una bolla speculativa del tipo di quella dei subprime che nel 2007-2008 diede il via negli Stati Uniti a quella crisi dalla quale noi italiani non siamo ancora usciti. Tanto per fare un esempio, l’edilizia è quasi totalmente bloccata e vi sono molte centinaia di migliaia di case e di appartamenti invenduti che mettono in crisi banche e imprese. L’occupazione è calata del 15 per cento e le attività informali, che si erano ridotte, sono riesplose».

Quale è la presenza della Sacmi sul mercato brasiliano?

«Siamo presenti nel Paese fin dal 1969, prima con una modesta struttura, poi via via in modo più consistente. Nei primi mesi del 2001 è stato acquisito nella città di Mogi Mirim, a 160 chilometri da San Paolo, un terreno di 47.000 metri quadri sul quale è stato costruito lo stabilimento industriale di Sacmi do Brasil, con 9.500 metri quadri di capannoni e 1.200 metri quadri fra uffici e magazzini. Qui produciamo forni ed essiccatoi per l’industria ceramica locale e forniamo ricambi e assistenza tecnica: un forno, largo da 2,6 a 3,25 metri, può arrivare fino a 260 metri di lunghezza; quando il mercato tira ne possiamo produrre fino a 6 linee all’anno. Il fatturato, quando il mercato è in espansione, può raggiungere per Sacmi do Brasil un controvalore di circa 30 milioni di euro, più circa 60 milioni fatturati da Sacmi Imola. I dipendenti vanno dai 120-125 nei momenti buoni ai 42 di oggi, momento di stasi».

Quale è la dimensione del settore ceramico? E quale è la vostra «presa» su questo mercato?

«In Brasile vi sono circa 60 gruppi di ceramiche per la produzione di piastrelle che, come numero, sembrano pochi ma che sono di dimensioni molto grandi: le unità più produttive del nuovo secolo raggiungono i 70 milioni di mq/anno ciascuna. I lay-out sono sviluppati “in linea”, all’interno di capannoni aventi lunghezza da 800 a 1.100 metri. La maggiore, in cui Sacmi ha istallato 5 mulini modulari Mmc, 4 atomizzatori Atm, 24 presse Ph, 12 essiccatoi, 12 movimentazioni e 12 forni, occupa un’area coperta di 280.000 metri quadri. La “potenza installata” del Brasile, cioè la capacità produttiva piena, è stimata in un miliardo e 150 milioni di mq/anno, seconda solo alla Cina e doppia della produzione italiana degli anni d’oro. Il gruppo Sacmi, nel suo complesso e con tutti i suoi prodotti, è arrivato ad occupare il 90 per cento di questo mercato. Per la maggior parte, circa 700 milioni di metri quadri, si tratta però di un prodotto povero e di basso prezzo (monocottura, impasto rosso macinato a secco). Questo settore è stato molto colpito dalla crisi edilizia ed è arrivato a fermare fino al 50 per cento della capacità produttiva. Oggi, con qualche segnale di ripresa, si lavora a circa il 70 per cento, mentre un 30 per cento è fermo. Il parco macchine per il settore ceramico installato da Sacmi in operatività sul mercato brasiliano conta ad oggi 25 mulini modulari continui, 34 atomizzatori, 415 presse, una continua plus (l’innovatova tecnologia Sacmi per produrre grandi lastre fino a 3,20 per 1,6 metri e spessore da 6 a 20 millimetri), 153 essiccatoi (verticali e orizzontali) e 132 forni».

Come vede il futuro del Brasile?

«Molto complesso, ma anche con grandi potenzialità. I Governi di Lula e
Roussef avevano suscitato molte aspettative e qualcosa di buono per le
classi più basse hanno fatto, ma sono miglioramenti che rischiano di
“evaporare” rapidamente. Infatti i “fondamentali” negativi del Paese
(corruzione, criminalità, sanità, istruzione, pensioni) sono cambiati
ben poco. Il denaro preso a prestito costa oggi almeno il 20 per cento
annuo, il ché significa che in questa cifra è incluso un 14-15 per cento
di “rischio Paese”. Rischio che il mercato finanziario internazionale
giudica evidentemente molto elevato. Nel 2018 si terranno nuove elezioni che potrebbero ribaltare qualsiasi
pronostico, anche se la maggior parte del popolo oggi pensa che per il
Partito dei lavoratori sarà difficile tornare al potere perché Lula non
potrà candidarsi. Ci sarà allora nella pubblica amministrazione un
“adeguamento” del personale direttivo: via quelli di oggi, che sono
quasi tutti del Pmdb (il partito dell’attuale presidente) che hanno
sostituito quelli del Pt, e dentro quelli di chi vince. Uno tsunami che
non farà per niente bene al Paese, come successe già quando avvenne in
senso inverso, perché spesso i nuovi non sono adeguatamente preparati. Con tutto ciò, il Brasile resta uno splendido Paese pieno di ricchezze e
di bellezze naturali, abitato in gran parte da gente allegra e cortese,
molti discendenti da italiani. Avrebbe solo bisogno di essere meglio
governato, ma i problemi da risolvere appaiono
estremamente complessi».

Nella foto: l”esterno della Sacmi a Mogi Mirim, comune a 160 km da San Paolo in Brasile

La Sacmi ha conquistato il mercato brasiliano della ceramica. Intervista al direttore generale Gaddoni
Economia 17 gennaio 2018

Il kiwi del futuro sarà giallo. La parola agli esperti

Meglio verde o giallo? In fatto di kiwi, non è solo una questione cromatica. Per chi li produce la differenza c’è eccome. Il primo, ad esempio, è molto più diffuso nelle campagne del circondario, mentre il secondo qui in zona è ancora una rarità. Ma coltivare il kiwi giallo conviene? Quali sono i pro e i contro? Proprio di questo si è parlato nel convegno dal titolo «Kiwi giallo: opportunità per il territorio imolese?, tenutosi lo scorso 14 dicembre a palazzo Sersanti su iniziativa delle quattro associazioni di categoria Coldiretti Bologna, Cia Imola, Ugc Imola e Confagricoltura Bologna, in collaborazione con il Centro sviluppo economico territorio imolese interno alla Fondazione Cassa di risparmio di Imola. «Nel territorio imolese c’è prudenza – spiega Carlo Pirazzoli, docente del dipartimento di Scienze agrarie dell’Università di Bologna -. In Italia si producono circa 400 mila tonnellate di kiwi all’anno e la varietà gialla con le sue 35 mila tonnellate, rappresenta meno del 10 per cento. Rispetto a cinque anni fa, però, gli ettari coltivati sono saliti da 1400 a 3700. Lo spazio di sviluppo c’è e oggi il kiwi giallo sta dando risultati economici interessanti».

La strada più semplice per un agricoltore che intende avviare questo tipo di coltura è appoggiarsi a un consorzio, in grado di seguirlo in ogni fase della produzione, fin dalle analisi pre-impianto e dalla fornitura delle piante da mettere a dimora. «L’obiettivo è mantenere una qualità elevata» motiva Cristina Fabbroni, responsabile tecnico del consorzio cesenate Jingold, che comprende più di 400 aziende produttrici e ha all’attivo 1500 ettari coltivati in Italia e in Cile per coprire tutto l’arco dell’anno. «Forniamo assistenza tecnica specializzata – prosegue – con visite periodiche da parte del nostro staff, invio di bollettini mensili, monitoraggio per l’autorizzazione alla raccolta. Agli agricoltori chiediamo di rispettare le linee tecniche di coltivazione e alcune regole, tra cui l’obbligo di copertura con reti antigrandine entro il terzo anno dalla messa a dimora».

L’investimento di partenza è consistente, ma il gioco può valere la candela. Un impianto da un ettaro, con mille piante, può costare circa 40 mila euro, ma può anche arrivare a produrre (a partire dal quinto anno) fino a 30 tonnellate di kiwi, con un ritorno medio di 1 euro e 20 centesimi al chilo. Il conto è presto fatto. Questi almeno i dati di massima presentati al convegno. Va anche detto che, rispetto alla varietà verde, il kiwi giallo è più sensibile al cancro batterico Psa. «Rispetto a qualche anno fa – rassicura Fabbroni – sono stati fatti molti passi avanti a livello vivaistico. Oggi ci sono anche regolamenti per una gestione agronomica più attenta. Gli agricoltori che si attengono alle indicazioni fornite producono tranquillamente e riescono a convivere con questo problema».

Quest’anno l’andamento stagionale secco ha impedito lo sviluppo della malattia. Sul fronte della prevenzione, l’entomologo Aldo Pollini consiglia: «Messa a dimora di piante indenni, ridotto apporto di azoto, impollinazione con polline sano, potatura in giornate asciutte, trattamenti dopo la raccolta e a fine febbraio». Tanta attenzione, quindi, che richiede anche lavoro in più rispetto ad altre colture. Il mercato però ripaga, soprattutto quello estero, che assorbe gran parte della produzione italiana. «La Germania – spiega Gabriele Ferri, direttore generale di Naturitalia, che distribuisce i prodotti ortofrutticoli freschi in tutti il mondo – è il primo mercato per la varietà Jingold. A inizio 2017, un chilo di kiwi verdi veniva venduto a 1 euro e 70 centesimi, mentre mezzo chilo di kiwi gialli costava ai consumatori tedeschi 1 euro e 99. Le superfici coltivate a kiwi giallo stanno crescendo lentamente, mentre quelle del verde stanno scendendo. Zespri (tra i principali produttori mondiali, Ndr) prevede addirittura che nel 2026 la produzione di kiwi giallo – conclude – supererà quella del verde». Il futuro del kiwi, dunque, sarà decisamente giallo.

Approfondimenti, ricetta e il parere dei produttori su “sabato sera” dell”11 gennaio.

Nella foto: il kiwi giallo

Il kiwi del futuro sarà giallo. La parola agli esperti
Economia 16 gennaio 2018

La cooperativa Cefla di Imola lancia Red Retail Design

La cooperativa Cefla di Imola lancia Red Retail Design, il nuovo marchio operante come studio di progettazione focalizzato sul settore del retail e hospitality, in ambito food e non-food.

Red opera in modo autonomo dalle Business Unit di Cefla e mette a disposizione del cliente un team esperto, con alle spalle una lunga attività nel settore. Professionisti che interpretano e anticipano le tendenze e che concepiscono soluzioni in armonia con le strategie di crescita adottate dalle aziende della Grande Distribuzione. Cefla, con il nuovo brand Red Retail Design, intende ribadire la propria leadership in ambito retail, conquistata nei decenni dalla Business Unit Shopfitting.

“Ci proponiamo al mercato come società indipendente che si rapporta direttamente con il retailer – spiega Paolo Rustignoli, direttore di Red Retail Design – a cui offriamo un rapporto consulenziale diretto. Il nostro servizio va dall’ideazione del concept alla progettazione, e supervisione a 360 gradi di tutte le fasi del progetto e della sua realizzazione, al fine di assicurare la coerenza tra l’idea iniziale e il risultato finale”.

La cooperativa Cefla di Imola lancia Red Retail Design

SPECIALE GOCCE DI MUSICA 2018

banner_gocce_2018_piccolo

Cerca

PROMO

Seguici su Facebook

PROMO

ABBONATI AL SABATO SERA

Font Resize
Contrast